La mattina, quando suona la sveglia, vorrei fingere d'essere sorda e irresponsabile. Lasciare il letto è una violenza.
Mi muovo con rapidità bradipesca, i pensieri sono invece accelerati e in una frazione di secondo mi rendo conto di essere in ritardo. Già, come è possibile?
Mi infagotto nel cappotto, afferro borsa, valigetta, cellullare, chiavi e con passo malfermo (causa pietrisco, peso della valigia, tacchi sottili) mi dirigo verso il garage. La maniglia metallica è ricoperta dalla brina, il palmo tocca la superficie gelida e diventa un tutt'uno con essa. Le sinapsi si attivano all'istante.
Il cielo è terso e i raggi di sole filtrano limpidi. Questo è positivo.
Basta una manciata di chilometri per trovarsi avvolti nel nebiun. Ma nebiun vero, quello che impedisce la visuale a 30 metri, quello che fa vivere nell'ovatta e rallenta il traffico in modo esponenziale.
Fuori dalle finestre non si vede nulla, il riscaldamento non funziona, scatta l'allarme anticendio. E' una prova, averlo saputo prima avrei evitato di affondare nella sabbia e A. non mi avrebbe macchiato la camicia con il caffè bollente.
E' venerdì.