corvo rosso

Battere la camorra per non soccombere


 Ieri. Notizie dal fronte. Primo. Ennesimo delitto di camorra con vittima innocente, il papà di una collega. Mary Liguori era stata chiamata dalla redazione de Il Mattino per andare a “coprire”, come si usa in gergo giornalistico, un agguato con morto in provincia di Napoli. Era proprio nel suo comune, San Giorgio a Cremano. Duplice omicidio. Con la prontezza della cronista, Mary scende di casa taccuino alla mano. Una delle vittime è il papà. Vincenzo Liguori 57 anni, un onesto lavoratore finito nel mirino dei killer perché aveva assistito all'omicidio di Luigi Formicola, 56 anni, noto alle forze dell'ordine per estorsioni. Secondo. La Cassazione ha cancellato gli ergastoli ai responsabili dell'omicidio di Giuseppe Riccio, il giovane pizzaiolo ammazzato nel corso di un raid in un ristorante di Capodichino nel dicembre del 2005. Era anche lui una vittima innocente. Sono passati sei anni e Giuseppe è stato ucciso per la seconda volta. I due fatti sono distinti ma li lega la circostanza che fanno parte di una dimensione criminale nella quale Napoli si trova da sempre e nella quale rischia di soccombere come comunità civile. Che la camorra uccida anche gli innocenti non è una novità e che la giustizia usi a volte, a sproposito, più il guanto di velluto che il pugno di ferro, pure. La sensazione è che ci sia una sottovalutazione generale delle condizione in cui ci troviamo. La sicurezza e la legalità a Napoli non sono garantite, praticate, sanzionate adeguatamente. Spesso usiamo la tolleranza per scaricare la nostra coscienza e non ci rendiamo conto che siamo vicinissimi ad un punto di non ritorno. Ci vorrebbe una stretta di freni. Intendiamoci, contro la criminalità questo governo ha fatto più di ogni altro ed il ministro Maroni, le forze dell’Ordine, la Direzione antimafia, hanno grandi meriti, si veda la repressione dei casalesi. Solo che la camorra si riproduce alla velocità del suono e, soprattutto, penetra nel costume, nella cultura, nei comportamenti, rendendoci diversi anche nei modi di fare, nel linguaggio, nel modo di pensare. Insomma è un virus che richiederebbe una terapia radicale ed una concomitante vaccinazione di massa. Non le aspirine con cui tentiamo di infastidirla. Ma per questo occorrerebbe una determinazione, una organizzazione ed una efficienza, che francamente non si vedono da nessuna parte. Per esempio, non si capisce perché non chiedere l’aiuto dell’Esercito per presidiare strade e quartieri a rischio. Non si comprende perché non si vari un moderno piano di lotta alla criminalità sul modello anglosassone, con azioni tese a sfoltire il brodo di coltura, l’ambiente, in cui la camorra prospera. Perché, ad esempio, non si usi la leva fiscale, non si attuino controlli a tappeto su famiglie, clan, attività. Di questo non do la colpa a nessuno perché sarebbe facile attribuirne secondo il costume nazionale. Lo scaricabarile non serve. La sensazione però è che nel mezzogiorno, al di la delle parole, dello sdegno formale, della momentanea indignazione per il singolo fatto di sangue, manchi la volontà di liberarsi una volta e per tutte del cancro del quale stiamo morendo. Forse perché ci siamo assuefatti, perché l’illegalità offre più convenienze, più comodità, perché la tolleranza è meno impegnativa del rigore. In questo modo ci condanniamo a non avere futuro, a restare isolati dal resto del Paese, a morire lentamente. Da qualche parte dobbiamo pur trovare la forza per il nostro riscatto.