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Post N° 48

Post n°48 pubblicato il 08 Marzo 2006 da bambj79de

Or incomincian le dolenti note
 a farmisi sentire; or son venuto
  là dove molto pianto mi percuote.

  Io venni in loco d'ogne luce
muto,
  che mugghia come fa mar per tempesta,
   se da contrari venti è combattuto.

   La bufera infernal, che mai
non resta,
   mena li spirti con la sua rapina;
   voltando e percotendo li molesta.

    Quando giungon davanti a la
ruina,
     quivi le strida, il compianto, il lamento;
     bestemmian quivi la virtù divina.

    Intesi ch'a così fatto tormento
    
enno dannati i peccator carnali,
      che la ragion sommettono al talento.

     E come
li stornei ne portan l'ali
     nel freddo tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali

    di qua, di là, di giù, di sù li mena;
    nulla speranza li conforta mai,
    
non che di posa, ma di minor pena.

     E come i gru van cantando lor lai,
     faccendo in aere di sé lunga riga,
    così vid'io venir, traendo guai,

     ombre portate da la detta
briga;
     per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
      genti che l'aura nera sì gastiga?».

       «La prima di color di cui novelle
        tu vuo' saper», mi disse quelli
allotta,
       «fu imperadrice di molte favelle.

       A vizio di lussuria fu sì rotta,
       che libito fé licito in sua legge,
       per tòrre il biasmo in che era condotta.

       Ell'è Semiramìs, di cui si legge
       che succedette a Nino e fu sua sposa:
       tenne la terra
che 'l Soldan corregge.

       L'altra è colei che s'ancise amorosa,
       e ruppe fede al cener di Sicheo;
       poi è
Cleopatràs lussuriosa.

       Elena vedi, per cui tanto reo
        tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
        che con amore al fine combatteo.

         Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
          ombre mostrommi e nominommi a dito,
          
ch'amor di nostra vita dipartille.

         Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
         nomar le donne antiche e ' cavalieri,
         pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

        I' cominciai: «Poeta, volontieri
         parlerei a quei due
che 'nsieme vanno,
             e paion sì al vento esser leggieri».

             Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
              più presso a noi; e tu allor li priega
              
per quello amor che i mena, ed eiverranno».

               Sì tosto come il vento a noi li piega,
              mossi la voce: «O anime affannate,
              venite a noi parlar,
s'altri nol niega!».

             Quali colombe dal disio chiamate
             con l'ali alzate e ferme al dolce nido
             vegnon per l'aere, dal voler portate;

             
cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
            a noi venendo per l'aere maligno, sì forte fu l'affettuoso grido.

           «O animal grazioso e benigno
          che visitando vai per l'aere perso
          noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

         se fosse amico il re de l'universo,
          noi pregheremmo lui de la tua pace,
         poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

         Di quel che udire e che parlar vi piace,
         noi udiremo e parleremo a voi,
        mentre che 'l vento, come fa,
ci tace.

       Siede la terra dove nata fui
        
su la marina dove 'l Po discende
       per aver pace co' seguaci sui.

       Amor, ch'al cor gentil
ratto s'apprende
       prese costui de la bella persona
      che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

        Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
     mi prese del costui piacer sì forte,
     che, come vedi, ancor non m'abbandona.

        Amor condusse noi
ad una morte:
     Caina attende chi a vita ci spense».
     Queste parole da lor ci fuor porte.

        Quand'io intesi quell'anime
offense,
     china' il viso e tanto il tenni basso,
     fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

       Quando rispuosi, cominciai: «
Oh lasso,
     quanti dolci pensier, quanto disio
     menò costoro al doloroso passo!».

        Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
     e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
     a lagrimar mi fanno
tristo e pio.

        Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,
     a che e come concedette amore
     che conosceste i
dubbiosi disiri?».

        E quella a me: «Nessun maggior dolore
     che ricordarsi del tempo felice
     ne la miseria;
e ciò sa 'l tuo dottore.

        Ma s'a conoscer la prima radice
     del nostro amor tu hai cotanto
affetto,
     dirò come colui che piange e dice.

        Noi leggiavamo un giorno per diletto
     di
Lancialotto come amor lo strinse;
     soli eravamo e sanza alcun sospetto.

       
Per più fiate li occhi ci sospinse
     quella lettura, e scolorocci il viso;
     ma solo un punto fu quel che ci vinse.

        Quando leggemmo il disiato riso
       esser basciato da cotanto amante,
         questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
       quel giorno più non vi leggemmo avante».

      Mentre che l'uno spirto questo disse,
     l'altro piangea; sì che di pietade
    io venni men così com'io morisse.
       E caddi come corpo morto cade.

 

CANTO 5 Inferno...Paolo e Francesca

 
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