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moto

Post n°12 pubblicato il 10 Maggio 2007 da LIndecifrabile

questo post l'ho trovato alcuni anni fa su un blog ormai deceduto e di cui non ricordo più il nome. ma mi è piaciuto talmente tanto che ve lo ripropongo (ovviamente mettendoci un po' del mio).

credevate che per fare un motociclista ci volessero un giubboto nere ed un casco? BANALI!!
pensavate che ci distinguessimo per avere un manubrio e due tubi di scappamento? oppure fossimo "diversi" per la mancanza delle altre due ruote? ZUCCONI!

Cirri&Ferrentino

bene, allora, bambini tutti seduti, proviamo a far girare gli ingranaggi (ovviamente lubrificati a Castrol) del nostro cervello per pensare che cosa siamo: la prima cosa è che ci sentiamo motociclisti; incrociandoci ci salutiamo come tali, abbiamo quasi vergogna a parlarne con "gli altri" che-tanto-non-capirebbero. tutto ciò al di là di differenze assolutamente di poco conto come il fatto di essere donne uomini impiegati professionisti studenti ricchi poveri furbi scemi cittadini paesani grassi magri: differenze che riprendono assolutamente il loro valore nella nostra vita "civile", ma che tendiamo a sciogliere nella strana certezza di essere un gruppo.

per poter capire il perchè di un così forte concetto di branco bisogna risalire alle origini di certi fenomeni sociali nati intorno alla prima metà degli anni 50.
è allora che arrivano i "Teddy boys", nati nelle classi sociali inferiori dell'Inghilterra della vittoria post-bellica, e gli "Outlaws" o "1%ers" provenienti dalla west coast degli USA. questi gruppi si rifanno al concetto delle gang giovanili, già presenti nelle città industriali fin dal secolo precedente, ampiamente descritte dai sociologi.
portatori di uno scontro generazionale con padri usciti da una terribile guerra ed ormai intenti unicamente a trarre profitto del boom economico post-bellico, i giovani, che per la prima volta si trovano a disporre di un po' di danaro, iniziarono a cercare i propri modelli o nel presente o in un passato più o meno mitizzato; in Inghilterra il richiamo al passato fu incarnato nel fenomeno deo Neo-edoardiani, mentre fu ecrtamente più difficile cercare modelli nel presente, denso di stress e nevrosi causati dalla tensione della guerra fredda e dalla paura del fungo atomico. era necessaria l'identificazione con un simbolo che rappresentasse il gruppo, a cui poi il singolo potesse riconoscere una funzione di affermazione e protezione, talvolta anche attraverso comportamenti delinquenziali.
si sostituiscono gli abito con i blouson neri ed il mezzo per spostarsi dalla periferia al centro diventa la motocicletta, fino ad allora semplice mezzo di trasporto che le famiglie stavano rapidamente abbandonando a favore dell'automobile: un fenomeno che si allarga a macchia d'olio tramite la mediazione della musica di massa e del cinema. l'idolo dei giovani degli anni 50 non corrisponde più all'iconografia ufficiale rappresentata dalla figura del generale d'acciaio, sguardo volitivo e portatore della libertà in contrapposizione alla viltà ed alle barbarie del nemico da poco sconfitto, bensì è un sottoproletario che vive ai margini della legge, un duro dal cuore tenero, un aggressore con l'animo nobile; una contrapposizione apparente, ma che forse rende l'espressione più vera di quella generazione del dopoguerra aggressiva e remissiva nel contempo.
Marlon Brando diffonde questa immagine di duro, del capobanda che prima è ribelle quel che basta per infiammare i giovani (l'aggressività), poi pentito e pronto a reinserirsi nella società pagando il proprio debito (la remissione). toccherà poi alla "gioventù bruciata" di James Dean spostare ancora il limite creando un vero punto di riferimento: l'outsider.
il "diverso" è colui che rifiuta il ruolo di testimone del suo tempo e di semplice osservatore della realtà per scegliere il mondo dell'azione. l'azione, non finalizzata ad uno scopo che la parte dminante della società possa utilizare o condividere, ha bisogno di energia, e l'energia genera violenza.
l'eroe, il simbolo, che più quotidianamente richiama l'energia dell'azione è+ il motociclista: ecco perchè il "cittadino" ha l'immagine del motociclista come "violento".
la sensazione di essere costantemente circondati dai "nemici" crea nell'outsider la necessità di circondarsi di suoi simili, ed a sua volta il gruppo dei motociclisti che appare in fondo ad una strada, come una cavalcata medievale, ricrea con il proprio abbigliamento ed atteggiamento lìimmagine romanticizzata dell'outsider.
il mito dell'azione è l'elemento basilare di questa tribù ferina che vive ai margini della società: è una violenza individuale, espressa dal suono delle marmitte e dal cuoio dell'abbigliamento, creante unoi scompiglio dello stato di quiete della società, la cui reazione intimorita diventa violenza di massa.
ciò rende necessario che i rapporti tribali creino uno scudo, in cui s'inserisce talvolta una dilagante sensaqzione di potere e di libertà: categorie che, se eccessivamente concentrate, possono facilmente portare ad atteggiamenti di sopraffazione, tipici delle gang, ma che emergono anche in normali gruppi di motociclisti.

non mi resta quindi che immaginare che questo anelito di libertà sial il vero motore di una motocicletta (voi, bestie, che pensavate fosse un quattro cilindri giapponese).
ed è una visione romantica della libertà che crea il collante di base per persone così diverse fra di loro: così forte da farli sentire tribù.
sentiamo la motocicletta come momento di mediazione tra l'uomo ed il regno animale: il mezzo che teniamo stretto fra le cosce ed i polpacci diventa un'appendice del corpo umano.
i Centauri, nella mitologia, erano una tribù selvaggia e violenta che viveva ai margini della società. ma, come già detto, la violenza è solo la risulante dell'energia, per noi soprattutto indirizzata sul mito dell'azione come essenza stessa dell'esitenza. non importa dove stiamo andando, non lo sappiamo, quel che conta è che siamo in movimento.
la sensazione della paura nasce dall'intima sicurezza che il movimento ci fa attraversare un mondo assogettato alle immutabili leggi della natura e dall'essere, nello stasso istante, portatori dell'incurabile malattia del rifuito dello stato di quiete.
subiamo una specie di duplice accerchiamento, esternoe d interno, a cui solol'istinto di sopravvivenza è in gradi di sottrarsi, ma che volontariamente annulliamo per il breve periodo di una corsa in moto.
l'immagine della morte, così come il motociclista la vede utilizzando frammenti del mondo che la "macchina", quale strumento conoscitivo della realtà, gli fornisce, è legata allo schema romantico di un ritorno alla natura. ritorno che comporta però, nello sforzo di penetrare la struttura stessa della natura, un annullamento del proprio corpo. il motociclista riesce a cogliere in assoluta lucidità il movimento di eterno equilibrio che si frappone tra sé e la morte; non è un soldato costretto a combattere, eppure persegue l'attimo in cui la sua motocicletta, impazzita, abbandonerà l'abituale asfalto per scivolare su un terreno inospitale, sublimando così la volontà di affondare nelle radici stesse della natura.

è la visione (scontatamente?!?) romantica del ritorno alla natura e della libertà che diventa il mezzo attarverso cui sublimiamo la paura e ci impone la sensazione d'appartenere ad una tribù di centauri.

 
 
 
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