BAR CENTRALE

Un gioco bellissimo


 Tornando indietro nel tempo rivedo la mia infanzia e penso di essere stata molto fortunata. Ho avuto tutto quello di cui avevo bisogno per crescere “sana”, non per ultimo l’esempio di un uomo che ancora oggi ritengo eccezionale: mio nonno. Ero già una donna, quando tornando da un viaggio non lo trovai più, aveva 98 anni e se ne era andato senza farsi vedere; per l’ultima volta  aveva dimostrato il suo grande amore per me. Non l’ho dimenticato e non permetterò che venga dimenticato: ho scritto tante pagine su di lui, le conservo come gioielli preziosi. Oggi ne leggerete una. Un gioco bellissimoQuella mattina, finalmente avevo indossato il mio vestitino celeste, con le scarpette blu che tanto adoravo e aspettavo mio nonno, sbirciando dalle imposte socchiuse della finestra.  Mi piaceva andare alla festa del paese con lui perché già sapevo che avrebbe esaudito ogni mio desiderio. I miei occhi brillavano, immaginavo le luminarie, le bancarelle con i  torroncini, le caramelle dalle forme più strane e con quelle bamboline vestite da principessa. In cuor mio ero sicura che la bambola più bella sarebbe stata mia. Consideravo mio nonno  l’uomo più buono e generoso del mondo e non so se era davvero vecchissimo, o lo sembrava ai miei occhi di bambina. Ero la sua prima nipotina,  non aveva avuto figlie femmine e stravedeva per me, mi adorava e mi viziava. Nonostante avessi solo otto anni,  ero consapevole del potere che avevo su di lui e ne approfittavo spudoratamente come solo un bambino sa fare.  Quando arrivò, ci incamminammo per il corso principale,  la mia mano nella sua,  felici di stare insieme... noi due.L’aria era dolce di  zucchero filato, di mandorle e nocciole pralinate. Quell’odore rendeva quella strada un po’ magica e sembrava quasi che ci guidasse fino alla piazza da dove sarebbe partita la processione. La folla si stringeva intorno ad un grande carro pieno di fiori con su in cima la statuetta di una madonnina, attorniata da alcuni bambini con le ali da angioletto, che  lanciavano dei petali di fiori e dei bigliettini con l’immagine di quella madonnina.  Mi stupì il fatto che quella statuetta fosse ricoperta di banconote e cercai gli occhi di mio nonno, per avere una spiegazione. Lui mi fece cenno di fare silenzio, allineando l’indice sulla punta del naso, e mi indicò, quasi per distrarmi, un bel grappolo di palloncini che spiccava alto fra la folla. L’uomo dei palloncini era un signore dalla faccia sudaticcia, un po’ stanca e preoccupata.  Di solito mi veniva chiesto quale palloncino volessi, ma quella volta non ce ne fu bisogno, perché mio nonno... li comprò tutti. Ma non tutti erano per me, mi disse che potevo sceglierne solo uno e che gli altri erano per la madonnina. Sedemmo su una panchina, lungo quella strada profumata e ad uno, ad uno lasciammo volare in cielo quei palloncini.Passò molto tempo prima che io capissi il significato di quel gioco bellissimo.Mio nonno aveva donato a quell’uomo che vendeva palloni, un giorno di spensieratezza, era stato buono, magnanimo e caritatevole e per esserlo non aveva dovuto, né  gli serviva donare banconote ad una statuetta. Quante cose mi ha insegnato, quel vecchio uomo senza parlare.