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obento

Post n°540 pubblicato il 11 Settembre 2006 da sopalmar
Foto di sopalmar

l'idea era quella di pubblicare l'immagine del mio personale obento (Particolare stile di cucina giapponese in cui le vivande vengono servite in un vassoio detto appunto bento, la parola è normalmente usata preceduta dall'onorifico "o" (obento). Le origini sembrano risalire al periodo Kamakura (1185-1333). Oggi la cucina bento viene servita sia in ristoranti normali che in locali specializzati. Gli obento sono anche usati, in forma semplificata e racchiusi in una scatola, per gite, pic nic, durante il tradizionale hanami, cioè la visita ai ciliegi in fiore e durante i viaggi nei treni veloci a lunga percorrenza (Shinkansen)da wikipedia) ma data la scarsissima qualità delle foto che ho scattato (e probabilmente anche del mio obento...), meglio un lunch box fatto ad arte, con relativo articolo di approfondimento.

Obento: ritualità del pranzo in Giappone
Quando il cestino da pranzo ha un valore sociale.
di Riccardo Rosati

 

Da noi si ha ancora l'idea che i giapponesi non amino perder tempo, così da dedicare forza ed energie al lavoro. Seppur ancora parzialmente vero, questo, che non esitiamo a definire uno stereotipo culturale, va gradualmente perdendo validità con il passare degli anni. La crisi economica post “Bolla”, la coatta crescita economica degli anni '70 e '80, insieme a un rinnovato individualismo, specie tra i giovani, fanno del giapponese di oggi un individuo che ama, quando è possibile, prendersela comoda. Ciononostante il tempo che il suddito medio del Sol Levante dedica a se stesso, specie se confrontato con quello degli europei, resta sempre molto poco. Anche quello che dedicato al cibo, chiaramente, non fa eccezione. In parte radicato nella secolare arte della confezione, nonché figlio della frenetica crescita economica post conflitto bellico, l'obento si attesta come un curioso esempio della tradizione culinaria giapponese, filtrata dalle esigenze di una società fortemente industrializzata e che lascia pochissimo spazio alle necessità fuori dalla rigida sfera lavorativa. Trattasi fondamentalmente di quello che noi chiamiamo “cestino del pranzo”. Tuttavia, come sovente capita quando si ha a che fare con questo paese, ciò che sembra semplice e persino ovvio, riserva immancabilmente delle grandi sorprese. L'obento nasce dalla esigenza di consumare un pasto completo in poco tempo, occupando poco spazio e, fattore principale, spedendo  pochi soldi.Se in Italia abbiamo risolto il problema con un parzialmente dietetico, e talvolta frustrante, panino, alienando la nostra tradizione alimentare che vorrebbe il consumo di pasta e verdura anche a pranzo; i giapponesi dal canto loro sono riusciti a conciliare salute e tradizione con le necessità della loro asfissiante società.

Negli obento il cibo viene preparato e messo in una scatola rigida divisa in piccoli scomparti adibiti alle diverse pietanze. Dunque, come precedentemente accennato, qui ritroviamo appieno la cultura della decorazione e del creare sobri ed eleganti pacchetti, che è da secoli parte integrante della estetica popolare. Questo “pranzo al sacco” può essere preparato in casa o acquistato in appositi take-away, i favolosi Konbin (rilettura dell'inglese convenience store): minimercati aperti tutto l'anno ventiquattro ore su  ventiquattro, dove è possibile trovare qualsiasi tipo di prodotto. Dentro questi vassoietti di ogni forma e colore, si trova un pasto completo, solitamente composto da riso, uova, carne, pesce, come pure sushi e sashimi per tutti i gusti. La mentalità che si trova dietro a questi pasti confezionati è molto importante, poiché legata alla quotidiana alimentazione del salary man nipponico (il nostro “colletto bianco”). Il quale lavora tantissimo e abbisogna di un pasto nutriente e, in qualche modo, appagante. Il “sistema Giappone” lo accontenta, fornendogli un pranzo in miniatura suddiviso in microporzioni. Inoltre, e questo è forse il segreto degli obento, ogni contenitore ha sempre la sua bella porzione di riso. Quest'ultimo, oltre a essere un alimento sano e nutriente, simbolo non solo del Giappone, ma di tutta la gastronomia asiatica, procura un immediato e piacevole senso di sazietà. In altre parole, funge da “tappo” alla fame e dopo poche ore viene digerito con grande facilità, non penalizzando in alcun modo la efficienza lavorativa. Riassumendo, l'obento fa felice il consumatore per tre ragioni fondamentali. La prima si trova nell'appagamento della gola, dando l'impressione di aver consumato un vero e proprio pasto, sebbene incredibilmente parcellizzato, che non deprime come forse avviene con i nostri  panini e insalatine. I quali comunicano per lo piú la sgradevole sensazione di aver mangiato poco e in fretta. La mentalità che sta alla base dell'obento si attesta in definitiva come l'opposto di quella nostrana, giacché grazie a esso i giapponesi mangiano, è vero, sempre poco e di corsa, ma cibo sano e appagante, permettendogli così di tornare a lavoro sazi e con la sensazione di aver mangiato e non di aver fatto un semplice spuntino. In secondo luogo, trattasi di cibo sano. In Occidente spesso l'idea di acquistare alimenti preconfezionati porta con sé il timore che ci si imbatta in un qualcosa di non fresco o nei peggiori dei casi di “sintetico”. Per converso, la grande importanza che riveste l'impiegato pendolare nel sistema produttivo nipponico fa sì che la sua salute venga salvaguardata e che ciò che egli consuma ogni giorno debba essere immancabilmente di ottima qualità. Infine, l'aspetto economico. Una società che fa pagare molto caro qualsiasi lusso ha  il suo giusto contrappeso proprio nella ragionevole accessibilità dei beni primari, cibo in testa. Ragione che spinge i rivenditori a tenere quando possibile bassi i prezzi degli alimenti. In aggiunta, la considerevole varietà degli obento permette una ampia scelta in base al costo, visto che i sopraccitati konbin presentano una gamma di confezioni quanto mai vasta e sempre a prezzi ragionevoli. Come abbiamo potuto constatare, quello degli obento è ben piúdi un fenomeno esclusivamente gastronomico. Come quasi ogni cosa in Giappone, esso affonda la propria identità in quella stessa del paese. Si è già accennato alle graziose scatole che contengono le varie pietanze. A tal proposito è utile aggiungere che malgrado la maggior parte di questi pasti confezionati vengano comprati nei supermercati, essi rappresentano una ben radicata modalità di consumo tra i  giapponesi. Ad esempio, i salary man i piú fortunati hanno una mogliettina che gli prepara ogni giorni un “obento fatto in casa”. Questo però non vuol dire che la confezione home made sia migliore di quella del supermercato. La grande importanza che si dà alla freschezza degli alimenti consente una saggia equipollenza tra prodotto casalingo e industriale.   

In ultima battuta vogliamo soffermarci brevemente sul linguaggio connesso a questo fenomeno. Solitamente i ragazzi dicono bento, che usato da una ragazza suonerebbe in qualche modo volgare. La “o” è una particella onorifica che nel nihongo (la lingua giapponese) si utilizza per cose e persone. È utile ricordare come il linguaggio degli uomini si differenzi da quello delle donne; lo steso dicasi per i giovani e gli adulti. Ragion per cui le giapponesi sono molto piú inclini della loro controparte maschile a mantenere nelle parole le particelle onorifiche, persino quando si parla di cibo. In Giappone anche un semplice “cestino” per il pranzo si veste di profondi significati. Certo per noi il tutto può apparire spesso curioso, per non dire assurdo. Ciò malgrado, dovremmo chiederci se non siano invece i nostri occhi a essere poco inclini a vedere mentalità e costumi differenti. A tal proposito, citiamo le parole di un grande studioso come il transalpino Roland Barthes che ci ricorda l'importanza per noi occidentali di una buona dose di autocritica: 

Bisognerebbe, un giorno, fare la storia della nostra stessa oscurità, palesare la resistenza del nostro narcisismo, inventariare lungo i secoli quei pochi richiami di differenza che abbiamo potuto ascoltare, i recuperi ideologici che ne sono immediatamente derivati e che consistono ogni volta nell'acclimatare  la nostra ignoranza dell'Asia […].  (L'impero dei segni di Roland Barthes, Torino, Einaudi, 1984, p.6).

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