D’estate, dopo le vacanze al mare, passavamo un intero mese in montagna. Ricordo la voce di mia madre che ci chiamava. Andavamo in un piccolo bosco, liberi di correre tutti insieme, a raccogliere fragole e more. Ho con me il profumo dell’erba spezzata sotto i nostri piedi. L’odore impregnato delle essenze di quel posto è rimasto impresso a fuoco dentro di me. Il pericolo dei rovi intricatissimi, spinosi e aggressivi non ci spaventava, attratti com’eravamo dalla delicatezza delle bacche dai tanti colori che dal rosso diventavano via via vermiglie, purpuree, viola scuro... quasi nere. Sapevamo che esisteva una corrispondenza tra colore e sapore e ci contendevamo quelle più scure. Ci prendeva l’ingordigia nel fare a gara a chi ne mangiava di più. Le nostre dita si tingevano di quel rosso violaceo e le strusciavamo sui pantaloni. Poi arrivava, immancabile, il momento delle linguacce intrise di quel violetto... Accadeva sempre che io mi perdevo, incantata, con gli occhi rivolti in su, a guardare i rami che spezzavano il cielo. Il sole penetrava quegli spazi e la luce che ne scaturiva era indescrivibile, si tingeva di verde, a tratti di blu. Ero ipnotizzata. Sognavo una casetta fra i rami. Immaginavo di arrampicarmi, su un albero immenso e di stare lì, nella mia casetta a contemplare i rami che spezzavano il cielo. C’è un’armonia intrinseca nelle geometriche figure che si formano tra i rami e l’azzurro del cielo. Adoro quelle forme, e ancora oggi sogno quella casetta sull’albero.