Creato da maurizio.mgr il 15/09/2005
Blog sui temi educativi, religiosi, informatici, politico-sociali
 

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Governo tecnico sopranazionale

Post n°78 pubblicato il 07 Agosto 2011 da maurizio.mgr
 
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Ai mercati "con tutti i loro eccessi distorsivi" e all'Europa, "con tutte le sue debolezze", si deve il fatto che il governo "ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie" a fronteggiare la crisi. Lo scrive Mario Monti nell'editoriale del Corriere della Sera.

Monti afferma che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti "sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo in modo disinvolto l'uno e molto puntiglioso l'altro e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall'Europa". In questo modo, governo e maggioranza "hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un 'governo tecnico". "Le forme sono salve. I ministri restano in carica.... ma le decisioni principali sono state prese da un 'governo tecnico sopranazionale' e si potrebbe aggiungere 'mercatista'".

 
 
 

Verità e Laicità

Post n°77 pubblicato il 31 Luglio 2011 da maurizio.mgr
 
Foto di maurizio.mgr

Secondo il filosofo Massimo Cacciari, per il laico la verità è da ricercarsi nella relazione delle idee e delle persone. Come “Deus est relatio”, come Dio è relazione, così il metodo della ricerca della verità è la relazione.

 Chiarisce Cacciari, << non è colui che rifiuta o, peggio, deride il sacro, ma, letteralmente, colui che vi sta di fronte: discutendolo, interrogandolo, mettendosi in discussione di fronte al suo mistero. Laico è ogni credente non superstizioso capace di discutere faccia a faccia col proprio Dio. Non assicurato a Lui, ma appeso alla Sua presenza-assenza. E così è laico ogni non credente che sviluppi senza mai idolatrare il proprio relativo punto di vista, la propria ricerca, e insieme sappia ascoltare la profonda analogia che la lega alla domanda del credente. Quando comprenderemo con questa ampiezza il significato della laicità, allora, e soltanto allora, essa potrà essere il valore sopra il quale ricostruire la nostra dimora>>. Solo attraverso la relazione, il colloquio, il confronto, è possibile, sostiene Cacciari, anche per il filosofo non credente, approssimarsi all’essenza del cristianesimo.

 
 
 

Il capo dello Stato Napolitano

Post n°76 pubblicato il 14 Febbraio 2011 da maurizio.mgr
 

Il capo dello Stato potrebbe sciogliere le Camere anche senza l’accordo con il presidente del Consiglio; e il premier non potrebbe rifiutarsi di controfirmare quella decisione. Su questi punti concordano due presidenti emeriti della Consulta, Cesare Mirabelli e Antonio Baldassarre.
La pensa così anche il costituzionalista Michele Ainis, a condizione però che il ricorso alle urne venga disposto dal presidente della Repubblica in presenza di una paralisi delle Camere o di una «guerra tra istituzioni».
«Il potere di scioglimento delle Camere non è un potere duale, ma un potere eccezionale del presidente della Repubblica, che lo esercita sentiti i presidenti delle Camere - spiega Mirabelli - Occorre la controfirma come per tutti gli atti del capo dello Stato, ma questo non implica una condivisione, cioè che incida la volontà del governo; insomma non occorre dal punto di vista sostanziale una doppia volontà. Per questo se ci sono i presupposti, la controfirma non può essere rifiutata». Un’ipotesi «da scongiurare», secondo Mirabelli, che è comunque convinto che Napolitano con la nota di sabato «abbia voluto esprimere un ammonimento, rivolgere un invito a un rapporto istituzionale più sereno, non annunciare un’intenzione».
«Lo scioglimento delle Camere è un potere esclusivo del presidente della Repubblica. E il presidente del Consiglio non può rifiutarsi di controfirmarlo, perché la sua firma attesta la provenienza dell’atto dal capo dello Stato, non è un concorso alla decisione» conviene Baldassarre. E spiega: «La tesi secondo cui lo scioglimento anticipato comporti necessariamente il contributo positivo del presidente del Consiglio andava bene prima del mutamento del nostro sistema parlamentare, intervenuto con le leggi elettorali del ’93-94. Ora il presidente del Consiglio è il capo di una coalizione potenzialmente maggioritaria; se vi fosse una co-decisione nello scioglimento delle Camere, significherebbe, dato l’attuale sistema, che questo potere è scivolato nelle sue mani. Si tratta comunque di una decisione estrema, che va presa in presenza di una grave difficoltà del sistema costituzionale».

 
 
 

Neanche il popolo ha potere assoluto

Post n°75 pubblicato il 28 Gennaio 2011 da maurizio.mgr
 
Tag: popolo
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Il primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo ha difeso oggi l'equilibrio tra il potere giudiziario e il potere esecutivo definito dalla Costituzione Italiana e ha sottolineato che i giudici sono liberamente criticabili ma che i processi si devono svolgere nelle aule del tribunale.

Nel suo intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ad altre cariche dello stato - assente però il premier Silvio Berlusconi - il presidente Lupo ha detto che "il sistema di equilibrio di poteri realizzato nel nostro paese ha considerazione anche in campo internazionale" e ha ricordato "il disegno che i nostri padri costituenti tracciarono per costruire uno stato costituzionale di diritto, in cui nessun potere è assoluto, neppure il potere del popolo, che la sovranità 'esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione' ".

 

L'equilibrio dei poteri sancito dalla Costituzione, che attribuisce autonomia e indipendenza alla magistratura, "merita di essere salvaguardato perché è elemento decisivo della democrazia".

 
 
 

Serve una politica

Post n°73 pubblicato il 03 Ottobre 2010 da maurizio.mgr
 
Foto di maurizio.mgr

Cacciari: «È tempo di osmosi,
liberiamoci dalle nostre zavorre»

di Federico Brusadelli


Professore, siamo all’alba della Terza Repubblica?

Ma la Seconda Repubblica non è mai nata… Come non sono mai nati né il Pdl né il Pd. Perché sono mancati i soggetti responsabili e “aggreganti” che potevano costruirla, la Seconda Repubblica. È mancato il soggetto attuatore, quello che per la Prima Repubblica è stato il patto costituente vero tra le forze di estrazione socialista e quelle di tradizione democristiana. Insomma, dal 1991-92 a oggi abbiamo assistito, da una parte e dall’altra, ad atti, anche generosi, diretti a creare i soggetti in grado di costruire a loro volta la Seconda Repubblica. Eccola, la storia degli ultimi venti anni: una serie infinita di tentativi (falliti) di costruire forze maggioritarie o almeno tendenzialmente maggioritarie. Da destra e da sinistra, nel centrodestra e nel centrosinistra, l’Ulivo e il Pdl: tutto fallito. Le ragioni di questo fallimento? Andrebbero analizzate in profondità con coraggio e capacità culturale, al di là dei gossip e delle cronache. 

Ma cosa sta accadendo in questi giorni nel panorama politico italiano?

I due pseudo poli si stanno disgregando, questo è evidente. E speriamo che da questa “decostruzione” si possano generare nuove forze, in grado di accordarsi e di trovare un ubi consistam che dia vita a un nuovo patto costituente. A una Nuova Repubblica. 

Destra e sinistra rimangono categorie valide per interpretare la politica?

No, non hanno più alcun senso. I termini su cui si definivano la “destra” e la “sinistra” sono ormai collassati, e dovremmo averlo capito da tempo. Quei termini erano le contraddizioni storiche del Novecento: programmazione e mercato, pubblico e privato, atlantismo e neutralismo. Tutte grandi contraddizioni che sono state spazzate via dalla storia. Ed è chiaro, allora, che continuare a parlare di destra e sinistra nei termini in cui se ne parlava ancora una generazione fa non ha più alcun senso. Il fatto poi che il tentativo di costruire una Seconda Repubblica sia stato compiuto usando proprio questi termini e queste contrapposizioni è stata una pura sciagura. La ragione di fondo per la quale ci troviamo, diciamolo pure, nella merda, è che quella forza maggioritaria uscita dalla crisi di Tangentopoli e dalla caduta dei muri, ha voluto costruire la sua fortuna sull’anticomunismo. Una follia, pura demagogia, puro flatus vocis ideologico. 

Come si inserisce la Lega in questo quadro?

La Lega è l’unica forza politica, uscita dalla grande crisi di vent’anni fa, che fondi la propria ragione d’essere su obiettivi che non hanno nulla a che fare con la “destra” e la “sinistra”. L’obiettivo federalista è un obiettivo che, comunque declinato, fuoriesce dallo schema tradizionale e dalle contrapposizioni della Seconda Repubblica. Purtroppo, e ritorniamo al punto di prima, non è stato uno schema di questo tipo ad affermarsi, non si è scelto di dividersi su obiettivi nuovi rispetto al passato novecentesco. Forse questa crisi spazzerà via le vecchie polarità, e bisognerà vedere se le forze politiche riusciranno a ridefinire uno spazio politico che sia impostato sulla base di nuove contraddizioni. Insomma, dovremo vedere se riusciremo a dividerci su cose, obiettivi, termini e linguaggi che non riguardano più il Novecento. Ecco la scommessa.

 
 
 

Spesa pubblica per l'istruzione

Post n°72 pubblicato il 01 Ottobre 2010 da maurizio.mgr
 
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Dopo il rapporto Ocse dei giorni scorsi, che raccomandava ai governi dei paesi industrializzati di investire di più nell’educazione per superare prima e meglio la crisi economica, e che ha messo a nudo i tanti problemi della scuola italiana. L’Eurostat ha reso noti i dati della spesa pubblica per l’istruzione primaria, secondaria e universitaria nei paesi Ue. Si tratta dei dati comparabili più recenti basati sugli indicatori messi a punto per il 2007, con una metodologia comune, da Eurostat, Unesco e Ocse.  L’indicatore globale che permette di raffrontare gli investimenti, tenendo conto delle diverse ricchezze nazionali di ogni paese, è la spesa totale per l’istruzione espressa in percentuale rispetto al Pil. In media, i 27 paesi dell’Ue dedicano a questa importante voce di spesa il 5,2% del loro Pil. La spesa più alta è in Danimarca (7,1%), Svezia (6,2%) e Belgio (6,1%).  L’Italia (4,4%) è al 21° posto, era al 18° un anno fa.

 
 
 

La scuola: ocse e riforma

Post n°71 pubblicato il 15 Settembre 2010 da maurizio.mgr
 
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Dopo l’avvio, lo scorso anno scolastico, con la scuola dell’obbligo, la riforma Gelmini inizia ad applicarsi anche a quella superiore, con effetti ignoti in passato in quanto la contrazionedelle ore d’insegnamento porta alla riduzione dei posti sia di ruolo che per i docenti supplenti. Mai si era assistito ad aspiranti docenti in sciopero della fame, ad assegnazioni di nomine con le Forze dell’ordine nonché all’evocazione del più grande licenziamento di massa della storia repubblicana. Tecnicamente non si tratta di licenziamenti, ma di mancate assunzioni non obbligatorie a settembre che, per gli interessati, diventano però la stessa cosa.
Se poi si guarda alle altre nazioni, è notizia recente la collocazione del nostro sistema scolastico, su dati del 2008, al penultimo posto, su 35 nazioni Ocse, per la percentuale di prodotto interno lordo destinato agli investimenti sull’educazione, pari al 4,5 per cento. Prima è l’Islanda con il 7,8 per cento, ultima la Slovacchia con il 4, con media Ocse al 5,7 per cento. In sintesi, spendiamo poco per il sistema-scuola, i ragazzi vi passano tante ore (8.200 tra i 7 e i 14 anni, di più solo gli israeliani, con media Ocse a 6.777) ed i docenti sono pagati poco.
Vista dall’interno, la nostra pare una scuola in salita, che arranca, vista dall’esterno, e pure dall’estero, pare in discesa, in caduta. Concentrare l’attenzione solo sui posti di lavoro e sugli investimenti mancanti, pur essendo necessario, non può però bastare, in una prospettiva ad ampio raggio ed a lungo termine, senza il maggior coinvolgimento delle persone che nella scuola operano.
Il legislatore ha voluto, dal 2000 in poi, in applicazione del principio della sussidiarietà, che la vecchia scuola piramidale diventasse la nuova scuola dell’autonomia, ispirandosi al principio kantiano della libertà/responsabilità, con obbligo di sapere e dovere rendere conto del senso, dei contenuti e dei risultati del servizio pubblico educativo svolto. È come se il legislatore chiedesse a tutti i genitori, gli amministratori pubblici e scolastici, i politici, i giornalisti ed i cittadini in genere di andare nelle scuole a verificare se la funzione pubblica educativa si svolga o si possa svolgere pienamente o parzialmente, ad attestare per merito o per colpa di chi o di cosa. L’interesse a far ciò non dovrebbe mancare, visto che a scuola sia i genitori che lo Stato inviano ciò che di più importante hanno: i figli ed i futuri cittadini.
Nel momento storico, economico e culturale attuale, tutto sta globalmente e vorticosamente mutando. Nascono e muoiono fabbriche, contratti, posti ed investimenti, come quest’estate insegna. Ma la scuola o parte di essa, magari per colpa di minoritari quanto discutibili docenti, sindacalisti o burocrati qua e là presenti a carico dei contribuenti, non può restare avulsa sul vecchio pianeta statalista dell’autoreferenzialità, dell’immobilismo, dell’incompetenza o dei privilegi vari di fronte alla società italiana e mondiale che cambia, alle famiglie che sperano e fremono, alle nuove esigenze formative ed occupazionali dei giovani ed al mondo del lavoro che non esiste più, almeno per tutti gli altri.
Allo stesso modo, necessita poter individuare, assumere, valorizzare, con apprezzamento, carriere e stipendi, la grandissima, seppur silenziosa e invisibile, schiera di docenti o aspiranti tali motivati, preparati e capaci a cui le famiglie affidano o affiderebbero con convinzione, ammirazione e senza timore i propri figli.
Ma per far questo, per rifondare ed accrescere l’autorevolezza formativa della scuola, il ruolo sociale dei docenti, la legittimazione e la difesa dei posti di lavoro, l’aumento degli emolumenti. Bisogna ripartire dalle persone, dalla loro cultura disciplinare, professionale e deontologica, dal loro modo di fare, di essere e di vivere con e per gli altri.
E questa è la strada che dall’egualitarismo porta alla meritocrazia, che è l’unica rivoluzione e speranza democratica per chi non ha casato, censo, ruolo o prebenda di riserva.
Il lusso di guardare solo indietro, alle certezze del passato invece che alle incognite del futuro, non possiamo più permettercelo, pena restare anche noi, come singoli e come istituzioni, biblicamente come la moglie di Lot, di sale.


Nicola Rossetto

 
 
 

Hypazia

Post n°70 pubblicato il 12 Settembre 2010 da maurizio.mgr
 
Tag: Ipazia
Foto di maurizio.mgr

Ipazia (greco Ὑπατία, latino Hypatia; Alessandria d'Egitto, circa 355 – marzo 415 o 416) è stata una matematica, astronoma e filosofa ellenista. Come per altri pensatori dell'antichità, di lei non ci è pervenuta nessuna opera, se non il titolo. Morì in tarda età, linciata da una gruppo di fanatici cristiani attorno al 415.

La fama moderna e contemporanea di Ipazia, sembra essere dovuta in prevalenza sia alle circostanze della sua tragica morte, sia alla proiezione simbolica che la sua vicenda ha suscitato e suscita: essa è diventata un’icona degli ideali di tolleranza, di rispetto, di rifiuto di ogni ideologia pervasiva.


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Il film Agora


Nell'anno 2009 è uscito un film spagnolo avente come principale protagonista Ipazia. La pellicola si chiama Ágora (Agora nella distribuzione italiana), per la regia di Alejandro Amenábar. L'intento perseguito dal regista con questa pellicola, è quello di mettere in guardia le società contemporanee dal pericolo sempre ricorrente del settarismo fanatico, che genera mostri di intolleranza e sopraffazione.

Occorre vigilanza e senso del discernimento perchè "L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal veggente" ("Il nome della rosa"). Per il regista Amenábar l'antidoto al fanatismo, vale a dire alla deriva etica assolutista che arriva alla distruzione della ragione,  si può ottenere attraverso il lume della riflessione scientifica: "Voi non dubitate di quello in cui credete: non potete. Io devo", dice Ipazia nel film ai suoi discepoli cristiani che le chiedono di convertirsi. Nella sceneggiatura del film, si accenna inoltre ad un orizzonte esistenziale verso il quale la filosofa astronoma intende affidarsi: "Credo nella filosofia",  afferma. Risulta interessante a questo punto citare la lezione metodologica di Sinesio di Cirene appartenente alla scuola di Ipazia (lezione contraddetta purtroppo nell'atteggiamento del Sinesio cinematografico), presente in una lettera indirizzata al fratello nel 410: «Non mi stancherò mai di ripetere che il saggio non deve forzare le opinioni degli altri, né lasciarsi forzare nelle proprie».

Secondo il Prof. Umberto Eco,  la pellicola Agora presenta, accanto a diversi meriti, anche  "alcuni vistosi anacronismi"  e lo studioso sembra essere d'accordo con l'opinione della Prof.ssa Silvia Ronchey, secondo la quale il profilo e il sacrificio di Ipazia, "nel film sono accattivanti ma troppo semplificati, fino ad essere tacciabili di quello stesso ideologismo [in questo caso, anticristiano] di cui la figura dell'antica filosofa dovrebbe essere la negazione".
Trascurando, per esempio,  tutta la complessa e plurale elaborazione teologica e filosofica che,  anche nel IV e V secolo, comporterà un ripensamento della tradizione, anche grazie alle diversecontroversie cristologiche e trinitarie.

Il cristianesimo del IV secolo era una realtà molto intricata e fluida: c'erano per esempio notevoli conflitti e divisioni interne tra nestoriani, ariani e altre sette.  Questo stato delle cose non è lontanamente paragonabile alla situazione della Chiesa uscita dalla Riforma o Controriforma Cattolica e al notevole rafforzamento organizzativo e pastorale, posto al servizio delle deliberazioni assunte dal Concilio di Trento. Ragion per cui rappresenta una forzatura astratta e semplificatoria, il tentativo di "incasellare" la  figura di Ipazia,  come  se fosse una antesignana di Galileo Galilei in versione femminile.  In altri termini, nel IV secolo ad Alessandria non ci troviamo di fronte una ecclesia che ha in dote un solido e unitario pensiero magisteriale.

Inoltre occorre essere consapevoli che nell'antichità, l'astronomia era un campo inseparabile, per esempio, da quello dell'astrologia. Se poi aggiungiamo che la filosofia neoplatonica assumeva i connotati anche di una dottrina esoterica, è molto probabile che l'insegnamento di  Ipazia,  abbia avuto anche questa componente misterica e teurgica, riservata ai discepoli prediletti. Quindi ci troviamo lontani anni luce dal personaggio e dal contesto storico galileiano.

E’ altresì artificioso mettere in tensione le scienze filosofiche con  il pensiero della Chiesa alessandrina: quest’ultima,  realtà plurale rappresentata prima da Teofilo e poi da Cirillo, dirigeva la sua azione pastorale non contro l'insegnamento filosofico pagano,  ma nei riguardi delle eresie cristiane da un lato e del paganesimo popolare rituale dall'altro. Se poi si aggiunge che l'imperatore Costantino aveva a suo tempo introdotto l'istituto dell'episcopalis audientia, in forza del quale i vescovi cominciarono ad avere un peculiare ruolo giuridico nell'ambito delle controversie sociali, il quadro comincia a completarsi.  Da qui la complessità dell’azione di Cirillo: la lotta contro  gli eretici come i novazianisti o katharoi, la distruzione degli idoli nei templi pagani, il confronto-scontro con i Giudei,  il rapporto con la Polis e il potere politico in un'epoca di conflittuale transizione,  il ruolo dei parabalani. Quest'ultimi, oltre a svolgere opere di assistenza, è diffusa opinione tra gli studiosi che costituissero una sorta di servizio d'ordine del vescovo. 

La descrizione della causa scatenante l'omicidio nella fonte tardiva di Damascio, vale a dire l'invidia che prova il vescovo Cirillo quando si imbatte casualmente nella folla dei seguaci di Ipazia,  appare una rappresentazione ed esemplificazione aneddotica con tratti leggendari: improbabile che il vescovo della città non fosse già a conoscenza della fama e del seguito che aveva la filosofa e scienziata.

Damascio a questo proposito afferma che "la città la amava e la venerava (prosekynei) grandemente" (Suda, "Hypatia", Y 166,8 Adler); mentre Socrate Scolastico parla di lei  in questi termini: "tutti la rispettavano profondamente e ne erano impressionati" ( Hist. Eccl. VII,15,10).  Ma, allora, come mai Ipazia è stata uccisa ingiustamente e in modo così crudele?

Per definire il contesto di questo atto di terrorismo, gli storici hanno spesso parlato di «dramma»: questo termine sta ad indicare un genere letterario tipico dell’antica drammaturgia classica, che aveva dei compiti ben assegnati con dei personaggi fissi: un genere perciò solo apparentemente  neutrale, oggettivo e cronachistico. In questo "dramma" Cirillo (potere ecclesiastico),  Oreste (potere statale) e i Giudei (il coro) hanno dei ruoli schematicamente determinati.

Come è noto, i cittadini greci partecipavano alle rappresentazioni del genere letterario del "dramma",  in modo tale  che essi potessero  essere debitamente coinvolti, così da raggiungere  una adeguata presa di coscienza purificatrice della realtà, che era chiamata da Aristotele Catarsi.  In quest'ambito va valutato ciò che afferma lo storico romano d'Oriente Socrate Scolastico, il quale rende manifesto il punto di vista catartico delle Chiese cristiane non monofisite: “Questa vicenda  portò non poco sdegno contro Cirillo e contro la Chiesa di Alessandria: infatti nulla può essere più estraneo ai seguaci degli (insegnamenti) di Cristo che uccisioni, lotte e cose del genere.”

  Conclusione

In una fase di transizione storica ricca di incognite, conflitti e gelosie, molto probabilmente Ipazia divenne capro espiatorio di una male ispirata e poco acculturata frangia estremista, come il gruppo dei parabalani.

Non fu estranea in questa vicenda anche il rilevante ruolo pubblico che ella ricopriva, compresa quella di sacerdotessa della Sophia. Ipazia «...si presentava in modo saggio davanti ai capi della città e non si vergognava di stare in mezzo agli uomini perché a causa della sua straordinaria sapienza tutti la rispettavano profondamente...» (Socrate Scolastico).

Questa sua proiezione nell'agorà, questa sua libera esposizione politica e comunicativa, costituiva una sorprendente discontinuità con le antiche leggi scritte e non scritte che riguardavano il ruolo della donna nelle sedi pubbliche.

Ipazia non fu uccisa per le sue idee, ma per il suo ruolo che di fatto ricopriva nella polis: il cristianesimo non avversava infatti il neoplatonismo. Contatti tra la filosofia pagana e il cristianesimo erano frequenti e Plotino era uno degli autori con i quali la filosofia cristiana dialogava di più.

Maurizio Maugeri

 
 
 

Assisi, fede e laicità a confronto

Post n°69 pubblicato il 24 Agosto 2010 da maurizio.mgr
 
Tag: Assisi
Foto di maurizio.mgr

“Passione laica e profezia” nel campo della famiglia, della politica e della fede. Se ne parla alla Cittadella di Assisi, dove si svolge in questi giorni il 68° Corso di Studi Cristiani organizzato dalla Pro Civitate Christiana con la comunità di Bose e l’editrice Queriniana.

     Interrogarsi sulla laicità oggi è di grande attualità se pensiamo alla scelta coraggiosa di Obama di dare il via libera alla moschea a Ground Zero o al dibattito in corso sul testamento biologico. Sabato scorso ne hanno discusso il giurista Stefano Rodotà, il sociologo algerino Khaled Fouad Allam e monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso. 

    “Laico in quanto autonomo” ha esordito Rodotà citando una definizione di monsignor Luigi Bettazzi. Bregantini ha definito invece la laicità “il colore della vita”, aggiungendo però che “più forte è luce che viene dal cielo e più belli sono i colori”. Insomma, fede e laicità non sono contrapposte. Fouad Allam ha allargato il discorso all'Islam ricordandoci come purtroppo si stiano registrando dei passi indietro sulla laicità, praticata ad esempio a Baghdad nell'XI secolo quando c'erano ministri cristiani ed ebrei. “Se penso al velo islamico” ha detto Fouad: “Mio padre quando sposò mia madre nel 1947 le chiese di toglierselo, oggi accade troppo spesso il contrario”.

     La platea dei partecipanti, circa 300 persone da ogni parte d'Italia, si è scaldata poi nel pomeriggio di sabato con l'intervento del magistrato Francesco Forgione: “Non abbiamo bisogno di supereroi per combattere la mafia, ma di tante persone coraggiose che si ribellano al pizzo. Abbiamo bisogno di costruire un'antimafia sociale”.  

    Ieri ha approfondito il tema “Il cristiano e la polis” il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi. La Comunità  ha annunciato di aver acquisito il Monastero di San Masseo ad Assisi che, dopo i lavori di ristrutturazione già iniziati, ospiterà una nuova fraternità.   Oggi dibattito all'insegna dell'ecumenismo con una pastora battista, un archimandrita greco-ortodosso, un antropologo e una teologa morale, mentre domani si chiude all’insegna della passione politica con l'eurodeputata Rita Borsellino, Flavio Lotti, coordinatore della “Tavola della Pace” e Gian Enrico Rusconi, sociologo politico.


Gabriele Salari

 
 
 

Famiglia Cristiana critica il "metodo Boffo"

Post n°68 pubblicato il 24 Agosto 2010 da maurizio.mgr
 

Nell'articolo Beppe Del Colle prende di mira il presidente del Consiglio e le sue recenti esternazioni sui "formalismi costituzionali". ''Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate - qualora il piano dei cinque punti non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento - non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai 'formalismi costituzionali'". 

Un'affermazione che, prosegue il settimanale dei paolini, contraddice il dettato della Carta. "Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla 'sovranità popolare' che finora lo ha votato. La Costituzione in realtà dice: 'La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione'. Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro 'formalismo'''.

La regola del berlusconismo sembra avere una regola: "se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: "il metodo Boffo" (chi dissente va distrutto) è fatto apposta.

 
 
 

La volontà populista

Post n°66 pubblicato il 19 Agosto 2010 da maurizio.mgr
 
Foto di maurizio.mgr

Il «neo-populismo mediatico» è una forma di demagogia che fa un uso massiccio dei media. L'uso del dossieraggio e i risarcimenti dovuti alle cause giudiziarie perse per le querele di parte, vengono talora considerate "un investimento" ben riposto. Questo perchè, a fronte di un vantaggio politico-mediatico immediato, i tempi processuali italiani sono molto elevati rispetto alla media dei paesi  più sviluppati

 
 
 

Costituzione materiale e costituzione formale

Post n°65 pubblicato il 18 Agosto 2010 da maurizio.mgr
 
Foto di maurizio.mgr

Paolo Persichetti

Secondo le destre al governo l’Italia di oggi traverserebbe una fase di transizione delle regole costituzionali nella quale alcune norme della Costituzione non avrebbero più vigenza reale, ma sarebbero solo una mera eredità del passato, della Prima Repubblica, cioè di un sistema politico ancora imperniato sulla centralità dei partiti e del Parlamento. Modello oggi sostituito da un sistema bipolare e da una legge elettorale che indica il premier vincente. Questa guado istituzionale è stato da alcuni riassunto sotto l’espressione di “costituzione materiale” che – a detta degli esponenti della destra – dovrebbe imporsi sulla costituzione formale. Da qui il duro scontro con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha ribadito il suo ruolo di difensore e interprete del dettato formale della Costituzione, nella quale sta ancora scritto che egli resta il detentore del potere di scioglimento delle Camere, una volta verificata l’impossibilità di una nuova maggioranza di governo in sede parlamentare.
Ma cosa è questa costituzione materiale? La costituzione reale iscritta nei rapporti di forza di un Paese, si sarebbe detto in chiave marxista un tempo. La dottrina giuridica forgiò questa nozione per tentare di spiegare quella singolare forma statuale che si impose con l’avvento del fascismo e del nazismo. Regimi che salirono al potere aggirando i sistemi istituzionali in vigore, esautorandoli senza mai abrogarli formalmente. In Germania, Ernest Fraenkel parlò a tale proposito di “Stato duale”. La costituzione di Weimar venne legalmente disattivata grazie ad una clausola che ne prevedeva la sospensione. Da noi, invece, prese piede la nozione di costituzione materiale, che – ci ha spiegato il professor Gianni Ferrara – «servì a descrivere quel che avvenne sul piano istituzionale con l’avvento del fascismo. Opera del professor Costantino Mortati, pubblicata nel 1940, questo concetto ebbe il compito di definire quello che era successo in contrasto con lo Statuto albertino, cioè l’abolizione dei diritti dei cittadini, l’eliminazione della rappresentanza politica, la riduzione del Parlamento ad organo asservito a un dittatore».

Professor Ferrara, oggi è ancora possibile pensare ad una costituzione materiale in grado di sopravanzare la costituzione formale?
La costituzione materiale non è una costituzione. Le costituzioni sono atti normativi. Gli atti normativi sono formati da articoli. Gli articoli contengono disposizioni. Le disposizioni sono regole giuridiche che hanno forza legale. Chi evoca queste cose non sa nemmeno di cosa parla.

Eppure, professore, questa nozione è stata chiamata in causa nel dopoguerra per definire la cosiddetta “costituzione effettivamente vigente”. Cioè l’applicazione o la disapplicazione di parte della carta costituzionale, gli orientamenti interpretativi, le consuetudini, i principi suscettibili di revisione ecc.
Appena 4 anni fa un un comitato di cittadini indusse gli organi dello Stato ad un referendum costituzionale respingendo il tentativo di cambiamento della Costituzione. In quella legge di riforma costituzionale si prevedeva, tra l’altro, che il potere di scioglimento delle Camere fosse assegnato al capo del governo. Il popolo italiano l’ha respinta. Le tesi sostenute in questi giorni dagli esponenti del Pdl avrebbero avuto legittimità se nel 2006 il popolo italiano avesse approvato  quelle proposte. Ma il popolo italiano le ha respinte. Di quale costituzione materiale stanno parlano?Tacciano che è meglio. Siamo in presenza di un ignobile tentativo di condizionare il presidente della Repubblica.

E’ pur vero, professore, che l’attuale Costituzione non gode più di quel consenso ampio che sussisteva negli anni della Prima Repubblica, quando esisteva il cosiddetto “Arco costituzionale”. Oggi sono al governo forze politiche che gli erano estranee.
Questo non è vero perché noi abbiamo per la prima volta nella storia delle costituzioni una carta che dopo 50 anni dalla sua promulgazione è stata riconfermata col voto del popolo. Che ci sia una classe politica che voglia riformare la Costituzione è un qualcosa che depone contro questa classe politica e dimostra quanto questa volontà di stravolgimento del testo costituzionale non sia rappresentativa del popolo italiano, che invece si è espresso direttamente, chiaramente e nettamente.

 
 
 

Ubuntu 10.04 LTS

Post n°64 pubblicato il 30 Aprile 2010 da maurizio.mgr

Ubuntu 10.04 LTS è stato rilasciato.
Questa nuova versione è più semplice e maggiormente affidabile, con centinaia di miglioramenti tra cui un nuovo editor video, l'integrazione dei social network e una crescente selezione di software aggiuntivo.

 
 
 

L’involuzione liquida

Post n°63 pubblicato il 30 Aprile 2010 da maurizio.mgr
 

La crisi della politica in Italia è una crisi di modello, di distacco dai processi sociali e di rifugio in formule di organizzazione «liquida» che sviliscono i fenomeni di partecipazione democratica e in cui si annidano nuove e sempre più comuni forme di malaffare. Giuseppe de Rita, sociologo e Presidente del CENSIS, ci illustra le ragioni di questa involuzione, e le sue drammatiche conseguenze per il  tessuto democratico del nostro Paese.

Professor De Rita, perché a suo avviso, e contrariamente alla conventional wisdom, la crisi dell’economia è speculare alla crisi della politica?

giuseppe de ritaPerché la crisi obbliga la società a fare i conti con le miopie della politica. Le faccio un esempio. Stiamo assistendo alla graduale risistemazione dei rigonfiamenti, delle inefficienze, della scarsa competitività del terziario del nostro Paese. Una situazione determinata in gran parte dagli sforzi spesi in passato dalla politica per risolvere il problema della disoccupazione industriale e intellettuale. Senonché le soluzioni congiunturali hanno dato luogo a problemi strutturali, cui l’attuale processo di ristrutturazione sta lentamente ponendo rimedio in maniera invisibile, spontanea, molecolare. E non è soltanto un problema dimensionale: si è resa necessaria una ristrutturazione in senso qualitativo. Pensiamo alle banche che due anni fa, in piena gloria, procedevano comunque a ridimensionare i loro organici. Si potrebbe pensare che, ove la crisi avesse innescato una ristrutturazione del terziario, gli esuberi sarebbero dovuti aumentare. Eppure, ai tagli si è sostituita una conversione qualitativa che ha riportato le banche sul territorio. È bene quindi che la politica stia il più possibile a largo da questi fenomeni, limitandosi ad accompagnarli.

E quali sono gli sbocchi di una politica che non fa, o non può fare?

Ripiega sull’apparire. La società italiana di oggi vive di eventi e di opinioni, che si alimentano a vicenda. E molto spesso l’opinione diventa autonoma dall’evento stesso, succedanea o addirittura preparatoria. Pensiamo alla manifestazione preelettorale del PDL: l’evento ha innescato una raffica di opinioni, ma è stato al contempo l’epilogo di una deriva opinionistica incentrata sulla figura di Berlusconi. Tutto questo è profondamente deleterio, perché opinioni ed eventi sono effimeri e alla politica non resta che il fumo, la nebbia, l’indistinto. E in questo processo è senza dubbio centrale il ruolo dei mezzi di intermediazione, come la televisione, attraverso cui si crea l’illusione di una relazione che invece è mero flusso. Per ora, l’unico antagonista di questa dinamica è il «tam tam»: parlando col vicino o con il collega d’ufficio si esprime qualcosa e si crea relazione, altrimenti il rapporto evento-opinione finisce per cannibalizzare la politica e la società.

Dunque l’affermazione del modello di leadership carismatica in Italia parte da queste dinamiche.

Certamente. Il leader carismatico nasce in assenza di dimensioni intermedie, di livelli di riflessione collettiva che non siano la piazza, e quindi l’evento. Non nasce nel partito organizzato di massa. Nel PCI e nella DC i leader c’erano eccome, ma al vertice di partiti-organizzazione che godevano di un’articolazione capillare nella società, con cui vi era un rapporto dialettico e a cui erano tenuti a rispondere. Con la fine dei partiti tradizionali si parte alla ricerca disperata di una personalizzazione del potere perché viene meno questa struttura, a cui si sostituisce l’opinione pubblica e la sua esaltazione. Ma il partito d’opinione porta frutti avvelenati, non realtà moderne.

Secondo lei i nuovi media possono fornire uno spazio di fuga da questa deriva?

Il vero problema è che evento e opinione hanno spazzato via tutta la parte intermedia della formazione dell’opinione e degli interessi. Evento ed opinione insieme hanno reso desueti il Parlamento, i gruppi parlamentari, i sindacati, perché tra un evento e l’altro, tra una campagna d’opinione e l’altra, non c’è tempo per far maturare dei corpi intermedi che rappresentino interessi veri e identità precise. Non sono un esperto di social network e di blog, ma la mia tentazione sarebbe quella di valutare quanto siano in grado di costruire, appunto, tessuto intermedio. Ma se dai nuovi media emerge un rapporto di comunicazione pura, senza sostenere una evoluzione strutturale e organizzativa di corpi intermedi, allora non credo che possano cambiare sostanzialmente il quadro.

Al mutamento della politica è seguita anche l’evoluzione strutturale del malaffare. In una recente intervista a «La Stampa», lei ha detto che «siamo passati dalla maxi-tangente Enimont al piccolo appalto». Perché?

Anzitutto perché la maggior parte dei grandi interessi sono fuori dall’Italia. Giocano su altri fronti. Cosa resta allora? Che i veri interessi sono quelli della spesa pubblica: delle regioni, della Protezione Civile, dei vari ministeri. E siccome sull’osso c’è poca carne, si scatena un vortice competitivo che porta al dilagare di fenomeni di corruzione come quelli che emergono dalle ultime inchieste della magistratura. Mi ha colpito, ad esempio, il linguaggio dei personaggi coinvolti nell’inchiesta sugli appalti della Protezione Civile. Sono fiorentini, calabresi, campani, molisani: ma dalla lettura delle intercettazioni ci si accorge che parlano tutti un romanesco molto stretto. Sembra che abbiano mutuato il modello del cosiddetto «generone»: una cultura di affari che si basa quasi esclusivamente sulla costruzione di un sistema di relazioni. Soltanto che al di fuori dell’Italia questo sistema serve a ben poco.

 
 
 

Un cambio di look per Ubuntu

Post n°62 pubblicato il 09 Aprile 2010 da maurizio.mgr
Foto di maurizio.mgr

Da "Human" a "Light": tra poche settimane verrà ufficialmente inaugurato il nuovo stile grafico di Ubuntu, guidato dal tema "Luce", quest'ultimo da intendersi come calore, chiarezza e valore del buon software. Si può definire "Ligt" in quanto, oltre a trasmettere la sensazione di "luminosità", è anche "leggero", nel senso che utilizza le risorse in maniera efficace: corre veloce e può facilmente essere configurato secondo le proprie necessità. Ubuntu 10.04 sarà dal punto di vista grafico e del nuovo logo proposto, una versione LTS con una forte discontinuità con i programmi e i sistemi operativi proprietari, che richiedono molte risorse di sistema. Al contempo questo cambio sarà anche un'opportunità, per la gioia di coloro che usano il computer prevalentemente per lavoro o per passatempo. E' ancora troppo presto per trarre delle conclusioni definitive, ma le premesse fin qui analizzate fanno ben sperare. Ubuntu ha visto, in tutti questi anni, a partire dal fatidico anno di grazia 2004, una costante crescita tra cambiamenti, bug da correggere e versioni stabilmente supportate. All'inizio era un piccolo progetto con forti ambizioni e una manciata di sviluppatori, ora è una realtà globale di tutto rispetto, con una comunità di appassionati in espansione. Alcune immagini in anteprima del nuovo stile e del rinnovato logo per la Lucid Lynx, si possono vedere sul wiki di Ubuntu; mentre ulteriori approfondimenti sul cambio di look, sono reperibili sul blog di Mark Shuttleworth e su quello di Jono Bacon.

 
 
 

Ubuntu 10.04 sta arrivando!

Post n°61 pubblicato il 09 Aprile 2010 da maurizio.mgr
Foto di maurizio.mgr