La logica del dono

Suggestioni francescane dall'ottica della gratuità

 

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dono di sé

Dio non ama il dolore, la sofferenza, la morte. Dio non è un padre-padrone che per vivere richiede il sangue dei suoi figli. Dio non ama i chiodi perché non è un boia assettato di vendetta. La croce è - e chi ama intensamente lo sa - il luogo definitivo in cui si autentifica l’amore che l’A/amante ha per l’altro.


Dire che Dio assunse la croce non deve significare una magnificazione del dolore, della croce, né la sua eternizzazione. Significa solamente "quanto Dio amò i sofferenti". Egli soffre e muore insieme. Dunque non è dolorismo, né magnificazione del negativo. Significa che amare è dare la vita, non risparmiarsi nulla, offrire tutto se stesso. Ecco la croce. Vivere così significa essere più forte della morte.



E davanti al mistero del dolore e della sofferenza di millioni di uomini e di donne e della difficoltà nella lotta, ciò che conta non è chiedere a Dio di salvarci dalle onde pericolose, ma liberarci dalla paura che ci paralizza e, incorporando la logica del dono, evitare altre croci.

 

 

ULISSE, DA ITACA A ITACA.

METAFORA DEL NARCISISMO: DALL'IO ALL'IO

Ulisse, da Itaca ad Itaca

 

 

 

Confucio (V sec. aC)

 

 

"E molto più importante accendere una piccola candela che maledire l'oscurità". L'aforisma è di Confucio, maestro cinese. Ebbene, in un tempo come il nostro, in cui sembra che siamo sempre più immersi nel buio (sociale, politico, economico, e anche geologico) vale di più una candelina invece di mille fiammeggianti proteste contro.

Francesco d'Assisi: Preghiera semplice


 

ABRAMO, DAL NOTO ALL'IGNOTO. ESODO SENZA RITORNO

Abramo

 

DAL NOTO ALL'IGNOTO, DALLA SICUREZZA DEL SISTEMA ALLA LIBERTA' ARTEFICE DEL VOLTO UMANO, CREATRICE UNICA DEL NOSTRO DESTINO. CAMMINARE A PIEDI NUDI, COME FRANCESCO, IL POVERELLO, ALIMENTANDOSI DEL PANE DI COLUI CHE E' ORIGINE E META, ALFA E OMEGA, TORMENTO E GOIA, ALTRIMENTI.......

 

 

NIETZSCHE, PROFETA DEL NICHILISMO

Nietzsche, profeta del nichilismo

Nichilismo vuol dire che i supremi valori si svalutano, che manca la risposta al perché, che non esiste nulla di assoluto e incontrovertibile. Nichilismo vuol dire che il mondo dei valori metafisici, morali e religiosi si sono frantumati in mille pezzi. Vuol dire che dell'esere non ne rimane più nulla.

La proposta scandalizza la Chiesa, i moralisti e tutti coloro che credono ancora in una Ragione forte, fondazionistica. Ma forse, dopo i genocidi e gli olocausti del Novecento, dopo le grandi ideologie (destra e sinistra) che con i suoi "valori supremi e sacri" ci hanno fatto a pezzi e condannato alla morte una schiera infinita di donne e di uomini innocenti, il nichilismo, pur senza misconoscere i rischi, sia uno stile, un "modus vivendi" che protegge la differenza, cioè la diversità e impedisce l'omologazione.

 

E questo e già un motivo di nobiltà rispetto a tutte le logiche massificanti, siano di destra o di sinistra, cioè alla pretesa del pensiero unico, il quale considera la diversità pericolosa, ingombrante e dunque da cancellare al più presto. La singolarità del singolare è non solo un diritto inalienabile ma anche un obbligo improrrogabile.

Finalmente possiamo navicare in un mare infinito, aperto.

 

 

L'uomo, un ponte tra due infiniti.

 

 

Sul volto

Il volto non ha forma, propriamente parlando, cioè va sempre oltre, sfugge. Nessun contorno lo definisce adeguatamente. Il volto non è la configurazione facciale. L’esperienza di ogni giorno ci dice che il volto non è semplicemente l’accostamento d due occhi, un naso, una bocca. Sappiamo che i tratti che lo rinchiudono in contorni non sono mai soddisfacenti, non rendono mai pienamente la presenza, il mistero.

 Perché il volto non ha forma? Perché è essenzialmente aperto, è una finestra imprevedibile che suggerisce paesaggi ignoti. Il volto, detto altrimenti, è strappo nella continuità dell’essere, mentre invece, la forma rende rigido, fermo, chiuso...

Ed ecco che l’incontro di un volto viene ad aprire il mondo, poiché è esso stesso incontro di un mondo.

 

 

 

IL NOSTRO PRECARIO EQUILIBRIO

 

 

 

L'uomo non è una mera parte misurabile del mondo, ma è un mondo mirabile a parte. Tutto, sempre, da riconstruire. Nella storia come cantiere, esercitando la prossimità oltre ogni confine e frontiera e nella speranza ogni giorno rinascente. Se l'uomo non mira ad essere di più, si sentirà un di-più sartreano, cioè "una passione inutile", è rischierà di non essere mai più.

 

 

 

CHE O CHI VOGLIAMO RAGGIUNGERE?

dove vogliamo arrivare?

La natura ci parla

Dice H. Hess: "Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io gli adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Mirano con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto.

 

FACEBOOK

 
 

Betsabea al bagno - Rembrandt

La nudità senza miseria

 

Quando Rembrandt dipinge nudo il corpo della sua amata Betsabea, questa è come rivestita di gloria dalla qualità dello sguardo che il suo amante porta su di lei e che, senza cancellare il Desiderio, si traduce con la qualità della luce che gronda sulla sua pelle, sulla sua carne celebrata.

Quando è percepito a partire dal Volto, il corpo dell'altro, nella sua nudità, può essere guardato senza inverecondia, senza la pretessa di possedere. Il corpo denudato può essere onorato dallo sguardo che lo percepisce a lo accoglie come espressivo, tutto intero espressione di una presenza personale, di un mistero che si svela ma non si esaurisce nel corpo.

Esso è allora come rivestito dalla qualità di quello sguardo, rivestito di Bellezza, se si intende con questa "la forma che l'amore dà alle cose". Il Desiderio non sarà assente da un tale sguardo, poiché c'è sempre una parte di desiderio nell'esperienza della Bellezza; ma il Desiderio, da tale prospettiva e atteggiamento, non è solo "pulsione libidinale", concupiscenza, cioè appettito: è anche celebrazione, riconoscenza, omaggio, fervore.

Sguardo e atteggiamento dunque più disposti ad accogliere il corpo dell'altro che non ad appropriarselo.

 

Tu farai del mio corpo il tuo giardino più caro (E.Jabès)


Lo so, vi toccate beati così, perché la carezza trattiene, perché non svanisce quel punto che, teneri, coprite; perché in quel tocco avvertite, il permanere puro. E l'abbraccio, per voi, è una promessa quasi d'eternità, (R. M. Rilke)

Il pensiero di Rilke ci aiuta a pensare la Carezza non solamente come contatto o tentativo di appropriazione ("mettere le mani sull'altro"), ma, più profondamente, come celebrazione del corpo dell'altro, gesto che lo plasma. E' tentativo di addomesticamento e al tempo stesso esperienza che né l'altro né il suo corpo sono in mio potere o in mio possesso.

Esperienza di spossesso nella più grande delle prossimità. Il che significa che il corpo dell'altro nella sua carne, è là, sotto la mia Mano; e pur tuttavia, è sempre altro, portatore di una vita che sento vibrare in esso ma che rimane per sempre al di fuori del mio potere, inafferrabile, vale a dire alterità in-catturabile.

 

Il Bacio

 

Il mio respiro affiorava già l'amizia della tua ferita. E dalle labbra di nebbia discese il nostro piacere alla soglia di duna (R. Char).

Posare le labbra sulla pelle o sulle labbra dell'altro/a... Quello che potrebbe essere un atto di divorare (la bocca non serve in primo luogo a ingerire?) diventa invece l'espressione di una vittoria sull'appetito. Non si tratta dunque di divorare, ma piuttosto, paradosalmente, di bere, come si beve una coppa.

Non si tratta più di distruggere ma di venerare. Nel bacio la prossimità è ancora più grande che nella carezza o nell'abbraccio. Rosse e umide, le labbra sono una mucosa: la vita interna del corpo vi affiora.

Abbandonarsi al bacio vuol dire vincere la chiusura dei corpi, non accontentarsi di essere prigionieri del proprio "sacco di pelle", voler passare all'altro/a, conoscerne il gusto, avvicinarne la sostanza.

Scambi di respiri in cui il crescere del Desiderio porta al superamento dell'ordinario disgusto legato a tali contatti. Il bacio sulle labbra è un cominciamento. Sovente annuncia e avvia altri scambi.

Il bacio, spia dell'intimità che, agonicamente e ludicamente, cerca di plasmare, respirando insieme, il cuore e il corpo dell'altro/a.

Elvis Presley

 

La carezza e il femminile

 

La carezza - parlo sempre del rapporto eterosessuale - è il reciproco addomesticarsi dei due sessi: dell'uomo da parte della donna, della donna da parte dell'uomo. Ma forse si deve sottolineare che c'è una segreta parentela tra la carezza e il femminile. Non abbiamo tutti ricevuto le nostre prime carezze da una donna?


Ecco che è probabile che nella carezza, l'uomo si metta o abbia a mettersi in modo particolarissimo alla scuola del femminile. Sull'argomento, citiamo le parole di una donna, filosofa che esplora, in quanto donna, delle vie in questo senso.

"L'atto sessuale sarebbe ciò attraverso cui l'altro mi ridà forma, nascita, incarnazione. Anziché provocare la decadenza del corpo, esso partecipa alla sua rinascita. E nessun altro atto lo equivale, in questo senso. Atto massimamente divino. L'uomo fa sentire alla donna il suo corpo come luogo. No solamente il suo sesso e la sua matrice, ma il suo corpo. Egli lo situa nel suo corpo e in un macrocosmo. L'uomo, ricreando la donna dal di fuori, si riscolpisce un corpo. Si ricostruisce un corpo a partire dalla generazione del corpo dell'altra. Servendosi della sua mano, del suo sesso. Sesso non solo per il piacere, ma come strumento di alleanza, di incarnazione, di creazione" (L. Irigaray).

 

 

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Antropologia del tango

Post n°460 pubblicato il 07 Aprile 2015 da fraeduardo

 

 

Tango: El día que me quieras

Musica: Carlos Gardel

Testo: Alfredo Le Pera

Versione strumentale del pianista argentino: Daniel Barenboim

 

Tanti anni fa, quando iniziai i miei studi di filosofia, avevo come insegnanti di antropologia un prete non molto giovane di età, però fresco di spirito. Era un prete amante del tango. Questo uomo che, ancora oggi, ricordo con tanto affetto, era un sacerdote "poco ortodosso" poiché allora faceva qualcosa di sorprendente. Nei primi cinque minuti della lezione, egli faceva ascoltare un tango, poi distribuiva il testo del tango da analizzare e, dopo una prima lettura veloce, invitava due studenti, maschio e femmina, a ballare.

Con gioia ricordo le sue lezioni e la sua pedagogia inusuale, innovativa, e direi, "scandalosa". Fu lui che, resosi conto che anche io avevo con il tango, un rapporto particolare, mi suggerì di dare un'occhiata ad alcuni testi. Mi disse: "Sei impastato con questa musica, ti suggerisco di  'tuffarti' dentro i testi e coglierne alcuni elementi strutturanti". Precisò: "Dovrai essere sincero e non avere paura del volto umano che verrà fuori. Sicuramente non ti piacerà". Capii subito il perché di tale avvertimento.

Lavorai più di un semestre, leggendo e rileggendo testi che formavano parte dell'immaginario popolare, testi, direi "epocali", testi che erano "inni", considerati come "sacri" dal cuore del popolo. Per scrivere un centinaio di pagine - che poi non so dove siano andati a finire - parlai pure con i più grandi musicisti di allora. Personaggi portatori di una saggezza filosofica che nulla avevano da invidiare ai grandi filosofi che hanno segnato il panorama del pensiero occidentale.

Il lavoro andò perduto in non so quale dei numerosi traslochi da un convento all'altro. Niente computer, solo la carta e la vecchia Olivetti.  Una coppia del mio lavoro l'avevo consegnata ad un amico di mio padre, come riconoscimento per tutto ciò che sul tango, egli, forse senza saperlo, mi aveva insegnato.

La frase che misi in esergo era: "Il tango è un sentimento triste che si balla". E' questa una definizione di uno dei massimi esponente del tango, Enrique Santos Discepolo. Oggi è in bocca di tutti ma allora questa definizione era patrimonio di pochi. Gli europei, abituati al tango "for export", al tango "ipersensualizzato", il tango per "i turisti", non riuscirebbero mai a capire la drammaticità che è insita in questa definizione.

Lascio da parte la nota genealogia geografica del tango. Mi soffermo ad elencare alcuni elementi di stampo antropologico che sono l'eco di quel studio di allora.

1) L'uomo di cui parla il tango, è un uomo fallito, un uomo che vede i suoi sogni continuamente infranti, abortiti e che non riesce mai a realizzarsi.

2) Il destino, la fatalità, le Erinni ... segnano tutti i suoi passi, come se le sue decisioni non dipendessero mai dalla sua libertà. Il fato domina tutto l'orizzonte esistenziale e lascia passare pochi raggi di luce, raggi che non bastano mai per vedere limpidamente il sole della felicità, tranne che in pochi momenti che, paradossalmente, come nella tragedia greca, sembrano anticipare la condanna definitiva al buio pesto. La felicità è praticamente sconosciuta o sentita come un lampo che sfiora per un attimo il cuore per finire poi lasciando amare tracce impossibili da cancellare.

3) L'uomo del tango è un uomo tradito. Da chi? Dalla donna amata, da colei in cui aveva posto tutte le sue speranze. Abbandono, tradimento, gelosia, umiliazione... sono elementi rilevanti dell'atteggiamento dell'uomo del tango. Elementi che soltanto desunti dalla sua esperienza lo portano a chiudersi in se stesso e a rifiutare ogni possibilità di aprire le porte al "novum". Stanco, "sbranato" dai tradimenti della donna, chiude la bottega del sentimento. Il resto dei suoi giorni sono solo "memoria crudele" di ciò che fu e un rimpianto senza posa per la donna amata e perduta. Le sue ferite sono inguaribili e sembra che si compiaccia di questo eterno tormento.

4) La vita è posta sotto il segno dell'esistenzialismo tragico perché vivere è sempre subire le onde di un destino che lo travolge senza pietà. La dramaticità è l'humus non soltanto dei testi ma pure della musica. Un pathos di malinconia, di tristezza e pure di morte risuona nelle note del tango. Per dirlo con una metafora: non celebra mai la primavera poiché il tango dipinge i suoi suoni di autunno e di inverno.

5) L'unica barca di salvezza è la figura della madre. E' questa una figura che non lo tradisce  mai e in cui si rifugia cercando il balsamo per i suoi dolori. E' una specie di Madonna, pronta a perdonare tutti i suoi errori e orrori. Cosa che non è una virtù frequente della donna amata. Questa, non di rado, attratta dalla ricchezza, dal benessere, dalla vita facile e spensierata, alza il volo e, senza nulla dire, si accoda volentieri ad altre storie in cui lo champagne e la pellicce subentrano al posto della fame, della povertà e del freddo che, per tanti motivi, era costretta a subire convivendo col suo compagno. 

6) Non manca mai il senso di trascendenza, dato che la stoffa religiosa della popolazione da cui è nato il tango è molto forte. E' un dio a cui si dice grazie per i doni ricevuti ma che risulta impotente per illuminarre l'orizzonte e per tirar fuori dalla crocifissione affettiva, dalle passioni amorose che stravolgono l'uomo del tango.

7) Una caratteristica positiva da sottolineare è la sincerità e la fedeltà ai suoi amici. L'uomo del tango è leale perché ha un altissimo senso dell'amicizia, un senso che egli non tradisce mai. E' capace di rischiare la vita per gli amici; è capace di mettere a rischio la propria pelle quando è l'ora di diffendere l'onore degli amici, e pure della donna, sia o no la propria compagna.

8)Un altro profilo mi preme sottolineare prima di finire: L'uomo del tango non si arruffianerà mai!

Senza dubbio questi dati positivi sono da ammirare, elogiare, ponderare, ma non riescono a controbilanciare la negatività dei precedenti.

Riconoscere i profili antropologici negativi come elementi sistematici e strutturanti del tango, non è stato del mio piacimento, ma devo dire che non venivano che a confermare intuizioni profonde che da tempo mi sembravano vere.

 

A MODO DI CONCLUSIONE. Se il tango è "un sentimento triste che si balla", la tristezza di questo sentimento  ha lontane radici. Dato che il tango è nato, soprattutto, dalla cultura dell'emigrante, si deve considerare, che tutta questa gente, non è emigrato per motivi turistici, per fare un "viaggio di piacere", ma perché spinti, espulsi dalla miseria della loro terre. E' la fame che fa emigrare non l'arte.

Attraversando l'oceano hanno lasciato dietro una storia pesante, da dimenticare. E in questa odissea hanno perso per strada brandelli di speranze che l'acqua ha inghiottito. Sono arrivati senza nulla, e non sempre con la speranza di giorni migliori. Gli dei, ironicamente, prendendosi beffa di loro, gli avevano già condannati al fallimento, ad un'erranza senza fine.

L'unico punto fermo in cui ancorare l'anima è la madre. L'uomo del tango è "mammone". Poche volte emerge in senso forte, generoso, la figura del padre. I testi del tango parlano abbondantemente, in modo esplicito ma anche implicito, di questi argomenti.

Ovviamente dalla mia brevissima (e criticabile) descrizione, l'uomo del tango appare come una figura drammatica, pessimistica, anzi tragica, con poche o quasi nessuna possibilità di riscatto e di vivere una vita discretamente felice. Abbandonato da "lei" non di rado trascorre le sue notti ubriaco sul bancone di qualche malfamato bar. Non è un uomo da invidiare né da imitare. E' l'uomo del lamento ma che non versa mai le sue lacrime in pubblico perché "il macho non piange".

Un ricordo personale: Non ho visto mai versare una lacrima a mio padre, nemmeno quando il cancro consumava pelle e ossa e lui, a casa mia, moriva in silenzio, mentre i suoi dolori gli facevano provare le pene dell'inferno.

"Il tango è un sentimento triste che si balla", diceva Discepolo. Vorrei però aggiungere un'altra definizione. E' di una napoletana che ha scritto un bel commentino nel post precedente. "Il tango è una fusione di anime senza tempo, senza cittadinanza". Se questo è vero, il tango, nato nelle periferie del vecchio Buenos Aires, oggi è un "sentimento" che, triste o no, non lascia indifferente nessuno.

 

 

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Commenti al Post:
missely_2010
missely_2010 il 07/04/15 alle 09:19 via WEB
buon giorno^^.
 
collineverdi_1900
collineverdi_1900 il 07/04/15 alle 09:54 via WEB
buona giornata x te e famiglia.^^
 
massimocoppa
massimocoppa il 07/04/15 alle 11:46 via WEB
perbacco, post interessantissimo!
 
RicamiAmo
RicamiAmo il 07/04/15 alle 14:17 via WEB
Buongiorno caro fraeduardo, post molto interessante, le auguro una felice giornta con affetto Delia
 
GiuseppeLivioL2
GiuseppeLivioL2 il 07/04/15 alle 15:06 via WEB
bellissimo ed interessantissimo, il tango, e il post ..! :)
 
GiuseppeLivioL2
GiuseppeLivioL2 il 07/04/15 alle 16:54 via WEB
la 'donna del tango' non mi piacee ..! ^____^ .....la sua risposta about Coelho ? :) un grande abbraccio .. ah, volevo anche chiedere 1 altra cosa : in estrema sintesi,,,, solo poche o pochissime persone sono straordinarie, eccezionali, di talento, talentuose ?? o lo sono, lo siamo, tutti ? ogni persona è straordinaria, meravigliosa, un prodigio, un' opera d'arte di Dio, tutti tutti, ogni persona, ha talento? ha talenti? grazie mille, di cuore ! buona serata :)
 
GiuseppeLivioL2
GiuseppeLivioL2 il 07/04/15 alle 18:41 via WEB
perchè, giustissimamente, in tantissimi amiamo moltissimo chopin, leopardi, e molti altri, mi vengono in mente ora schopenauer, kafka, dostoevskj, che non sono certo leggeri, solari, allegri ? o le straordinarie tragedie, non solo greche, o l'opera, le opere liriche, che sono molto spesso più che malinconiche, tristi, drammatiche, non ''positive'', non traboccanti di 'ottimismo'?? ^_____^
 
nell.ombra
nell.ombra il 07/04/15 alle 19:23 via WEB
Grazie per avermi quotata, fraeduardo. Il tango è sentimento, è stato dichiarato patrimonio dell'umanità. (c'è un bellissimo scritto di Borges a proposito...)
 
vulnerabile14
vulnerabile14 il 07/04/15 alle 22:11 via WEB
Colui che non sbaglia mai perde un sacco di buone occasioni per imparare qualcosa (T Edison) E con questa citazione ti auguro , , Klicca . Franca
 
Acquamarina.0
Acquamarina.0 il 08/04/15 alle 00:34 via WEB
Buonanotte le lascio un saluto su queste note del tango ,a presto
 
vulnerabile14
vulnerabile14 il 08/04/15 alle 13:39 via WEB
Uhh come mi piacebbe saper ballare il tango!! Grazie FraEdoardo di avermi fatto sorride con il suo commento da me, ne h'avevo bisogno. Franca.
 
alba.estate2012
alba.estate2012 il 08/04/15 alle 21:43 via WEB
Il tango è un ballo passionale lo balla bene solo chi sente la musica nelle vene. Buona serata, un abbraccio, Pace e Bene.
 
GiuseppeLivioL2
GiuseppeLivioL2 il 09/04/15 alle 06:51 via WEB
a proposito ,,,,,,,,,, !! credo che il tango abbia qualcosina in comune con la canzone napoletana,,,, o no ??? comunque, sono due '''cose''' straordinariamente belle, entrambe !!!! ovviamente, poi, tra le due vi sono anche parecchie, rilevanti, differenze,,,, ma mi piacerebbe sentire le vostre opinioni ................. grazie, buona, felice giornata !! *_____*
 
GiuseppeLivioL2
GiuseppeLivioL2 il 09/04/15 alle 08:47 via WEB
ciao, buongiorno ! ^_____^ se vuoi, se ti va, aggiungi, alla mia,,, una tua, anche brevisssima, preghierina........ :) ........... dal giorno 14 in poi riavrò finalmente la linea, la connessione internet normale, veloce, e potrò essere MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO più presente, attivo, e scrivere, rispondere e commentare MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO MOLTO di più .....!!!!!! ^____________^ .....finalmentee!!!!!!!!!! in questo periodo, invece, ahimè, purtroppo, avendo finito i giga,,,,, ho una connessione MORTALMENTE LENTA, CHE NON mi permette di fare quasi nulla (ci metto IN MEDIA quasi mezz'ora solo per riuscire ad 'inviare' un solo commento, per esempio), e non mi consente, non mi dà la possibilità, mai, assolutamente, di ascoltare nessuna canzone ....!!!! :-(((((((((( ................... ................... sarebbe bello, credo sarebbe davvero l'ideale per tutti, non che non ci fosse più nessuna religione, come, se non sbaglio, auspicava LENNON (dotatissimo, talentuosisssimo, senza dubbio, cmq, un genio) -- perchè lui non credeva, come dice nella sua famosissima canzone IMAGINE, nel ..... Paradiso!, nella vita eterna -- ,,, ma che tutte le religioni avessero la libertà, la possibilità, di esistere, appunto, liberamente, in santa pace, avessero la possibilità di coesistere, convivere in pace, serenità, nel massimo rispetto reciproco, vicendevole, possibile. no?? :) buona giornata, che sia molto bella e positiva, per te, e per tutti ..! :) con tanto sincero affetto, e altrettanta stima, gius ....... a presto !
 
gaza64
gaza64 il 09/04/15 alle 22:01 via WEB
Non avevo mai avuto modo di leggere una riflessione tanto accurata sul tango e l'ho trovata estremamente interessante per i risvolti storici e psicologici che la sua nascita ha determinato.
L'uomo del tango soffre per l'abbandono della sua compagna e quasi mi sembra il riflesso del suo aver abbandonato la terra, che è donna anch'essa, ed averla perduta pur stringendo forte la radice lunghissima che ad essa lo lega attraverso la figura della Madre.
Un po' la storia di ogni figlio: qui ancor più dolorosamente segnata da una separazione multipla e metaforica che trova, nell'espressione in musica e in parola di quella tristezza, la leggerezza della danza, che lo culla...
Il tango, comunque, non l'ho mai ballato, però me la cavo con il flamenco:)
Chissà se conosce anche la sua storia...Un caro ed affettuoso saluto, Gabriella.
 
GiuseppeLivioL2
GiuseppeLivioL2 il 10/04/15 alle 10:02 via WEB
La tragedia di Garissa, in Kenya, dove gli shaabab islamisti arrivati dalla Somalia hanno attaccato un campus che ospita quasi mille tra studenti e professori e ucciso quasi 150 studenti indifesi, ripropone tutte le angosce più tipiche di questo nostro tempo. La difficoltà di proteggersi rispetto a chi vuole a ogni costo colpire gli innocenti e i luoghi del sapere e dell’istruzione (come ci dimostra il fatto che il Governo keniano avesse comunque lanciato, nei giorni scorsi, un allarme a proposito delle università). La gestione delle frontiere, spesso insuperabili per chi soffre ma permeabili agli agenti del terrore. L’odio implacabile per l’identità e l’umanità dell’altro, rappresentato nel rito atroce delle decapitazioni, che ci risulta impossibile da comprendere e quindi arduo da prevenire. E anche l’idea del "nemico tra noi", che dopo la Francia dei fratelli Kouachi e l’Italia dei reclutatori arrestati, potrebbe investire il Kenia, se fosse vero che la mente dell’attacco è il ricercato Mohamed Kuno, ex docente nel campus della strage. Sono, da anni, i nostri incubi quotidiani, amplificati dalla velocità con cui le informazioni e le immagini si diffondono sul pianeta. Proprio per questo, però, diventa di giorno in giorno più insopportabile la cappa di silenzio che grava tuttora sul problema dei problemi: la crescita esponenziale delle persecuzioni per ragioni di fede e, dentro questa tendenza, il martirio incessante dei cristiani, di gran lunga i credenti oggi più discriminati al mondo. Risale a sole 3 settimane fa la strage nelle chiese di Lahore, in Pakistan. È di questi giorni il dramma degli studenti in Kenya. L’attacco dei terroristi somali, inoltre, è stato condotto con l’ormai consueto tratto di particolare crudeltà. I terroristi hanno badato a dividere gli ostaggi musulmani da quelli cristiani: i primi sono stati liberati, gli altri decimati o presi prigionieri. Per i cristiani, insomma, è l’ennesima Pasqua di passione, l’ennesima croce da portare. Con la fede quale unico sostegno e consolazione. - F. Scaglione. Carissimo, buona giornata!! ^____^ Un abbraccione
 
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INFO


Un blog di: fraeduardo
Data di creazione: 07/11/2009
 

ASCOLTIAMO LA SAGGEZZA

Un giorno la Saggezza si avvicinò all'uomo e disse: "Tu non puoi scherzare con l'Animale che dimora dentro di te, senza diventare come lui. Tu non puoi scherzare con la Menzogna, senza perdere il diritto alla Verità. Tu non puoi scherzare con la Crudeltà, senza pervertire ciò che ti fa essere umano, cioè la Tenerezza. Se vuoi vedere pulito il tuo giardino, non puoi lasciare spazio alle erbacce".

L'uomo se ne andò pensando: "La Saggezza è molto astuta, lavora continuamente all'inganno di noi stessi. Non dobbiamo prenderla troppo sul serio".

 

 


 

FEELINGS

Il regista Ingmar Bergman, all'inizio del suo film Scene da un matrimonio, pone come didascalia quest'espressione: "Analfabeti in amore". A quest'analfabetismo oggi si deve aggiungere lo scetticismo e il primato della logica del "usa e getta" che fa dell'altro uno strumento in funzione della realizzazione dell'io. Tali ingredienti sono alla base della carenza endemica della gioia di essere e dello slancio vitale di una epoca veramente paradossale. Tanto confortevole e tanto sconfortata; tanto frenetica quanto ermetica

L'amore è invece un mettersi nella pelle dell'altro. E' amorevolezza, come amare l'altro non a modo mio, ma a modo suo, cioè a misura dei suoi bisogni anche se non espressi. Afferma Dante nella terza Cantina: "Già non attendere'io la tua dimanda/s'io mi intuassi, come tu t'inmii" (Par, 9, 80-81). E ciò significa che l'essere umano ha la capacità esodale, cioè la capacità di uscire da sé e andare verso l'altro, la capacità di intuarsi, di essere presente nel tu, ma paradossalmente, senza mai invadere o possedere.


Finiamo dicendo che "amare è donare l'essere" e il dono non si identifica con il regalo. E' l'offerta dell'essere, diversa dall'offerta dell'avere. Affermava A. Einstein: "Il problema impellente di oggi non è quello dell'energia atomica, ma quello del cuore umano". Si tratta dell'amore che è sì sentimento, ma è anche, e fondamentalmente, volontà di promozione dell'altro.

 

STEMMA E FIRMA DI SAN FRANCESCO

Le due lingue originali della Bibbia - l'ebraico e il greco - hanno in comune una lettera dell'alfabeto, il Tau. Questa lettera occupa un posto importante nella vita e nel comportamento di san Francesco: questi non solo ne fa uso frequente, ma manifesta per tale segno un vero affetto, addiritura una devozione.

"Con tale sigillo - dice il suo biografo Tommaso da Celano - Francesco firmava le sue lettere, tutte le volte che per necessità o per spirito di carità, spediva qualche suo scritto".


Con esso - scrive san Bonaventura - Francesco dava inizio alle sue azioni". Ebbene, io, Fra Eduardo, frate periferico e peccatore, raccolgo l'eredità del mio fratello Francesco e al solito posto della foto del Blog (batezzato "gratitudine") inserisco il Tau dando pure inizio all'azione che, ovviamente, si muove o percorre il sentiero della riflessione.

Pensare è un atto etico - diceva E. Lévinas - ma per un francescano non è soltanto un atto etico, è, anzitutto, ringraziare perché consapevole della gratuità che ci avvolge e ci nutre senza posa.

Le nostre riflessioni, senza grandi pretese, ma non per questo senza un certo "rigore teoretico", faranno leva sulla logica del dono, logica che Francesco, sulla scia dell'Amante, ci ha lasciato come la sua lezione più bella.

 

AVERE E POSSEDERE

L'equazione freudiana di denaro=feci è una critica implicita al funzionamento della società borghese e alla sua mania di possesso. Il denaro, come simbolo di possesso, significa per Freud che la persona ossessivamente preoccupata dall'avere e dal possedere è nevrotica e ha un carattere preadulto. E se la maggioranza delle componenti di una società sono intaccate da questo male, allora ci troviamo di fronte ad una società malata.

Certo che l'ermeneutica freudiana si può mettere in discussione, ma  è ovvio che la società occidentale è succube della patologia dell'avere. Sono ciò che ho; più ho dunque più sono. Il primato del quantitativo a detrimento del qualitativo. Ecco l'equazione: Avere=Essere. Ma tale logica è umanizzante?

Merita di essere meditata la descrizione che Albert Camus, scrittore e filosofo franco-argerino, dava di se stesso: "Io non so possedere. Di quel che ho, e che mi viene offerto senza che io l'abbia cercato, non posso conservare nulla. Sono avaro di quella libertà che sparisce non appena comincia l'eccesso dei beni" .

 

USA - J (G)ET-TA

cristo - Leon Ferrari

 

Marvin Gate

 

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BENEDIRE LA MATERIA

Francesco d'Assisi - Giotto

Francesco, configurato dalla logica del dono, incarna una nuova pietas, cioè dal divino verso l'umano. Dunque, non "fuga mundi", come invece era lo stile di vita (e di pensiero) dei monaci del tempo e di una chiesa di stampo più greco-manichea che cristica. Sguardo rivolto verso il mondo, promozione della civitas terrena sotto il segno dell'armonia con il divino e della sintonia con l'umano è la logica con cui Francesco umanizza il suo volto e ricupera un mondo bello, innocente, sbiadito o demonizzato dalla teologia e dalla spiritualità del suo tempo. Si tratta di comunione e partecipazione quindi assenza di alienazione, né verticale né orizzontale. Francesco è pure per noi, uomini postmoderni, una nuova pietas. Sa accogliere e promuovere la terra senza dimenticare il cielo e viceversa, cioè accogliere e benedire la materia senza accantonare o misconoscere lo spirito.  Ecco la domanda: Non è il desiderio dell'uomo d'oggi di celebrare il relativo senza perdere di vista l'assoluto? Non è il suo anelito dare spazio all'Assoluto e fruire pure del contingente? In breve, trovare Dio senza perdere il mondo? 

My Sweet Lord

 

PROSSIMITÀ: DARE SENZA NULLA CHIEDERE IN CAMBIO

tao francescano

L'alternativa per uscire dalla logica di Prometeo, di Sisifo e di Narciso, fino ad oggi paradigmi antropologici della cultura occidentale, è assumere la logica della gratitudine cioè la logica della mano aperta, della prossimità senza confini.

 

ESCHILO-PROMETEO INCATENATO

 

Prossimo non è l'uomo della nostra fede, né della stessa razza, né della stessa famiglia: è ogni uomo fin dal momento in cui io mi avvicino a lui, poco importa la sua ideologia o la sua confesione religiosa, la sua etnia o la sua biografia.

 

AMORE VUOL DIRE ESSERE

Amore, una sorte di rottura di sé perché l'altro lo attraversi

SONO PERCHE' AMO; SONO NELLA MISURA IN CUI AMO

Sono ciò che amo

Non cogito ergo sum ma, piuttosto, diligo ergo sum. L'atto di amore è la più salda certezza dell'uomo, il cogito esistenziale irrefutabile: Io amo, quindi l'essere è, e la vita vale (la pena di essere vissuta).

 

J-P. Saretre, il filosofo francese esistenzialista, libero dall'acussa di romanticismo, afferma: "La mia esistenza è, perché chiamata. Mentre prima di essere amati, eravamo inquieti per questa protuberanza ingiustificata, ingiustificabile, che era la nostra esistenza, mentre ci sentivamo "di tropp" ora sentiamo che questa esistenza è ripresa e voluta nei suoi minimi particolari da una libertà assoluta che essa condiziona nello stesso tempo - e che è proprio non vogliamo con la nostra libertà. E' questo il fondo della gioia d'amore, quando esiste: sentirci giustificati d'esistere".

L'amore: incontro di due salive? E. Michael Cioran

 

PELLEGRINA O FUGGITIVA? NOMADE O TURISTA?

isolamento

 

Accogliere e proteggere?

O

Possedere e soffocare?

 

 

 

 

 

Ma che abbiamo noi tutti, poveri umani

da volerci stringere gli uni contro

gli altri? (A. Cohen)

 

 

 


 

HA LA VITA UMANA UN SENSO? SI O NO?

 

 

Forse la tragedia dell'uomo moderno è dovuta al fatto che egli ha dimenticato di domandarsi: chi è l'uomo? L'incapacità di trovare la propria identità, di sapere che cosa è l'autentica esistenza umana, lo spinge ad assumere una falsa identità, a fingere di essere ciò che è incapace di essere o a non riuscire ad accettare ciò che si trova alla vera radice del suo essere. L'uomo nella sua angoscia è un messaggero che ha dimenticato il messaggio" (J. A. Heschel).

 

Il Diogene contemporaneo, come il saggio greco, è in affanosa ricerca dell'uomo. E invece dell'uomo trova le sue maschere vuote: etichette e funzioni, misure e classificazioni. E il titolare di queste qualità è ridotto all'inconsistenza interiore. Non sa donde viene né dove va. Senza imbocco e senza sbocco. Cioè senza senso. Il Diogene contemporaneo si ritrova con la lampada perfezionata (razionalità scientifico-tecnologica), ma con l'oggetto della sua ricerca desintegrato.

 

L'UOMO NON È SISIFO

Sisifo

L'uomo del primo secolo si preocupava della morte e della immortalità; l'uomo del sedicesimo secolo si preoccupava della colpa e del castigo; l'uomo del ventesimo secolo è turbato dalla minaccia di mancanza di significato. Il paradigma antropologico sembra essere Sisifo, colui che è condannato a vivere l'eterno ritorno dell'identico.

Ha davvero ragione A. Camus quando scorge il simbolo dell'umanità nella figura di Sisifo, che si ostina a rotolare il sasso in su verso la vetta del monte, per poi doverlo vedere sempre sistematicamente franare di nuovo verso il basso? Possiamo davvero pensare Sisifo felice?

 

L'UOMO NON È PROMETEO

 

 

Prometeo è l'altro paradigma antropologico che ha segnato la cultura occidentale. Egli guarda con pietà gli uomini perché erano nudi, scalzi, scoperti e inermi, in balia della necessità e dell'indigenza. Ecco che ruba il fuoco agli dei, metafora della razionalità scientifico-tecnologica con cui oggi l'uomo domina il mondo.

E così che l'uomo è riuscito, come gli altri animali, a far fronte ai problemi della "sopravvienza". Ma la domanda si impone: come risolvere i problemi della "convivenza"?

 

L'UOMO NON È NARCISO: AUTOREFERENCIALE

 

Narciso, il giovane del mito greco, colui che disprezzando l'altro/a (Ninfa Eco) rivolge il suo sguardo soltanto verso se stesso, sembra essere oggi il paradigma antropologico vincente.

L'io è l'ombelico del mondo, l'altro soltanto apendice. Ci porta verso un volto umano tale atteggiamento e antropologia?

 

CHI È L'UOMO?

 

L'uomo non è Sisifo, condannato all'eterno ritorno dell'identico; non è Prometeo, colui che deve essere in eterna lotta contro gli dei; non è nemmeno Narciso, colui che non considera l'altro alla sua altezza ed ecco che lo lascia da parte.

L'uomo è la gioia del sì nella gratuità quotidiana perché, nonostante la dramaticità dell'esistenza, è consapevole o intuisce che la vita è un dono e che c'è un oltre e un Altro, patria definitiva.

 

SULL'ASCOLTO

 

Uno degli aspetti sconcertanti di questo mondo odierno è che non ci si ascolta a vicenda. Se siete malato o anche morente, nessuno vi ascolta. Se siete spaventato o sgomentato o sperduto o privo di tutto, o solo, o infelice, nessuno vi ascolta realmente. Nessuno ha tempo di ascoltarvi, neppure quelli che vi amano e che sarebbero pronti a morire per voi" (T. Caldwell)

 

ANCORA SULL'ASCOLTO E LA CHIACCHIERA

1

Ascoltare è soltanto possibile se nell'uomo c'è il silenzio, giacché ascoltare e tacere sono correlativi. Nessuno presta più ascolto a colui che parla perché ciascuno aspetta soltanto di scaricarsi delle parole che ha ammucchiate, di buttarle fuori della bocca: è una semplice funzione animale (M. Picard).

 

2

 

Senza l'ascolto, radicale apertura reciproca, non sussiste alcun legame umano. L'esser legati gli uni agli altri significa sempre, insieme, sapersi ascoltare (H. G. Gadamer)

 

3

Chi chiacchiera non si preoccupa di comunicare, ma solo d'infilare parole, che non dicono niente. Non persuade, né convince; stanca, infastidisce. Non lo ascoltiamo, né, in fondo, a lui interessa l'essere ascoltato" (M. F. Siacca)

 

4

Non abbiamo che guardarci in giro nel mondo che ci circonda per vedere in quale terribile misura il silenzio sia scomparso e scompaia sempre di più; quanto sopravvento abbiano le chiacchiere e come sempre più aumenti il ruomore. Di fuori e, prima dentro; giacché lo stato interiore anche di quelli che taccciono è spesso tutto'altro che silenzioso; è piuttosto una interiore produzione di parole, che solo causalmente non esce fuori (R. Guardini).

 

STOP! IN THE NAME OF LOVE

 

 

La Possessività è il culmine di una pulsione onnipervasiva che distrugge qualsiasi cosa al suo passaggio. E' come un virus folgorante, e prolifera come il germe della follia. Al'inizio assume l'aspetto di una sorta di manovra d'accerchiamento di routine, quindi inoffensiva. Poi si trasforma in una specie di "reticolato militare", per divenire infine una "tecnica di perquisizione costante del territorio dell'altro". (M. Chebel, Il libro delle seduzioni).