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Armi e potenze nel Mediterraneo al tempo del coronavirus

Post n°597 pubblicato il 01 Giugno 2020 da zoppeangelo

 

Armi e potenze nel Mediterraneo al tempo del coronavirus
Negli ultimi mesi il coronavirus ha consentito a politici e media italiani di distrarre l'attenzione da ciò che
avviene a poche decine di Km a sud dell'Italia. Dopo mesi dedicati a dibattere del "pericolo invasione",
della "minaccia" rappresentata dagli immigrati, oggi ben pochi sollevano il problema che la Libia sta
diventando una polveriera o che il Mediterraneo sia affollato non di navi da crociera, ma di navi militari .
Ignorata dai media e dall'italiano medio è iniziata la missione IRINI, "a guida italiana", come
pomposamente ha sottolineato il Ministro degli Esteri Luigi di Maio. In teoria per far rispettare l'embargo
proclamato dall'Onu sulle armi dirette in Libia. L'ipocrita coro diplomatico di tutti i paesi chiede a gran
voce il cessate il fuoco e l'inizio di colloqui di pace, mentre tutti armano uno o entrambi i contendenti.
Sono aumentati i pretendenti alla spartizione della Libia , mentre è sempre più drammatica la condizione
dei civili e degli immigrati ammassati nei lager libici, entrambi minacciati dall'espansione del coronavirus.
Civili e immigrati nella morsa della guerra e del virus
Nel corso della guerra civile che dura da 9 anni, il fronte in Libia si è cristallizzato in uno scontro
fra il governo di Tripoli guidato da Serraj (il GNA- Government of National Accord ) e l'esercito di
Tobruk guidato da Haftar (il LNA-Libyan National Army). Diciassette mesi fa Haftar ha sferrato un
attacco a Tripoli, senza peraltro arrivare a risultati decisivi. Nell'ultimo mese anzi, grazie all'aperto
sostegno fornito dalla Turchia a Serraj, Haftar è in difficoltà.
Le conseguenze sui civili sono drammatiche: 200mila sfollati interni, crollo della produzione
petrolifera, carenza di rifornimenti alimentari e aumento vertiginoso dei prezzi di cibo e carburante.
Circa 900 mila persone soffrono la fame o sono fortemente denutrite. Tripoli e i villaggi vicini sono
stati più volti bombardati. Ospedali, scuole, case sono stati pesantemente danneggiati. Postazioni
strategiche a sud e a est di Tripoli sono state prese e perse più volte dai due contendenti, a prezzo di
centinaia di morti (non esistono statistiche, ma solo dati frammentari). Il flusso degli immigrati
centroafricani è rallentato, ma nei lager libici sono imprigionati in condizioni drammatiche ancora
650 mila migranti (dati Onu su Al Jazeera 5 aprile 2020). Migranti, sfollati e civili in genere sono
sempre più minacciati dal diffondersi del coronavirus. Non esistono statistiche attendibili sul
numero di contagiati e di decessi. Ma quel che è noto è che in Libia esistono solo 500 posti letto,
concentrati nelle poche città importanti (100 a Tripoli, 65 a Zintane, 35 a Kufra, 30 a Sabratah e
Gat. Il tutto il paese ci sono 200 ventilatori. Non è possibile fare tamponi, non ci sono mascherine,
camici di plastica ecc. Parlare di distanziamento nei ricoveri di fortuna e nei lager libici è grottesco.
L'internazionalizzazione del conflitto libico aumenta. Prove di spartizione della Libia.
La dipendenza di entrambi i contendenti libici dal supporto delle potenze regionali e dagli
imperialismi è totale. Dagli inizi del 2020 l'internazionalizzazione del conflitto è aumentata e di
conseguenza anche l'escalation militare, grazie soprattutto all'intervento diretto di russi, emiratini e
turchi. Come si diceva, la Turchia ha aiutato Serraj a liberare Tripoli dalla morsa di Haftar. Poi è
stata decisiva per riconquistare la base aerea di al-Watiya e interrompere i rifornimenti ad Haftar
dalla Cirenaica. Fino a una settimana fa la Turchia poteva contare solo sulle sue fregate Barbaros di
fabbricazione tedesca, ancorate nel Golfo di Sirte. Ora può trasformare al-Watiya Watiya in una

grande base per la propria aeronautica. Nel frattempo gli Emirati coi loro Mirage bombardavano le
postazioni turche e da poco a sostenere il traballante Haftar sono arrivati in Cirenaica 8 aerei russi
(6 caccia Mig-29 e 2 cacciabombardieri Sukhoi-24), mettendo in grande allarme gli Usa (da
Difesaonline 22 maggio 2020).
Russia e Turchia quindi su fronti opposti. Ma più che una guerra per procura pare si tratti di una
prova pratica di spartizione; si vocifera di un accordo sottobanco fra i due paesi per garantire alla
Turchia al Watiya e la base navale di Abu Sitta come caposaldi in una Tripolitania a influenza turco-
qatarina, mentre la Russia si garantirebbe una base navale e una aerea a Sirte, per rafforzare la
propria presenza militare nel Mediterraneo meridionale.
Armi e mercenari
A morire per questo bel risultato oltre ai libici, civili e militari, sono i mercenari reduci dalle guerre
medioorientali e africane. Si racconta che a Idlib, in Siria, la merce più a buon mercato sia un
mercenario. In molti teatri militari siriani altri mercenari sono a spasso perché l'Iran, in preda a una
seria crisi finanziaria e sanitaria, sta parzialmente smobilitando.
I Turchi da marzo ne hanno portato in Libia 9.600 e ne sono già morti 305. E li hanno affiancati ai
contractors turchi della compagnia privata Sadat, ex militari presenti a Tripoli già da molti anni
(almeno 1500 secondo i servizi segreti egiziani e ne starebbero arrivando altri 2.500). Fra questi
mercenari almeno 200 sono ragazzini sedicenni. La piaga dei bambini-soldato si ripropone in Libia.
Altri siriani combattono invece al soldo dei russi. Che li affiancano ad alcune migliaia di contractors
della ormai famigerata compagnia privata russa Wagner Group. Accusata dalla stampa americana
Mosca ribatte che "non ci sono soldati russi in Libia" e tecnicamente è vero.
Qatar ed Emirati Arabi invece reclutano mercenari in Ciad, fra i disoccupati delle guerre dell'Isis o
in Sudan, dove la crisi economica morde duro e dove l'Arabia Saudita recupera i mercenari da
mandare a morire in Yemen. D'altronde dove altro troverebbe oggi un siriano o un ciadiano o un
sudanese un lavoro pagato 1000 $ al mese, al netto delle spese di vitto, vestiario e alloggio?
(dati Ondus da Analisi Difesa 22 maggio 2020)
La lotta per il controllo del Mediterraneo
Il Mediterraneo pattugliato dopo la seconda guerra mondiale dalla sesta flotta americana, è sempre
più affollato. L'obiettivo franco-statunitense dell'attacco a Gheddafi del 2011 non era solo
indebolire la presenza italiana nell'estrazione petrolifera, ma anche cacciare tecnici e società russe e
cinesi. Oggi la Russia riscuote il dividendo del conflitto siriano, che le ha consentito di insediarsi
nel Mediterraneo Orientale.La Turchia neo-ottomana di Erdogan tenta un ritorno in grande stile e
cerca un insediamento stabile in Libia, che aggiunge alle basi militari in Somalia, Qatar, Siria e
Sudan.
Il quadro non sarebbe completo se non ricordassimo la lenta ma tenace marcia della Cina e della
sua "Via della Seta" sul Mediterraneo settentrionale: si è già presa parte del porto del Pireo e ora
"punta" quelli di Genova e Trieste. L'Italia indebitata post coronavirus potrebbe seguire l'esempio
della Grecia e cedere parte dei suoi porti alla Cina in cambio di cospicui finanziamenti.
Le monarchie del Golfo proseguono il loro intervento politico, finanziario e militare sia in Egitto
che in Libia, in Somalia come in Yemen. Usano i miliardi dei petrodollari che hanno spremuto dal
lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri, dai palestinesi ai bangladeshi, dagli indiani ai
filippini, per comprare armi sofisticate come i Mirage e contemporaneamente trasformare in
mercenari gli africani che prima lavoravano in Libia.

Gli imperialismi europei d'altronde non mollano l'osso.
L' Italia, cioè l'Eni, pesa ancora notevolmente nello sfruttamento delle risorse libiche. Alla
chetichella il governo Conte II ha rinnovato il famigerato memorandum con la Libia, cioè finanzia
e arma quella Guardia Costiera, che di fatto gestisce o protegge il sistema dei lager, i traffici degli
scafisti . Dopo la sceneggiata del meeting di Palermo (dicembre 2018) il pallino comunque è
passato ad altri.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, prima con Hollande e adesso con Macron, è un
fervido sostenitore di Haftar, da lui presentato su Le Figaro come il campione della lotta al
terrorismo, l'unico in grado di mettere ordine nel caos libico (sic). Mondafrique del 27 maggio lo
accusa di aver chiesto al premier egiziano al Sissi di inviare soldati a sostegno del suo beniamino
libico, forte del fatto che la Francia fornisce armi e istruttori antisommossa, oltre che fregate al
presidente forcaiolo dell'Egitto.
Ma l'Europa si presenta in ordine sparso, ogni paese prosegue con obiettivi propri e l'unitarietà
della missione Irini è solo di facciata. Tutti sottolineano la debolezza di marine militari nazionali
non coordinate a libello europeo. E non è un buon segno, per chi vaghezza la "potenza Europa, la
battaglia in corso per la concentrazione della cantieristica con la nascita del "campione tedesco"
Lürssen - Gnyk, il relativo stallo delle trattative Fincantieri -ThyssenKrupp da un lato e Fincantieri
- STX.
Per noi una marina militare europea significherebbe solo il rafforzarsi di uno dei contendenti nello
scontro interimperialistico , oggi nel Mediterraneo, domani su altri scenari di guerra.
Riquadro LA MISSIONE IRINI (= pace , in greco)
Varata da Bruxelles, su sollecitazione Onu, la missione rappresenta una gara di ipocrisia fra Onu e
UE (o come dichiara diplomaticamente il Sole del 16 maggio scorso: "un gap senza precedenti tra le
dichiarazioni pubbliche e la situazione politico-militare sul terreno"). Su insistenza di Slovacchia e
Ungheria la missione, iniziata il 4 maggio, si svolge nella zona di mare di fronte alla Cirenaica,
lasciando scoperte le coste di Tripoli, per non incrociare le rotte dei migranti (e magari essere
obbligati a salvarne qualcuno o a disturbare i traffici vegliati dalle motovedette libiche). Tutti sanno
che pattugliare quel tratto di mare non può in alcun modo bloccare l'intero traffico di armi verso la
Libia, perché non intercetta i rifornimenti di Emirati ed Egitto ad Haftar, che passano via terra. I
flussi via aria di armi e uomini (per lo più inviati dai Russi e dagli Emirati sempre ad Haftar)
possono solo essere monitorati tramite satellite o aerei ricognitori . Al massimo Irini disturberà i
rifornimenti turchi al governo di Tripoli. E infatti Serraj fin dall'inizio ha protestato che la missione
avvantaggia solo Haftar e i suoi protettori francesi (Sole 24 ore 16 maggio 2020). Il realtà Di Maio
ha garantito che monitorerà coi mezzi aerei la frontiera fra Egitto e Libia. Comunque quand'anche
le prove dei traffici arrivassero al Comitato Sanzioni dell'Onu, si arenerebbero davanti al veto di
Russia e Cina.
Un'altra scrivania su cui le informazioni arriveranno è quella a Berlino di Angela Merkel. Il 19
gennaio scoros il governo tedesco alla Conferenza di Berlino ha sostenuto a gran voce l'embargo.
Peccato che l'emittente pubblica tedesca Deutsche Welle sul suo sito web ne abbia smascherato
l'ipocrisia, rivelando che tra il 20 gennaio ed il 3 maggio di quest'anno Berlino ha venduto armi
all'Egitto per 308,2 milioni di euro, alla Turchia per 15,1 milioni ed agli Emirati Arabi Uniti per 7,7
milioni. E queste armi hanno preso direttamente la strada per la Libia, nel caso dei turchi per Tripoli
e nel caso di egiziani ed emiratini per Tobruk.Nei mesi di aprile e maggio la missione ha potuto disporre solo della fregata francese Jean Bart e di
un aereo da pattugliamento fornito dal Lussemburgo. Poi si alterneranno una nave italiana e una
greca. Il Consiglio dei ministri italiano ha inserito Irini nel decreto missioni solo il 21 maggio,
disponendo che 500 uomini si alterneranno nella missione navale. Gli aerei da pattugliamento
invece arriveranno da Germania, Polonia, Lussemburgo, Francia. L'Italia fornirà i droni. Malta si è
già ritirata dalla missione, la Germania ha espresso la preoccupazione che quando prenderà il
comando navale la Grecia aumentino le frizioni con la Turchia.

Pagine Marxiste

 

 
 
 

La presa degli Agnelli sui media

Post n°596 pubblicato il 24 Aprile 2020 da zoppeangelo

Ieri la Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, ha completato l'acquisto, tramite, del 60,9% di GEDI, un gruppo multimediale che controlla la Repubblica, La Stampa, il Secolo XIX, L'Espresso, il giornale online HuffPost Italia, Business Insider Italia , giornali locali come Il Centro, La Città, L'Alto Adige e Trentino, tre radio nazionali, Radio Deejay, Radio Capital e m2o e delle emittenti televisive m2o TV, Radio Capital TiVù e Deejay TV.

La famiglia Agnelli controlla tramite Exor dal 2015 anche Economist.

 

Subito è scattata la danza dei direttori, volta evidentemente a "omogeneizzare" le linee editoriali

di giornali, cartacei e online, assai diversi fra loro

 

Direttore di Repubblica diventa Maurizio Molinari, i cui punti di riferimento politico culturali sembrano essere l'ebraismo e l'atlantismo. A lungo corrispondente da New York, Gerusalemme e Bruxelles, è stato imposto da John Elkann, amministratore delegato della Exor e presidente di Fiat Chrysler e della Gedi.

La sua nomina ha fatto scattare lo sciopero dei giornalisti di Repubblica che evidentemente prevedono la caduta di molte teste

Direttore della Stampa diventa Massimo Giannini, ospite fisso di Lilli Gruber su La7 e di Bianca Berlinguer su Rai3, un "pacifista" con un passato importante a La Repubblica all'epoca di Scalfari.

Mattia Feltri, figlio del più famoso Vittorio, scalzerà Lucia Annunziata dall'Huffington Post Italia. Definito un conservatore garantist, anche lui come Molinari formatosi alla scuola giornalistica di Giuliano Ferrara (Il Foglio), ha lavorato a lungo nella sezione romana de La Stampa di Torino.

 

Il gruppo Fiat Chrysler è una multinazionale che non ha ormai più al centro del suo interesse economico il mercato italiano, ma che ha evidentemente interesse a indirizzarne la politica estera in senso atlantista, oltre che la politica industriale. Per questo chi è attivo politicamente deve tener d'occhio avvenimenti di questo genere. Meglio non pensare a una "virata a destra", nel senso che ognuno di questi giornali esprimeva linee borghesi, ma di frazioni diverse. E inutile usare categorie da guerra fredda dal momento che uno come Renzi è stato il più fedele alleato degli Usa negli scenari di guerra dall'Afghanistan all'Iraq, mentre Berlusconi e Salvini sono dichiaratamente i migliori amici di Putin!

tratto da Pagine Marxiste

 

 
 
 

L'Italia al tempo del coranavirus

Post n°595 pubblicato il 03 Marzo 2020 da zoppeangelo


Il Coronavirus, ormai ufficialmente insediato in Italia, sta diventando la cartina al tornasole della nostra società.

Come in tutti i casi di situazioni eccezionali, in Italia come altrove, ogni forza politica cerca di trarne vantaggio. Assieme alla grana di gestire una situazione inedita, Conte si è liberato di Renzi (silenziato dal Coronavirus) e può così attaccare Fontana (accusandolo di incapacità a specchio della stessa accusa rivolta a lui da Salvini).

Naturalmente Conte adesso ha il pallino: può contare sulla tendenza "centralizzatrice" della Protezione civile, può schierare l'esercito, può insomma giocare il ruolo di leader. Ma se ne assume anche il rischio. Tutto dipenderà dalla capacità o meno di contenere l'epidemia.

Davanti all'emergenza il fronte della destra si è articolato, con Salvini attaccato al suo mantra del chiudere le frontiere e mettere in quarantena "i cinesi" (peccato che il virus non passi prima dall'anagrafe); salvo allinearsi repentinamente, appena qualche giorno dopo alle esigenze di "ritorno alla "normalità" proclamate dalle associazioni datoriali.

La Meloni, pur richiamando Conte ai suoi doveri di informazione al Parlamento, esprime una virtuoso "senso di responsabilità"; come del resto "quel che resta" di Forza Italia.

Lo stesso Di Maio si è visto scippare la passerella mediatica, ed è costretto a fare il "comprimario responsabile" di Conte.

Il caso del Friuli, dove, in totale assenza di contagiati, il governatore leghista Fedriga proclama lo "stato di emergenza" (come Hollande dopo l'attentato al Bataclan), una misura che toccherebbe solo ai governi centrali in casi come attacchi militari di una potenza straniera, calamità naturali di estrema gravità ecc., la dice lunga: uno sulla possibilità a breve di vedere Governo e Governatori regionali accapigliarsi in conflitti di competenze senza fine (alla faccia della "solidarietà nazionale"!). Secondo, sull'insorgere di conflitti di competenza fra Governatori regionali e "Sindaci metropolitani": come è avvenuto tra Fontana e Sala per la chiusura delle scuole.

Ma la mossa di Fedriga è anche un esempio della facilità con cui, cavalcando la paura irrazionale, si può proclamare lo stato d'assedio e privarci delle cosiddette "libertà democratiche".

La messa in sicurezza della "zona rossa" e delle "zone gialle" in Lombardia sono un esempio di come, adesso magari per un motivo comprensibile, in altre circostanze meno, possiamo essere privati d'un colpo solo della libertà di circolare, manifestare, incontrarci e organizzarci.

Veneto e Lombardia sono sottoposte ad una specie di "coprifuoco": divieto di accesso e di uscita; chiusura di scuole, attività produttive e commerciali; sospensione di manifestazioni pubbliche e di gare sportive, di culto, oltre alla "blindatura" dei funerali ... I comuni epicentro del virus vedono l'assenza di collegamenti tramite treno, blocchi stradali, massiccia presenza delle forze dell'ordine e anche di reparti dell'esercito.

Tutta l'attività politica è, e ne sarà, pesantemente condizionata.

Il virus distrae dai conflitti sociali, riduce oggettivamente la dialettica politica, polarizza l'attenzione di tutti. Anche se c'è da rilevare come, in appena una settimana dall'"Allarme Rosso", si stia passando dalla "psicosi d'assedio" a quella "tranquillizzante". Ad opera di quegli stessi soggetti che hanno a piene mani gettato benzina sul fuoco. Businnes is Businnes?

I "piani alti" dell'economia e della politica, dopo il primo sbandamento tipico di un imperialismo "straccione" come il nostro, stanno cominciando a fare due conti?

Comunque sia, è una prova generale per l'imperialismo italiano: anche perché l'"Emergenza Nazionale" non può che protrarsi ed allargarsi: dal momento che per i tempi clinici inevitabili, i contagi si moltiplicheranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane (per non dire mesi).

E' una situazione che comunque cambierà radicalmente la "quotidianità" di milioni di persone, incidendo pesantemente sulla "psicologia sociale" della massa, aumentandone le paure. E dove c'è paura aumentano sospetto, psicosi, chiusura, individualismo e anche razzismo.

Per un po' di tempo, a proposito del Coronavirus in Cina, è circolata la tesi del "virus prodotto in laboratorio" dai cinesi stessi. La stampa russa ha fomentato la solita variante del virus "introdotto" dai servizi segreti americani. La rivista scientifica "Lancet", dal canto suo, ha però escluso in via definitiva la possibilità di produrre il Covid-19 in laboratorio.

In Italia, sui social, qualcuno ha scritto che sono state colpite due regioni leghiste; e quindi i soliti comunisti "mangiatori di bambini" avrebbero a bella posta infettato i "sani" patrioti leghisti (sia Vo' che Codogno hanno giunte di centro-destra).

Avendo i virologi fatto subitamente giustizia del "complottismo", gli "untori" sono stati allora identificati nei cinesi che tornavano dalla Cina, dove si erano recati per festeggiare il Capodanno cinese... Oppure, tanto per stare a tema, sui "cinesi" tout court: anche quelli che sono nati in Italia e non si sono di recente spostati...

Finora tutte le piste "cinesi" alla ricerca dell'"untore", sia a Vo' che a Codogno che a Milano, si sono rivelate fasulle. Non solo perché la maggior parte dei cinesi rientrati dalla Cina si sono spontaneamente messi in quarantena, non solo perché dalla Cina sono rientrati anche italiani, ma perché ormai i virologi pensano a un virus di "3° generazione". Cioè passato attraverso portatori sani... Per questo il "paziente zero" non è stato trovato.

Che il virus si sarebbe diffuso era prevedibile; se non altro per la estrema interconnessione del mondo nell'era della globalizzazione. Tutti hanno sottolineato che se all'epoca della Sars la Cina pesava per il 3% sul Pil mondiale, oggi pesa per il 16%. Ed in Italia, oggi è il Nord Est ad avere i maggiori rapporti d'affari con la Cina.

In ogni caso il "dalli all'untore" di marca salviniana ha prodotto effetti "boomerang" in Italia con la fioritura a soggetto dei "cordoni sanitari" in patria ed all'estero. Con la Basilicata che dispone la quarantena obbligatoria per chi "rientra" dal Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Liguria; con cinque dei sei sindaci di Ischia che avevano previsto il divieto di sbarco per i turisti provenienti da Lombardia e Veneto. Ma anche il treno per l'Austria fermato per cinque ore, il bus bloccato a Lione ecc.

Fioriscono intanto le solite speculazioni sui beni necessari: mascherine e gel disinfettanti (per lo più inutili) venduti a peso d'oro su Amazon, l'assalto ai supermercati, il rincaro dei prezzi.

Oltre all'ossessione per il "bollettino di guerra" dei contagiati e dei morti, va segnalato chi diffonde allarmismo (virus inarrestabile), così chi, con faciloneria, sostiene "ne uccide più l'influenza".

In realtà il virus si diffonde molto più velocemente dell'influenza comune, e almeno in Cina ha ucciso di più, anche se in modo selettivo (soprattutto anziani, diabetici, cardiopatici, più uomini che donne). Qui però va tenuto conto dei numeri enormi che sono stati gestiti in Cina, non sempre in condizioni sanitarie ottimali. Inoltre non esiste un vaccino per il Coronavirus, e il tempo di incubazione e le modalità di diffusione di esso sono ancora insufficientemente note.

Anche se, statisticamente, è vero che ogni anno in Italia l'influenza stagionale infetta 3,5 milioni di persone con una media di 7-8 mila morti l'anno, per lo più anche qui anziani, cardiopatici, ecc. e nessuno se ne stupisce.

Da questo punto di vista, nel caso del Coronavirus, c'è un elemento di psicosi creata ad arte perché è una opportunità politica per qualcuno.

Ad esempio quella di cavalcare ancora una volta la xenofobia e il razzismo, amplificando l'irrazionalità (vedi l'episodio degli ucraini presi a sassate al rientro in patria dal Giappone).

Il Governo italiano ha bloccato i voli dalla Cina, ma ad esempio non si è preoccupato adeguatamente di preparare gli operatori sanitari, molti dei quali sono stati contagiati per mancanza di protezioni adeguate, ed anche di istruzioni adeguate. Il Pronto Soccorso di Codogno, che ha funzionato da incubatore del virus, dimostra che in realtà nessuno si aspettava davvero che esso approdasse qui, o che si presentasse non proprio come descritto nel protocollo diffuso prima dell'epidemia. Quando era noto a tutti che il virus è di per se "mutante", e che anche in Cina a un certo punto non erano bastate le mascherine adeguate, i guanti, le tute ecc. per i medici.

Nel capitalismo la prevenzione non è una virtù, perché si preferisce risparmiare oggi e ricorrere ai ripari solo quanto è inevitabile. Succede coi ponti, coi terremoti, ed anche con le epidemie.

È troppo presto per tirare le conclusioni riguardo le conseguenze economiche del virus e delle misure prese per contrastarlo; che comporteranno forse anche una ridefinizione dei rapporti di forza fra paesi (basti pensare al commento di Trump soddisfatto perché la crisi di Wuhan e dell'Hubei potrebbero secondo lui creare nuovi posti di lavoro negli Usa). Quindi il virus come "opportunità". E quindi ancora un fatto eminentemente politico. Non si tratta solo della presa d'atto di come gli italiani, considerati ora come "appestati", comincino a provare a loro volta le "delizie" della "indesiderabilità" fuori confine. Per la serie: l'homo homini lupus capitalistico è il viatico sicuro al disastro mondiale.

Si tratta anche di vedere, nel concreto, come economicamente e politicamente le epidemie diventino delle vere e proprie "armi" di una contesa imperialista giocata su più fronti.

Intanto, in "prima linea" contro il virus non ci sono né i politici che lo cavalcano per scontrarsi fra loro, né i governi che sperano di approfittare dei danni ai concorrenti, né gli imprenditori che si preoccupano più dell'economia (la loro) che della malattia (degli altri).

Ci sono i malati, che subiscono non solo la malattia, ma anche l'insufficienza dei mezzi per contrastarla.

Vi è un uso di licenziamenti, CIG e ferie forzate da parte di centinaia di imprese: dalle zone "rosse" a quelle "gialle", con ricadute in ogni settore. Ma non solo. Entrano nelle cronache di questi giorni grossi nomi come Alitalia, che aggiunge ai 1.175 cassintegrati previsti ben 2.785 lavoratori appoggiandosi proprio sull'emergenza; Vodafone e ABB, che "comandano" le ferie ai loro dipendenti; il sito di viaggi Expedia, che taglia 3.000 posti di lavoro. Nei magazzini GLS, come un po' dappertutto, si "comanda" il lavoro senza tutela contro il virus, perseguendo delegati sindacali.

Il Garante sugli scioperi chiede la sospensione degli scioperi del 9 e del 31 marzo. Manifestazioni e "assembramenti" vietati. Un'occasione ghiotta per dare tutti i "giri di vite" del caso contro i lavoratori, sommando il virus a tutte le leggi sulla "Sicurezza", recenti o passate.

E che dire dei dipendenti della Sanità, costretti a fronteggiare l'emergenza con mezzi insufficienti e protocolli inadeguati. Quella Sanità di "eccellenza" tanto sbandierata dai Governatori leghisti, che vede il 10% dei contagiati proprio tra gli operatori: i quali a volte, pur in isolamento perché affetti dal virus, sono stati costretti a tornare al lavoro... "se no l'ospedale chiude" (testimonianza di una lavoratrice dell'ospedale di Codogno). Una Sanità privatizzata , aziendalizzata e massacrata da tagli di personale, turni, carichi di lavoro, inefficienze, sprechi, corruttele da parte dei "soliti noti".

Eppoi ci sono i lavoratori - italiani e stranieri - senza stipendio perché impiegati in aziende temporaneamente chiuse per mancanza di clienti e fornitori. Oppure costretti a lavorare senza precauzioni (perché costano!) in aziende ancora aperte. Ci sono gli immigrati cinesi che passano per gli "untori" di oggi.

A tutti loro va la nostra attiva solidarietà ed il nostro appoggio.

Pagine Marxiste
Comunisti per l'Organizzazione di Classe (Combat)

 

 
 
 

Azione Comunista. Da Seniga a Cervetto (1954-1966)

Post n°594 pubblicato il 01 Febbraio 2020 da zoppeangelo

Nel luglio 1954 Giulio Seniga, il più stretto collaboratore di Pietro Secchia, responsabile dell'apparato "parallelo" del PCI, scompare con documenti riservati e una enorme somma di denaro, pari a svariati milioni di euro attuali, frutto dei finanziamenti sovietici. Con quel denaro, depositato in una banca svizzera, Seniga finanzierà il giornale "Azione comunista" e poi l'omonimo movimento politico.
Il tutto viene giustificato come un atto mirante a riportare sulla retta via rivoluzionaria un partito che, sotto la guida di Togliatti, è ormai avviato sulla via del riformismo e del compromesso con il sistema. Ma se è davvero così, perché Seniga allaccia rapporti con Umberto D'amato, futuro responsabile dell'Ufficio affari Riservati del Ministero dell'Interno, l'uomo incaricato della lotta "coperta" al Partito comunista che ritroveremo poi come uno dei principali protagonisti della strategia della tensione e della stagione delle stragi?
Ma, al di là delle contraddizioni di Seniga e degli inizi del movimento, Azione Comunista rappresenta anche il primo serio tentativo nell'Italia del dopoguerra di costruire una forza politica a sinistra del PCI riunificando l'area frammentata della dissidenza comunista. Tentativo a cui partecipano trotskisti, internazionalisti di derivazione bordighista e comunisti libertari e di cui sono protagonisti esponenti di primo piano della sinistra rivoluzionaria come Onorato Damen, Livio Maitan, Bruno Fortichiari, Pier Carlo Masini e un giovanissimo Arrigo Cervetto che, a partire dall'inizio del 1959, assumerà sempre più un ruolo centrale nella tormentata vicenda del Movimento della Sinistra Comunista.
Il sorgere nei primi anni '60 con la rottura fra Cina e URSS dei primi gruppi maoisti condurrà alla crisi irreversibile del Movimento e alla scissione fra la componente leninista di Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi e coloro che intendono far confluire Azione comunista nell'area filocinese. Da questa scissione nascerà il gruppo (e il giornale) Lotta comunista.
Una storia di grande interesse, ma quasi sconosciuta su cui finora esisteva solo un breve saggio di Arturo Peregalli, apparso nell'ormai lontano 1980 sulla rivista Classe.
Un vuoto colmato ora dal volume "Azione comunista. Da Seniga a Cervetto (1954-1966)" che ricostruisce minuziosamente quella storia a partire dalla figura non priva di ambiguità di Giulio Seniga, di un giovane Giorgio Galli (che per molti rappresenterà una sorpresa) poi affermato politologo, ma soprattutto del savonese Arrigo Cervetto e del progressivo delinearsi della sua concezione del partito-strategia poi concretizzatasi nell'attuale Lotta comunista.
Il volume di 350 pagine sarà nelle librerie a partire dal mese di gennaio, ma già oggi è disponibile presso l'editore o direttamente (per chi viva nella zona di Savona) presso l'autore.

Giorgio Amico
Azione comunista
Da Seniga a Cervetto (1954-1966)
Massari Editore
Euro 20

 

 
 
 

Gli “Arditi del popolo”, il PCdI e la questione della lotta armata (1921-1922)

Post n°593 pubblicato il 27 Gennaio 2020 da zoppeangelo

Nel 1921 si intensifica l'attacco fascista al proletariato italiano ed alle sue istituzioni.

Sorge allora la prima organizzazione antifascista combattente: gli Arditi del Popolo.
Nasce per iniziativa di un gruppo di Arditi di guerra, ma vi aderiscono in tutt'Italia gruppi di proletari di varia provenienza politica che si uniscono dal basso con l'intento di rispondere al fascismo sul suo stesso terreno.

Per un attimo, il movimento sembra poter mutare i rapporti di forza. Poi - sotto i colpi della repressione statale - si eclissa.

Ma la repressione non spiega tutto. Un altro fattore entra in gioco: le organizzazioni "sovversive", eccetto gli anarchici e i sindacalisti-rivoluzionari, decidono di staccare dagli Arditi del Popolo i propri militanti. Il PSI per firmare con i fascisti il vergognoso "patto di pacificazione", il partito comunista per costituire una propria esclusiva milizia.

Se, per quanto riguarda i socialisti, ciò è spiegabile con il carattere opportunista del loro partito, paradossale appare l'astensione del PCdI da una genuina esperienza proletaria di lotta armata, attitudine avversata da molti comunisti di base.

Questo libro vuol contribuire a svelare l'enigma che si cela dietro quella scelta della direzione comunista, e a dimostrare che solo coinvolgendo le masse l'armamento del proletariato può essere vincente.

Il libro si puo chiedere ai compagni di Pagine Marxiste-Combat (Milano), oppure scrivendo a questa mail: abbonamenti@paginemarxiste.it.

 

 
 
 
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