
Natale si sente dalla puzza, ve lo dico io.
Potete capire che è arrivato il Natale dalle puzze che si spandono per la casa. Le dico così, come mi vengono in mente:
a)il cavolo (che è quello peggiore), bollito e poi lasciato a raffreddare nella zuppiera sul tavolo di cucina.
b)il fritto di capitone e baccalà, che ti rimane sui vestiti fino alla befana.
c)l’odore dell’aglio mischiato alle vongole e alla pummarolella (che in fondo è sempre meglio di a e b).
d)il pelo di cane bagnato, che almeno a Natale il bagno stò povero cristo lo deve pur fare!
Non proseguo perché sono buono e già vi immagino abbastanza avvummechiati.
“E’ la tradizione che lo impone”, dice mamma e io faccio segno di sì con la testa, tanto mica se mi ribello cambia qualcosa.
Che poi, quello che mi fa morire è che già il 27, passata l’abbuffata e le tombolelle varie, mia madre comincia a borbottare: “Meno male, è passato un altro Natale. Guagliù, l’anno prossimo ve lo fate voi il cenone. Io non voglio sapere niente, m’assetto in poltrona e aspetto che viene l’anno nuovo”.
Ma allora che lo fate a fare tutto stò manicomio, mi chiedo.
D’altra parte ho capito che Natale e logica non vanno insieme e perciò sotto il 25 mi tocca di sorbirmi tutte le pazzarie che la festa si porta appresso e le inevitabili, fantasiose varianti familiari.
A casa delle mie zie zitelle, per esempio, si fa solo il presepe. L’albero no, perché gli aghi di pino fanno allergia. A casa di nonna Teresa, quella materna, l’insalata di rinforzo è sostituita dalla parmigiana di melanzane, che non fa tanto Natale ma è molto più buona.
Invece a casa mia, la tradizione è tradizione.
Intanto l’albero è vero e non di quelli finti fatti in Cina.
Ogni anno papà ci porta fino ad Agnano, vicino alle scuderie e comincia la solita sceneggiata dell’albero con don Mario l’americano.
“Don Mario, lo tenete un albero di un metro e sessantacinque?”
L’americano che in fondo è una brava persona, sta al gioco, fa la faccia perplessa e rilancia: “Ma perché, uno di un metro e settanta non va bene?”
Papà non aspettava altro: “No, don Mario, mi stupisco di voi, l’albero che mi serve deve essere proprio di un metro e sessantacinque. Vedete, io l’albero lo piazzo nella nicchia del salone dove prima c’era la porta che comunicava con la stanzetta. Mio padre la fece murare perché Immacolata la cammerera, pace all’anima sua, russava come un cosacco e il rumore si sentiva per tutta la casa.
“Ah” fa don Mario, che già conosce tutto il fattariello ma si diverte a farselo raccontare ogni anno, “ma che c’entra la guagliona che russa con l’altezza del vostro albero”.
“E aspettate, mò ve lo spiego” risponde papà, sorridendo sornione. “Dovete sapere che la nicchia ricavata dalla chiusura della porta nel salone, misura esattamente…” e qui allarga le braccia per dare l’esatto riferimento metrico dell’altezza del vano, “due metri e trentacinque centimetri”.
Come da copione don Mario, che c’ha i tempi teatrali nel sangue, ribatte: “Scusate ingegnè, ma se il vano è alto due metri e trentacinque centimetri a che vi serve un albero di un metro e sessantacinque, ve ne posso dare uno bellissimo alto due metri e trenta.”
“E mi fa specie di voi che siete un commerciante di alberi di Natale, don Mà e come tale dovreste conoscere le precipue dinamiche” e qui si impappina un po’, riprendendosi però subito da par suo, “dell’addobbo natalizio”.
A questo punto papà fa una pausa sapiente per dosare la suspence, si aggiusta gli occhiali sul naso e tira il colpo da maestro: “Dunque, il cache-pot in ceramica di Vietri che metto per base, misura 45 centimetri da terra al bordo superiore, un metro e settantacinque fa l’albero…”
“Ma fanno due metri e dieci, ingegnè, vi avanzano ancora venticinque centimetri” replica l’americano.
“E qui vi volevo don Mario bello” gongola papà. “Non avete calcolato che in cima all’albero ci va il puntale con la stella, che misura esattamente venti centimetri”.
“Ma comunque fanno due metri e trenta” replica l’altro fintamente esasperato “vi avanzano sempre cinque centimetri!”.
“E già” risponde mio padre trionfante “e la tolleranza me la volete rimanere?”
In definitiva tutta questa scenetta che si ripete puntuale ad ogni Natale, fa parte appunto della tradizione familiare, in questo caso sia nostra che della famiglia di don Mario, visto che lui, tutti gli anni, al momento di dare inizio al cenone, si volta verso i familiari riuniti a tavola e comincia così:
“Ve le volete fare quattro risate? Questa mattina è venuto l’ingegnere Persico alla bottega per comprare un albero di Natale…”.
Comunque, tutto questo serve per dire che a Natale pure le piccole manie, le pazzarie, appunto, possono diventare tradizioni e tramandarsi per generazioni.
Io penso che quando sarò grande voglio portare mio figlio a comprare l’albero di Natale dal figlio di don Mario e continuare la tradizione.
Quando l’ho detto a papà, lui mi è sembrato un poco commosso, poi si è schiarito la voce e per darsi un contegno ha gridato a mia mamma che stava in cucina: “Rosà, ma come puzza sto’ cavolo, l’anno prossimo facciamo la parmigiana pure noi”.
L’avevo detto io, Natale si sente dalla puzza.
Inviato da: scrittoripercaso
il 02/04/2007 alle 18:24
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il 18/11/2006 alle 17:36
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il 18/11/2006 alle 09:50
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il 17/11/2006 alle 22:08
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il 16/11/2006 alle 19:59