Un trattamento costa 5.400 euro, ammesse anche single e coppie composte da donneIl primario: "La vostra normativa è una stupidaggine perché è troppo restrittiva"BRUXELLES - Il Malpensa-Bruxelles parte presto al mattino, 7.05, ed è un´ora e un quarto di volo. Poi la fila per il taxi, altri venti minuti di viaggio ed eccoci qua, al capolinea della speranza. L´uscita della superstrada è la numero 9, Mercthem, il cartello indica chiaro: per l´Az Vub, il miglior centro europeo per la riproduzione assistita, svoltare a destra. Sul cellulare è arrivato un sms, in bocca al lupo, scrive da casa un amico. Uno dei pochi che sa. Perché volere un figlio a tutti i costi e non riuscire ad averlo è qualcosa di cui parlare non è certo facile. Dopo tanti tentativi falliti, ora che l´età si appresta a diventare un limite invalicabile, il viaggio della speranza va tenuto segreto. E se andasse male anche stavolta?L´appuntamento è preso da due mesi e mezzo: chi in Italia non riesce a diventare madre perché tre embrioni sono troppi o troppo pochi, perché ha paura delle malattie genetiche, perché non ha un marito, perché il padre di quel figlio tanto voluto è un´altra donna, prende quel volo e arriva a Bruxelles. Qui ti accolgono con uno slogan che sa di ottimismo e allontana i fantasmi: «La tecnologia aiuta a creare la vita, good luck, auguri». Qui si fa la diagnosi preimpianto e prenatale, e se si annuncia una malattia genetica si può decidere di non farlo, quel figlio; qui non c´è un numero fisso di embrioni da impiantare - dipende dai casi - e il rischio di parti plurigemellari viene annullato dall´aborto selettivo; qui, se il primo impianto non va, non è necessario ricominciare da capo con le cure ormonali, gli ovociti vengono congelati e utilizzati in un secondo tentativo.L´edificio è un parallelepipedo di cemento, il Centro è al secondo piano dell´ospedale universitario, pareti verde acido, porte blu oltremare, un silenzio irreale, copie di Time sui tavolini, le coppie in attesa sono moltissime. Tre sono di donne e una di queste ha già un figlio che strepita nel passeggino. Ci sono due single; due giovani arabi, la moglie con il velo nero e solo gli occhi scoperti, accompagnati da un´interprete; due che chiederanno l´ovodonazione perché si vede che hanno più di 45 anni; e poi tante coppie qualsiasi, il ragazzo con il gel sui capelli e lei con la coda di cavallo, quelli coi jeans e quelli con il tailleur e la cravatta.In Belgio il trattamento è a carico del servizio sanitario nazionale: è un servizio per la salute, non si paga un euro. Chi viene da fuori, invece, dovrà pensarci da sé. Per i non residenti è previsto un protocollo speciale: via Internet è possibile ottenere dal Centro tutte le informazioni e dunque presentarsi con la cartella degli esami completa. La prima visita costa 81 euro. Si paga all´ufficio cassa e lì si riceve il badge che diventerà il passaporto per avere un bambino. Il trattamento completo costa 5.400 euro, 4.200 se la fase della preparazione avviene fuori da qui. Si paga alla fine, naturalmente. La lingua è il fiammingo, ma si parla anche francese e inglese. Italiano no: al servizio c´era, fino a qualche mese fa, una coppia di medici italiani, ma da quando il business con il nostro Paese è diventato importante - il 12 per cento, ormai, di tutta l´utenza - gli italiani hanno aperto un loro centro privato.L´attesa è pochissima, gli appuntamenti sono precisi fin quasi al minuto. Paul Devroey, il primario, uno dei maggiori esperti di fecondazione in vitro, è asciutto e professionale. Ha una camicia azzurra con le maniche tirate su, gli occhiali dalla montatura leggera, la voce calda. È come un tecnico: controlla gli esami, valuta l´età, l´anamnesi, incrocia i dati dei genitori, e conclude. «Direi che nel suo caso bisogna impiantare quattro embrioni. C´è la possibilità del 50 per cento anche quando uno è più giovane...». L´incontro dura venti minuti. Bon chance, dice, mentre stringe la mano.Nel pomeriggio è la volta di Elsa. È bionda, giovane, gentile: è lei a spiegare in dettaglio quello che c´è da fare e servono almeno due ore. Il primo appuntamento libero è per ottobre, con il ciclo di settembre bisogna cominciare le terapie. Il kit per il bombardamento ormonale - iniezioni sottocutanee, spray nasale, pastiglie - si ritira alla farmacia dell´interrato. Avverte: «A 42 anni le possibilità di successo sono solo del 10 per cento». Raccomanda: «Se avesse dei problemi, chiami subito qui». Tranquillizza: «Se non ce la fa può provare con l´ovodonazione, ma deve andare in Spagna, là è facile trovare gli ovuli perché le donazioni vengono retribuite». Critica: «La legge italiana è una stupidaggine, è troppo restrittiva».Il cellulare appena riacceso manda il bip dei messaggi: com´è andata? È andata che il viaggio è iniziato. Un turismo disperato, questo della maternità. «Per me - dice il professor Devroey - è triste veder arrivare nella mia clinica pazienti che fuggono dalle leggi dei loro Paesi. C´è un solo corpo umano, un solo sistema riproduttivo, ed è stupefacente vedere come non ci sia un approccio scientifico a quel diritto umano che è la riproduzione. Il Belgio ha una visione razionale e liberale, altri tralasciano la scienza in nome di supposti valori e mettono a rischio la salute della madre e del bambino».Lunedì, a un congresso a Lione, Devroney ha lanciato un appello: «La Commissione e il Parlamento europeo devono armonizzare le legislazioni degli stati dell´Unione: ci sono delle acquisizioni scientifiche certe che garantiscono l´efficacia dei trattamenti e proteggono la salute dei pazienti. Quelle regole devono valere per tutti».Bruxelles, nella clinica della speranza dove le italiane vogliono diventare mamme