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...era tanto che volevo pubblicarlo... ringraziando sara x l'aiuto e i sorrisi che ha saputo darmi in germania...
Post n°34 pubblicato il 29 Giugno 2006 da esifal
… … … Si svegliò molto tardi quel giorno, doveva essere già pomeriggio. La testa gli procurava un dolore incredibile e si sentiva come se non avesse per nulla riposato durante il sonno. Non si ricordava nulla di quello che gli poteva essere accaduto la notte precedente. Pioveva fuori. La pioggia batteva sull'asfalto, sulle auto, sui balconi, sui vasi di fiori e sulle imposte, naturalmente chiuse, delle sue finestre. Non ricordava quand’era l’ultima volta che aveva permesso ai raggi del sole di penetrare nella sua umile casa. Il suo era stato sempre un appartamento semplice ed accogliente, senza molti sfarzi, ma solo piccoli particolari che lo rendevano unico, per lo meno ai suoi occhi… Le pareti di un rosa pastello donavano una sensazione di tranquillità e sicurezza, tavolo e sedie ed arredi erano tutti decorosamente in legno e donavano all'ambiente quel pizzico di rusticità che lui aveva sempre desiderato per il luogo dove avrebbe trascorso il resto della sua vita con lei. Sopra il caminetto, le statuine di marmo nero parevano poste a guardia dell'ingresso. Era seduto sulla sua poltrona di pelle nera, ormai ingrigita dal tempo e dalla polvere, rattoppata qua e là con del nastro nero per coprire le grandi ed evidenti venature del tempo. Quella su cui lei amava leggere i suoi romanzi e giocherellare con i ferri, cercando di dare vita alle immagini che comparivano sui giornali che lei amava comprare, sfogliare e poi lasciare sparsi per la casa. Anche oggi si sentiva triste e solo. L'unica cosa che gli dava sollievo era la bottiglia. Sì, un buon bicchiere di vino d'annata o di liquore era un antidoto veramente ottimo per cercare di dimenticare. Già... dimenticare cosa? Aveva 37 anni e che aveva fatto nella sua vita? Ora capiva i suoi amici di sempre che andavano in osteria… anche lui negli ultimi mesi dimenticava spesso i suoi dispiaceri nell'alcool. Lui, un uomo con una lunga barba nera, consumato da anni di lavoro in una fabbrichetta di componenti per automobili che distava pochi chilometri da casa sua e che contava sì e no una ventina d'operai. La sveglia, posta sul suo comodino, suonava da diciassette anni sempre alla solita ora: alle sei in punto, ogni mattina, il suono stridulo di quell'invenzione infernale echeggiava nella sua stanza. Ogni mattina, alla stessa ora, il suo gatto Nero faceva irruzione nel suo letto e, intrufolandosi di soppiatto sotto le lenzuola, si accovacciava silenziosamente accanto ai suoi piedi. Quel gatto era l'unico essere che da cinque anni a quella parte gli scaldava il cuore e portava luce nelle sue buie mattine. Era già sera, ma nonostante la tarda ora non voleva andare di nuovo a letto. Sapeva che sicuramente si sarebbe addormentato non appena avesse toccato il cuscino. Era proprio questo che voleva evitare: dover lasciar fuggire un altro giorno così, senza poter far nulla per fermarlo, senza poterlo far suo e con la consapevolezza di non aver fatto nulla di diverso in quegli ultimi cinque anni. La consapevolezza della solita routine, di essere atteso al suo risveglio da un'altra monotona e stremante giornata di lavoro lo attanagliava, affaticandogli il respiro. Erano cinque anni che ormai le sue giornate trascorrevano immutabili. Non sentiva fame ed uscì dopo essersi vestito velocemente. Si ritrovò a vagare per il centro del paese senza alcuna meta, il passo incerto e l'andatura traballante. Un individuo lo urtò accidentalmente, camminando assorto nei suoi pensieri. Provò rabbia, ma non riuscì a dire nulla. La sagoma che lo aveva colpito chiese scusa e si dileguò velocemente. Rapidamente si ritrovò a camminare tra le luci accecanti della città, in mezzo ad un gran numero di facce anonime che lo guardavano insensibili di sfuggita. Provò dolore alle gambe a causa della stanchezza. La folla lo soffocava e il leggero mal di testa che lo aveva accompagnato dal suo risveglio si fece lancinante. Cercò rifugio in una viuzza secondaria senza sapere dove lo avrebbe condotto. Non immaginava che di li a poco avrebbe incontrato lei, un caso, una fatalità. Ormai si doveva essere allontanato di molto dal centro della città, perché le strade che stava percorrendo erano quasi deserte. Desiderava essere a casa, ora aveva fame e si sentiva anche piuttosto stanco. Si rese conto di trovarsi nei bassi fondi. Non era un luogo sicuro quello. C'era solo lui in giro ed in caso di pericolo non avrebbe potuto chiedere aiuto a nessuno. Una sagoma comparve in lontananza. Si rallegrò: non era solo. Poi ebbe timore, chissà chi poteva essere?! Veniva nella sua direzione. Si accorse di aver accelerato il passo. La distanza che li separava stava diminuendo rapidamente. Era una donna, inconsapevolmente si tranquillizzò e si fermò. Lei era ormai arrivata a pochi passi da lui. Che cosa poteva dirle? Non riuscì a pensare e a formulare una frase. Lei lo squadrò rapidamente dalla testa ai piedi continuando a camminare con passo veloce. Ancora pochi passi e l'avrebbe superato. Lui sentì i muscoli tendersi. Una sensazione d'eccitazione gli salì rapidamente dalle gambe. Strinse i pugni fino a provare dolore. Un'ondata emotiva gli investì il cervello e la vista gli si annebbiò. La donna lo superò. Lui si voltò e vide la sua figura. Con un balzo le fu addosso. Le sue mani raggiunsero rapidamente il collo della donna e strinsero forte. Un urlo soffocato e poi fu tutto nero. Quando riprese a vedere trovò la donna distesa ai suoi piedi. Era morta. Allungando la mano, le prese il ciondolo che portava al collo. Il nero della pietra rifletteva la debole luce del lampione e il colore gli ricordava gli occhi della donna che aveva sempre amato. Più lo stringeva tra le mani più la tristezza della solitudine e l'amarezza dei rimpianti si confondevano nella sua testa. A volte pensava che era giusto stare male per certe cose, forse era il prezzo da pagare per averle potute vivere. In alcuni momenti le emozioni erano state così tante da non riuscire a sentirle tutte. Sapeva, o per lo meno aveva costatato sulla sua pelle, che più in alto si sale e più si sta bene, più è dolorosa la caduta che immancabilmente ne segue. Con lei era stato proprio così: aveva raggiunto una felicità così grande, pura e semplice che poi la caduta gli era parsa interminabile, sembrava non potesse più raggiungere un fondo, una fine a quel terribile dolore. Tentava invano appigli e sporgenze a cui aggrapparsi, ma tutto era inutile: continuava a scivolare nel buio delle occasioni mancate e delle cose non dette. L'improvvisa pazzia, che lo aveva colpito dopo la perdita della moglie, l'aveva già portato più volte a commettere questi orribili delitti e anche se si era più volte ripromesso di non commetterne altri, anche questa volta era stato più forte di lui. Si guardò intorno: non c'era nessuno. Le finestre degli edifici che avevano assistito tacitamente al suo delitto erano buie. Scappò e, alla prima traversa, si fermò. Uno sguardo indietro: il cadavere era ancora là, lontano, una macchia nera immobile nella notte. Girò l'angolo e corse via. Dopo aver superato un labirinto di vicoli si ritrovò nuovamente nella via principale. Rallentò il passo affinché nessuno lo notasse. Diverse persone si trovavano ancora a passeggio. Tornato a casa scivolò su quella vecchia e morbida poltrona fissando il vuoto con le orribili immagini dei suoi delitti nella testa. I suoi pensieri viaggiavano veloci nella sua testa. Il ricordo di lei spiazzò nella sua mente come l'alba scaccia le tenebre della notte. Ripensò a com'erano felici i suoi giorni quando lei gli era ancora accanto, condividendo i suoi problemi, i suoi pensieri, le sue paure, le sue sconfitte e le sue misere vittorie. Gli donava sicurezza ed innocenza senza chiedere niente in cambio. E con l'immagine dei suoi stupendi e luminosi sorrisi, guardando le sue foto si addormentò. … … … |
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Sei la mia schiavitù
sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
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