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cap. 57 - Le vie del Signore sono finite -
Post n°60 pubblicato il 25 Agosto 2009 da sareva82
Abbiamo aderito ad una colletta organizzata dal cappellano dell’ospedale. Bisogna raccogliere indumenti per i poveri. Per me sarà un’occasione di colossale riordino di armadi e cassetti traboccanti. Riempio con furore cinque buste formato XXL con alcune cosine mie (nonostante le insistenze delle Coccinelle non riesco a separarmi dal cappotto blu e dai maglioni a collo alto che non indosso più da almeno quattro anni ma mi ricordano Carpineto e da alcuni tailleurs che mi ricordano la Messa della domenica mattina alla Nunziatella) e moltissimi maglioni, pantaloni e scarpe di Jacopo che mi ricorderebbero moltissime cose se non ci fossero già due bauli e quattordici scatoloni pieni di tutti i suoi vestiti e calzini bucati e mutande flappe deputati al rinfrescamento della memoria. Le Coccinelle analizzano in silenzio il contenuto delle buste sotto i miei occhi orgogliosi poi mi fissano intensamente ed erompono: “Buoni per gli orfani di Jabbar”. Io abbasso gli occhi mesta e loro infieriscono quasi all’unisono: ”Non sarà semplice trovare al sud dei poveri che portino scarpe numero 48 e calzoni extra lunghi". E’ vero, rifletto tra me. Io ci ho messo tutta la mia buona volontà. Non è colpa mia se ho fatto un figlio di un metro e novanta. Elisabetta va ad aiutare don Goffredo mentre io e Francesca corriamo a fare il turno pomeridiano. Davanti all’orologio marcatempo c’è Andrea con la solita faccia da Gianfilippo quella per intenderci dei bambini viziati e azzimati che non vogliono far giocare nessuno coi loro giocattoli. Capelli arruffati, sguardo appuntito dietro le lenti da miope, passeggia avanti e indietro dentro il solito abominevole giubbotto color niente. Appena mi vede, abbozza un cenno di saluto e con fare altezzoso mi fa: “La tua collega non è di turno?” “Quale collega?” chiedo fingendo di non capire. “Elisabetta”, soffia lui tra i denti. “No. E’ di parrucchiere. Ti serviva?”. Se gli avessi detto che era con don Goffredo non avrei avuto la gioia di vederlo diventare verde fango. “Che razza di modo di esprimerti! Dovevo dirle una cosa, NON E’ CHE MI SERVIVA” “Che strano, avrei giurato che non fossi capace di altro che di servirti degli altri” dico per provocarlo perché mi sta sul culo come tutte le persone competitive, arriviste e prive di emozioni. Giro sui tacchi senza dargli il tempo di fiatare e scendo in trincea. Tra una cefalea e una fibrillazione trovo il tempo di chiamare Betta. “Si è messo in testa che l’ho lasciato perché sono innamorata di un altro” “Guai a te se ti fai commuovere” “Stai tranquilla. Se dico no è no” “Ora non resta che trovarti un principe azzurro. Potrei presentarti un certo Gino. Un vero bijou, credimi”, la prendo in giro. Purtroppo non riesco a sentire la sua risposta perché l’ambulanza sta scaricando un uomo di circa cinquant’anni, pallido, molto sofferente. “Ha vomitato”, riferisce il medico del 118. “Perché gli ha fatto male la pizza” dice un parente. Alla prima occhiata mi rendo conto che il paziente è molto grave e di sicuro non per la pizza a meno che non gliel’abbia preparata la strega di Biancaneve. “Dottoressa, non c’è pressione” grida un’infermiera. “Prendete una vena, presto, e fate un elettrocardiogramma!” Prima ancora che la carta esca dall’apparecchio vedo sul piccolo display che il paziente ha un infarto. Faccio un semplice cenno con gli occhi a uno degli infermieri e in un attimo il paziente viene trattato farmacologicamente mentre qualcuno cerca un posto in un altro ospedale perché da noi la terapia intensiva è full. Il paziente lamenta dolore violento allo stomaco. Gli somministro mezza fiala di morfina. La pressione si mantiene molto bassa. Aumento l’apporto di liquidi e gli applico le piastre del pace-maker trans-toracico. Intanto arriva Francesca che ha finito di suturare un ragazzo con la testa lacerata in più punti in seguito ad una caduta dalla moto a forte velocità. Cerca di tenere indietro una folla di parenti che ci intralciano nel lavoro minacciandoci come se la mancanza di posti letto fosse colpa nostra. Il paziente va in fibrillazione ventricolare. Lo defibrillo elettricamente e rispristino il ritmo sinusale. So che se non riusciremo a trovargli un posto morirà e lo sa pure Francesca che cerca di tenere a bada una torma di mentecatti convinti che siamo noi a non voler ricoverare il loro parente. Attirato dalla confusione arriva il primario che, bontà sua, parlando in dialetto riesce a comunicare col plotone degli idioti che già teorizzavano raffinati sistemi per torturarci. Finalmente la centrale operativa del 118 ci comunica di aver trovato un posto letto in un ospedale relativamente vicino. Carichiamo il paziente in ambulanza e poi crolliamo stremate. “Bè, abbiamo fatto un buon lavoro, no?” “Sì, nonostante le mille difficoltà. Non capisco perché da queste parti i maschi tendano a dimostrare la propria mascolinità alzando la voce con le donne” mormoro ripensando alla scenata di poco prima. “Solo con le estranee, perché se si azzardano a farlo in famiglia…buffettoni”, dice accennando ad uno scappellotto. “Questa è una società matriarcale”. “Ecco perché non funziona” commento a rischio di dover affrontare una discussione. Lei rimugina per un po’ in silenzio, ma non saprò mai se è d’accordo oppure no perché sulla porta appare LUI, il mio SIGNOR STUPENDO in versione arcangelo Gabriele che mi guarda, mi sorride e mi dice: “Complimenti, dottoressa, ho saputo quello che ha fatto poco fa”. Io non mi chiedo perché sia sceso agli inferi, perché non capisco più niente, è come se fossi andata a sbattere con la testa contro i guantoni di Cassius Clay. Mi alzo in piedi e come attratta da un potentissimo magnete vado verso di lui. Non riesco ad articolare la parola perché vorrei dire una cosa intelligentissima, di quelle che poi le webzine ti inviano ne La massima del giorno, ma non mi viene niente oltre a un colpo di tosse. “Torno su”, fa LUI dopo qualche minuto di questo disgustoso silenzio. “Più tardi la chiamo per un aperitivo. Se le va”, aggiunge e poi si dissolve. E io perdo i sensi. Francesca che ha assistito alla scena, mi dà un paio di buffettoni per riportarmi alla realtà e senza abbandonare la rudezza che sfoggia quando c’è di mezzo LUI, mi ordina di piantarla lì e di tornare in me. “Non posso, lo amo troppo” “Ma finiscila!” “Mi ha invitato a prendere l’aperitivo” bisbiglio sognante a me stessa. Lei mi scrolla come un tappeto. “Ooooohhhh! Piantala! Abbiamo cose più serie a cui pensare” “Più serie di LUI?!? Se da questa porta entrasse Bin Laden con una colica renale e io avessi la possibilità di passare alla storia per aver contribuito alla sua cattura, ti giuro che lascerei a te l’onore delle prime pagine sui giornali e me ne andrei al bar con LUI. Sono stata chiara?” Lei si tappa le orecchie con le mani e comincia a fare versacci con la bocca come fanno i bambini quando non vogliono ascoltare e come fa pure Aldo quando Giovanni e Giacomo gli dicono qualcosa di seccante. “E’ tornata”, dice quando torna adulta. “Steeeefaaaniaaaa?” “Mmmh” “Dai! E che aspettavi a dirmelo?!?” “Che uscissi dalla trance” “Chettepossino…Quando pensi che possiamo , realizzare il programma?” “Direi prima del matrimonio” “Bene, siamo a lunedì, Hansel e Gretel si sposano domenica…che ne dici di mercoledì o giovedì al massimo?” “Mi sembra buono” “Telefoniamo a Roberto ma più veloce della luce perché devo lasciare il telefono libero per LUI” Prendo accordi così veloci che dopo aver riattaccato non me li ricordo più e poi mi rimetto a covare il telefono. Che non squilla. Finisce il turno e non ha squillato. “Che ti dicevo?” commenta Francesca di fronte alla mia facciuzza delusa. “Gli sarà successo qualcosa, un imprevisto in reparto oppure si è sentito male, che ne sai?” “Non può sentirsi male perché è un non-essere” “Smettila” “Te ne accorgerai”
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il 27/09/2009 alle 15:50
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