revolucion

Post N° 405


Militarizzazione e privatizzazone dell'acquaUna delle ragioni per cui Israele ha potuto mantenere l'occupazione illegale di Gerusalemme, Cisgiordania e Striscia di Gaza per 39 anni, è stata la capacità di filtrare attentamente la realtà quotidiana e concreta dell'occupazione stessa, imponendo temi generali ed astratti come la sicurezza di Israele, il nuovo antisemitismo, l'Olocausto, la democrazia in Medio Oriente, la lotta al terrorismo, eccetera. In questo gioco ha trovato piena complicità nei grandi media USA ed Europei. La conseguenza è una notevole dissociazione tra la percezione che l'opinione pubblica occidentale ha del conflitto e l'esistenza quotidiana della popolazione araba sotto assedio. Prendiamo un tema come l'acqua. Quanti sanno che l'acqua della Cisgiordania serve per l'83% alle esigenze degli insediamenti ebraici, Tel Aviv, Gerusalemme e Beer Sheeva -- di cui costituisce la principale fonte di approvvigionamento -- e il rimanente 17% è della popolazione araba, che deve farsela bastare anche per l'irrigazione dei campi? I 32 pozzi che gli Israeliani hanno scavato durante l'occupazione rappresentano un flagrante caso di "saccheggio" ai termini dell'articolo 33 della Convenzione di Ginevra. Capita così che in estate la fornitura d'acqua alla popolazione Palestinese può venir sospesa e le donne possono essere costrette ad ore di fila alle fontane pubbliche, dove magari da poche decine di metri, dove c'è l'insediamento ebraico, giungono le grida di bambini che giocano in piscina. Analogamente, i regolamenti dell'amministrazione occupante impongono che il diametro delle condutture che portano acqua ad abitazioni arabe sia esattamente la metà di quelle che vanno agli insediamenti. Per colmo, i Palestinesi devono pagare la loro acqua alla Mekoroth Water Co., l'azienda idrica israeliana. Yossi Beilin, colomba laburista, e negli anni settanta stretto collaboratore di Shimon Peres, con accesso a qualunque documento, ha scritto un libro pubblicato in ebraico, Mechiru shel ilhud, che riporta la cronaca di 10 anni di riunioni di gabinetto (dal 1967 al 77), nel quale a proposito dell'amministrazione dei nuovi territori occupati non si fa mai una menzione a problemi di sicurezza. Gli argomenti di discussione sono principalmente due: il cosiddetto "problema demografico" (ovvero, cosa fare di tutti quegli Arabi?) e l'acqua. Israele ha bisogno dell'acqua della Cisgiordania, e tutte le sue proteste sulla sicurezza hanno per lo più lo scopo di distrarre l'attenzione dal fatto che questa risorsa vitale è sottoposta a saccheggio. Si aggiunga che sulle Alture del Golan ci sono le sorgenti del Giordano, che l'attuale zona buffer del contingente UNIFIL al sud del Libano è delimitata a Settentrione dal fiume Litani, le cui acque sono un vecchio e non troppo nascosto obiettivo espansionistico di Israele, e che la Striscia di Gaza -- da cui gli occupanti si ritirano -- è un'area molto arida, e si può valutare il peso del fattore acqua nelle politiche espansioniste di Israele. Si può guardare al tema come ad un argomento regionale, o si può considerare la politica di militarizzazione dell'acqua messa in atto da Israele come la punta dell'iceberg di una crescente tendenza globale ad acquisire il controllo delle risorse idriche per il loro elevato valore economico. Ciò che nei Territori Occupati è acquisito col ricorso alla forza militare (in forme giuridicamente etichettabili come crimine di guerra), altrove si insinua in maniera più subdola grazie agli strumenti della privatizzazione e della mercantilizzazione, trovando persino giustificazione in vaghe nozioni di efficienza e sviluppo.
Oggi un miliardo e duecento milioni di esseri umani vedono gravemente compromesso il loro diritto di accesso a questa risorsa naturale. Due milioni di persone ogni anno, per lo più bambini, muoiono di malattie curabili come la diarrea per bere acqua non trattata. I dati relativi a questa crisi segnano una tendenza al rialzo che può solo esasperare le spinte all'acquisizione del controllo privato dell'acqua. In questo contesto il Comitato per i Diritti Sociali ed Economici dell'ONU ha elaborato un documento secondo cui l'acqua non può essere considerata una merce ma un bene culturale e sociale. Andrew Preston, uno dei massimi esperti mondiali nel campo degli studi sull'acqua sostiene la necessità che la gente capisca che questa risorsa le appartiene, e non può essere ceduta alle grandi corporazioni private. La tendenza alla privatizzazione e mercantilizzazione trova già ora, per la verità, grande opposizione. Si può indicare nel 1999, con le mobilitazioni di Cochabamba, in Bolivia, l'inizio della lotta globale per il diritto di accesso umano all'acqua. In quell'anno l'acqua di Cochabamba venne privatizzata (a favore di una multinazionale USA), come condizione di un prestito da parte della Banca Mondiale. Il rincaro delle tariffe fu così drastico da impattare in maniera devastante sulle già difficili economie familiari del distretto. Ne seguirono mobilitazioni di tale intensità da portare alla revoca del provvedimento di privatizzazione. Oggi il parlamento boliviano legifera per rendere incedibile il controllo dell'acqua come clausola di contratti per avere accesso al credito internazionale. Di più, il governo boliviano ed il governo norvegese hanno avviato una stretta collaborazione per coordinare a livello globale l'impegno dei gruppi della società civile che vogliono mantenere il controllo dell'acqua nelle mani della gente. E i successi, anche da noi, cominciano a farsi vedere. Un esempio? Il nuovo ministro degli affari regionali, Linda Lanzillotta, ha elaborato un disegno di legge per la "riforma" degli enti locali che recepisce a pieno i criteri portanti della direttiva Bolkestein in materia di servizi pubblici, ovvero la privatizzazione della loro gestione.Tutto ormai, come nel modello toscano, può essere messo in mano ai privati, lasciando al pubblico solo la proprietà di reti ed infrastrutture. Con una sola eccezione: le risorse idriche. Il Manifesto ha giustamente osservato che la sola ragione per questo trattamento è la consapevolezza del governo di quanto il tema dell'acqua sia diventato politicamente sensibile, e nessuno vuole una Cochabamba italiana, magari sul modello nostrano delle mobilitazioni NO TAV. Da tutto ciò si ricavano due indicazioni: la prima è che il concentrarsi sul tema dell'acqua può riaffermare a livello globale i diritto umano di accesso a questa risorsa. In secondo luogo, in chiave più europea ed italiana, si dovrebbe cogliere la lezione: ciò che è stato possibile con l'acqua si può fare anche con altre cose.Il probabile scorporo di Tim dalla Telecom per fronteggiare l'indebitamento della gestione Tronchetti Provera è un fiero colpo al paradigma dell'efficienza dei privati. La privatizzazione e mercantilizzazione dei servizi pubblici può essere arrestata ed invertita. di Gianluca Bifolchi 14 settembre 2006