Militarizzazione e privatizzazone dell'acquaUna delle ragioni per cui Israele ha potuto mantenere l'occupazione illegale di Gerusalemme, Cisgiordania e Striscia di Gaza per 39 anni, è stata la capacità di filtrare attentamente la realtà quotidiana e concreta dell'occupazione stessa, imponendo temi generali ed astratti come la sicurezza di Israele, il nuovo antisemitismo, l'Olocausto, la democrazia in Medio Oriente, la lotta al terrorismo, eccetera. In questo gioco ha trovato piena complicità nei grandi media USA ed Europei. La conseguenza è una notevole dissociazione tra la percezione che l'opinione pubblica occidentale ha del conflitto e l'esistenza quotidiana della popolazione araba sotto assedio. Prendiamo un tema come l'acqua. Quanti sanno che l'acqua della Cisgiordania serve per l'83% alle esigenze degli insediamenti ebraici, Tel Aviv, Gerusalemme e Beer Sheeva -- di cui costituisce la principale fonte di approvvigionamento -- e il rimanente 17% è della popolazione araba, che deve farsela bastare anche per l'irrigazione dei campi? I 32 pozzi che gli Israeliani hanno scavato durante l'occupazione rappresentano un flagrante caso di "saccheggio" ai termini dell'articolo 33 della Convenzione di Ginevra. Capita così che in estate la fornitura d'acqua alla popolazione Palestinese può venir sospesa e le donne possono essere costrette ad ore di fila alle fontane pubbliche, dove magari da poche decine di metri, dove c'è l'insediamento ebraico, giungono le grida di bambini che giocano in piscina. Analogamente, i regolamenti dell'amministrazione occupante impongono che il diametro delle condutture che portano acqua ad abitazioni arabe sia esattamente la metà di quelle che vanno agli insediamenti. Per colmo, i Palestinesi devono pagare la loro acqua alla Mekoroth Water Co., l'azienda idrica israeliana. Yossi Beilin, colomba laburista, e negli anni settanta stretto collaboratore di Shimon Peres, con accesso a qualunque documento, ha scritto un libro pubblicato in ebraico, Mechiru shel ilhud, che riporta la cronaca di 10 anni di riunioni di gabinetto (dal 1967 al 77), nel quale a proposito dell'amministrazione dei nuovi territori occupati non si fa mai una menzione a problemi di sicurezza. Gli argomenti di discussione sono principalmente due: il cosiddetto "problema demografico" (ovvero, cosa fare di tutti quegli Arabi?) e l'acqua. Israele ha bisogno dell'acqua della Cisgiordania, e tutte le sue proteste sulla sicurezza hanno per lo più lo scopo di distrarre l'attenzione dal fatto che questa risorsa vitale è sottoposta a saccheggio. Si aggiunga che sulle Alture del Golan ci sono le sorgenti del Giordano, che l'attuale zona buffer del contingente UNIFIL al sud del Libano è delimitata a Settentrione dal fiume Litani, le cui acque sono un vecchio e non troppo nascosto obiettivo espansionistico di Israele, e che la Striscia di Gaza -- da cui gli occupanti si ritirano -- è un'area molto arida, e si può valutare il peso del fattore acqua nelle politiche espansioniste di Israele. Si può guardare al tema come ad un argomento regionale, o si può considerare la politica di militarizzazione dell'acqua messa in atto da Israele come la punta dell'iceberg di una crescente tendenza globale ad acquisire il controllo delle risorse idriche per il loro elevato valore economico. Ciò che nei Territori Occupati è acquisito col ricorso alla forza militare (in forme giuridicamente etichettabili come crimine di guerra), altrove si insinua in maniera più subdola grazie agli strumenti della privatizzazione e della mercantilizzazione, trovando persino giustificazione in vaghe nozioni di efficienza e sviluppo.
Post N° 405
Militarizzazione e privatizzazone dell'acquaUna delle ragioni per cui Israele ha potuto mantenere l'occupazione illegale di Gerusalemme, Cisgiordania e Striscia di Gaza per 39 anni, è stata la capacità di filtrare attentamente la realtà quotidiana e concreta dell'occupazione stessa, imponendo temi generali ed astratti come la sicurezza di Israele, il nuovo antisemitismo, l'Olocausto, la democrazia in Medio Oriente, la lotta al terrorismo, eccetera. In questo gioco ha trovato piena complicità nei grandi media USA ed Europei. La conseguenza è una notevole dissociazione tra la percezione che l'opinione pubblica occidentale ha del conflitto e l'esistenza quotidiana della popolazione araba sotto assedio. Prendiamo un tema come l'acqua. Quanti sanno che l'acqua della Cisgiordania serve per l'83% alle esigenze degli insediamenti ebraici, Tel Aviv, Gerusalemme e Beer Sheeva -- di cui costituisce la principale fonte di approvvigionamento -- e il rimanente 17% è della popolazione araba, che deve farsela bastare anche per l'irrigazione dei campi? I 32 pozzi che gli Israeliani hanno scavato durante l'occupazione rappresentano un flagrante caso di "saccheggio" ai termini dell'articolo 33 della Convenzione di Ginevra. Capita così che in estate la fornitura d'acqua alla popolazione Palestinese può venir sospesa e le donne possono essere costrette ad ore di fila alle fontane pubbliche, dove magari da poche decine di metri, dove c'è l'insediamento ebraico, giungono le grida di bambini che giocano in piscina. Analogamente, i regolamenti dell'amministrazione occupante impongono che il diametro delle condutture che portano acqua ad abitazioni arabe sia esattamente la metà di quelle che vanno agli insediamenti. Per colmo, i Palestinesi devono pagare la loro acqua alla Mekoroth Water Co., l'azienda idrica israeliana. Yossi Beilin, colomba laburista, e negli anni settanta stretto collaboratore di Shimon Peres, con accesso a qualunque documento, ha scritto un libro pubblicato in ebraico, Mechiru shel ilhud, che riporta la cronaca di 10 anni di riunioni di gabinetto (dal 1967 al 77), nel quale a proposito dell'amministrazione dei nuovi territori occupati non si fa mai una menzione a problemi di sicurezza. Gli argomenti di discussione sono principalmente due: il cosiddetto "problema demografico" (ovvero, cosa fare di tutti quegli Arabi?) e l'acqua. Israele ha bisogno dell'acqua della Cisgiordania, e tutte le sue proteste sulla sicurezza hanno per lo più lo scopo di distrarre l'attenzione dal fatto che questa risorsa vitale è sottoposta a saccheggio. Si aggiunga che sulle Alture del Golan ci sono le sorgenti del Giordano, che l'attuale zona buffer del contingente UNIFIL al sud del Libano è delimitata a Settentrione dal fiume Litani, le cui acque sono un vecchio e non troppo nascosto obiettivo espansionistico di Israele, e che la Striscia di Gaza -- da cui gli occupanti si ritirano -- è un'area molto arida, e si può valutare il peso del fattore acqua nelle politiche espansioniste di Israele. Si può guardare al tema come ad un argomento regionale, o si può considerare la politica di militarizzazione dell'acqua messa in atto da Israele come la punta dell'iceberg di una crescente tendenza globale ad acquisire il controllo delle risorse idriche per il loro elevato valore economico. Ciò che nei Territori Occupati è acquisito col ricorso alla forza militare (in forme giuridicamente etichettabili come crimine di guerra), altrove si insinua in maniera più subdola grazie agli strumenti della privatizzazione e della mercantilizzazione, trovando persino giustificazione in vaghe nozioni di efficienza e sviluppo.