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Creato da: sareva82 il 29/06/2009
commedia romantica in ospedale vista mare

 

 
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Post n°40 pubblicato il 23 Agosto 2009 da sareva82

Continuo a non avere la forza di respirare e sono costretta ad andare a lavorare perché il maledetto ha minacciato di spedirmi davanti al magistrato se oserò mandare un certificato medico. Secondo lui si può lavorare con solo tre milioni di globuli rossi in corpo. Mentre lo diceva gli ho guardato le basette: scomparse completamente. Quando si trasforma in Forrest Gump vuol dire che ha raggiunto un significativo grado di pazzia quindi non è il caso di contraddirlo.

Nel tentativo di tirarmi su le Coccinelle mi presentano a bruciapelo Giulio, un radiologo che lavora presso una casa di cura tra i monti.

Costui è alto e atletico. Ha capelli castani, occhi scuri, un bel viso dai tratti fanciulleschi, un sorriso aperto e una dentatura perfetta. E’ colto, intelligente e profondo. Legge, studia, scrive odi foscoliane in onore di colleghi e amici, è spiritoso, ama viaggiare, sa apprezzare un buon film ed è separato. Conclusione: è troppo. Troppo perbene, troppo limpido, troppo tutto. Diciamo che se uno pensa a una relazione con lui la immagina esattamente come un film americano con James Stewart di quelli che Retequattro trasmette nel primo pomeriggio. Lui buono, educato, d’animo nobile, privo di intestino e capace di usare le posate da frutta, ovviamente di metallo pregiato. Lui, il marito ideale, l'archetipo, quello che qualunque madre avrebbe voluto (e chissà forse vorrebbe) per la propria figlia, l'unico a cui ogni figlia avrebbe dovuto e potuto aspirare  e per farlo la conditio sine qua non era l'adesione a un modello di donna altrettanto speciale: Sabrina, proprio lei: quella che dopo essere stata un anno a Parigi ad imparare che un vestito di Dior trasforma una frittata in omelette, un minestrone in potage e la figlia di un domestico in contessa, torna a casa, rimorchia due fratelli Kennedy, sposa quello con la posizione più solida e vive per sempre felice e contenta. Per essere come Sabrina ci mancavano i vestiti di Dior (noi vestivamo semplice, elegante e asessuato: gonna a piegoni, camicetta, maglioncino, calzettoni o calze di filanca blu, scarpe basse), una casa a ridosso della villa del Grande Gatsby, un Grande Gatsby con fratello minore scimunito e soprattutto i rudimenti per montare gli albumi a neve ferma.

Le madri ci istigavano alla conquista di un marito come si deve ma ci costringevano a consumarci gli occhi sui libri per arrivare alla laurea e quindi conquistare quell’indipendenza economica che alla moglie di un principe azzurro non serve. Ci convincevano che l’unica via per accalappiarlo passasse attraverso l’ostentazione garbata e riservata della nostra bellezza castigatissima e delle nostre doti di massaia ma non si davano la pena di spiegarci il concetto di marinata o di indicarci dove si comprano cerfoglio e coriandolo fresco.

Ora, dico, è già difficile trovare un marito consono in condizioni normali, figuriamoci dopo che sei stata otto ore in sala settoria e la puzza di formalina ti si è rappresa fra i capelli e sotto le unghie! Non si accalappia un pollo, specialmente se ricco, farcite di nozioni sulla valvulopatia mitralica ma digiune di informazioni su come si sbrina un frigorifero senza allagare la casa, come si fa un bucato senza colorare mutande e asciugamani di rosa, celeste o ocra e soprattutto se non si è in grado di spiegare perché il riso non va girato.

Il risultato di questa educazione tanto perbene è che io e le mie amiche non sappiamo fare né le donne di casa né le donne in carriera. Credo che abbiamo realizzato il sogno delle nostri madri che ci volevano delle perfette nullità.

 

Tutto questo fiume di parole solo per dire che Giulio non mi piace.

Le Coccinelle sono scoraggiate. E io pure.

 

 
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