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ANCORA SULL’ASTENSIONISMO

Post n°582 pubblicato il 23 Marzo 2018 da zoppeangelo

Da più parti emerge una richiesta di approfondimento sull'astensionismo e sulla possibilità di sommare la quota ormai molto rilevante di "non voto" alle elezioni politiche con la somma dei partiti cosiddetti "populisti", gonfiati dal"presumibile" voto di protesta (quanto ci sia poi di voto di scambio in quel voto di protesta, per via del tono indefinitamente "promissorio" della campagna elettorale rimane materia da esplorare per sociologi e analisti).

Intanto sarà consentita una prima considerazione che gli ultimi avvenimenti di questi giorni ci inducono a esprimere circa l'utilizzo del senso della protesta contenuta in quel tipo di voto.

Assistiamo, infatti, al palesarsi, neppure troppo sorprendente, di una sorta di "doroteismo rampante": altro che populismo di protesta!

La vecchia DC sembra proprio ritornata in campo, del resto la politica nelle istituzioni ha le sue regole ed è difficile sovvertirle.

Andiamo però per ordine e proviamo comunque a sviluppare un minimo di analisi intorno al fenomeno della disaffezione dalle urne.

L'affluenza elettorale è in calo ormai da anni: analizzando la serie storica si nota come nei primi decenni della Repubblica il livello di astensione fosse molto contenuto (nel 1953 si stabilì il record d'affluenza: 93,84%, circa 20 punti sopra al livello del 2018), e che solo dal 1983 la partecipazione è scesa sotto il 90%; in seguito la tendenza negativa si è acuita, con soglie dell'86-87% negli anni di Tangentopoli e con cifre ancora più basse nel ventennio berlusconiano (fatta eccezione per la consultazione del 2006, caratterizzata dall'effimera vittoria dell'Unione di Romano Prodi per una manciata di voti), fino ad arrivare al 75,2% (astenuti pari al 24,8% della popolazione) alle elezioni politiche 2013.

Alle elezioni europee del 2014 le cose sono andate ancora peggio: l'astensione in Italia si è attestata al 44,4%: non ha votato il 39,2% degli uomini e il 49% delle donne, con una maggiore incidenza al sud e nelle isole (come nelle politiche del 2013), e addirittura il 77,2% degli astenuti totali ebbe a dichiarare di non potersi o non volersi collocare politicamente (fonte: Ipsos Public Affairs).

Da un'analisi dell'ultima consultazione comunitaria- appunto quella del 2014 - condotta a cura del Parlamento europeo , si evince che il tasso di astensione nei Paesi membri è stato in media del 57,46%. I non votanti sono stati raggruppati in astenuti convinti (24%), che sono coloro che non votano mai (in aumento di due punti dalle precedenti elezioni); astenuti riflessivi (31%), che hanno deciso di non votare nei mesi o nelle settimane precedenti (stabili rispetto al passato); astenuti impulsivi (34%), che hanno deciso di astenersi nei giorni precedenti il voto o addirittura il giorno stesso delle elezioni (in crescita di due punti); e infine astenuti indeterminati (11%), che non sanno quando hanno deciso di non andare a votare (in calo del 2%). Fra i motivi dell'astensione i principali sono stati la "mancanza di fiducia nella politica in generale" (23%), "il fatto di non essere interessati alla politica" (19%), e che "votare non ha conseguenze/non cambia nulla" (14%).

Le elezioni regionali e amministrative svoltesi nel 2015 hanno fatto poi registrare punte molto basse di partecipazione al voto: in particolare in Emilia Romagna dove la presenza alle urne ha toccato il fondo del 37%.
In quell'occasione,il 24 aprile 2015 il sociologo Fausto Anderlini , ha presentato a Bologna un sondaggio politico sulla città condotto da Delos. Da culla della partecipazione e del buon governo Bologna si avvicina a grandi passi all'astensionismo ideologico attraverso l'analisi di un campione di 600 casi stratificato per sesso, età e zona di residenza, emerge che l'orientamento di voto a Bologna consegna il 72,3% all'astensione. Anderlini spiega che "ormai esiste un vero e proprio partito dell'astensione anche a Bologna dove pure l'elettorato continua a considerarsi di sinistra. Si configura dunque una forma di ‘astensione ideologica' perché questo dato si colloca in un contesto in cui viene ancora, nonostante tutto, rivendicata un'appartenenza politica sebbene non più partitica"

Nel testo elaborato per l'occasione si legge: "Stupisce il modo esplicito col quale l'astensionismo si dichiara adducendo moventi politici. Sino a poco fa tale comportamento era nascosto nella reticenza. Oggi si palesa quasi come una nuova coscienza di sé. L'astensionismo sembra essere diventata una forma di orgogliosa consapevolezza".

La partecipazione al voto ha poi fatto registrare un aumento nell'occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 (50.773.284 aventi diritto con 32.852.112 voti validi e di conseguenza 17.921.172 suffragi non espressi tra diserzione diretta, schede bianche e schede nulle).

Le recentissime elezioni legislative generali svoltesi il 4 marzo di quest'anno hanno segnato un aumento nella presenza alle urne rispetto alle occasioni appena citate ma inferiore comunque a quella fatta registrare nel 2013 in analoga occasione di voto: 46.505.499 aventi diritto con 32.825.399 voti validi , più o meno come nel referendum: quindi con 13.680.100 mancate espressioni di voto complessive).

Un esercito di circa 14 milioni di cittadini/e aventi diritto che non esprimono comunque la propria opinione politica rappresentano sicuramente un fenomeno di grande portata da analizzare assai attentamente e non da snobbare superficialmente nella convinzione che intanto i seggi da spartire ci sono comunque.

Per correttezza d'esposizione è necessario anche far notare come si verifichi una difformità negli aventi diritto se ci si riferisce all'Italia (esclusa la Valle d'Aosta). Infatti nelle elezioni politiche i residenti all'estero non figurano nel totale degli iscritti, avendo facoltà di votare appunto nelle sedi di residenza. In questo caso quindi la platea dei possibili votanti è più ristretta di quella delle altre occasioni, europee, amministrative, referendarie (da ricordare ancora che nell'occasione del voto per il Parlamento Europeo per elettrici ed elettori residenti in paesi comunitari è possibile esprimere il voto nei consolati).

Dopo decenni nel corso dei quali opinionisti e politologi avevano snobbato il fenomeno, definendolo al massimo come "fattore fisiologico di allineamento al funzionamento delle democrazie occidentali" adesso sembra che si riscopra l'astensionismo come fattore determinante negli equilibri politici.

Qualcuno arditamente, come si è già fatto notare, cerca addirittura di assommare le astensioni con i voti percentuale di voti espressi a favore de M5S , arrivando a calcolare come si possa parlare di un 60% dell'elettorato italiano favorevole alla cosiddetta "antipolitica".

Nulla di più sbagliato e non soltanto per via del già citato evidente "doroteismo" che sembra pervadere la nuova guardia del M5S.

La tesi che s'intende sostenere in quest'occasione suffragata anche dai dati emersi dalle analisi già sopra riportate, l'astensionismo deve essere considerato come una vera e propria "scelta politica" per milioni di elettrici ed elettori, e tale deve essere considerata senza che alcuno possa essere autorizzato ad annetterselo: come aveva tentato, invece, i radicali negli anni'80 e '90 quando presentavano la lista e, contemporaneamente (e paradossalmente) invitavano alla crescita del "non voto" per cercare, nel dopo elezioni, di considerarne la crescita come un loro esclusivo successo.

In realtà l'analisi del " non voto" ha cambiato di segno nel corso degli ultimi anni.

Nel "caso italiano" quest'analisi è da sviluppare collegandosi a quella della trasformazione del sistema dei partiti, con il passaggio dal partito di massa a quello "pigliatutti", poi a quello "elettorale personale" se non, addirittura, al partito -azienda, fino ai casi più direttamente riconducibili a un'esasperata personalizzazione della politica. Personalizzazione arrivata al punto di inserire il nome del leader nello stesso simbolo elettorale.

In questo modo è avvenuta una sorta di "scongelamento" nel rapporto diretto tra i partiti e le fratture sociali individuate, a suo tempo, da Lipset e Rokkan, con un indebolimento della fedeltà ai partiti e una crescita della cosiddetta "volatilità elettorale" al punto che, in questa modificazione di rapporto con la partecipazione elettorale, settori importanti di "elettorato razionale" hanno accusato un vuoto di rappresentanza che ha condotto, alla fine, alla diserzione del voto.

Un "elettorato razionale" che era stato, in passato, portato a scegliere soltanto in relazione alla possibilità di massimizzazione dei propri desideri (non solo materiali, ma anche ideali e culturali) quindi esprimendo un voto che teneva assieme il senso d'appartenenza e l'opinione specifica.

I fattori in campo, dunque, nella costruzione di questo processo di crescita dell'astensionismo ( ricordiamo sempre che si tratta comunque di un fenomeno anche legato al tipo di competizione elettorale di riferimento) appaiono essere almeno tre:

quello derivante dall'analisi della vecchia scuola statunitense dell'astensione come sorta di volontà d'espressione di un mantenimento dello "status quo" (le cose vanno bene così, perché dovrei disturbarmi per andare a votare?);
l'altro, di origine più recente e più propriamente europea, dell'espressione inversa a quella precedente di una protesta indiscriminata rivolta al "sistema". Una protesta che oltrepassa, nell'insoddisfazione, il pur rutilante populismo imperante in tutta Europa e che ha trovato sue significative espressioni in Italia, sia al governo, sia all'opposizione: tra "rottamazioni" e "vaffa" che comunque lasciano il segno sulla credibilità complessiva del sistema e non possono essere assorbite con grande facilità;
l'ultimo fattore, derivante dallo specifico della situazione italiana, dell'assenza di rappresentatività politica sul piano complessivo da parte di soggetti tendenti a un'interpretazione complessiva dei fenomeni politici e sociali anche in forma ideale e di proposta di mediazione politica. Fattore determinante per quell'"elettorato razionale" che non trova più soggetti organizzati capaci di esprimere interesse generale e, di conseguenza, abbandona l'idea di sentirsi rappresentato da un sistema composto di elementi troppo distanti dalla propria visione della politica. E' la sinistra, proprio per fornire una valutazione più ravvicinata del fenomeno a soffrirne maggiormente in ragione di un'assenza di "identità" che - appunto - per i soggetti della "gauche" aveva rappresentato un elemento decisivo per l'appartenenza politica e per la conseguente espressione di voto.
Mancano all'appello insomma una buona quota di quello che in passato era stato indicato come " voto di appartenenza" e anche una fetta importante del voto d'opinione.

Va sottolineato ancora come nessuno possa pretendere (al di là dei facili propagandismi) di proporsi come "argine" alla crescita della disaffezione politica ed elettorale, essendo ormai questa un fenomeno assolutamente strutturato al sistema sia pure numericamente oscillante d'occasione in occasione.

Neppure colmerà il vuoto l'ossessivo uso dei social network e, più in generale, del web : si tratta, infatti, di strumenti dedicati agli ultrà, ai già super convinti, ai tifosi che li useranno per insultarsi e screditare i diversi candidati avversari, non di più.

D'altro canto emergono, a questo proposito, proprio dalla cronaca elementi che suscitano al proposito una vera e propria inquietudine.

La complessità sociale richiede l'elaborazione di un'articolazione di ideazione politica riservata insieme al progetto come al programma.

Il problema di cui nessuno vuole parlare, politici in primis, è l'altra faccia della medaglia: "Il nostro non è più un regime democratico, cioè non esistono più istituzioni legittimate dal consenso popolare. Le élite si riproducono in luoghi che non sono più riconosciuti dalle persone normali. La politica dall'alto riduce gli spazi di democrazia auto-legittimandosi e auto-fondandosi".

Si pensi, infine, al fatto che si è cambiata legge elettorale per 4 volte in 25 anni (in un'occasione addirittura la legge elettorale votata a colpi di fiducia al Governo non è mai stata utilizzata e che in 2 occasioni la Corte Costituzionale ha dichiarato il testo illegittimo nelle sue parti decisive e la stessa formula usata il 4 marzo sarà sottoposta ad analogo vaglio con probabilità consistenti di veder bocciate almeno alcune parti di quel testo per avere un'idea della progressiva caduta di credibilità del sistema a causa di un utilizzo sconsiderato dell'autonomia del politico.

Un discorso quello sull'astensionismo e la cosiddetta antipolitica da riprendere in profondità anche da parte di quanti hanno pensato di cimentarsi in chiave coerentemente alternativa con l'arena elettorale.

Sarebbe fondamentale, infatti, recuperare in pieno l'identità costituzionale fondata sula centralità del Parlamento: un'identità costituzionale fortemente scossa, nel frattempo, dall'utilizzo di un'impropria "Costituzione Materiale" fondata su di un improprio intreccio tra Governabilità e Presidenzialismo che si è cercato di suffragare con la modifica costituzionale del 2016 fortunatamente respinta a grande maggioranza dal voto popolare.

FRANCO ASTENGO

22 marzo 2018

 

 
 
 

VERSO IL 4 MARZO

Post n°578 pubblicato il 14 Febbraio 2018 da zoppeangelo

VERSO IL 4 MARZO DUE POSIZIONE DIVERSE 

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Intervista a Marco Ferrando e Claudio Bellotti

 

CONFLITTI E STRATEGIE

NON ANDATE A VOTARE

Il mio consiglio è di disertare le urne. Per screditare tutti i partiti ma, soprattutto, la democrazia elettorale. Deve cadere la maschera dell'investitura popolare per mettere i lestofanti politici di fronte alle loro responsabilità. I gruppi e gli omuncoli che fino ad oggi si sono fatti scudo della preferenza accordata loro dai cittadini per colpirli nei loro diritti e nelle loro certezze non potranno più parlare e agire in nome e per conto del popolo. Se, come diceva Wilde, la democrazia significa semplicemente prevaricazione sul popolo da parte del popolo per il popolo, rinunciando il popolo a votare, la democrazia si mostrerebbe finalmente per quello che realmente è: prevaricazione di alcuni sui molti, ma senza l'assenso dei più. Voglio vederli i nostri parlamentari chiedere ancora sacrifici alla comunità, distruggendo sanità, pensioni, scuola, lavoro e indipendenza statale richiamandosi ai loro sempre più scarsi militanti o alle loro ristrette burocrazie di casta. Alla domanda "chi vi autorizza a fare ciò?" dovrebbero replicare "il mandato conferitomi dagli iscritti al mio partito". L'effetto è abbastanza comico, anche se conoscendo i nostri illustri rappresentanti non tarderebbero a mettersi in ridicolo. Per il bene della patria, s'intende. Pauvre pays sempre più pays pauvre.
Però se alle prossime elezioni l'astensione raggiungesse il 70 o l'80% (il 90% sarebbe l'apoteosi nazionale) questi farabutti non avrebbero diritto nemmeno a dirigere il loro condominio. Occuperebbero ugualmente le cariche, facendosi preventivamente nominare tutti senatori a vita, ma svolgerebbero le faccende pubbliche in preda al panico, timorosi della reazione della gente ad ogni misura restrittiva. Si può governare anche contro il popolo ma mai senza il popolo. L'astensione è il partito più temuto delle future consultazioni. Del resto, i soggetti politici sono già d'accordo che governeranno, più o meno, tutti insieme perché, sicuramente, qualcuno ce lo chiederà da fuori i confini nazionali e nessuno avrà la forza di sottrarsi alle pressioni (e minacce), nemmeno quelle compagini che ora sembrano contro i poteri forti, interni ed esterni. Infine, perdurando le criticità e le scelte sbagliate, i timori di costoro si volgeranno in terrore. Prima o poi, e lorsignori lo sanno, arriva sempre qualcuno a raccogliere la disaffezione delle moltitudini per trasformarla in vendetta e, sa va bene, anche in riscatto. Il popolo è boia, ci mette un attimo a scordarsi le buone maniere e a travolgere tutto, se glielo si lascia fare e se gli si concede quel minimo d'impunità necessaria alle grandi scazzottate. Dunque, cacatevi addosso, come nella canzone del film, La Tosca, di Magni. Se poi è ben indirizzato da élite consapevoli (che per ora non si vedono, per fortuna dei farabutti parlamentari), dopo le mostruosità, esce rinnovato dai bagni di sangue commessi e subiti. Il processo non avverrà subito ma speriamo decanti a partire dal marzo a venire. Dunque, non sottostate al rito elettorale perché se servisse a qualcosa in ogni caso non ve lo lascerebbero fare (come affermava Twain). Utile è, invece, non andare per rendere più palpabile un disprezzo collettivo che qualcuno crede ancora di poter controllare, sfottendo il popolo con i migranti e l'antifascismo, il femminismo, l'ecologismo ecc. ecc..
Se provano a dirvi che anche un solo voto può essere determinante, richiamandovi ad un senso civico che loro non dimostrano mai, rispondete che a memoria vostra nessun precedente appuntamento si è chiuso con un voto di scarto. Il vostro conta lo 0,000002% del totale. Ovviamente, vale anche per l'astensione ma tutti i sondaggi ci dicono che siamo in vantaggio. Siamo il non partito dell'avvenire che non elegge candidati ma esseri pensanti e arrabbiati che abbatteranno questa democrazia di liquidatori dell'Italia.

 

 

 
 
 

Dall’Iran alla Tunisia, dal Sudan al Venezuela Esplode la protesta contro il carovita e i governi reazionari

Post n°577 pubblicato il 14 Gennaio 2018 da zoppeangelo

Pressoché assenti dai telegiornali nostrani, tutti presi dal teatrino pre-elettorale e al massimo interessati ai volteggi dei pattinatori nordcoreani a Seul, esplodono le lotte dei lavoratori contro l'aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, contro l'impoverimento complessivo dei lavoratori, contro la disoccupazione .

 

 


Dell'Iran si è già scritto, poco filtra dalla pesante censura che il governo esercita con la complicità dei vari Google, Telegram ecc (a proposito di Internet "che rende liberi"), nell'intento di isolare la protesta e schiacciarla con gli arresti, la tortura, le esecuzioni sommarie,ma anche il silenzio e l'isolamento internazionale.
Tuttavia le feroci dichiarazioni del governo confermano che la protesta continua.
Su una cosa tutte le fonti sono d'accordo, cioè la profonda differenza fra queste proteste di piazza da quelle del 2019. Là si erano mossi principalmente gli abitanti della capitale e strati di classe media, per richiedere le basilari libertà civili e politiche.
Qui si sono mossi gli strati profondi di numerose città di provincia e i lavoratori rurali espulsi dall'agricoltura, in lotta per la sopravvivenza, contro la disoccupazione (24% in media, 40% fra i giovani), l'inflazione a due cifre, l'ingordigia dei padroni di stato (le circa 300 famiglie, dai conservatori ai riformisti) che monopolizzano il potere politico e si sono impadroniti dei profitti ancora in forte crescita dopo l'accordo firmato con Obama. Asia Times sottolinea la prevalenza in piazza di giovani, donne e uomini, sotto i 25 anni, che protestano anche contro le spese militari e le missioni militari in Libano, Siria, Iraq, Yemen, spese che vanno a detrimento dei sussidi per i più poveri, della fornitura d'acqua (50 milioni di iraniani hanno accesso solo saltuario all'acqua potabile) e delle pensioni (pagate in modo irregolare), per non parlare del decadimento delle strutture sanitarie e dell'assistenza. Nessuna frazione della borghesia li ha appoggiati (anche se Ahmadinejad è stato messo agli arresti domiciliari) perché è in gioco non come gestire il sistema, ma lo status quo, lo sfruttamento nel suo complesso.
Non si era ancora spenta l'eco della rivolta in Iran che è scoppiata il 9 gennaio quella in Tunisia.
Già nel 2013 in 3 giorni di protesta contro le dure condizioni economiche erano stati uccisi 140 dimostranti. Altre proteste hanno punteggiato il 2015, inframmezzate da scioperi nel settore tessile. Laboratorio delle primavere arabe, primo paese nordafricano a cacciare il proprio dittatore, anche la Tunisia vede i propri lavoratori schiacciati dal carovita e in particolare i giovani impossibilitati a trovare lavoro. A Tunisi e a Tebourba i giovani "sono scesi in strada lanciando pietre contro la polizia, dando alle fiamme cassonetti, pneumatici, perfino caserme della polizia" (Il Sole 24 Ore 10 Gennaio 2018). La rivolta è presto dilagata a Beja a Testour, Sfax, Meknassi, Sidi Bouzid, Ben Arous, Kebili, Nefza, Sousse. La scintilla è stata la nuova legge finanziaria che prevede il taglio dei sussidi sul gas domestico e carburante e nuove tasse su carte telefoniche, internet, camere d'albergo, frutta e verdura, carne e cereali (si calcola un aumento mensile per una famiglia media di100$).
Governo e opposizione islamica (Ennada) hanno condannato le manifestazioni, la polizia ha reagito duramente, una persona è morta, 200 gli arrestati, fra cui, secondo il Washington Post (9 gennaio 2018), avvocati impegnati in controversie sindacali e dirigenti di partiti di sinistra. Solo il Fronte Popolare, un raggruppamento di 12 organizzazioni di sinistra di varia tendenza ha chiesto al governo di tornare sui suoi passi, evocando lo spettro dei moti del pane del 1984 (nota 1). Ma sul governo premono i diktat del FMI, che può imporre un aumento degli interessi sul debito.
I salari in Tunisia sono intorno ai 160 $ al mese, mentre il minimo vitale per una famiglia di 3 persone è di 240$ (New York Times 9 gennaio 2018). Il tasso di analfabetismo è cresciuto al 32%, la disoccupazione giovanile è del 35%, il 40% della popolazione non ha accesso all'acqua potabile, l'assistenza sanitaria non è più gratuita, nelle famiglie di lavoratori manuali si consuma carne una volta al mese.
L'Huffington Post (9 gennaio 2018) parla di piazze gremite di giovani sotto i 35 anni, tutti diplomati o laureati e disoccupati. Uno degli slogan era "vogliamo vivere con dignità" oppure "io non perdono" (in riferimento alla corruzione dilagante) e anche "che cosa stiamo aspettando?". Le manifestazioni hanno riguardato i quartieri operai di Tunisi come Djebel Lahmer e Zahrouni, ma anche le città e i villaggi industriali dell'interno.
Di fronte a condizioni di vita in costante peggioramento la corrotta burocrazia che guida la centrale sindacale UGTT tenta più che altro azioni di pompieraggio.
In Sudan la protesta è partita il 7 gennaio da Sennar, nel sud est del paese e ha rapidamente guadagnato Khartum e molte città del sud, fra cui la capitale del Darfur occidentale, El-Geneina, ma anche Nyala e Al Damazin. Anche qui la reazione della polizia è stata brutale. Uno studente è stato ucciso e molti manifestanti feriti. Anche qui le proteste nascono dal taglio dei sussidi al prezzo del pane, che è raddoppiato. Il governo in modo preventivo aveva chiuso le sedi di almeno sei giornali non allineati e arrestato giornalisti e attivisti politici e sindacali. I manifestanti hanno invece eretto barricate con pneumatici in fiamme e bloccato strade. Nel 2013 analoghe proteste scoppiarono per l'aumento dei prezzi del carburante, provocando 80 morti. Meno sanguinose ma altrettanto estese per lo stesso motivo le proteste nel 2016. Con questi movimenti di protesta riemerge la lotta di classe in una regione scossa dalla guerra degli imperialismi e delle potenze regionali, che fomentano deliberatamente i conflitti settari.
Intanto in Venezuela continuano le agitazioni, prosecuzione delle proteste del 2017. Il sito WSWS (10 gennaio 2018) ricorda negli stessi giorni lo sciopero dei dipendenti comunali e delle fabbriche farmaceutiche in Israele, oltre allo sciopero degli operai Ford in Romania, allo sciopero dei metalmeccanici tedeschi, dei ferrovieri inglesi e degli operai dell'auto in Francia.
Il denominatore comune è il peggioramento del reddito e delle condizioni di vita dopo anni di crisi che hanno aggravato le differenze fra strati privilegiati ad alto reddito e lavoratori.
In molti casi i governi accusano fantomatiche forze straniere di seminare zizzania nei loro paesi; in quasi tutti i casi invece le proteste sono spontanee e purtroppo non sempre organizzate e coordinate. Con ovvie infiltrazioni da parte di forze politiche che vi vedono un'occasione di raccogliere adesioni. E' il caso della presenza in Iran di qualche striscione nostalgico che inneggia allo scià, o delle derive antisemite di qualche gruppo a Tunisi. Sia in Tunisia che in Sudan frange aderenti all'Isis potrebbero inserirsi nel malcontento.
Quello che purtroppo manca è l'attenzione e la solidarietà del resto del movimento operaio. Questo è estremamente evidente in Italia, la cui borghesia fa affari nei paesi citati. E questo spiega l'atteggiamento prevalente della stampa, preoccupata per le sorti
"dei nostri investimenti", oppure timorosa di una eventuale nuova ondata di immigrati, non certo delle condizioni miserevoli di vita dei lavoratori. L'Iran è "una miniera d'oro per le industrie italiane" (Calenda) è la "nuova frontiera del business" (Vincenzo Boccia): non c'è pericolo che davanti al governo forcaiolo e guerrafondaio di Teheran i Paperoni nostrani abbiano altro sentimento che di gratitudine purché mantengano l'ordine e... gli ordinativi. In Tunisia operano 850 imprese italiane (in vari settori manifatturiero, costruzioni e grandi opere, componentistica automotive, bancario, trasporti, meccanico, elettrico, agro-alimentare, farmaceutico), impiegando 60mila operai a basso o bassissimo costo. Anche qui si sprecano gli elogi per il democratico governo tunisino che ha aperto loro le porte concedendo vantaggi fiscali e agevolazioni commerciali.
E' perciò compito nostre tenere viva l'attenzione sulle lotte della nostra classe nel resto del mondo, farla conoscere anche qui in Italia, organizzare dove possibile manifestazioni di solidarietà, protestare davanti alle ambasciate denunciando le torture a cui sono sottoposti gli arrestati (5 morti in Iran in prigione) e la costante repressione e chiedendo la liberazione dei prigionieri politici, sviluppare legami sovranazionali.

Nota 1: la Tunisia storicamente è stata spesso preda di carestie, anche in tempi recenti. Nel 1984 la regione di Lesserine alla frontiera con l'Algeria vide lo scoppio della "rivolta del pane" (cioè contro l'impennata dei prezzi di pane e couscous e contro le scelte liberiste del governo Bourghiba): i morti furono centinaia. Lo stesso avvenne nel gennaio 2011, quando la polizia sparò provocando decine di morti e bel gennaio 2016 quando scioperi e manifestazioni portarono a un nuovo intervento violento della polizia. La regione ha tradizioni di sinistra e i governi hanno spesso usato il pugno di ferro per domare le proteste. La classe operaia lavora nelle industrie medio-piccole che vi sorgono numerse (tessile, cellulosa ecc.). Vi lavorano numerose donne, per lo più in nero e per salari da fame. Anche Benetton vi ha fatto investimenti.

 

Pagine Marxiste

Comunisti per l'Organizzazione di Classe (Combat)

 

 
 
 

Uscito Pagine Marxiste: ottobre 2017

Post n°576 pubblicato il 16 Novembre 2017 da zoppeangelo

Indice:
4 L'ITALIA ARMATA in Medio Oriente e Libia. Il punto sulle spedizioni italiane
8 Italia-Francia, la contesa sulla Libia. L'Italia fa accordi con bande di trafficanti di uomini
12 Alternative für Deutschland, non per i lavoratori tedeschi
16 100° DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE
Ottobre 1917: rivoluzione ieri, rivoluzione oggi
21 Daniel De Leon e la lotta per il socialismo in un paese a capitalismo avanzato
26 Venezuela. Fallimento del "socialismo" rentier
34 1919-1920 Una pagina sconosciuta di internazionalismo proletario.
I FERROVIERI ITALIANI E IL BOICOTTAGGIO DEI TRENI CARICHI DI ARMI CONTRO LA RUSSIA RIVOLUZIONARIA

 
 
 

A SINISTRA: UNA PROPOSTA DIRETTA

Post n°575 pubblicato il 31 Luglio 2017 da zoppeangelo

A SINISTRA: UNA PROPOSTA DIRETTA
(26 Luglio 2017)

Definire "spettacolo" ciò che si sta verificando " a sinistra" in questi giorni è già un complimento.
Tralascio giudizi e valutazioni così come tralascio la storia, più recente e più antica, delle vicende che si sono succedute a partire dallo scioglimento del PCI e dall'implosione dei grandi partiti di massa.
Da oltre vent'anni ne abbiamo scritto in tanti, ci si è riflettuto sopra, si sono sviluppate iniziative politiche la maggior parte contraddittorie e fallimentari.
Principalmente ha fallito la sinistra di governo.
Un'affermazione che si può ben sostenere con evidenti pezze d'appoggio: il risultato finale di questa stagione è la consegna del sistema politico italiano a più di una destra dalla quale affiora semplicemente una lotta per il potere sulla base di opzioni davvero pericolose di tipo bellico, razzista, di sopraffazione, di riaffermazione del dominio capitalistico nella peggior dimensione.
Sono state sbagliate tutte le previsioni sulla base delle quali era stato accettato, proprio al momento dello scioglimento del PCI, l'orizzonte della "fine della storia" quale diretta conseguenza della conclusione storica della vicenda del comunismo reale in Unione Sovietica (tralascio soltanto per economia del discorso anche l'esame di ciò che è andato avanti da questo punto di vista).
Si è rinunciato a portare avanti ciò che in Occidente era stato costruito sulla base di esperienze diverse a sinistra, sia dal punto di vista socialdemocratico sia dal punto di vista dell'originalità dell'esperienza comunista in particolare in Italia.
Inutile però rievocare tutta questa storia, il punto sta da un'altra parte : quello del recupero di un dato sufficiente di rappresentatività politica e di aggregazione sociale da parte di un soggetto organizzato sulla base dell'idea di fornire una risposta a tutte le domande rimaste inevase nel corso di questo spazio temporale.
Un soggetto politico che prima di tutto non consideri la storia finita e il capitalismo (nelle sue varie declinazioni) il solo orizzonte possibile.
Un soggetto politico che non può essere definito altrimenti che "partito", la cui realtà teorica, politica, organizzativa debba essere imperniata su due principi fondamentali:

1)Un partito attrezzato per continuare a considerare l'andamento della storia nel senso di una trasformazione in senso socialista della società, per il superamento del capitalismo;
2)La Costituzione italiana nella sua essenza riguardante il rapporto tra la prima e seconda parte quale "tavola" ancora da applicare considerandola come strumento per un passaggio di transizione. Costituzione che contiene in sé anche i necessari elementi di riferimento sul piano della dimensione sovranazionale e di politica estera.
3)La questione del "governo" semplicemente non esiste, almeno per questa fase politica. Questo perché il dato prioritario da conseguire è quello della rappresentanza a tutti i livelli. Rappresentanza fondata su di una aggregazione radicata nella realtà e posta a diretto confronto con la molteplicità delle contraddizioni che agiscono pesantemente sulla società moderna (le abbiamo tutti presente; evitiamo inutili liste della spesa.)

Su queste basi potrebbe essere possibile scrivere un documento politico di taglio "costituente" alla cui stesura tutti i soggetti interessati potrebbero intervenire attraverso l'elaborazione di un metodo democratico che porti a una assise congressuale per la formazione di un partito della sinistra d'alternativa e non semplicemente la ricerca di una lista elettorale.
In passato mi era già capitato di avanzare, a questo proposito, una proposta di metodo che rinnovo:

1)E' necessario che i soggetti costituiti o quelli "in fieri" sviluppino un atto di assoluta generosità ponendosi a disposizione completamente come sigle, quadri, organizzazione, strutture;
2)Debbono essere organizzate, a livello regionale, assemblee autoconvocate di discussione di un primo manifesto. Assemblee che eleggano delegati per una Assemblea Nazionale e diano impulso alla formazione di comitati provinciali;
3)I delegati nazionali, al massimo un centinaio, debbono lavorare per qualche mese attorno a tre questioni: 1) elaborazione di un documento programmatico; 2) statuto e regolamento congressuale; 3) progetto di forma partito;
4)Elaborati questi strumenti di lavoro si ritorna alle assemblee regionali per l'elezione dei delegati (provvedendo nel frattempo alla formalizzazione delle adesioni) per il Congresso Nazionale. Formazione dei gruppi dirigenti periferici
5)Congresso Nazionale, formazione del gruppo dirigente nazionale.
Principi inderogabili: autoconvocazione come base, autofinanziamento.

Tutti debbono essere consapevoli dell'insufficienza complessiva in un quadro di indispensabilità di tutti e di pieno rispetto delle reciproche diversità, anche di quelle maturate nelle occasioni di scissione che, in tempi antichi e recenti, hanno contrassegnato il cammino della sinistra italiana.
Grazie a coloro che vorranno aiutarmi nel diffondere questo messaggio e a quanti avranno la cortesia di rispondermi.

Franco Astengo

 

 
 
 
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