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Il padre dei reietti ..

Post n°312 pubblicato il 19 Maggio 2013 da fabpat72
 

Don Tonino Bello ..

Il 20 aprile del ’93 moriva don Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi. Antimilitarista e dalla parte degli oppressi, si scontrò con il mondo della politica e con le gerarchie ecclesiastiche, che lo consideravano «estremista». Ma divenne un punto di riferimento per il pacifismo non violento italiano. La sua era la «Chiesa del grembiule», opposta a quella della stola. Vi voglio far conoscere questa sua bellissima lettera dedicata ai reietti ..

Lettera ai drop out di Don Tonino Bello

L’unica speranza che qualcuno legga questa lettera è affidata a quell’espressione esotica: drop out. Essendo stata, infatti, coniata da poco, è molto facile che chiunque non ne conosca il significato dica: “forse il vescovo si rivolge a me”, e si metta a scorrere le prime righe. Quando poi si accorge che lui non appartiene alla categoria dei destinatari, è ormai troppo tardi perché non vada fino in fondo, incuriosito per quello che ho scritto. Ed è proprio ciò che voglio. In questo modo, visto che voi drop out non prenderete mai in mano questo messaggio, può capitare che almeno qualche altro ve ne riferisca il contenuto. Sì, perché drop out significa letteralmente “caduti fuori”. Immaginate un carretto siciliano, stracolmo di arance, e tirato da un asino che arranca su per una salita. A ogni strattone, alcune arance ruzzolano per terra, e rotolando vanno a finire ai bordi della strada senza che nessuno le raccolga. I ragazzi si divertiranno a prenderle a calci, finché non saranno sfracellate sul marciapiede. Ecco: drop out è una variabile linguistica del termine “emarginati”. Indica, insomma, il campionario assortito di coloro che, essendo ruzzolati giù per colpa loro o per cattiveria altrui, non sono più presi in considerazione da nessuno. Vanno così a ingrossare quel deposito di subumanità, contro cui il tirar calci finché non si sfracella, se non proprio un gesto legittimato dal sistema, può apparire una esercitazione iniqua solo per quel tratto che separa l’indifferenza dalla ferocia. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo. (At.4,11) Cari drop out, la società, essendosi accorta di non avervi dato molta attenzione, vi ha dato almeno un vocabolo nuovo. È già qualcosa, non vi pare? È sempre meglio della parola “respinto”, che un tempo, nuda e cruda, si usava a scuola per indicare le arance cadute nel canalone, mentre il carretto con le altre arance proseguiva per conto suo. Diciamocelo con franchezza: “respinto” era una parola crudele, anche se poi l’arancia caduta dal primo carretto poteva essere raccolta da quello successivo. Drop out, invece, è meglio. Almeno apparentemente. Perché, a prima vista, questa misteriosa modulazione straniera sembra un marchio pregiato, una promessa di garanzia, un’allusione a fior di conio. Ma, in effetti, è una parola disperata. Una punzonatura per le disfatte irreversibili. Un’oscura sigla da scacco matto. Una sentenza di fallimento passata in giudicato. Una condanna a morte, senza appello, da scontare vivendo. Drop out sei tu, Luigi, che forse dal carretto sei scivolato senza eccessiva colpa degli altri, per quel gusto morboso di sentirti vittima. Tant’é che hai rifiutato anche tutti i carretti di emergenza. Ora dormi alla stazione, vai accattando qualcosa per mangiare, e, quando ti lavi un fazzoletto sotto la fontana pubblica, ti guardi attorno come se fossi un ladro. Drop out sei tu, Marcello, che non ne vuoi sapere di rientrare nel sistema, chi sa per quale maledetto sortilegio o per quale nostalgico sussulto di stimoli anarchici sepolti dentro di te. Vai come un randagio e non ti lasci inquadrare neppure dalla superstite pietà della gente. Al Centro di igiene mentale ti hanno ormai scaricato, anche perché, se non fosse per quella puzza di vino e di sudore che ti porti appresso, non dai fastidio a nessuno. Drop out non siete soltanto voi, barboni che rovistate nei contenitori della spazzatura, e mangiate minestre rapprese da giorni nelle scodelle che sanno di tanfo, e dormite sotto i ponti delle grandi città avviluppati nei cartoni. Forse oggi non fate più senso, perché, irriducibili alla nostra norma, siete divenuti protagonisti di una letteratura oleografica, dalla quale non si può decifrare bene se la società è indifferente verso di voi più di quanto non siate voi verso di essa. Drop out siete anche voi, stranieri alla deriva. Minori che convivete con la violenza. Adolescenti scaricati anche dalle nostre chiese perché siete pericolosi agli altri. Fratelli lupini che fate la spola tra carceri e libertà. Esseri allo sbando che vi aggirate tra ospedali psichiatrici e strada. Persone respinte dal banchetto della vita che non ne fate più un problema se la gente vi rifiuta perfino le briciole. Figure selvatiche che riassumete nel più agghiacciante isolamento la tragedia di tutti gli emarginati. Per voi ho scritto questa lettera, che certamente non leggerete. Ma spero tanto che qualcuno ve ne racconti il messaggio. E vi dica che un altro prima di voi, Gesù di Nazaret, è stato considerato “pietra di scarto” anche lui dai costruttori. Drop out, come voi. Quella pietra, però, Dio l’ha scelta come testata d’angolo. Quasi per ammonirci che per lui non ci sono arance cadute dal carretto che egli non raccolga nella sua bisaccia di Padre. Che non esistono scorie pericolose che egli non faccia sbarcare sulle sponde del Regno. E che, da quando il suo Figlio Gesù è stato confitto sulla croce nell’amarezza della emarginazione più nera, anche gli scarti residuali dell’umanità per lui sono diventati... polvere di stelle! 

Team Hoyt

“È risaputo che non c’è niente al mondo che ci renda necessari, se non l’ amore”. Parole di Goethe, nate in un contesto decisamente diverso, ma immortali, le parole giuste per introdurre la storia del team Hoyt. La storia di Dick e Rick Hoyt, dal Massachusetts, padre e figlio diventati celebri per aver partecipato insieme a oltre 1000 competizioni tra maratone, triathlon, duathlon e ironman. Ma a modo loro. Perché Rick è nato diverso dalla maggior parte delle persone. Ha rischiato di morire soffocato nel cordone ombelicale al momento della nascita, nel 1962, e questo gli ha provocato una paralisi cerebrale. Rick non parla: lo fa un computer al posto suo. Non cammina, non corre, perché è costretto in sedia a rotelle. È suo padre a spingere la sua carrozzina durante le maratone, a nuotare trainandolo su un canotto, a pedalare con il figlio seduto su un seggiolino speciale della bicicletta. Tutto comincia nel 1977, con la prima maratona di beneficenza, intrapresa quasi per caso. Poi, Rick pronuncia una verità bellissima: -Papà, quando corriamo insieme è come se non fossi più un disabile. È difficile, per chi non condivida il suo stesso disagio, capire cosa rappresenti la maratona per Rick. Fino all’età di 16 anni ha dovuto convivere con la sua semi-immobilità, limitandosi a guardare gli altri muoversi, correre, tagliare traguardi, con la consapevolezza che quelle gioie erano per lui irraggiungibili. Quella prima maratona gli ha permesso di vedersi con occhi nuovi, di uscire dallo stereotipo di persona limitata che ormai rischiava di inghiottirlo. Rick si rende conto di poter andare in bicicletta, di poter correre una maratona, di poter fare qualsiasi cosa, con l’ aiuto di qualcuno. E qui entra in gioco Dick. Viviamo in un mondo cinico, egoista, dove è difficile comprendersi a vicenda, soprattutto tra genitori e figli. Ci sono sempre meno contatti, si tende a sostituire comprensioni fondamentali con punizioni e ceffoni, ore di parole con regali per lavarsi la coscienza. Per non parlare dei casi folli che ogni tanto si leggono sui giornali. Genitori che maltrattano i figli, che li abbandonano, neonati, perché sono nati con malformazioni o non desiderati. Si sceglie sempre la maledetta strada più facile. Affermare che Dick è un esempio per tutti è riduttivo. Ogni suo passo, ogni sua goccia di sudore, sono un inno a una vita che sa essere bella nonostante tutto. La vita di chi non si arrende. La vita di chi ama. Un amore che non vuole nulla in cambio se non altro amore. Quello di Rick, la gioia delle sue esultanze, il candore dei suoi sorrisi. E questo amore condiviso dà senso a una vita intera di sacrifici e fatiche. Perché c’è chi passa la vita inseguendo soldi o potere, illudendosi di essere importante, prezioso, seduto su una poltrona. Dick ha passato la sua vita amando il figlio al massimo, e la sua esistenza modesta e ordinaria è diventata davvero speciale, davvero importante. In primo luogo per Rick. Poi per tutte quelle persone che li guardano correre insieme. Una corsa infinita, con i muscoli che bruciano, il freddo pungente, ma inarrestabile. Basta guadare per un attimo la bellezza del sole che tramonta, ascoltare il silenzio, appena spezzato dal sussurro delle ruote della sedia di Rick sull’asfalto. La presenza reciproca, l’amore idilliaco di quegli attimi. E solo una maratona, una strada da percorrere. La destinazione? La speranza. Di un mondo migliore, di un po’ di felicità. Perché è vero che non bisogna mollare mai. Grazie, team Hoyt, perché ce lo ricordi ogni giorno.


Questo montaggio con la poesia "Invictus" (Invincibile) di William Ernest Henley lo dedico a Dick Hoyt il padre di Rick ..


 
 
 
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