Creato da alex.canu il 28/01/2012

alessandro canu

arte, racconti, idee

 

 

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FRAGILE: Ballerina

Post n°85 pubblicato il 13 Febbraio 2012 da alex.canu
 

 

 

 

   Devo stare molto attento a come raccontare questa cosa, non è una storia come tutte le altre. Voglio dire che quello che mi è accaduto tanto tempo fa ha ancora il potere di tenere in sospeso le mie emozioni. E’ come se, ogni volta che ne parlo, succedesse di nuovo, ma ogni volta un pezzo della storia si distacca, perdendosi come un relitto stanco per non ritrovarlo più la volta successiva. Non aggiungo mai niente al racconto, anzi ne tolgo sempre qualche pezzo, vorrei arrivare a definire con due semplici parole, quello che provo. Non voglio aggiungere niente neanche stavolta, ma come sempre una parte della storia verrà dimenticata. Voglio limitarmi ai fatti, al racconto nudo di quello che mi accadde, una notte di novembre, nella sala d'aspetto della stazione Termini a Roma.

 

   Viaggiavo con un mio amico, un tipo sveglio, che sapeva come ci deve comportare. Eravamo partiti da Firenze intorno alle dieci di sera alla volta di Roma, con un treno che avrebbe impiegato almeno tre ore. Prevedevamo di arrivare alla stazione termini intorno all'una e li attorno cercarci un posto economico dove passare la notte. Contavamo l’indomani di girare la città e visitare qualche museo. Il mio amico aveva la piantina di Roma e non ci saremmo certamente persi, mi fidavo ciecamente di lui.

 

   Il treno arrivò puntuale e silenziosamente scivolò all'interno della stazione quasi deserta, fece uno sbuffo di vapore e si fermò definitivamente. Prendemmo i nostri pochi bagagli e scendemmo a terra. La polizia ferroviaria ci guardò distrattamente senza darci grande peso. Arrivati all'uscita, quella che immette verso piazza dei cinquecento, il mio compagno di viaggio mi trattenne per il braccio dicendomi, "non ci conviene uscire per strada a quest'ora di notte, potremmo fare dei brutti incontri", "chi vuoi che ci sia per strada a quest'ora?", gli dissi. "Roma è pericolosa di notte, ci conviene rimanere all'interno della stazione e dormire qui. Per quel poco che manca a far giorno ci risparmiamo i soldi dell'albergo, ci infiliamo nella sala d'aspetto, ci sdraiamo sulle panche, facciamo i turni e ci addormentiamo li". Non mi sembrò una cattiva idea, il mio amico era furbo, l'ho detto. L'idea di uscire e camminare per le strade buie di Roma non piaceva neppure a me. Camminammo sul marciapiede lungo i binari e arrivammo quasi all'uscita. Sulla sinistra, trovammo la sala d'aspetto che di notte era lasciata aperta per dare rifugio ai senza tetto e ai barboni. Era riscaldata e il gelo che ci eravamo trascinati lungo i binari iniziò rapidamente a sciogliersi.

 

    Il mio amico, con scarsa convinzione, disse che era comoda e accogliente e ci guardammo attorno persi nell'immensità del grande ambiente. La volta a botte era altissima, i muri erano sporchi e grigi di polvere. Dall'alto pendevano dei fili lunghissimi a cui erano attaccati enormi lampadari che avevano metà delle lampadine rotte e fuori uso. Le panche in legno scuro, addossate ai muri erano occupate da persone che già vi dormivano. Altri erano seduti e parlavano bevendo da bottiglie di vino. Notammo che gli occupanti della sala d'attesa non erano passeggeri come noi, ma misera gente, abituata da chissà quanto tempo a dormire li dentro. Il mio amico si guardò intorno con aria sospettosa e disse che saremmo dovuti stare molto attenti ai nostri bagagli, perchè qualcuno di quelli che stavano li dentro avrebbe potuto rubarceli. Trovammo un posticino libero a metà del salone e ficcammo i bagagli sotto le panche, il mio amico sbadigliò e si allungò sul sedile di legno, io mi spostai e gli dissi che poteva dormire tranquillo, il primo turno l'avrei fatto io. Mi pregò di svegliarlo verso le cinque, dopodichè si girò verso il muro e neanche cinque secondi dopo si addormentò profondamente. 

 

    I rumori della stazione arrivavano attutiti e lontani, qualcuno ogni tanto faceva capolino, aprendo la pesante porta vetrata e lasciando entrare una corrente d’aria gelida. Il grande orologio appeso alla parete della sala, sembrava non avere alcun interesse a contare le ore e i minuti. Lo squallore di quel luogo pareva bloccare persino lo scorrere del tempo, avvolgendolo in una invisibile ragnatela che impediva alle grosse lancette di muoversi liberamente. Eppure se non lo si guardava per qualche tempo, te lo ritrovavi avanti di dieci minuti, come se avesse riguadagnato i suoi giri per il fatto stesso di essere ignorato.

 

   La sala d'aspetto si andava riempiendo di gente di tutte le specie, donne e uomini dall'età indefinibile, accomunati soltanto dalla sporcizia e dalla vaghezza degli sguardi che apparivano fissi e ottusi. Alcuni trascinavano enormi buste di plastica, altri fumavano sigarette e bevevano birra o vino. I capelli erano induriti e sporchi e la pelle appariva grigia e carica di croste. Camminavano trascinando i piedi dentro scarpe fuori stagione ridotte a brandelli. Concentrai l’attenzione su un uomo con un gran cappotto militare, seduto di fronte a me, ma dall'altra parte della sala. Se ne stava immobile con un'aria imbronciata, come certi animali allo zoo. Sembrava che mi stesse osservando. Lo guardai a lungo, ma questi improvvisamente saltò in piedi e si mise a gridare, "Cèrcala nel paese suo, se la trovi ancora! Che vuoi da me?". Io mi spaventai e distolsi lo sguardo, ma lui mi veniva incontro rapidamente, urlando ancora la sua folle domanda. L'uomo arrivato a pochi metri da me si fermò di colpo, come se una forza misteriosa l'avesse bloccato, ma continuò a guardarmi in silenzio senza più gridare o dire nient’altro. Rimase li in attesa di una mia reazione e vedendo che me ne stavo immobile, tornò indietro al suo posto, borbottando ancora qualcosa di incomprensibile, voltandosi ancora a minacciarmi. Questo fatto mi scosse e non riuscii più a pensare minimamente all'idea di dormire in quel luogo di matti.

 

   Nella sala d'aspetto scese un silenzio angosciante,  rotto ogni tanto da colpi di tosse e rapidi brontolii, e fu allora che una donna, coperta appena da un vecchio vestito grigio che le lasciava scoperte braccia e  gambe, si alzò in piedi, e scalza, si mise a danzare. Era piccola e magra, ma stranamente elegante, come se sporcizia e  degrado mentale nel quale viveva, non potessero nulla contro l’elegante distacco che emanava dalla sua persona. Gli occhi erano profondi e neri e portava capelli lunghi, sporchi e grigi, sciolti sulle spalle.

 

   Non avevo notato la sua presenza, si era tenuta in disparte, in un angolo della gigantesca sala d'aspetto, buttata su dei cartoni che si trascinava appresso, come fossero una sua personale suite d'albergo. Si alzò in piedi, tese collo e busto, rovesciò all'indietro la testa e diede una violenta scrollata ai capelli. Gonfiò il petto e pose le braccia ad anello, come una ballerina davanti ad un invisibile specchio. Le gambe si tesero forti portando in avanti la destra e sollevandola, tendendo la punta del piede in avanti. Fece una rapida corsa e si portò al centro della sala, fra le grida e le risate degli altri barboni che la chiamavano ehi bocca di rosa, vieni qui da noi! Lei si fermò e piegò la spalla verso sinistra, accompagnandola da un lieve movimento della testa che ne seguiva la direzione con lo sguardo. Si lasciò andare ad una camminata sghemba, come se zoppicasse. Sembrava un manichino a cui avessero tagliato alcuni fili, lasciandone altri saldamente attaccati. La sua danza era disarmonica, eppure straordinariamente espressiva. Riprese una rapida corsa verso il fondo che si concluse davanti ad un uomo che fumava e rideva di lei toccandosi i genitali, la donna portò indietro le spalle e lo fissò dritto negli occhi. Esplose in una risata soffocata e tornò indietro, rinculando lentamente, senza staccargli mai gli occhi di dosso. Pensai che la donna dovesse essere uno di quei tanti matti che stavano li dentro. Eppure la sua improvvisa e inaspettata danza aveva portato un soffio di inquietudine e di strana grazia mescolate insieme, come un piccolo regalo, prezioso e sporco di follia. La ballerina, tornò a distendersi sopra il suo letto di cartoni e non si mosse più, la sua esibizione non durò più di tre minuti. Nella sala d'attesa le voci e le risate di scherno si spensero e anch'io dopo un po' cedetti a qualche momento di sonno. Mi svegliò il mio amico dicendomi che, se ci fossimo sbrigati, avremmo trovato i bagni ancora liberi, li ci saremmo potuti lavare e darci una sistemata. Lui sapeva sempre cosa bisognava fare, era un tipo pratico. Dopo lavati e fatta un’abbondante colazione, prendemmo giù per via Cavour e raggiungemmo il colosseo e i fori imperiali, da li risalimmo verso il campidoglio e crollammo, stanchi morti, sui sedili in pietra del palazzo senatorio. Mi fece notare il disegno della piazza, disse che era opera di Michelangelo, "la vedi quella stella? l'ha disegnata proprio lui, ma non è mai riuscito a vederla, perchè l'hanno realizzata solo durante il  fascismo". Io avevo un paio di scarpe strette che mi facevano un gran male e non m’importava niente di Michelangelo, del fascismo e neppure della sua stella, di stelle ne vedevo già abbastanza per conto mio. La nostra giornata romana finì ancora alla stazione termini, dove ritornammo per prendere il treno che ci avrebbe riportato a casa, e della ballerina scalza e sporca mi dimenticai completamente.

 

   Il racconto si sarebbe potuto concludere anche qui e forse, di bocca di rosa, non mi sarei ricordato più per il resto della vita. Non credo neppure di averne mai fatto parola col mio vecchio compagno di viaggio che ho, nel frattempo, perso di vista.

 

   Una sera di molti anni dopo avevo degli ospiti a cena, era inverno e bevevamo qualcosa davanti al camino che era incredibilmente caldo e scoppiettante. Fuori soffiava un vento gelido di tramontana e dalle finestre potevamo vedere in mezzo al buio i bianchi rami degli alberi, che sembrava stessero per schiantarsi a terra. Avevamo appena finito di cenare e, lo ricordo perfettamente, per terra, disteso, avevo un bellissimo tappeto di lana, dai colori caldi e brillanti. Bevevamo il nostro liquore davanti al camino, in piedi sul bellissimo tappeto e l'atmosfera era calda e rilassata. Sentimmo improvvisamente suonare al campanello, ci guardammo stupiti, chi mai poteva essere a quell'ora della notte? Andammo tutti verso la porta, ma nessuno pareva avere il coraggio di aprirla. Il campanello squillò ancora e fu come un tuffo al cuore, perchè era stato così forte e inaspettato. Ci guardammo a lungo, stranamente preoccupati, quindi allungai la mano verso la maniglia e feci scattare lentamente la serratura, la porta si aprì.

 

   Davanti a noi apparve un enorme blocco di ghiaccio, ritto proprio davanti alla porta. Dentro questo grande parallelepipedo gelato si intravvedeva, come imprigionata al suo interno, una vaga figura di cui non potevamo dire se era di bestia oppure umana. Decidemmo quindi di trascinarlo dentro casa. L'impresa non fu facile, perché il blocco di ghiaccio scivolava continuamente dalle mani e spesso dovemmo adagiarlo sul pavimento, dove lasciava una scia di acqua, come  bava di lumaca. Arrivati nella sala riscaldata dal camino ve lo ponemmo davanti e aspettammo che il grande cubo di ghiaccio iniziasse a sciogliersi.  Eravamo tutti raccolti intorno ad esso, ansiosi di sapere a chi appartenesse la figura prigioniera al suo interno. Il ghiaccio si scioglieva lentamente, lasciando sul pavimento una pozza d'acqua che però evaporava con rapidità sorprendente, non lasciando sul prezioso tappeto nessun alone di umidità. Quando il calore del camino sciolse completamente il ghiaccio, apparve una figura di donna, quella donna. La stessa che tanti anni prima danzò scalza, con i piedi sporchi, nella sala d'aspetto alla stazione termini. Naturalmente nessuno la riconobbe, perchè nessuno ne sapeva l'esistenza, solo io ricordai i suoi profondi occhi neri, le sue spalle ossute, i lunghi, sporchi capelli grigi. Portava ancora quel suo vestito scuro, con la chiusura lampo dietro, vecchio  e logoro. Il viso, le mani, le gambe nude, i piedi, tutto era come allora, identico. Le donne fecero una smorfia di disgusto e gli uomini si allontanarono di qualche passo per l'odore acre che emanava. Solo io rimasi impietrito davanti a lei, sbalordito e incredulo. La donna liberò la chiusura lampo e lasciò cadere il leggero vestito di cotone che le si raccolse ai piedi. Con grande stupore constatammo che la parte del corpo protetta dal vestito, era incredibilmente bianca e pulita, mentre braccia, gambe e collo erano pieni di croste di sporcizia. Il suo corpo era dolce e desiderabile e istintivamente, senza intenzionalità alcuna, alzai la mia mano aperta verso il suo seno bianco. Solo allora lei si voltò verso di me, e lo fece lentamente, come in un rallenty cinematografico, inchiodando i suoi occhi profondamente dentro i miei, come a dire "non farlo". Trattenni la mano, a pochi centimetri dal suo seno, ne sentivo appena il calore che ne emanava, quindi la ritrassi piano. 

 

   La donna si sedette su una poltrona incurante della sua nudità. Ci facemmo tutti intorno a lei, invitandola con il nostro silenzio ad iniziare il suo racconto. Distese le mani lungo i braccioli della poltrona, come a saggiarne la consistenza del tessuto, come chi si riappropria, dopo un lungo periodo di tempo, di una cosa che le appartenga. Quindi con una leggera smorfia di fastidio cominciò il suo racconto: “Mi chiamo Roxanne, disse, ma nessuno ha mai saputo di questo mio nome. Qui mi conoscono tutti con quello di una vecchia canzone che preferisco dimenticare e che è legata al modo in cui mi sono sempre guadagnata da vivere…”

 

   La voce della ballerina si fece via via sempre più profonda e rilassata, il suo racconto si perdeva nello scoppiettare del fuoco del camino. Del ghiaccio ormai sciolto da cui proveniva non rimase nessuna traccia sul tappeto di lana. In quel momento non me ne seppi dare una ragione plausibile, ma ora, a distanza di tanti anni, le cose mi appaiono nella loro  disarmante verità.

 

   Ma questa evidentemente è un’altra storia.   

 

 

 

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