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Creato da bartelio il 18/11/2006
il diario infimo di bartelio
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Di gnomi e pitoni
La notte mi aveva sorpreso in U Bonaparta. Tredici gradi, birra scura
di malto tostato, boccali sopra boccali. Non osavo alzare lo sguardo,
temevo i ricordi. Con il dito tracciavo la strada, verso l'uscita su
via Nerudova, ma le gambe non si muovevano, da sotto la panca. Il
tempo s'era sciolto con l'alcol, colava dal legno, inzuppando piedi e
calzoni. Attendevo, testardo, incapace di darmi convinto. Ancora un
minuto, un minuto soltanto, dicevo guardando la porta. Arrivava, le
altre volte, col sorriso dei giusti sopra la faccia. Posava le mani
sulle mie spalle, senza parlare. Ci perdevamo nella città.
"Separarsi e' un tuono sopra la testa", scriveva Marina Ivanovna, con
le dita strette alle tempie. Mi alzai a fatica, la gola riarsa. Gettai
i soldi sul banco, contro l'oste che non mi guardava. Karel, troppo
bianco negli occhi, le iridi spente, non sprecava un grammo di sé:
non dietro al tedio dei tanti clienti. Uscire, uscire nell'aria
fredda, nel gelo invernale. Scesi la via quasi correndo, incurante di
tetti e camini, della sagoma scura del ponte. La città pareva malata,
malati anche i muri, le porte, e la gente che ancora passava. Odiavo
i ricordi, che mi assalivano, vili, alla schiena. Era rabbia, rabbia
di aver dato tanto, di aver creduto ai silenzi, agli occhi che
sapevano tutto. Mi facevo piccino, ogni volta, sotto gli sguardi che
mi lanciava. Allora rideva, e diceva di me come altri nessuno. Parole
che non morivano, una volta ascoltate. Tattili, dentro la forma della
sua pelle, bianca abbagliante, nelle sue dita, nel contorno dei
fianchi. Mi esplorava con tutta se stessa, sino al mattino,
lasciandomi scosso nel letto.
Un pomeriggio, nel parco di Letna, stesi tra erba e mosconi, "non
spendere tante parole", diceva, "la gente ha gratuiti i baci, parla
troppo, crede in quello che dice". Guardando nel fitto del bosco,
"amiamo l'idea che ci facciamo degli altri, amiamo solo noi
stessi...". Era poi la sua lingua, i denti che picchiettavano i miei.
Ricordavo ancora quel suo sapore, e con rabbia cedevo al rimpianto.
Mentre scendevo, il selciato si andava sciogliendo. La testa nuotava
tra birra e furore, non sentivo le gambe, il fiato bruciava la bocca.
Quasi sul ponte, nella piazza che lo precede, intravidi due corpi
venire verso di me. Credetti, in principio, la colpa fosse di Karel,
di tutto il suo alcol. Passai la mano sugli occhi, staccai la testa
dal collo, a momenti. Tesi l'orecchio, verso il rumore di quelle
scarpe sopra i lastroni di pietra: il loro passo suonava stonato, come
mal posto, ma l'occhio non ingannava, non questa volta.
Malfermo sopra le gambe, trainato da un avambraccio di forza inumana,
lo gnomo avanzava a fatica, seguendo la vecchia maliarda,
dispiegatrice di specchi e di trucchi, ogni gesto posato con cura. La
donna marciava, e lo gnomo opponeva la sola forza delle sue scarpe,
scarpe da gnomo quindi minute, le punte a grattare l'asfalto.
La donna portava sul collo un pitone, luccicante nella notte del
vicolo, e parlava, parlava. Lo gnomo cercava di reggerne il bergolare,
ma rispondeva tardivo a domande già vecchie di mille, perse nel cielo
sopra di loro.
Svoltando sotto la torre del ponte, bocca in forma d'ogiva, lo gnomo
comprese che l'ora era arrivata. Il fiume imbiancava, come la birra
di grano in baviera, e il vento mischiava le stelle. Le scarpe di lui,
ridotte a brandelli, rivelavano dita dei piedi diacce. Nel cielo
gridava una luna gigante, che la pitonessa trainava d'intorno, al
guinzaglio. La luce schiariva le nuvole, rendeva visibile l'aria.
Dal mio rifugio, la pancia del Turco, dalla cui cinta pendeva la
scimitarra, rimasi ad osservare gli amanti, non visto. Ero dietro, ero
sopra, ero accanto, ero dentro di loro.
Appoggiato all'arenaria, guardando ora l'acqua, ora la luce, lo gnomo
fremeva nelle labbra e nel corpo. Il freddo era uno scisma di
ghiaccio, una doppia eresia. Le stelle, oh, le stelle cattive, cosi'
fitte e opprimenti, di pessimo gusto, mancavano d'aria e di spazio. E
la pitonessa, d'un tratto, scattò.
Avvicinatasi al nano, chinò le labbra sopra di lui. Reggendosi ancora,
adesso più saldo, alla pietra del ponte, lo gnomo sentiva il molle del
corpo di lei, concentrato alle labbra. Come se la notte si fosse
ritratta, dileguando ogni orpello, restavano le loro labbra.
Tremolanti fritelle di grano: lo gnomo voleva la forza e schiacciarle,
ma lei sfrigolava, arretrando un momento; lo gnomo voleva la lingua,
ma non gliene dava che un tratto, la punta bagnata era tutto.
S'apriva, infine, la pitonessa, benevola si concedeva, avvolgeva e si
dava, le sue labbra un risucchio talmente violento! Lo gnomo si
abbarbicava per non cadere. Che succedeva, che succedeva: nulla, non
ricordava più nulla. La bocca, la bocca era il suo godimento. Il
pitone scivolava sopra la donna. Scendeva nel seno, fin sopra la
pancia. Lo gnomo osservava, con la coda dell'occhio, la lingua biforca
guizzare.
Avrebbe voluto, lo gnomo, avrebbe voluto che il cielo chiudesse ogni
luce, che le case sulla collina alla destra del ponte diradassero la
loro presenza, che l'acqua sotto di loro ponesse un freno alla corsa,
che il vento cadesse, che ogni cosa fosse presente, ma in maniera
diversa: soprattutto detestava la luna, indiscreta. "Vattene via,
disco rotto!" gridava il nano con gli occhi. La Moldava scorreva
veloce, i passanti inseguivano altri passanti: facile perdersi nello
scuro dei tanti portoni. Kampa sembrava una barca, povera barca in
deriva. La città brillava e dormiva, non ricordavo di averla mai
vista così. Le statue del ponte, ogni statua una storia, si davan di
gomito e ammiccavano rivolte ai due amanti. Giovanni Nepomuceno, ritto
in piedi dietro la testa del nano, girava lo sguardo verso il
Castello, cercava la lingua nel fiume.
Poi d'un tratto, com'era venuta, la pitonessa s'era ritratta,
lasciando poche tracce di se' nella bocca del nano.
Annaspavano le dita di lui, cercando la donna, ma incontravano solo la
nebbia che saliva dal fiume e i respiri dei pochi passanti. Un uomo
con il soprabito, bombetta calata sul capo, gridava in tedesco,
ruttando ogni tanto. Appoggiato di lato al Nepomuceno, cercava il
salto dal parapetto.
Lo gnomo, ancora stordito, ha guardato il selciato, ma senza vedere.
Col gomito ha tolto un po' d'acqua salata dall'occhio. La pitonessa
saltava d'intorno, sollevando il pitone sin sopra la testa. Lenti
barluccichii andavano ora effondendosi su tutte le statue del ponte.
"Ho un corpo minuto, non so trattenere i tuoi baci...", pensava lo
gnomo, "ti prego, dammene un altro", gemeva rivolto alla donna. Ma lei
non si dava, era tutto, e continuava a saltare.
Lo gnomo torceva le mani, assordato dall'emozione. La donna pitone
diceva, appoggiando l'orecchio: "ascolta, ora tutto ha un altro suono,
un altro spessore...". Lo gnomo ripeteva, con gli occhi sbarrati, "va
bene, ma dammene un altro...". E la donna, "lo sai che non posso, uno
ti basti". Lo gnomo osava piagnucolare, ma i lamenti inciampavano
contro i molari. Sentiva lo gnomo, col solo pensiero, non con il
corpo, che la donna pitone non si sbagliava. Se bellezza dev'essere,
che sia una volta soltanto. Ogni cosa di breve durata, un attimo solo
inghiottito dal nulla.
Andai verso casa malconcio. Non li vidi mai piu'. Ancora oggi ripenso
i due corpi, ma nella mia testa sono confusi, o forse piu' chiari, non
so. Mi pare che non ci sia stato ne' alto ne' basso, niente gnomi e
nemmeno pitoni. Ricordo le loro spalle, mentre s'allontanavano dentro
la notte. E vi dico, credetemi, ch'erano spalle di uomo e di donna.
Ho preso il metro', ho ascoltato il lamento degli altoparlanti, ad
ogni fermata. Poca gente a quell'ora, una guardia notturna, qualche
operaio, nemmeno una donna. Il mio quartiere, capolinea seguito da un
pullman, portava nel nome il proprio destino: cimice, periferia, dove
nessun turista passava. Ero stanco, e il mio letto era vuoto. Eppure,
lo giuro, il suo odore, odore di buono, di donna, ancora sostava negli
angoli, sotto il cuscino, dalla sua parte, nel risvolto delle
lenzuola. Jirina, la sua saliva negli interstizi del mio malumore,
ancora i suoi capelli, che l'aria che sa di carbone muoveva ben oltre
le spalle.
Faticavo a stare da solo, dormire non mi riusciva. Ho preso la
bicicletta e pedalato su Vysehrad. Sono rimasto in piedi sulla
collina, con il mio cannocchiale, ad osservare la vita che vaneggiava
in città, cercando di penetrarne il segreto. Mi tornavano in mente, di
nuovo, le parole di Jirina. (Ero solito salire con lei a Vysehrad) "E'
il mio cantuccio discreto, non lo darei via per altri. Abbiamo cosi'
poco tempo...", diceva, guardando le tante cupole color verderame.
"Voglio conoscere tutto, ogni muro, ogni angolo, ogni persona. Solo
allora potro' volgermi attorno...", se tempo rimane, aggiungeva con
gli occhi.
Avrei voluto sedere ancora a ridosso dell'acqua, vedere le mani di
Jirina tirare sassi nel fiume, le sue spalle cadere all'indietro e la
risata salire, odiarla ed amarla, perche' quel poco che avevo non mi
bastava. "Non si ama nessuno", ripetevo dentro di me. Era freddo,
nell'alba, ma stringere ancora il suo corpo sarebbe stato la vita.
(Febbraio 2000)
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