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La repressione di Macron si abbatte di nuovo sui lavoratori in lotta

Post n°590 pubblicato il 21 Febbraio 2019 da zoppeangelo

Liberazione immediata di Gaël Quirante! 

Il governo Macron continua ad aggravare la sua azione repressiva. Questa volta direttamente contro il movimento operaio. I famigerati CRS (quelli che nel '68 venivano indicati con lo slogan CRS = SS) hanno aggredito un picchetto di lavoratori proprio mentre si stava sciogliendo e si sono avventati, con scelta chiaramente preordinata, contro il compagno Gaël Quirante.
Gaël è un dirigente trotskista, leader di Anticapitalisme & Revolution, corrente di sinistra del Nouveau Parti Anticapitaliste; è inoltre dirigente del sindacato dei postini dell'importantante sindacato di base SUD-Solidaires. Proprio per questo suo ruolo e per la radicalità delle lotte sviluppate e dirette, Gaël è stato licenziato dalla Direzione nazionale delle poste; riammesso al posto di lavoro in base a tre sentenze della magistratura, è stato definitivamente licenziato l'aprile scorso dalla ministra della funzione pubblica, che per la antidemocratica legge francese ha l'ultima parola.
Dal momento del suo licenziamento, tutti i 150 lavoratori del suo centro postale di Nanterre, nella periferia di Parigi, sono entrati in sciopero totale a tempo indeterminato per la sua reintegrazione. Dieci mesi di sciopero continuato, reso possibile da una campagna nazionale e internazionale che ha permesso di costituire una cassa di resistenza che garantisce a tutte e tutti gli/le scioperanti la somma modesta ma significativa di mille euro al mese per sopravvivere e continuare a lottare. Una lotta eccezionale, dunque, con un impianto generale che i compagni postini di SUD e di A&R hanno cercato di indicare come la via da seguire per sviluppare la battaglia sociale e politica del movimento operaio e permettere che esso si presenti come direzione sociale, alternativa alla borghesia e al governo Macron, anche rispetto al confuso e contraddittorio movimento dei gilet gialli.
È necessario respingere la provocazione contro Gaël.
In Francia la mobilitazione parte oggi stesso.
Chiediamo a tutte le organizzazioni sindacali del movimento operaio e a tutte le organizzazioni di sinistra di partecipare insieme con noi alla battaglia per la liberazione immediata di Gaël Quirante.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

 
 
 

Foibe : italiani brava gente ?

Post n°589 pubblicato il 09 Febbraio 2019 da zoppeangelo

Come tutti gli anni in questo periodo si torna a parlare di foibe , ma nulla si dice ciò che ha preceduto questi fatti . Stando alle ricerche di Tone Ferenc , ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno porta alla luce crimini di guerra italiani .Maggio 1941 Germania Italia e Ungheria occupano la Slovenia e la provincia di Lubiana viene annessa al Regno d'Italia , ma temendo la resistenza della popolazione l'occupazione viene affidata al generale Mario Roatta che emana nel 1942 la CIRCOLARE 3C , con l'aiuto dell'alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli iniziano rappresaglie , incendi di case e villaggi , razzie , torture esecuzioni sommarie di civili e militari , si badi che ad usare la mano pesante non furono le camicie nere , ma l'esercito italiano , infatti sia Roatta che Grazioli risultano nell'elenco dei criminali di guerra italiani .Stando alle ricerche di Ferenc nella sola provincia di Lubiana vennero fucilati circa cinquemila civili , novecento i partigiani catturati e fucilati , a loro si devono aggiungere oltre settemila persone che  moriranno nei campi di concentramento italiani , complessivamente , dice lo storico sloveno , moriranno circa tredicimila persone , bisogna aggiungere tremila case bruciate e la distruzione di ottocento villaggi , continua lo storico Ferenc , che tra la notte del 22 e 23 febbraio 1942 Lubiana è in stato d'assedio da parte dei Granatieri di Sardegna al comando del capitano Taddeo Orlando affiancato dai collaborazionisti slavi che rastrellano per settimane migliaia di civili.

Italiani brava gente ?

 

 
 
 

Venezuela: contro Maduro e contro Guaidņ, opposizione proletaria

Post n°588 pubblicato il 07 Febbraio 2019 da zoppeangelo

Venezuela:
contro Maduro e contro Guaidò, opposizione proletaria
I lavoratori e i proletari venezuelani, che con il Caracazo del 1989 avevano protestato nelle strade contro la propria miseria e la ricchezza dei borghesi, repressi a migliaia nel sangue, riposero speranze nel giovane militare Hugo Chavez, che prometteva una società più giusta. Chavez tuttavia, quali che fossero i suoi propositi, non volendo mobilitare le masse contro la borghesia e contro gli stessi alti gradi militari, difensori dell'ordine borghese, non poté spingersi oltre quanto era da questi concesso, e dovette dar loro sempre più potere economico e politico, per mantenersi al potere.
Terminati gli anni delle vacche grasse degli alti prezzi petroliferi, terminò così anche il welfare bolivariano che su di essi poggiava, e si scatenava la rapina sui salari e l'apparato produttivo da parte dei profittatori e speculatori di regime, e la repressione contro i lavoratori che difendevano con la lotta le condizioni della propria classe.
La delusione e rabbia dei proletari nei confronti del regime non deve diventare appoggio ai partiti del vecchio regime e a Guaidò, ma deve andare a costruire un fronte di opposizione di classe ad entrambi, per porre termine alla miseria e per il potere ai lavoratori, contro i borghesi tutti, cercando l'appoggio degli stessi proletari in divisa.

Ferve in Italia il dibattito se riconoscere Maduro o Guaidò (che più che auto-dichiarato è stato investito dal Trump), con Mattarella che lancia il suo monito contro il governo giallo-verde, che con il suo veto ha bloccato il riconoscimento di Guaidò da parte dell'Unione Europea (voluto da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna).
Affari loro. Il loro pensiero, gira e rigira, è come mettere le mani sulle più grandi riserve di petrolio del mondo.
A noi invece preme definire una posizione come comunisti per orientare i lavoratori in casa nostra, e collegarci con i lavoratori e proletari del Venezuela, che stanno soffrendo per una crisi terribile che li ha portati alla fame.
La nostra posizione non è "né con Maduro né con Guaidò", ma contro Maduro e contro Guaidò:
opposizione alla ingerenza-aggressione USA e alla destra con Guaidò; nessuna difesa del governo Maduro, ma organizzare un movimento proletario di opposizione che si ponga il problema della presa del potere da parte dei lavoratori, espropriando la borghesia "nazionale", quella in borghese e quella in divisa.
Schierarci contro l'interventismo di Trump e i suoi fiancheggiatori europei, insieme al Brasile e altri Stati dell'America Latina (ma non il Messico di Obrador) non può significare stare con i regimi non meno oppressori di Putin, Xi Jinping, Erdogan e Khamenei. Per noi si tratta di schierarci a fianco dei proletari venezuelani, su una linea che possa difendere i loro interessi di classe, e unire internazionalmente i lavoratori.
Sarebbe invece un grosso errore schierarsi a difesa del governo Maduro perché attaccato dagli USA, perché ciò alienerebbe quella sezione del proletariato che è già scesa in piazza contro il governo, e disarmerebbe anche quei lavoratori che, dopo aver seguito il chavismo, ne sono stati delusi e cercano una alternativa di classe; e in generale perché i comunisti devono approfittare delle contraddizioni interborghesi, e interimperialiste, oltre che far leva sul forte e diffuso malcontento popolare, per sostenere e porsi alla testa di processi rivoluzionari che rovescino i governi borghesi e pongano la questione del potere. Se il movimento non è di ampiezza sufficiente a porre la questione del potere, almeno si rafforzerà un movimento proletario indipendente, spezzando l'utilizzo del movimento operaio da parte della frazione borghese al potere, come avvenuto finora da parte del chavismo o bolivarismo.
Questa posizione si basa sul fatto che quello di Maduro è un governo borghese e nient'affatto "progressista" - anzi, oltremodo reazionario. Il suo carattere borghese (come già per i governi di Chavez) è innanzitutto nel fatto che, con tutta la mobilitazione delle masse proletarie e popolari, non ha mai diretto questa mobilitazione contro gli interessi fondamentali della borghesia. Ciò che il potere chavista ha elargito nei primi anni alle masse proletarie e piccolo-borghesi non è ricchezza tolta alla grande borghesia, ma una parte della rendita petrolifera, ossia plusvalore prodotto dai proletari dei paesi importatori di petrolio. Nello stesso tempo Chavez e poi Maduro hanno favorito la crescita, all'ombra dei mille rivoli della rendita petrolifera, di una nuova costellazione borghese, la "boliburguesia", più abbarbicata della precedente al controllo della macchina statale, più speculatrice, più corrotta, più parassitaria, con una forte componente degli alti gradi militari (che non disdegnano neanche il traffico di droga). È su questi nuovi borghesi, non sul proletariato in armi, che si è appoggiato il potere "bolivariano" (allego articolo su Pagine Marxiste di dicembre 2017).
Quando il prezzo del petrolio è crollato, la boliburguesia si è accaparrata tutta la rendita petrolifera residua e si è messa a depredare i già miseri salari con l'iperinflaizone provocata dal saccheggio delle finanze pubbliche e dalle speculazioni sui cambi, dal trafugamento all'estero di oltre 400 miliardi di dollari da parte della cricca al potere; come se ciò non bastasse, per mancanza di manutenzione e di investimenti hanno anche dilapidato il capitale costante delle imprese statali, dalla PDVSA alla metallurgia (dove ai posti di comando sono saliti i generali), la cui capacità produttiva è crollata (per il petrolio da 3,4 a 1,1-1,2 milioni di barili al giorno). Chavez aveva promesso la diversificazione industriale e il superamento della monocultura petrolifera, e con la manna petrolifera del 2000-2013 ne avrebbe avuto le risorse senza dover ricorrere a un forte indebitamento, ma queste risorse sono state intercettate e dirottate su conti privati all'estero da parte del suo entourage. Il Venezuela è ancora più dipendente dal petrolio e dalle materie prime (ora anche il coltan) di quanto fosse prima di Chavez. Anche l'agricoltura è in sfacelo, con un forte deficit alimentare.
Il proletariato venezuelano è supersfruttato e oppresso dalla borghesia venezuelana, sia quella tradizionale che la "boliburguesia" e dal governo che organizza e copre la rapina sui salari detta iperinflazione. Buona parte della rapina è effettuata proprio grazie al sistema del doppio cambio che dovrebbe permettere al Venezuela di sottrarsi alle regole del mercato mondiale (se ho un "amico" nell'ufficio che decide l'accesso al cambio ufficiale favorevole, e lo pago milioni di dollari, posso ottenere decine di milioni di dollari a un prezzo 5-6 volte inferiore a quello di mercato, e quindi accumulare enormi profitti speculativi e metterli al sicuro all'estero, dilapidando le riserve di dollari, e costringendo la Banca Centrale a stampare senza sosta moneta che si svaluta in continuazione di dieci, cento, mille, diecimila volte, portando il salario - che viene rivalutato sempre in ritardo - molto sotto il minimo vitale).
Il controllo dei militari sulle grandi imprese statali è anche stato funzionale alla sistematica repressione di ogni opposizione e organizzazione operaia autonoma dal partito del potere, PSUV.
Ora si può anche ritenere che Chavez non fosse (né Maduro sia), il capobanda dei rapinatori, ma che ne sia divenuto "prigioniero", che la nomina di militari e altri lestofanti ai posti di comando dell'economia sia stato il prezzo che hanno dovuto pagare per restare al potere, non volendo sollevare le masse contro di loro; ma ciò non cambia il giudizio sul governo.
Neanche la tradizionale borghesia "liberale", che pure aveva fatto crollare i salari a un terzo in vent'anni, era arrivata a tanto negli anni delle vacche magre, a schiacciare i salari molto al di sotto del minimo vitale, tanto da far fuggire per fame più di tre milioni di persone in un paio d'anni, e a demolire allo stesso tempo l'apparato produttivo. Per questo non si può definire progressisti i governi chavisti, ma reazionari, per quanto abbiano sbraitato contro gli USA mentre ci facevano i loro migliori affari tramite la controllata di PDVSA, CITGO, che controlla raffinerie e reti di distributori di carburante negli USA.
La causa della crisi venezuelana è tutta in questa vorace dilapidazione dell'apparato produttivo, nella sottrazione ad esso di 400 miliardi di dollari; non è nelle sanzioni USA, che fino ad agosto 2017, quando la crisi ha toccato il fondo, hanno riguardato solo qualche decina di uomini di punta e profittatori del regime, e solo in seguito hanno bloccato il rifinanziamento del debito, e ora la stessa liquidità realizzata da CITGO. In pratica, viene ora bloccato il mercato americano, principale fonte di valuta.
Ma dato il crollo di produzione e prezzi, oggi l'80% dell'esportazione di petrolio va a ripagare i debiti contratti con Cina e Russia, senza che questi crediti si siano tradotti in investimenti produttivi.
La spoliazione operata dalla boliburguesia supera quella normalmente praticata dalle multinazionali, tanto da far divenire reazionaria la stessa nazionalizzazione delle risorse petrolifere, che sono state date in gestione al generale già comandante della Guardia Nacional, Manuel Quevedo, che per aver mantenuto Maduro al potere con la violenta repressione delle manifestazioni di piazza nel 2017 ha ottenuto il compenso delle cariche sia di Ministro dell'Energia che Presidente della PDVSA: cioè re del petrolio. Più che sostenere Maduro, i militari sostengono quindi se stessi, e per questo l'amnistia offerta loro da Guaidò gli garantisce che quanto hanno accumulato non gli sarà tolto...

Quanto al "golpismo" di cui i contendenti si accusano a vicenda, non è un discorso che ci appassiona, ma non è difficile dire che entrambi sono golpisti dal punto di vista della legalità borghese: Guaidò che si fa proclamare Presidente da un'Assemblea Nazionale esautorata, ma in realtà da Trump che gli promette appoggio incondizionato (e promette missili su chi lo tocca); e Maduro, che quando nelle elezioni del dicembre 2015 la coalizione di destra Mesa de la Unidad Democrática (MUD) ottenne la maggioranza dei voti per la prima volta dopo 17 anni, con il 56% e 109 seggi contro il 41% e 55 seggi del "Polo Patriotico" pro-governo, inventò una "Assemblea Costituente", da eleggere per via indiretta, da parte di corpi intermedi scelti dal governo tra quelli sotto il suo controllo (una specie di Camera delle Corporazioni), la quale si arrogò il potere non solo di modificare la Costituzione, ma anche di legiferare, esautorando di fatto l'Assemblea Nazionale eletta a "suffragio universale". Maduro vinse poi le presidenziali, anticipate dal dicembre al maggio 2018, dopo aver messo al bando i principali partiti di opposizione e al fresco numerosi oppositori.
Contro le due coalizioni borghesi che si affrontano facendo a pezzi la democrazia,
per un fronte proletario anticapitalista.

Pagine Marxiste

 

 
 
 

RIMPIANGERE LA DC?

Post n°587 pubblicato il 03 Gennaio 2019 da zoppeangelo

Non moriremo democristiani" titolò "Il Manifesto" diretto da Luigi Pintor all'indomani delle elezioni politiche del 1983, quando il distacco tra DC e Pci toccò il minimo storico: 32% per la Democrazia Cristiana, 30% per la lista PCI - PdUP (nelle successive elezioni europee del 1984, svoltesi nei giorni della morte di Enrico Berlinguer, arrivò anche un platonico "sorpasso").

Oggi, a distanza di oltre trent'anni, si potrebbe titolare "Rimpiangere la DC"?

Di vera e propria "nostalgia" infatti, sono intrisi i commenti al discorso di fine anno pronunciato dal presidente della Repubblica Mattarella: un democristiano "sociale" vero e proprio modello di riferimento di una DC d'altri tempi, a cavallo tra il percorrere i passi felpati nei palazzi del Potere e la dottrina sociale della Chiesa, quasi un intreccio tra Moro e Andreotti.

Alcuni giornali presentano il Capo dello Stato quasi come il "Cavaliere senza macchia e senza paura" destinato a contrastare la barbarie giallo - verde: un ruolo che capitò già a Scalfaro, (in verità un democristiano di destra) di interpretare a suo tempo, nell'immaginario di molti, la parte dell'anti - Berlusconi (e così' si rivelò Scalfaro nel delicato, quasi border - line, passaggio che portò prima al governo Dini e poi alle elezioni del 1996, vinte dall'Ulivo).

La "saudade" per la DC non è quindi una novità: si può dire che si è trattato di un sentimento che ha percorso tutta la lunga fase della transizione post-Repubblica dei Partiti.

L'idea era quella di tornare a un riequilibrio di centro (un centro che guardava a sinistra) un sistema che finalmente si sarebbe potuto completare attraverso il meccanismo dell'alternanza.

Fu quella, dell'alternanza e dello "sblocco del sistema politico" la molla che fece costruire prima l'Ulivo e successivamente il PD: passaggi che si potrebbero definire come "la voglia di DC" degli ex-appartenenti al PCI incapaci di sviluppare la loro presenza politica - almeno - in termini socialdemocratici e completamente smarriti nella loro identità dal vorticoso passaggio provocato dalla "svolta" del 1989.

Il progetto del PD non è riuscito, non tanto e non solo per via della "maionese impazzita" ma soprattutto per via di scompaginamenti sociali non previsti e letti male e del successivo riproporsi, in termini inediti, di una pluralità di presenze politiche e dell'esplodere di nuove contraddizioni specialmente sulla scena internazionale che hanno mandato in forte crisi anche il progetto europeo.

Oggi la "voglia di DC" che sicuramente la Presidenza della Repubblica interpreta secondo collaudati stilemi (il discorso di fine anno potrebbe essere intitolato: "State buoni se potete") viene considerata, sicuramente da una fetta consistente di elettrici ed elettori quasi come l'unico riferimento ostativo alla crescita della valanga che i "media" definiscono come sovranista e populista.

Definizioni improprie per una valanga che probabilmente non ci sarà: comunque così stanno le cose almeno dal punto di vista della sensazione popolare e dell'ordito che i media stanno tramando in vista della scadenza di maggio.

C'è una ragione di più però per giustificare questa nostalgia di DC e la ragione si chiama Costituzione.

Nel corso di questo 2019 che sta per cominciare verificheremo senz'altro un nuovo assalto ai principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale: a essere attaccati saranno i punti essenziali di un regime che è rimasto basato sul Parlamento e sulla rappresentanza politica.

Era già accaduto con la Bicamerale del 1997 e con le modifiche del 2006 e del 2016 respinte dal voto popolare.

Questa volta però i punti d'attacco saranno diversi:

1) l'introduzione del referendum propositivo;

2) l'abrogazione dell'articolo 67 che prevede "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.".

Punti che rappresenterebbero insieme, se introdotti, sia un richiamo alla "democrazia diretta" sia un inedito "centralismo di partito": in apparenza parrebbero misure contraddittorie ma entrambe sono destinate verso un solo bersaglio, il Parlamento.

Un Parlamento da "saltare" sul piano legislativo attraverso il voto del popolo e sul terreno delle dinamiche della rappresentanza politica.

Un Parlamento i cui compiti resterebbero ristretti alla mera ratifica dei dettati governativi.

Sul piano costituzionale esploderà una terza questione: quella riguardante l'autonomia regionale e l'ulteriore modifica del titolo V della Costituzione stessa.

Su questo punto le responsabilità del defunto centro - sinistra e del PD sono enormi, in particolare al riguardo di una vera e propria sudditanza culturale verso la Lega.

In momento di forte crisi dell'idea di "cessione di sovranità dello Stato - Nazione" e di evidente crescita dei livelli di disuguaglianza economico - sociale tra le diverse parti del Paese quello dello spingere sull'acceleratore delle autonomie regionali rappresenterà un altro tema di grande dibattito (e anche di grande pericolo) per le garanzie costituzionali in materia di struttura dello Stato.

E' in questo quadro che sembra crescere la "voglia di DC".

Per la sinistra, se si pensa che questa parte politica, sempre divisa tra riformisti e massimalisti, possa ancora battere un colpo c'è motivo di riflessione magari riprendendo le fila di quello che sembrava essere un destino storico che, nella vicenda italiana, aveva avito proprio nella partecipazione alla stesura della Costituzione un punto di partenza qualitativamente molto alto.

FRANCO ASTENGO

3 gennaio 2019

 

 
 
 

L’INSURREZIONE FRANCESE

Post n°586 pubblicato il 07 Dicembre 2018 da zoppeangelo

Ragioniamo su quanto avvenuto in queste ultime tre settimane in Francia. Si può chiamare insurrezione? Dipende da come s'intende la parola insurrezione - certo, comunque la si intenda, qualcosa del genere c'è stato. E probabilmente continua. E non son tanto, a mostrarlo, i violentissimi scontri che ormai da due sabati si verificano nella metropoli parigina. Non sono le barricate, gli incendi di automobili sulle strade del centro parigino a mostrarlo e neppure le jacqueries che qua e là si hanno in Francia e i blocchi stradali che si distendono ovunque. Lo dicono quei due terzi di francesi che approvano il movimento generale che l'aumento del prezzo della benzina ha determinato. E questa approvazione va molto al di là dell'eventuale condanna dei disordini accaduti. Interessanti sono a questo proposito gli accenni di insubordinazione che animano gli stessi comportamenti dei pompieri e dei corpi di polizia.
Certamente, c'è ormai in Francia una moltitudine che insorge violentemente contro la nuova miseria che le riforme neoliberali hanno determinato. Che protesta per la riduzione della forza-lavoro al precariato e per la costrizione della vita civile nell'insufficienza dei servizi sociali pubblici, per la bieca tassazione di ogni servizio del welfare, per i giganteschi tagli alle finanze dei governi municipali ed ora, sempre di più, per gli effetti (che si cominciano a misurare) della Loi Travail, e si preoccupa per gli attacchi prossimi al regime di pensionamento ed al finanziamento dell'educazione nazionale (università e scuole secondarie). C'è in Francia, dunque, qualcosa che insorge violentemente contro la miseria e fa seguire a questo un "Macron, démission!" - un attacco cioè alle scelte del banchiere Macron a favore delle classi dominanti. Gli obiettivi dell'insurrezione sono Macron e le tasse. Non è un movimento sociale tradizionale, quello che si è composto attorno a queste parole d'ordine - non lo è, almeno, nella forma novecentesca, dove un movimento presenta degli obiettivi che le istituzioni dello Stato assumono o rifiutano dopo che sono stati mediati da corpi sociali intermedi. Questo è un movimento moltitudinario che non vuole intermediazioni, che è espressione dell'enorme sofferenza sociale fin qui accumulata.
C'è qualcosa che colpisce soprattutto in questo movimento e che lo rende diverso dalle lotte più dure che la Francia abbia conosciuto negli ultimi anni, per esempio dalla lotta del 2005 dei cittadini delle banlieues. Quella era una lotta che aveva il segno di una liberazione, questa del 2018 ha una faccia disperata. E non parliamo del '68. Nel '68, il movimento degli studenti si impiantava su un continuum di lotte operaie. Il '68 è 10 milioni di operai industriali in sciopero, è una tormenta che si dà sul punto più alto dello sviluppo e della ricostruzione post-bellica. Qui, oggi, la situazione è chiusa. A me, piccolo interprete di grandi movimenti, ricorda la rivolta nelle prigioni più che la gioia del sabotaggio dell'operaio massa. In ogni caso, si tratta di un movimento artificiale, contraddittorio, con diversità territoriali, generazionali, di classe, e chi più ha più ne metta; è unificato dal rifiuto di trattare, di mettersi in gioco dentro le strutture politiche esistenti. È senza dubbio un'insurrezione e per il momento è indecifrabile il suo sviluppo.
Davanti a sé questo movimento ha un governo che non vuole cedere, che non può cedere. È fuori dubbio che Macron stia muovendosi in una situazione chiusa. A fronte di una crisi economica che non riesce a bloccare, aveva puntato su un'alleanza egemonica europea con la Merkel, su una direzione "a due" del processo di unificazione europea, pensando di scaricare su quest'alleanza i costi di una ristrutturazione e di una definitiva uscita francese da una "minorità" economica - difficilmente commisurabile all'orgoglio nazionale e coloniale ancora vivo. Ma questa ipotesi è saltata, comunque è fortemente indebolita. Stiamo rientrando in recessione? Macron e i suoi sanno che è possibile. Sanno comunque che la Merkel ha finito il suo ciclo e che l'ipotesi di partenza del riassetto generale della forma-Stato in Francia è bloccata. Le regole dell'Unione europea le faranno sempre di più i banchieri del nord Europa e la determinazione dell'equilibrio si sta spostando in quelle regioni. Ci sarebbero state e ci sono un paio di possibilità per Macron di uscire dall'impasse nella quale si è messo. Sono soluzioni proposte attorno ad un cambiamento di rotta: per esempio, la reintroduzione dell'ISF (imposta di solidarietà sulle fortune) e cioè la ripresa dell'imposta progressiva sui redditi mobiliari, e l'annullamento della CSG (contribuzione sociale generalizzata) che toglie anche ai salari più bassi quote monetarie... per aiutare poveri! (ad esempio 50 euro su pensioni di 500 euro!) - oltre naturalmente all'abolizione degli aumenti del prezzo del carburante presenti e futuri (in particolare si attendono aumenti di tutte le tariffe dei servizi - elettricità, gas, telefono e probabilmente tasse universitarie - per l'inizio dell'anno prossimo). Non sono possibilità che Macron possa attuare senza rompere con il blocco di potere che lo sostiene. Possono allora esserci soluzioni drastiche come l'instaurazione dell'état d'urgence o la dissoluzione dell'Assemblea nazionale. Si cominciano ad orecchiare voci in proposito...
Ma il blocco per l'azione di Macron è altrove. Di fatto, egli ha distrutto ogni corpo intermedio, ogni rapporto diretto con la cittadinanza e gli è difficile ristabilire qualsiasi rapporto. Basterebbe dunque poco, se non per bloccare il movimento con qualche proposta opportunista e demagogica, almeno per attenuarne l'indignazione (che non è forza sottovalutabile): basterebbe, come si è detto, ritornare sulla tassa contro le grandi fortune e recuperare quei quattro miliardi concessi ai padroni dei padroni per ridistribuirli, in luogo dell'imposizione della tassa carburante. Ma non sta a noi dar consigli a Macron. Fonti autorevoli insistono, come si diceva, su una manovra legale: état d'urgence per bloccare le lotte, accompagnati da "stati generali della fiscalità". Si ammette così che solo la forza può bloccare le lotte, e che solo un'apertura a riforme fiscali a favore della moltitudine, può impedirne la ripresa. Ma è appunto questa soluzione ad essere impossibile.

Abbiamo già detto della mancanza di intermediazione sociale creata (e voluta) dal governo Macron. Gli corrisponde, in vitro, come in uno specchio, il comportamento dei gilets jaunes: anch'essi rifiutano la rappresentanza e l'intermediazione, la destra e la sinistra, come terreno sul quale arrivare ad una mediazione del conflitto. Lo dimostrano le difficoltà che hanno i partiti di opposizione ad inserirsi in questo gioco. La destra, come noto, pretende di esser fortemente presente in questo movimento. Ma questo può esser vero per quanto riguarda alcune frazioni estremiste, è molto meno vero per quanto riguarda il grande partito della Le Pen. Anche da sinistra si tenta di avvicinare il movimento, purtroppo nei soliti vecchi termini di strumentalizzazione. Anche in Francia vive l'idiota immaginazione che si possano "usare" movimenti di questo genere, utilizzandoli nella lotta contro un governo di destra. È l'ininterrotto sogno di servirsi del Pope Gapon! Ma questo non è mai successo nella storia del movimento operaio, ovvero, quando è accaduto, è stato perché l'organizzazione militante della classe operaia aveva investito la spontaneità e l'aveva trasformata in organizzazione. È forse questo il caso odierno? Quando son solo piccoli gruppi di sinistra che si organizzano negli scontri metropolitani e quando la CGT, completamente estranea a questi movimenti, pateticamente insiste su un rialzo della massa salariale? Ultima riflessione a questo proposito: è possibile la nascita di un movimento come i 5 Stelle in questa situazione? È possibile, è probabile anzi che si facciano da subito tentativi in proposito - non è detto che riescano. Ma di questo avremo tempo di parlare. Ogni soluzione è difficile laddove (come già avvenuto nel laboratorio Italia) destra e sinistra si sono sfasciate attorno ad un "estremismo di centro" mascherato in termini più o meno tecnocratici o "benevolenti".

E allora? Attendiamo di vedere che cosa succederà. Se vi sarà un quarto sabato di lotta indetto dai gilets jaunes. Ma è chiaro che la riflessione dev'essere portata avanti. Permettetemi un'ingenua domanda: come può una moltitudine, caratterizzata dentro movimenti insurrezionali, esser tolta ad una deriva di destra e trasformata in classe, in potenza di trasformazione dei rapporti sociali? Una prima riflessione: se non è trasformata in organizzazione, questa moltitudine è neutralizzata dal sistema politico, diviene impotente. Altrettanto vale per la sua riduzione a destra e, comunque, a sinistra: è solo nella sua indipendenza che questa moltitudine può funzionare. E allora una seconda riflessione: quando si dice organizzazione, non si intende organizzazione partitica - come se solo lo Stato dei partiti potesse dare organizzazione alla moltitudine. Una moltitudine autonoma può funzionare come contro-potere e cioè come prospettiva pesante e lunga nel costringere il "governo del capitale" a concedere nuovi spazi e nuovo denaro per il benessere della società. La struttura organizzativa prevista dalla "costituzione dei partiti", democratico-americana, ormai difficilmente regge alla sua incorporazione nelle politiche neoliberali. E se, d'altra parte, non c'è più la possibilità di portare la moltitudine al potere, vi è tuttavia la possibilità di tenere sistematicamente aperto un movimento insurrezionale. Una volta questa situazione era chiamata di "doppio potere": potere contro potere. I fatti francesi mostrano una sola cosa: che non è più possibile chiudere questo rapporto, che la situazione di "doppio potere" starà in piedi, sarà a lungo presente in maniera espressa, palese, come sta succedendo oggi, o in maniera latente. L'attività dei militanti sarà dunque quella di costruire nuove solidarietà attorno a nuovi obiettivi che nutrano il "contro-potere". È solo così che la moltitudine può diventare classe.

Preistoria
Che cosa succede in Francia? C'è una rivolta di uno strano popolo che in un primo sabato (17 novembre) blocca gli incroci e le rotonde delle strade dipartimentali, gli ingressi delle autostrade, e che si presenta al secondo sabato (24 novembre), assai combattiva, sugli Champs Elysées parigini, elevando barricate e chiedendo di incontrare il Presidente della Repubblica. In un terzo sabato (1 dicembre) i manifestanti investono i quartieri ricchi della metropoli, scontrandosi furiosamente con la polizia, svaligiando boutiques e ristoranti... È una cosa seria? Da dove arriva? Perché Macron non riesce a chiudere questa vertenza che si sta sempre più allargando di sabato in sabato? Ci sarà un quarto sabato?
I gilets jaunes son cominciati rispondendo con un milione di firme ad un invito ad agire contro l'aumento del prezzo del carburante, lanciato sui social. Al milione di firme son seguite 250.000 persone che hanno indossato i gilets jaunes, il primo sabato di lotta. Si tratta di una moltitudine in movimento: sono soggetti connessi orizzontalmente; provengono soprattutto dai settori meno modernizzati del paese, dalle zone periurbane o dal largo centro geografico (ed economicamente periferico) della Francia. Si tratta di classe media impoverita, legata ad organizzazioni produttive tradizionali, recentemente dinamizzate dalle riforme neoliberali e tuttavia meno valorizzanti di quelle dei settori dei servizi urbani e della produzione "cognitiva".
Si diceva che l'agitazione è cominciata dalla rivendicazione di un abbassamento del prezzo del carburante, recentemente imposta da Macron ed ipocritamente legata alla spesa necessaria per rispondere ai mutamenti climatici. Quella rivendicazione si è subito allargata da un lato alla richiesta di un abbassamento generale delle tassazioni sul lavoro e sulla circolazione, alla richiesta di un aumento del potere di acquisto a fronte dell'aumento del costo della vita, ad una protesta contro l'ingiustizia fiscale ed in particolare contro l'eliminazione da parte di Macron delle tasse sulla grande ricchezza. "Macron banchiere, Macron dimissioni!" Ceto medio impoverito, dunque, periferico rispetto alla metropoli, e abitante nella Francia centrale, nei grandi spazi che questa presenta e nelle piccole città. Gente che lascia allo Stato due terzi del salario, tra mutuo della casa, imposte dirette, spese dei servizi pubblici e... prezzo del carburante. Perché l'automobile è il mezzo di lavoro principale per andare al lavoro, su un territorio dove i mezzi pubblici di comunicazione sono insufficienti, o per lavorare in servizi di alta mobilità (artigianali, infermieristici, di trasporto, ecc.). Il governo non solo ti mette le tasse sul "mezzo di lavoro" ma ti prende in ostaggio dicendoci che si tratta di pagare per un dovere civico: la difesa della vita nel mutamento ecologico. La risposta: "Macron ci parla della fine del mondo, il nostro problema è la fine del mese!" Basterà il congelamento delle misure fiscali, tra cui la tassa sul carburante, annunciato questo pomeriggio dal primo ministro Édouard Philippe a disinnescare questa miccia accesa o arrestare l'incendio?

Il movimento è interessante da analizzare. Nei blocchi stradali che presto si sono estesi alle grandi superfici di distribuzione nelle zone periferiche del paese, il movimento si presenta coeso e con aspetti localmente "parrocchiali" (vale a dire con organizzazione locale coesa). Quando invece investe la metropoli, si tratta di una vera e propria moltitudine, orizzontale, colorata e... incendiaria. Un movimento comunque "senza testa" (lo dicono gli avversari), vale a dire senza dirigenti, che si dichiara "né di destra né di sinistra", che polemizza con la rappresentanza politica che considera in sé corrotta, e soprattutto si definisce anti-Macron. Strana conversione di grandi strati di popolazione che, in poco tempo, sono passati dall'elezione populista e centrista di Macron (che era riuscita a fare il vuoto dei partiti e delle opposte ideologie) ad una simmetrica protesta nei suoi confronti - effetto "specchio" populista.
Infiltrazioni di destra? È possibile. Bisogna sempre ricordare che in Francia movimenti analoghi hanno avuto a destra la loro primavera, come per esempio il poujadismo negli anni '50. Ma non si deve esagerare - anche se è certo che gruppi estremisti di destra si muovono agevolmente nelle manifestazioni. Contatti con la sinistra? Non palesi al momento, anche se gli insoumis di Mélenchon hanno tentato l'intervento e la CGT ha ora aperto un contenzioso con il governo sulla massa salariale. Tuttavia, non sembra, al momento, che qualsiasi iniziativa di sinistra abbia la capacità di inserirsi e/o di dirigere il movimento. Inutile ripetere che in Francia il movimento anti-fiscale ha sempre avuto caratteristiche piuttosto di destra che di sinistra: il problema non è questo. È piuttosto che il ras-le-bol generale che è manifestato da questo movimento e dalla virtuale convergenza di lotte - anti-fiscali, ma anche attorno al welfare ospedaliero, al tema delle pensioni: problemi tutti aperti - e che comincia a configurarsi, scuote il paese dal basso all'alto (tra il 60 e l'80 % circa è favorevole ai gilets jaunes). Si noti bene che la convergenza delle lotte era stata ampiamente richiesta e cercata dai sindacati nei due lunghi periodi di lotta, prima sulla Loi Travail e poi attorno alla vertenza dei ferrovieri. Non era avvenuta. Si determinerà ora a destra? Non credo che questo sia ora il problema. La risposta comincerà ad apparire dopo il "quarto sabato".

Toni Negri

 

 
 
 
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