Creato da corriereonline il 13/02/2008

CorrieredelMatino

Giornale Italiano

 

 

CORRIERE DEL MATTINO ONLINE

Post n°1511 pubblicato il 26 Luglio 2009 da corriereonline
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IL CASORimini si arrende agli abusivi
«I turisti sono con loro»E l'assessore affronta i bagnanti: via chi insulta i vigili

DAL NOSTRO INVIATO RIMINI — Al suk 110, pardon, al Bagno 110 di Rivazzurra, gli abusivi calcolano tutto. Persino il vento. «Quando c'è scirocco, che porta alta marea, per noi diventa un problema: c'è meno spiaggia, meno spazio per le nostre merci» spiega Abutil, marocchino che vende braccialetti, mentre la moglie fa treccine, e a Rimini fanno stagione da un paio di anni, praticamente una piccola azienda familiare nel più assoluto abusivismo naturalmente.

 
Oggi non c'è scirocco: sarà
per questo che per vedere il mare bisogna prima superare una, due, tre file di bancarelle, un caleidoscopio di razze e idiomi. Alcuni espongono la merce su enormi lenzuola, i più evoluti su tavolozze di legno sostenute da scatoloni di cartone. Tutto rigorosamente contraffatto. Prezzi stracciati. Successo garantito: venghino, venghino signore e signori. Eccome se vengono, turisti e bagnanti. Alla faccia delle multe, che sarebbero anche salate. Due giorni fa a Miramare, qui vicino, una signora s'è vista rifilare dai vigili urbani una botta da 1.000 euro per aver acquistato merce taroccata. Ma non capita spesso, e infatti la cosa ha fatto notizia. «Sì, ho letto, in realtà nessuno controlla», alza le spalle una signora milanese che ha appena comprato un cinturone, mentre altre aspettano il turno. È la vittoria degli abusivi, perlomeno a Rimini. Chi li ferma più? «Facciamo il possibile, ma è una battaglia persa», ammette sconsolato l'assessore alla Sicurezza, Roberto Biagini, pd, lo stesso che una manciata di giorni fa, saputo che una pattuglia di vigili era stata pesantemente insultata da alcuni bagnanti durante un'operazione contro gli abusivi, si è esibito in un'invettiva anti-turisti che non ha precedenti nella storia della riviera romagnola, dove il cliente è sacro. «Non abbiamo bisogno di questa gente e delle loro volgarità — ha tuonato Biagini —: andatevene, tornatevene a casa, boicottateci per favore!».

Pare che in giunta, a cominciare dal sindaco Ravaioli, non tutti abbiano apprezzato. Ma l'assessore non è pentito: «Eh no, c'è un limite a tutto. Passi che la gente continui a comprare dagli abusivi, affossando l'economia, ma che insultino i tutori dell'ordine, questo no, così salta tutto. Anche perché poi, molto spesso, sono gli stessi che a casa loro tempestano di telefonate i vigili se solo uno straniero entra nel loro giardino...». Un circolo vizioso: la gente compra, i pataccari dilagano. I controlli? Cifre ridicole. La squadra antiabusivismo di Rimini conta 25 vigili urbani, che dovrebbero controllare una costa di 15 chilometri, da Torre Pedrera a Miramare, un rosario di 230 bagni. Biagini: «Impresa disperata». Eppure a Riccione la guerra agli abusivi sta dando risultati. L'assessore: «È vero, ma hanno solo 5 chilometri di costa...». Il centrodestra, che è all'opposizione, non ci sta: «Questa giunta non ha mai affrontato la questione — dice il capogruppo del Pdl, Alessandro Ravaglioli —. Ha tollerato a lungo, subendo i condizionamenti di Rifondazione comunista, ora Biagini fa quello che può». Alla Confcommercio, 3.000 associati, non si fanno illusioni: «È peggio degli altri anni, colpa anche della crisi: molti immigrati, finiti in cassintegrazione, si sono riversati in spiaggia alla ricerca di due soldi» afferma il presidente Alessandro Andreini, che sta pensando di incanalare la rabbia dei commercianti in una manifestazione sul lungomare. L'altra mattina, al Bagno 107, a Rivazzurra, la scena era questa: 4 vigili urbani alle prese con 97 venditori abusivi. A volte finisce a spintoni e urla. Molto più spesso, però, gli abusivi, avvertiti dalle «sentinelle» che presidiano il lungomare, si dileguano prima dell'arrivo degli agenti. «Partita persa — dice Guido Menozzi, presidente del sindacato dei balneari —: ci sono venditori che a forza di patacche hanno un giro da 20 mila euro all'anno...».

Francesco Alberti
26 luglio 2009

 
 
 

CORRIERE DEL MATTINO ONLINE SPA.

Post n°1510 pubblicato il 26 Luglio 2009 da corriereonline
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La denunciaMilano senza sogni, una città amaraIndifferenza, razzismo, traffico, inquinamento: così la metropoli perde l'anima

P er raccontar Milano è bene partire dal basso, dai marciapiedi, più che dalle alte vette, il primato sociale e civile dato una volta per scontato o la capitale morale andata in frantumi come un vaso di terraglia. I marciapiedi, dunque, quasi tutti rotti, rappezzati, simili a mantelli di Arlecchino, tra crepe, buchi e strisce d'asfalto, coi cordoli di antica pietra gettati via, lo sporco della città che s'infiltra tra le fessure e i sassi malamente mescolati alla sterpaglia. Nessuno controlla più quel che fanno i posatori. Questo non succede in periferia, a Baggio, a Cernusco sul Naviglio, a Cinisello, dove forse le cose vanno un po' meglio, ma nel centro colto della città, di fianco alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, per esempio, dove già di prima mattina i cinesi e i giapponesi si mettono in coda per vedere il Cenacolo di Leonardo e poi vanno a comprare i souvenir dal cartolaio di via Ruffini, davanti alla scuola che ha appena compiuto cent'anni di età.

Milano
Milano
Nessuno sembra scandalizzarsi dell'incuria,
neppure i frati che si incontrano lì intorno, eredi dei terribili inquisitori del Seicento, con indosso il maestoso saio bianco. Le strisce pedonali, da anni, sono diventate invisibili o quasi, l'illuminazione sembra una burla da lunapark. In certe strade le lampade sono gialle, su due file, in altre bianche o azzurrognole, al neon, su una sola fila, chissà perché. Se poi si alza la testa oltre i tetti si vede l'altra città cresciuta a dismisura, popolata dalle nuove «cappuccine», abbaini di basso rango, una volta, destinati alle domestiche fedeli, cui toccava però l'onore di venir seppellite nella cappella di famiglia, divenuti ora — dono di una compiacente legge regionale — simbolo delle squisitezze della postmodernità padronale. Che cosa è accaduto a Milano in questi decenni? Il degrado non riguarda soltanto i marciapiedi rappezzati, naturalmente, e neppure i tram che funzionano male, il traffico paralizzante, l'aria avvelenata. Riguarda l'intera comunità, indifferente, passiva. Si è smarrito lo spirito solidale, simbolo della città, persino nelle sue canzoni. A Milano venivano a lavorare tutti, senza alcuna discriminazione. Non comparvero mai sui portoni, come a Torino negli anni Sessanta, quei cartelli oltraggiosi, «Non si affitta ai meridionali». Non è più così, il razzismo è diventato roba di casa, vengono proposte le carrozze separate sulla metropolitana — i bianchi e i neri, i locali e gli oriundi — mentre uomini politici della Lega intonano indecenti ritornelli che sbeffeggiano i napoletani. (In nome dell'idea di nazione). Sembra, e va detto con accoramento, con pena, che sia affiorato il peggio nascosto nelle viscere.

L'unica voce di umano buonsenso pare quella dell'arcivescovo Dionigi Tettamanzi. Nel Novecento, orribile secolo di conflitti e di violenza, tra la Shoah e la bomba atomica, è successo di tutto e il primo decennio del nuovo secolo non sembra portatore di giustizia e libertà. A Milano i momenti di fervore, dopo la Seconda guerra mondiale, furono probabilmente tre: la ricostruzione, anche se già segnata dagli interessi speculativi; gli anni del centrosinistra quando Milano fu motore di proposta e di ricerca; subito dopo la strage di piazza Fontana, nel 1969, che vide la città affratellata nella tragedia. Nel tempo del terrorismo punteggiato dai funerali delle povere vittime, Alessandrini, Calabresi, Galli, Tobagi, tra gli altri, Milano tiene. Poi tutto si sfalda. Dalla «Milano da bere» degli anni craxiani, gran finzione di un lucente mondo corrotto, al ciclone di «Mani pulite». La città, nel 1992, si sente vendicata. L'immagine dei rappresentanti di tutti i partiti politici seduti intorno allo stesso tavolo a dividersi le mazzette della corruzione secondo il proprio peso politico resta negli occhi e nella mente. L'indignazione, però, dura poco. I sodali dei corrotti hanno la meglio malgrado la grande ruberia scoperchiata. Vengono dimenticati alla svelta gli imprenditori, i politici, gli amministratori, gli affaristi in gran quantità, in fila per confessare i loro peccati e avere qualche sconto di pena, davanti alle porte degli uffici della Procura della Repubblica. I magistrati, applauditi fino a poco prima, diventano i carnefici, giustizialisti senza cuore e senza cervello. Quel che accadde allora pesa ancora oggi. Ci fu infatti, da parte della comunità, il rifiuto di discutere e di discutersi per tentar di capire le ragioni di quel che era successo. Il problema non era soltanto giudiziario, riguardava la struttura dell'intera società, la cultura diffusa, i comportamenti, il merito e il demerito, i criteri di selezione della classe dirigente, questioni irrisolte ed essenziali.

Tutto era accaduto in una città dove la morale collettiva aveva profonde radici, dove, fin dai tempi dell'imperatrice Maria Teresa, fiorì una buona amministrazione, dove il socialismo primonovecentesco aveva dato vita a modelli comunitari d'avanguardia, le scuole d'arti e di mestieri, la società Umanitaria, le case popolari nel centro della città, i quartieri operai ben costruiti — il villaggio Falck — le associazioni di mutuo soccorso, tutto quanto poteva rendere meno greve la vita degli umili manzoniani. E oggi? È mutato l'assetto sociale, in pochi anni si è passati dalla durezza del mondo contadino alle costrizioni dell'industria manifatturiera al terziario fino alla generazione di Google, quella che scrive x invece di per e 6 invece di sei. In un tempo non lontano l'incontro politico, civile, soprattutto umano, tra una classe imprenditrice capace, che ha avuto fede in se stessa, senza dimenticare del tutto il prossimo, e una classe operaia di alto livello professionale ha impedito, mescolando culture e esperienze, che nascessero fascismi e razzismi. Ora gli imprenditori si sono assottigliati trasformandosi in finanzieri e in immobiliaristi, gli operai sono calati di molto, le grandi fabbriche non esistono quasi più così com'erano fino agli anni Ottanta. E, quel che forse più conta, sono scomparsi anche i luoghi di aggregazione, le sezioni sindacali e quelle dei partiti di massa, dentro e fuori le aziende, e anche gli oratori delle parrocchie hanno una minore forza di attrazione. Un buco nero. La società si è impoverita, gli uomini e le donne sono più soli, la tv, così manchevole, ha la funzione di una specie di scuola dell'obbligo.

L'Expo 2015 è diventato a Milano quasi un miraggio, la soluzione per tutti i mali, la panacea. Ma i più dei cittadini sanno vagamente di che cosa si tratta — l'alimentazione — anche se hanno seguito le penose polemiche per la conquista delle poltrone, durate un anno, che fanno persino rimpiangere la Prima Repubblica e il famoso manuale Cencelli. Si è capito anche che l'imperativo categorico, quasi un'ossessione, è costruire, la manna moltiplicatrice di soldi. Per chi non si sa, visto che i portoni delle case sono pieni di cartelli, «vendesi», «affittasi», e non pochi, soprattutto giovani, in questi anni se ne sono andati a vivere fuori città dove i prezzi sono più clementi. Un editto li obbligherà a tornare? E a nessuno viene in mente di consultare i magistrati della Direzione antimafia, profondi conoscitori della 'ndrangheta calabrese, una tra le aziende leader della città, in attesa di saltare su appalti e subappalti dell'edilizia, vista la sua liquidità senza fondo? (I nuovi capi sono i figli acculturati dei mafiosi di Africo, di Platì, di San Luca di trent'anni fa). È mancato, da parte dell'amministrazione comunale, infinitamente distante non solo per quanto riguarda l'Expo, un coinvolgimento con l'intera comunità, una gestione più aperta, più democratica, più disponibile, meno gelida e più umana di una città una volta ironica, affettuosa e ora incattivita, nevrotizzata. È inutile l'ottimismo di maniera. Non è preferibile dir le cose come stanno cercando di far funzionare meglio quel meccano complesso che è oggi una grande città?

Corrado Stajano
26 luglio 2009

 
 
 

CORRIERE DEL MATTINO ONLINE

Post n°1509 pubblicato il 26 Luglio 2009 da corriereonline
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dopo uno scontro verbale»

Terremoto nel governo iraniano: Ahmadinejad rimuove quattro ministriSi tratta dei titolari della Cultura, dell'Informazione, del Lavoro e della Sanità

 Il ministro della cultura Mohammad-Hossein Saffar-Harandi (Afp)
Il ministro della cultura Mohammad-Hossein Saffar-Harandi (Afp)
TEHERAN- Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha «rimosso dai loro incarichi» quattro ministri. Si tratta dei ministri della Cultura, dell'Informazione, del Lavoro e della Sanità. Lo hanno riferito i media iraniani. Secondo l'agenzia Mehr, che cita una «fonte ben informata», il «ministro dell'Informazione, Gholamhossein Mohseni Ejeie, è stato rimosso dal suo incarico dopo uno scontro verbale durante la riunione del governo di mercoledì, in cui si è discusso delle nomina di Esfandiar Rahim Mashaie a primo vicepresidente». L'agenzia non precisa invece il motivo del siluramento dei ministri della Cultura Hossein Safar Harandi, del Lavoro Mohammad Jahroni e della Sanità Kamran Bagheri Lankarani. Secondo la rete televisiva ufficiale in lingua inglese Press-Tv i ministri rimossi sono tre (Cultura, Informazione e Lavoro). Mashaie, che è consuocero del presidente Ahmadinejad, si è dimesso ieri dall'incarico di vicepresidente. La sua nomina a primo vicepresidente aveva provocato duri attacchi contro il capo dello stato dalle frange più conservatrici che gli contestavano di aver detto, nel luglio 2008, che l'Iran è «amico del popolo americano e del popolo israeliano». Dopo le dimissioni comunque, Ahmadinejad lo ha nominato suo consigliere e capo del suo ufficio.


26 luglio 2009

 
 
 

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Post n°1508 pubblicato il 26 Luglio 2009 da corriereonline
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IL DOSSIERESalute, conti a posto solo per 5 Regioni
E al Nord Veneto e Liguria sono in rossoAnche la Calabria a rischio commissario. Il disavanzo totale è di 3,9 miliardi: 3,2 al Centro Sud

ROMA — Dopo Lazio, Abruzzo, Campania e Molise, la prossima Regione a subire il commissariamento della Sanità potrebbe essere la Calabria. È quanto si ricava dal dossier informale che i tecnici del ministero del Welfare hanno elaborato per fare il punto sui sistemi sanitari regionali, sia dal punto di vista degli equilibri di bilancio sia da quello dell'efficienza delle prestazioni. Il quadro, come è già stato anticipato l'altro ieri dal governo a commento della decisione di commissariare Campania e Molise, è «devastante», in particolare per i deficit accumulati dalle Regioni del Centro-Sud, che sembrano destinati ad aggravarsi nel 2010. +

Problemi anche al Nord

La spesa sanitaria, scrivono gli esperti che lavorano nel ministero guidato da Maurizio Sacconi, impegna quasi l'80% del bilancio delle Regioni e quindi la salute finanziaria delle stesse dipende dalla capacità di contenere il deficit in questo settore. Nel 2008 ben 14 Regioni (più la provincia di Trento) hanno chiuso i conti sanitari con un disavanzo strutturale. Solo 5 Regioni (più la provincia di Bolzano) in attivo: Lombardia (9,7 milioni), Friuli (6,6), Toscana (7,4), Umbria (20,1) e Marche (21,7). La classifica delle Regioni in rosso è guidata dal Lazio con 1,6 miliardi. Nelle prime posizioni troviamo poi: Campania (-554 milioni), Piemonte (-363), Sicilia (-350), Puglia (-211), Veneto (-201), Calabria (-159), Liguria (-111), Sardegna (-109), Abruzzo (-99), Molise (-80) ed Emilia Romagna (-37). Complessivamente, il disavanzo strutturale nazionale ammonta a 3,9 miliardi, dei quali 3,2 si concentrano nel Centro-Sud. Ma la cosa più preoccupante, aggiungono i tecnici, è che la spesa sale «negli ultimi anni a ritmi del 4-6%», molto più dell'inflazione. Considerando che il Fondo sanitario nazionale, che nel 2009 è stato di 102,6 miliardi, salirà nel 2010 di appena 1,3 miliardi, la situazione potrebbe appunto diventare «devastante».

Il caso Calabria

Negli ultimi dieci mesi si sono svolte numerose riunioni ai tavoli tecnici tra governo e Regioni sotto osservazione. Alla fine il giudizio è stato del tutto negativo per Molise e Campania, commissariate l'altro ieri dal consiglio dei ministri, e per la Calabria, che potrebbe presto subire la stessa sorte. Questo significa che i piani di intervento decisi dalle istituzioni regionali non sono stati ritenuti dal governo idonei a risanare i conti. In particolare, per la Calabria «risultano non coperti per il 2007 e il 2008 ben 45,89 milioni di euro». I disavanzi, si sottolinea nel rapporto, «non possono essere coperti con ulteriori manovre fiscali» di inasprimento di Irap e Irpef. Le manovre di rientro non paiono inoltre credibili, si aggiunge, a causa della «inaffidabilità dei sistemi contabili regionali e quindi dei sistemi informativi». Mancherebbe insomma un bilancio sanitario attendibile.

Due anni per i pagamenti

Sugli squilibri contabili delle Regioni sotto osservazione pesa anche il livello di indebitamento nei confronti delle aziende fornitrici delle Asl. Si tratterebbe, solo verso i fornitori di tecnologie, di 5 miliardi di euro. Il debito si accumula anche a causa dei forti ritardi con i quali le aziende vengono pagate. A livello nazionale la media è di 287 giorni, cioè nove mesi e mezzo. Ma in Molise la media è di quasi due anni (668 giorni) e così anche in Calabria (661) mentre in Campania per incassare una fattura le imprese aspettano mediamente 611 giorni. Appena un po' meno nel Lazio (478 giorni) e in Puglia (403).

Ospedali scadenti

La Calabria e la Campania, scrivono i tecnici, «hanno i case mix (indice che misura la complessità dei casi trattati) più bassi d'Italia, a riprova della scadente qualificazione tecnologica professionale (salvo lodevoli eccezioni, che ci sono) delle strutture ospedaliere». La complessità dei casi trattati nel Centro-Sud è «mediamente del 15-20% inferiore alla Lombardia e del 10% alla media nazionale». Fanno parzialmente eccezione i dati del Lazio, grazie alle strutture ospedaliere e ai policlinici universitari della capitale, e del Molise, grazie ad alcuni ospedali privati. Nelle regioni del Centro-Sud la degenza media pre-operatoria, «che evidenzia la tempestività ed efficacia della diagnosi e degli accertamenti è mediamente superiore del 20-30% al dato nazionale pari a due giorni». Inoltre, sempre in confronto ai dati del Nord, si vede «con chiarezza» nel resto del Paese «il sovradimensionamento della rete ospedaliera e i conseguenti ricoveri anche per pazienti che potrebbero essere tratti con minori costi in strutture extraospedaliere o domiciliari». Carenti, invece, le strutture di riabilitazione e quelle per i lungodegenti.

Pochi day hospital e letti per anziani

Nel Centro-Sud le prestazioni in regime ambulatoriale o di day surgery (chirurgia giornaliera) sono di un terzo inferiori a quelle effettuate nel Nord in rapporto al totale dei ricoveri. L'altra faccia di questa «iperdotazione ospedaliera generalista», dicono gli esperti, è la «gravissima carenza» di posti letto specifici per gli anziani e di strutture per l'assistenza domiciliare, che consentirebbero di curare i pazienti con minori costi. Scontato che, in conseguenza di un sistema meno efficiente, nel Mezzogiorno (con l'eccezione di Abruzzo e Molise) si registri un «indice di fuga elevato» per farsi curare a Roma o al Nord.

Enrico Marro
26 luglio 2009

 
 
 

CORRIERE DEL MATTINO SPA.

Post n°1507 pubblicato il 26 Luglio 2009 da corriereonline
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Il ministro della Difesa, La russa: «Siamo in una fase estremamente pericolosa»Afghanistan, feriti 3 militari italianiDue attacchi a Herat e Farah, , nessuno è in pericolo di vita. Bossi: «Missione costosa, li porterei a casa tutti»

Militari italiani di pattuglia a Herat (Ansa)
Militari italiani di pattuglia a Herat (Ansa)
MILANO - Un attacco con un ordigno esplosivo avvenuto nel tardo pomeriggio di sabato contro una pattuglia di militari italiani in Afghanistan ha causato due feriti. L'esplosione è avvenuta al passaggio di un mezzo blindato Lince vicino ad Herat, nell'Ovest del Paese. In un primo tempo si era diffusa la notizia che i militari rimasti contusi fossero quattro, ma poi una nota ufficiale del comando militare italiano ha ridimensionato la notizia. La pattuglia si trovava nella località di Adraskan, a circa 60 km da Herat, quando ha subito l’attacco. «L’ordigno era posizionato in una moto parcheggiata al margine della strada ed è stato attivato con un congegno a distanza - spiega la nota -. "I militari, insospettiti, si sono spostati nella carreggiata opposta e, con questa manovra, hanno fatto sì che l’esplosione coinvolgesse il mezzo in maniera parziale». Il comunicato riferisce che nel ribaltamento del mezzo, «sono rimasti lievemente contusi due dei nostri militari, che sono stati soccorsi e sono ora ricoverati nell’ospedale militare di Herat e dichiarati guaribili in pochi giorni».

L'ATTACCO DI FARAH - Non è stato l'unico episodio della giornata in cui sono rimasti coinvolti soldati del contingente italiano, che nel Paese dispiega un contingente di 2.800 unità. Un altro militare - un bersagliere - è stato ferito in un attacco nell'area di Farah, nell'ovest dell'Afghanistan. Non è in pericolo di vita, ha riportato la frattura dell'ulna del braccio destro. «Questa mattina - ha spiegato il maggiore Marco Amoriello, portavoce del contingente - un'unità complessa, composta da personale del 187esimo Reggimento Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri è stata attaccata nei pressi del villaggio di Bala Boluk, a circa 50 chilometri a nord di Farah, mentre svolgeva una operazione congiunta con le forze di sicurezza afghane per il controllo del territorio». La reazione dei militari italiani è stata «immediata: nell'area sono stati anche inviati sia degli aerei della coalizione per il supporto ravvicinato che gli elicotteri italiani A 129 Mangusta. Data la tipologia dell'area - prosegue Amoriello - l'intervento degli aerei è stato evitato e si è preferito far intervenire gli elicotteri i quali hanno potuto supportare con le armi di bordo l'azione dei nostri militari sul terreno, favorendo dopo quasi cinque ore di scontri lo sganciamento delle nostre truppe, che hanno poi proseguito l'azione preventivamente pianificata con le forze afghane». Il militare è stato immediatamente soccorso ed evacuato in elicottero presso l'ospedale militare di Farah. Le sue condizioni non sono gravi e verrà dimesso entro pochi giorni.

«FASE ESTREMAMENTE PERICOLOSA» - Il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, esprime ai militari italiani feriti oggi in Afghanistan gli auguri suoi personali e dell'intera Camera dei deputati di una pronta guarigione. Il Presidente conferma al tempo stesso la vicinanza a tutti i nostri soldati impegnati in questi giorni ad affrontare una recrudescenza delle attività ostili nel difficile teatro afghano. Messaggi di solidarietà sono stati inviati anche dal presidente del Senato, Renato Schifani, e dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Quest'ultimo ha sottolineato «come questa sia l'ennesima conferma della fase estremamente pericolosa» che si sta vivendo nel paese «per la frequenza degli attacchi». Una fase, ha aggiunto, «che ho potuto verificare nella recente visita in Afghanistan dalla quale sono emerse precise indicazioni su come rafforzare la sicurezza dei nostri soldati nelle fasi operative».

BOSSI: «LI PORTEREI A CASA TUTTI» - Estremamente critica la posizione di Umberto Bossi, ministro per le Riforme e leader della Lega Nord: «Io li porterei a casa tutti. La missione costa un sacco di soldi e visti i risultati e i costi bisognerebbe pensarci su». Il commento è arrivato a margine della serata per la selezione di Miss Padania. «Secondo me - ha aggiunto Bossi - è necessario spendere il meno possibile anche se è chiaro che in Afghanistan c'è un problema internazionale che non è così semplice da risolvere». Ma è lo stesso ministro La Russa a replicare alle parole del Senatùr: «torneranno indietro quando avranno concluso l’obiettivo della missione». «Se pensassi da papà, come ha pensato Bossi, l’idea di riportare a casa i militari italiani sarebbe il primo sentimento, ma da ministri, come Bossi, sappiamo che i ragazzi della Folgore e delle Forze armate in Afghanistan portano avanti un compito irrinunciabile, imprescindibile e importante».


25 luglio 2009(ultima modifica: 26 luglio 2009)

 
 
 
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