Creato da zoppeangelo il 25/03/2011

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La repressione di Macron si abbatte di nuovo sui lavoratori in lotta

Post n°590 pubblicato il 21 Febbraio 2019 da zoppeangelo

Liberazione immediata di Gaël Quirante! 

Il governo Macron continua ad aggravare la sua azione repressiva. Questa volta direttamente contro il movimento operaio. I famigerati CRS (quelli che nel '68 venivano indicati con lo slogan CRS = SS) hanno aggredito un picchetto di lavoratori proprio mentre si stava sciogliendo e si sono avventati, con scelta chiaramente preordinata, contro il compagno Gaël Quirante.
Gaël è un dirigente trotskista, leader di Anticapitalisme & Revolution, corrente di sinistra del Nouveau Parti Anticapitaliste; è inoltre dirigente del sindacato dei postini dell'importantante sindacato di base SUD-Solidaires. Proprio per questo suo ruolo e per la radicalità delle lotte sviluppate e dirette, Gaël è stato licenziato dalla Direzione nazionale delle poste; riammesso al posto di lavoro in base a tre sentenze della magistratura, è stato definitivamente licenziato l'aprile scorso dalla ministra della funzione pubblica, che per la antidemocratica legge francese ha l'ultima parola.
Dal momento del suo licenziamento, tutti i 150 lavoratori del suo centro postale di Nanterre, nella periferia di Parigi, sono entrati in sciopero totale a tempo indeterminato per la sua reintegrazione. Dieci mesi di sciopero continuato, reso possibile da una campagna nazionale e internazionale che ha permesso di costituire una cassa di resistenza che garantisce a tutte e tutti gli/le scioperanti la somma modesta ma significativa di mille euro al mese per sopravvivere e continuare a lottare. Una lotta eccezionale, dunque, con un impianto generale che i compagni postini di SUD e di A&R hanno cercato di indicare come la via da seguire per sviluppare la battaglia sociale e politica del movimento operaio e permettere che esso si presenti come direzione sociale, alternativa alla borghesia e al governo Macron, anche rispetto al confuso e contraddittorio movimento dei gilet gialli.
È necessario respingere la provocazione contro Gaël.
In Francia la mobilitazione parte oggi stesso.
Chiediamo a tutte le organizzazioni sindacali del movimento operaio e a tutte le organizzazioni di sinistra di partecipare insieme con noi alla battaglia per la liberazione immediata di Gaël Quirante.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

 
 
 

Foibe : italiani brava gente ?

Post n°589 pubblicato il 09 Febbraio 2019 da zoppeangelo

Come tutti gli anni in questo periodo si torna a parlare di foibe , ma nulla si dice ciò che ha preceduto questi fatti . Stando alle ricerche di Tone Ferenc , ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno porta alla luce crimini di guerra italiani .Maggio 1941 Germania Italia e Ungheria occupano la Slovenia e la provincia di Lubiana viene annessa al Regno d'Italia , ma temendo la resistenza della popolazione l'occupazione viene affidata al generale Mario Roatta che emana nel 1942 la CIRCOLARE 3C , con l'aiuto dell'alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli iniziano rappresaglie , incendi di case e villaggi , razzie , torture esecuzioni sommarie di civili e militari , si badi che ad usare la mano pesante non furono le camicie nere , ma l'esercito italiano , infatti sia Roatta che Grazioli risultano nell'elenco dei criminali di guerra italiani .Stando alle ricerche di Ferenc nella sola provincia di Lubiana vennero fucilati circa cinquemila civili , novecento i partigiani catturati e fucilati , a loro si devono aggiungere oltre settemila persone che  moriranno nei campi di concentramento italiani , complessivamente , dice lo storico sloveno , moriranno circa tredicimila persone , bisogna aggiungere tremila case bruciate e la distruzione di ottocento villaggi , continua lo storico Ferenc , che tra la notte del 22 e 23 febbraio 1942 Lubiana è in stato d'assedio da parte dei Granatieri di Sardegna al comando del capitano Taddeo Orlando affiancato dai collaborazionisti slavi che rastrellano per settimane migliaia di civili.

Italiani brava gente ?

 

 
 
 

Venezuela: contro Maduro e contro Guaidņ, opposizione proletaria

Post n°588 pubblicato il 07 Febbraio 2019 da zoppeangelo

Venezuela:
contro Maduro e contro Guaidò, opposizione proletaria
I lavoratori e i proletari venezuelani, che con il Caracazo del 1989 avevano protestato nelle strade contro la propria miseria e la ricchezza dei borghesi, repressi a migliaia nel sangue, riposero speranze nel giovane militare Hugo Chavez, che prometteva una società più giusta. Chavez tuttavia, quali che fossero i suoi propositi, non volendo mobilitare le masse contro la borghesia e contro gli stessi alti gradi militari, difensori dell'ordine borghese, non poté spingersi oltre quanto era da questi concesso, e dovette dar loro sempre più potere economico e politico, per mantenersi al potere.
Terminati gli anni delle vacche grasse degli alti prezzi petroliferi, terminò così anche il welfare bolivariano che su di essi poggiava, e si scatenava la rapina sui salari e l'apparato produttivo da parte dei profittatori e speculatori di regime, e la repressione contro i lavoratori che difendevano con la lotta le condizioni della propria classe.
La delusione e rabbia dei proletari nei confronti del regime non deve diventare appoggio ai partiti del vecchio regime e a Guaidò, ma deve andare a costruire un fronte di opposizione di classe ad entrambi, per porre termine alla miseria e per il potere ai lavoratori, contro i borghesi tutti, cercando l'appoggio degli stessi proletari in divisa.

Ferve in Italia il dibattito se riconoscere Maduro o Guaidò (che più che auto-dichiarato è stato investito dal Trump), con Mattarella che lancia il suo monito contro il governo giallo-verde, che con il suo veto ha bloccato il riconoscimento di Guaidò da parte dell'Unione Europea (voluto da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna).
Affari loro. Il loro pensiero, gira e rigira, è come mettere le mani sulle più grandi riserve di petrolio del mondo.
A noi invece preme definire una posizione come comunisti per orientare i lavoratori in casa nostra, e collegarci con i lavoratori e proletari del Venezuela, che stanno soffrendo per una crisi terribile che li ha portati alla fame.
La nostra posizione non è "né con Maduro né con Guaidò", ma contro Maduro e contro Guaidò:
opposizione alla ingerenza-aggressione USA e alla destra con Guaidò; nessuna difesa del governo Maduro, ma organizzare un movimento proletario di opposizione che si ponga il problema della presa del potere da parte dei lavoratori, espropriando la borghesia "nazionale", quella in borghese e quella in divisa.
Schierarci contro l'interventismo di Trump e i suoi fiancheggiatori europei, insieme al Brasile e altri Stati dell'America Latina (ma non il Messico di Obrador) non può significare stare con i regimi non meno oppressori di Putin, Xi Jinping, Erdogan e Khamenei. Per noi si tratta di schierarci a fianco dei proletari venezuelani, su una linea che possa difendere i loro interessi di classe, e unire internazionalmente i lavoratori.
Sarebbe invece un grosso errore schierarsi a difesa del governo Maduro perché attaccato dagli USA, perché ciò alienerebbe quella sezione del proletariato che è già scesa in piazza contro il governo, e disarmerebbe anche quei lavoratori che, dopo aver seguito il chavismo, ne sono stati delusi e cercano una alternativa di classe; e in generale perché i comunisti devono approfittare delle contraddizioni interborghesi, e interimperialiste, oltre che far leva sul forte e diffuso malcontento popolare, per sostenere e porsi alla testa di processi rivoluzionari che rovescino i governi borghesi e pongano la questione del potere. Se il movimento non è di ampiezza sufficiente a porre la questione del potere, almeno si rafforzerà un movimento proletario indipendente, spezzando l'utilizzo del movimento operaio da parte della frazione borghese al potere, come avvenuto finora da parte del chavismo o bolivarismo.
Questa posizione si basa sul fatto che quello di Maduro è un governo borghese e nient'affatto "progressista" - anzi, oltremodo reazionario. Il suo carattere borghese (come già per i governi di Chavez) è innanzitutto nel fatto che, con tutta la mobilitazione delle masse proletarie e popolari, non ha mai diretto questa mobilitazione contro gli interessi fondamentali della borghesia. Ciò che il potere chavista ha elargito nei primi anni alle masse proletarie e piccolo-borghesi non è ricchezza tolta alla grande borghesia, ma una parte della rendita petrolifera, ossia plusvalore prodotto dai proletari dei paesi importatori di petrolio. Nello stesso tempo Chavez e poi Maduro hanno favorito la crescita, all'ombra dei mille rivoli della rendita petrolifera, di una nuova costellazione borghese, la "boliburguesia", più abbarbicata della precedente al controllo della macchina statale, più speculatrice, più corrotta, più parassitaria, con una forte componente degli alti gradi militari (che non disdegnano neanche il traffico di droga). È su questi nuovi borghesi, non sul proletariato in armi, che si è appoggiato il potere "bolivariano" (allego articolo su Pagine Marxiste di dicembre 2017).
Quando il prezzo del petrolio è crollato, la boliburguesia si è accaparrata tutta la rendita petrolifera residua e si è messa a depredare i già miseri salari con l'iperinflaizone provocata dal saccheggio delle finanze pubbliche e dalle speculazioni sui cambi, dal trafugamento all'estero di oltre 400 miliardi di dollari da parte della cricca al potere; come se ciò non bastasse, per mancanza di manutenzione e di investimenti hanno anche dilapidato il capitale costante delle imprese statali, dalla PDVSA alla metallurgia (dove ai posti di comando sono saliti i generali), la cui capacità produttiva è crollata (per il petrolio da 3,4 a 1,1-1,2 milioni di barili al giorno). Chavez aveva promesso la diversificazione industriale e il superamento della monocultura petrolifera, e con la manna petrolifera del 2000-2013 ne avrebbe avuto le risorse senza dover ricorrere a un forte indebitamento, ma queste risorse sono state intercettate e dirottate su conti privati all'estero da parte del suo entourage. Il Venezuela è ancora più dipendente dal petrolio e dalle materie prime (ora anche il coltan) di quanto fosse prima di Chavez. Anche l'agricoltura è in sfacelo, con un forte deficit alimentare.
Il proletariato venezuelano è supersfruttato e oppresso dalla borghesia venezuelana, sia quella tradizionale che la "boliburguesia" e dal governo che organizza e copre la rapina sui salari detta iperinflazione. Buona parte della rapina è effettuata proprio grazie al sistema del doppio cambio che dovrebbe permettere al Venezuela di sottrarsi alle regole del mercato mondiale (se ho un "amico" nell'ufficio che decide l'accesso al cambio ufficiale favorevole, e lo pago milioni di dollari, posso ottenere decine di milioni di dollari a un prezzo 5-6 volte inferiore a quello di mercato, e quindi accumulare enormi profitti speculativi e metterli al sicuro all'estero, dilapidando le riserve di dollari, e costringendo la Banca Centrale a stampare senza sosta moneta che si svaluta in continuazione di dieci, cento, mille, diecimila volte, portando il salario - che viene rivalutato sempre in ritardo - molto sotto il minimo vitale).
Il controllo dei militari sulle grandi imprese statali è anche stato funzionale alla sistematica repressione di ogni opposizione e organizzazione operaia autonoma dal partito del potere, PSUV.
Ora si può anche ritenere che Chavez non fosse (né Maduro sia), il capobanda dei rapinatori, ma che ne sia divenuto "prigioniero", che la nomina di militari e altri lestofanti ai posti di comando dell'economia sia stato il prezzo che hanno dovuto pagare per restare al potere, non volendo sollevare le masse contro di loro; ma ciò non cambia il giudizio sul governo.
Neanche la tradizionale borghesia "liberale", che pure aveva fatto crollare i salari a un terzo in vent'anni, era arrivata a tanto negli anni delle vacche magre, a schiacciare i salari molto al di sotto del minimo vitale, tanto da far fuggire per fame più di tre milioni di persone in un paio d'anni, e a demolire allo stesso tempo l'apparato produttivo. Per questo non si può definire progressisti i governi chavisti, ma reazionari, per quanto abbiano sbraitato contro gli USA mentre ci facevano i loro migliori affari tramite la controllata di PDVSA, CITGO, che controlla raffinerie e reti di distributori di carburante negli USA.
La causa della crisi venezuelana è tutta in questa vorace dilapidazione dell'apparato produttivo, nella sottrazione ad esso di 400 miliardi di dollari; non è nelle sanzioni USA, che fino ad agosto 2017, quando la crisi ha toccato il fondo, hanno riguardato solo qualche decina di uomini di punta e profittatori del regime, e solo in seguito hanno bloccato il rifinanziamento del debito, e ora la stessa liquidità realizzata da CITGO. In pratica, viene ora bloccato il mercato americano, principale fonte di valuta.
Ma dato il crollo di produzione e prezzi, oggi l'80% dell'esportazione di petrolio va a ripagare i debiti contratti con Cina e Russia, senza che questi crediti si siano tradotti in investimenti produttivi.
La spoliazione operata dalla boliburguesia supera quella normalmente praticata dalle multinazionali, tanto da far divenire reazionaria la stessa nazionalizzazione delle risorse petrolifere, che sono state date in gestione al generale già comandante della Guardia Nacional, Manuel Quevedo, che per aver mantenuto Maduro al potere con la violenta repressione delle manifestazioni di piazza nel 2017 ha ottenuto il compenso delle cariche sia di Ministro dell'Energia che Presidente della PDVSA: cioè re del petrolio. Più che sostenere Maduro, i militari sostengono quindi se stessi, e per questo l'amnistia offerta loro da Guaidò gli garantisce che quanto hanno accumulato non gli sarà tolto...

Quanto al "golpismo" di cui i contendenti si accusano a vicenda, non è un discorso che ci appassiona, ma non è difficile dire che entrambi sono golpisti dal punto di vista della legalità borghese: Guaidò che si fa proclamare Presidente da un'Assemblea Nazionale esautorata, ma in realtà da Trump che gli promette appoggio incondizionato (e promette missili su chi lo tocca); e Maduro, che quando nelle elezioni del dicembre 2015 la coalizione di destra Mesa de la Unidad Democrática (MUD) ottenne la maggioranza dei voti per la prima volta dopo 17 anni, con il 56% e 109 seggi contro il 41% e 55 seggi del "Polo Patriotico" pro-governo, inventò una "Assemblea Costituente", da eleggere per via indiretta, da parte di corpi intermedi scelti dal governo tra quelli sotto il suo controllo (una specie di Camera delle Corporazioni), la quale si arrogò il potere non solo di modificare la Costituzione, ma anche di legiferare, esautorando di fatto l'Assemblea Nazionale eletta a "suffragio universale". Maduro vinse poi le presidenziali, anticipate dal dicembre al maggio 2018, dopo aver messo al bando i principali partiti di opposizione e al fresco numerosi oppositori.
Contro le due coalizioni borghesi che si affrontano facendo a pezzi la democrazia,
per un fronte proletario anticapitalista.

Pagine Marxiste

 

 
 
 

RIMPIANGERE LA DC?

Post n°587 pubblicato il 03 Gennaio 2019 da zoppeangelo

Non moriremo democristiani" titolò "Il Manifesto" diretto da Luigi Pintor all'indomani delle elezioni politiche del 1983, quando il distacco tra DC e Pci toccò il minimo storico: 32% per la Democrazia Cristiana, 30% per la lista PCI - PdUP (nelle successive elezioni europee del 1984, svoltesi nei giorni della morte di Enrico Berlinguer, arrivò anche un platonico "sorpasso").

Oggi, a distanza di oltre trent'anni, si potrebbe titolare "Rimpiangere la DC"?

Di vera e propria "nostalgia" infatti, sono intrisi i commenti al discorso di fine anno pronunciato dal presidente della Repubblica Mattarella: un democristiano "sociale" vero e proprio modello di riferimento di una DC d'altri tempi, a cavallo tra il percorrere i passi felpati nei palazzi del Potere e la dottrina sociale della Chiesa, quasi un intreccio tra Moro e Andreotti.

Alcuni giornali presentano il Capo dello Stato quasi come il "Cavaliere senza macchia e senza paura" destinato a contrastare la barbarie giallo - verde: un ruolo che capitò già a Scalfaro, (in verità un democristiano di destra) di interpretare a suo tempo, nell'immaginario di molti, la parte dell'anti - Berlusconi (e così' si rivelò Scalfaro nel delicato, quasi border - line, passaggio che portò prima al governo Dini e poi alle elezioni del 1996, vinte dall'Ulivo).

La "saudade" per la DC non è quindi una novità: si può dire che si è trattato di un sentimento che ha percorso tutta la lunga fase della transizione post-Repubblica dei Partiti.

L'idea era quella di tornare a un riequilibrio di centro (un centro che guardava a sinistra) un sistema che finalmente si sarebbe potuto completare attraverso il meccanismo dell'alternanza.

Fu quella, dell'alternanza e dello "sblocco del sistema politico" la molla che fece costruire prima l'Ulivo e successivamente il PD: passaggi che si potrebbero definire come "la voglia di DC" degli ex-appartenenti al PCI incapaci di sviluppare la loro presenza politica - almeno - in termini socialdemocratici e completamente smarriti nella loro identità dal vorticoso passaggio provocato dalla "svolta" del 1989.

Il progetto del PD non è riuscito, non tanto e non solo per via della "maionese impazzita" ma soprattutto per via di scompaginamenti sociali non previsti e letti male e del successivo riproporsi, in termini inediti, di una pluralità di presenze politiche e dell'esplodere di nuove contraddizioni specialmente sulla scena internazionale che hanno mandato in forte crisi anche il progetto europeo.

Oggi la "voglia di DC" che sicuramente la Presidenza della Repubblica interpreta secondo collaudati stilemi (il discorso di fine anno potrebbe essere intitolato: "State buoni se potete") viene considerata, sicuramente da una fetta consistente di elettrici ed elettori quasi come l'unico riferimento ostativo alla crescita della valanga che i "media" definiscono come sovranista e populista.

Definizioni improprie per una valanga che probabilmente non ci sarà: comunque così stanno le cose almeno dal punto di vista della sensazione popolare e dell'ordito che i media stanno tramando in vista della scadenza di maggio.

C'è una ragione di più però per giustificare questa nostalgia di DC e la ragione si chiama Costituzione.

Nel corso di questo 2019 che sta per cominciare verificheremo senz'altro un nuovo assalto ai principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale: a essere attaccati saranno i punti essenziali di un regime che è rimasto basato sul Parlamento e sulla rappresentanza politica.

Era già accaduto con la Bicamerale del 1997 e con le modifiche del 2006 e del 2016 respinte dal voto popolare.

Questa volta però i punti d'attacco saranno diversi:

1) l'introduzione del referendum propositivo;

2) l'abrogazione dell'articolo 67 che prevede "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.".

Punti che rappresenterebbero insieme, se introdotti, sia un richiamo alla "democrazia diretta" sia un inedito "centralismo di partito": in apparenza parrebbero misure contraddittorie ma entrambe sono destinate verso un solo bersaglio, il Parlamento.

Un Parlamento da "saltare" sul piano legislativo attraverso il voto del popolo e sul terreno delle dinamiche della rappresentanza politica.

Un Parlamento i cui compiti resterebbero ristretti alla mera ratifica dei dettati governativi.

Sul piano costituzionale esploderà una terza questione: quella riguardante l'autonomia regionale e l'ulteriore modifica del titolo V della Costituzione stessa.

Su questo punto le responsabilità del defunto centro - sinistra e del PD sono enormi, in particolare al riguardo di una vera e propria sudditanza culturale verso la Lega.

In momento di forte crisi dell'idea di "cessione di sovranità dello Stato - Nazione" e di evidente crescita dei livelli di disuguaglianza economico - sociale tra le diverse parti del Paese quello dello spingere sull'acceleratore delle autonomie regionali rappresenterà un altro tema di grande dibattito (e anche di grande pericolo) per le garanzie costituzionali in materia di struttura dello Stato.

E' in questo quadro che sembra crescere la "voglia di DC".

Per la sinistra, se si pensa che questa parte politica, sempre divisa tra riformisti e massimalisti, possa ancora battere un colpo c'è motivo di riflessione magari riprendendo le fila di quello che sembrava essere un destino storico che, nella vicenda italiana, aveva avito proprio nella partecipazione alla stesura della Costituzione un punto di partenza qualitativamente molto alto.

FRANCO ASTENGO

3 gennaio 2019

 

 
 
 
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