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Creato da bartelio il 18/11/2006
il diario infimo di bartelio
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Poesia del piccione di Alcamo

"I dèmoni si infilzano con la penna"
(Dostoevskij, Lettere a B. Charckidijenko)
Sono seduto da un quarto d'ora su questo terrazzo
e guardo verso il mare,
il mare azzurro di onde che si chiamano e si conoscono
e rifrangono la luce come monete da due euro,
e davanti a me sul filo della corrente c'è un piccione.
E' lì da un po' e sta fermo, con la testa voltata da questa parte.
Lo ignoro, guardo il mare e scrivo queste righe.
C'è vento, ma leggero.
E' mattino presto,
sono all'ombra dell'eucalipto che imbalsama i polmoni
e ho la pelle dei piedi secca che gratta contro i sandali.
Guardo il piccione che mi sembra fare sì sì con la testa.
Bevo un sorso di acqua fresca naturale fonte santa rosalia
e la sento, la voce, la sento bene.
Guardo il piccione ancora una volta,
ora ha la testa un po' inclinata
e dice, fai bene a scrivere.
Io non so che dire, penso a una poesia del vecchio buk,
che diceva degli uccelli che si posano sui fili
e poi vanno e vengono
uno due tre mentre lui scrive e guarda dalla finestra.
Il piccione dice ancora, sono il piccione di buk, sono lui.
Io dico, ma non sono sicuro che fossero piccioni, quelli, sai.
Erano piccioni, dice lui, fìdati, prosegue.
Poi si ferma, arruffa un po' le penne,
si mette la testa sotto un'ala, come fanno i piccioni,
e resta immobile di nuovo sul filo.
Io scrivo ancora un po'.
Le biblioteche sono piene di scrittori noiosi, dice a un tratto,
ricòrdatelo: sono piene di scrittori pallosi.
Ma queste sono parole di buk, esclamo.
Vedi che sono il suo uccello, dice
e fa un verso di gola che sembra un ridacchino.
Se vuoi facciamo due parole, dico io.
Scusa, dimmi pure, ora mi ripiglio, fa lui,
e muove la testa avanti e indietro.
Spara, dice.
Che? faccio.
Volevi scambiare due chiacchiere, dice.
Certo, dico, anche meno di due.
Bravo, fa lui, mai esagerare,
minimalismo, ecco cosa ci vuole.
Sai ho capito una cosa, dico io,
credo di averla capita, anche se poi la scordo ogni volta,
è difficile.
Lui sta fermo, con gli occhietti luccicanti
mentre il filo dondola leggermente sotto il vento.
Il dolore è una cosa che mi porto sulle spalle
e che ho scelto di portare con me,
che potrei metter giù se volessi
se solo volessi, dico,
è raro che stia bene in mezzo alla gente, aggiungo.
Uh, e allora?, fa lui, per nulla impressionato.
La scrittura è solo un mezzo, uno sfogo, dico.
Un'eruzione cutanea, lo spurgo della cippa?, dice lui.
In realtà sono 'nzalunutu, faccio.
La scrittura aiuta sempre, per un po',
ma solo per un po', dice lui.
Già, faccio.
Ma che hai, la lissa?, chiede.
D'improvviso,
dalla porta di casa esce mio figlio di nove anni.
Papà, ti lascio questo bicchiere con l'acqua,
è una magia, dice,
chiamami quando diventa verde.
Diventa verde? chiedo.
Sì, l'acqua diventa verde,
tu chiamami quando diventa verde.
Ma come fa a diventare verde?
Ho messo una cosa che la fa diventare verde,
tu chiamami quando diventa verde.
Va bene, ti chiamo, dico.
Chiamami subito quando è verde.
Va bene ti chiamo subito subito.
Grazie, dice e rientra in casa.
Resto fermo a fissare il bicchiere e poi il piccione,
che mi sembra finto, di stoffa o di plastica.
Pensa devo fare la guardia all'acqua, faccio.
Stai bene attento, fa lui, ti è stato affidato un compito
estremamente delicato.
Eh, cazzo, se lo so, dico io.
Mai deludere un figliolo, dice.
Ennò, dico io e poi restiamo fermi,
lui sempre sul filo, io con le dita appoggiate al tavolo.
Poi mi gratto la testa e penso a quando nuotavamo,
l'altro giorno
e lui aveva il costumino blu con la riga gialla
e la mascherina
in quel mare cristallo
con tutti i pesci azzurri e gialli e colorati.
Dicono sia la temperatura del mare che si è alzata,
i pesci arrivano dal nord africa
e tu ne godi, sguazzi e osservi e ti chiedi
sarà bene o sarà male,
quest'acquario è un segno della fine del mondo?
C'era l'azzurro chiaro, verso riva,
e poi più in là il blu oltremare
e la luce che filtrava dall'alto colorava tutto quanto.
Lui nuotava con me verso lo scoglio
sembrava un delfino, un calamaro, una piccola foca
guizzava fuori e dentro dall'acqua.
Ho ringraziato Nettuno,
il primo che m'è venuto in mente,
in mancanza di un pantheon più consono,
l'ho ringraziato per il mare e per mio figlio,
per il fatto che andavo verso lo scoglio
in compagnia di questa piccola foca
questo cucciolo di foca
che saltava fuori e dentro l'acqua,
un'acqua che avrebbe potuto sommergerlo di cinque o sei volte.
In quella luce,
mentre le onde ci sbattevano in bocca,
guardavo sotto,
le sue gambe che si muovevano.
Dal blu
al verde di quest'acqua, penso,
che non ne vuole sapere di trasmutazioni alchemiche.
Resta trasparente, immobile come il piccione,
che ora mi pare sbadigli.
Ti annoi?, chiedo.
Eh, la vita non è granché, qui sopra, mi risponde,
vorrei vedere te al mio posto, fa.
A volte lo vorrei essere, sai,
libero da responsabilità e volare di ramo in ramo, di filo in filo.
Bella vita del cazzo, fa lui, mangiare bacherozzi,
guardare l'orizzonte senza capire una mazza
e al massimo come svago cacare in testa alla gente,
ti pare il caso?
Beh, ma il dolore...
Ma che palle con 'sto dolore, dice,
che due grandi enormi palle.
Sai, fai una cosa, invece di chiacchierare a vuoto:
prova un po' a descriverlo, dai, dettaglia,
fottiti del minimalismo.
Mah, non stare bene con gli altri e con se stessi,
dico grattandomi la pancia,
insoddisfatti di quel che si è,
delle scelte che non si sono fatte
o si sono fatte sbagliate, sai.
Aver paura del cambiamento,
desiderare il dolore che si conosce,
piuttosto che l'ignoto quale che sia,
sentirsi fuori posto, sradicati,
non capire una mazza...
Forse mangiare bacherozzi
e guardare l'orizzonte? dice il piccione.
Beh, sì, faccio io ridendo, in fondo sì, ci siamo già.
E poi ancora, desiderare una destinazione diversa,
ma non sapere quale
né avere idea di come cambiare le cose,
averne paura,
preferire l'orizzonte noto, per quanto orri-zzonte,
all'ignoto.
Non voler fare fatica, dico ancora,
sentirsi immaturi, bambocci,
dover affrontare problemi che forse sono da adolescenti.
Yahoooown, questo sì, fa lui, stiracchiandosi.
Non essere cresciuti, dico. Nei hai abbastanza?
Sì, un quadro più o meno vago,
ma qualcosa si delinea all'orizzonte, risponde.
Che devo fare, allora?, chiedo.
Anzitutto badare all'acqua, dice il piccione,
puntando un'ala verso il bicchiere.
L'altro giorno, poi,
ho visto che non hai nuotato verso lo scoglio con Matteo.
Matteo ha detto, andiamo!, ma c'era gente sullo scoglio,
tu hai detto, dopo!, e poi te ne sei dimenticato.
Lui ha cominciato a giocare e se n'è scordato, forse,
o forse no, ma della tua distrazione sono sicuro.
Quindi, comincia a far la guardia all'acqua,
che diventi verde: è importante, dice.
Verde, dico, verde speranza.
La speranza lasciamola agli stronzi, fa il piccione.
E due altre cose prima di svolazzare altrove, dice.
Anzi tre: la prima è che il segreto io lo conosco,
ma non te lo posso dire.
La strada è tutta e solo tua,
e quando l'avrai percorsa,
perché non ci sono cazzi: la devi percorrere,
e lo puoi fare solo tu, mica io o qualche altro al tuo posto,
quando l'avrai percorsa, ti dirai:
cristo santo quanto sono stato idiota,
un vero idiota,
a non capire.
Però bada bene: solo alla fine.
E non sono neanche sicuro che tu la voglia fare, la strada,
e anche se la percorri e capisci,
sappi comunque che nessuno ti toglierà la polvere che ti aspetta,
presto o tardi,
e una vaga sensazione di assurdità.
Sarà come al cinema,
prosegue,
mentre il vento muove le foglie dell'eucalipto,
come al cinema quando vedi una pellicola che fa piangere,
ti commuovi e poi accendono la luce e ti chiedi:
ma per chi cazzo mi sono commosso?
Vorresti poter guardare dietro il telo,
o nei buchi da cui esce la luce,
per capire, poter capire qualcosa.
E pure le cose, dio bono, sono sul telo,
non nel proiettore,
sono lì per un po' e poi scompaiono,
e non le trovi nel proiettore,
né da alcun'altra parte.
Ricordati di fare la strada:
se non ti cade la trave in testa,
se non si spalanca il baratro,
capirai e te la godrai, per quanto possibile.
La seconda cosa è ancora più breve, dice ancora.
Ricordati sempre che
l'unica cosa veramente immorale è l'infelicità,
quindi règolati di conseguenza.
E ora vado, dice.
E la terza cosa, scusa, la terza?
Quello mi guarda, mentre dispiega le ali,
si alza in volo
e lascia cadere uno stronzo grigio e nero
sul tetto del mio van a nolo.
Non c'è niente di eroico,
ah ah ah o grah grah grah,
come cazzo ridono i piccioni,
niente di eroico in tutto questo,
gracchia allontanandosi.

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