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Post n°19 pubblicato il 23 Luglio 2008 da calledelcristo

Avevamo vent' anni, e "tutto era ancora intero" (Guccini), ma il molto bere che facevamo era indice di una profonda inquietudine. Uno di noi, come noi cresciuto in parrocchia, come noi tirato su a vangelo e campi estivi in montagna, a venticinque anni si congederà forever a mezzo overdose di eroina. Alcuni (quorum ego) si affezionarono ad altre sostanze non meno offensive della nostra integrità psicofisica. Ma così è stato, e andò peggio per quelli di noi che, fanatici, credettero troppo ai miti politici del tempo e finirono ad ammazzare o farsi ammazzare.

Ma la sera di cui parlo eravamo tutti vivi, e partimmo sui sellini delle nostre Vespe crepitanti, diretti verso l' Appennino. Poi si vedrà come per alcuni, quella serata si mutò in farsa e in tragedia. Non subito. Ci ritrovammo in una bettola di Sestola a rimpinzarci di crescentine e borlenghi, lubrificando l' apparato addetto alla ricezione di cotante delizie, col versarvi smodate quantità di spremiture d' uva e distillati, quanti l' italica ferace terra può elargire. Poi balenarono le chitarre ed il violino, e giù di canzonacce popolari, di naia e di bordello fino all' ora di chiusura. Pochi, all' uscita nella frizzante notte settembrina, erano in grado di guidare. Pochi, o meglio, nessuno, e lo dimostrerà Nando quando, mentre ci inerpicavamo sguaiati ed ebbri verso il Cimone, tirerà dritto in un curvone andando a schiantarsi contro un muretto a secco e procurandosi la frattura delle braccia.

Tino, all' epoca non ancora sotto il tallone dell' eroina, Ugo ed io decidemmo di proseguire, mentre altri sciamannati si fermavano a prestare le cure a Nando, novello Fetonte incapace di reggere il suo carro.

Giungemmo a Pian del falco all' una di notte, ed era una notte già autunnale, brumosa e fresca. Le grappe tornavano su, tonificando i cuori ma obnubilando le menti. Ben presto, Tino capì di non potere più proseguire, lungo quei tornanti strettissimi che menavano a Pian Cavallaro, ultimo terreno solido raggiungibile a motore prima della vetta. Ugo ed io ci scambiammo uno sguardo etilico, e muti decidemmo di tentare la salita. Si trattava di arrampicarsi con le mani e coi piedi lungo una parete obliqua tutta incrostata di massi, fino alla vetta del monte Cimone, il più alto dell' Appennino tosco - emiliano. Tino girò il manubrio e, descrivendo una linea sinuosa, si diresse a valle. Ugo ed io, non paghi della ciucca già florida, attingemmo alle borracce altre quote di grappa friulana fatta in casa, e ridendo e cantando affrontammo la salita. Ugo oggi è medico, mi hanno detto che si è sposato ed ha un figlio. Ma quella notte era solo uno studente di medicina, che ubriaco fradicio avanzava verso l' impatto con il potere. Anzi, la Superpotenza. Giunti che funmmo in cima, dopo due ore di fatica, di bestemmie e di vento che ci portava via, ci acquattammo avendo visto una luce e sentito delle voci. Rotolarono fino a noi, nel vento, parole in una lingua strana. Troppo strafatti per riconoscere la lingua del divino Hemingway, non realizzammo. Anzi, ci portammo sbracati e vocianti verso quelle voci, finchè una luce potente si accese ed una voce grintosa ci comandò l' alt.

Adesso, a parte i morti, abbiamo quasi tutti una posizione. Alcuni si sono perfino laureati. Ma all' epoca dei fatti, eravamo coglioni abbastanza da non sapere che il monte Cimone era farcito di armi americane, era una base americana, ed americano era il fucile che ci fu spianato sotto il naso, avendo noi messo piede ubriachi in territorio statunitense.

E adesso, addio. Addio agli amici vivi e morti. Ognuno ha il suo viaggio, ognuno è diverso, ognuno in fondo è perso dentro i fatti suoi.

 
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