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Altro che grammatica universale: le lingue separano gli uomini

Post n°48 pubblicato il 05 Febbraio 2011 da ilsitodelmistero
 
Tag: lingua

Tratto da Il giornale del 28 luglio 2010

Altro che grammatica universale: le lingue separano gli uomini

di Redazione

In inglese, così come in altre lingue europee, la sintassi si basa sull’ordine delle parole, in latino invece c’erano i casi e così pure in finnico, dove se ne contano quindici. In molte lingue del Sud-est asiatico per differenziare le parole si usano i toni. In alcune lingue amerindie ciò che noi esprimiamo in una frase o in un periodo viene compresso in un’unica, grande «parola».
Differenze palesi e in molti casi vistose, nonostante le quali si è seguitato a sostenere che le lingue sono sostanzialmente simili. Una delle idee più influenti sullo studio del linguaggio, infatti, è stata quella della «grammatica universale», che, come già scriveva Steinthal (1861) «non è più concepibile di una forma universale di costituzione politica o di religione». Enunciata per la prima volta nel Settecento, è stata rispolverata da Chomsky nel 1960 ed ha dominato per molto tempo non soltanto nella linguistica, ma anche nella psicologia e nelle scienze cognitive. Anche studiosi non chomskyani parlano di «grammatica universale» come se fosse qualcosa di certo. Così, specie tra i profani, si è diffusa la credenza che tutte le lingue sono più o meno simili all’inglese, anche se con sistemi fonetici e vocabolari differenti. Ma la realtà è molto diversa: «le lingue differiscono così profondamente fra loro ad ogni livello che è difficilissimo trovare qualche singola proprietà strutturale da esse condivisa». L’uomo è l’unica specie vivente che possiede un sistema di comunicazione variabile a tutti gli effetti. Perciò «il fatto cruciale per comprendere il posto che occupa il linguaggio nella conoscenza umana non è la sua uniformità, ma la sua diversità». È quanto affermano due linguisti della nuova generazione, Nicholas Evans della Australian National University e Stephen C. Levinson del «Max Planck Institute for Psycholinguistic» in un lungo saggio uscito su Behavioral and Brain Sciences. Le loro tesi hanno riscosso un ampio consenso, non solo da quanti, e non sono pochi, che erano già sulla stessa linea, come Martin Haspelmath, uno dei creatori del Wals (World Atlas of Language Structures), e Michael Tomasello, esponente della New Psychology.
Ma finora il «manifesto» di Evans e Levinson non era uscito fuori dall’ambito accademico. Ora invece viene riportato su uno degli ultimi numeri di New Scientist (giugno 2010), la più nota rivista americane di divulgazione scientifica. La coverstory, a firma di Christine Kenneally, è dedicata interamente a demistificare il mito dell’uniformità del linguaggio. Ciò colpisce al cuore la popolarità del chomskysmo, che specie in America non è mai stato attaccato frontalmente, e a guidare questa «riscossa della linguistica» sono centri di ricerca europei ed università come quelle australiane, oggi all’avanguardia nello studio di quelle lingue «esotiche» che hanno rivoluzionato la linguistica

 
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Commenti al Post:
diletta.castelli
diletta.castelli il 23/10/16 alle 14:09 via WEB

Ho letto molto volentieri questo articolo. mi piace il tuo stile. Ciao da kepago

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