Creato da il_fotografo64 il 04/07/2008

Ecole de photos

Tutto ciò che vorreste sapere e oserete chiedere...

 

 

Lezione n° 3:  L'obiettivo

Post n°5 pubblicato il 14 Luglio 2008 da il_fotografo64

Obiettivo è un termine generico che descrive un dispositivo ottico in grado di raccogliere e riprodurre un'immagine. È presente in molte apparecchiature ottiche: macchine fotografiche, telecamere, binocoli, cannocchiali, telescopi, microscopi  ecc... Può essere composto da una o più lenti e/o da specchi concavi. Anche il cristallino dell'occhio è considerato la lente di un  sistema ottico dove il piano focale è rappresentato dalla retina.
Ho fatto un esempio molto intuitivo di cos’è un obiettivo facendo riferimento all’occhio umano cosìcchè chiunque possa capire il funzionamento.
Il  piano focale” è quella porzione di superficie  dove si forma nitida l’immagine che dovremo riprodurre, nel caso dell’occhio appunto è la retina, nel caso di una fotocamera sarà il piano pellicola, o meglio, il fotogramma della pellicola dove andrà ad impressionarsi l’immagine, o , nel caso di fotocamera digitale, il sensore CCD o C-Mos dove verrà acquisita in “pixel” la fotografia scattata.
La distanza tra il “centro ottico” di un obiettivo e il piano focale è chiamata lunghezza focale,  una delle caratteristiche salienti dei diversi tipi di obiettivi.
Da notare che il centro ottico dell’obiettivo  non necessariamente coincide con il centro fisico dell’insieme delle lenti che lo compongono, tutte insieme si comportano come una unica la cui lunghezza focale può essere considerevolmente diversa dalla lunghezza fisica dell'obiettivo. Questo è particolarmente evidente negli obiettivi a focale variabile, i cosiddetti zoom.
In campo fotografico è espressa in millimetri.
Dalla lunghezza focale e dalle dimensioni della superficie sensibile dipende” l'angolo di campo “ dell'obiettivo. A parità di dimensioni del sensore, più la focale è lunga, più stretto è il campo inquadrato.
Convenzionalmente si considera "normale" un obiettivo la cui lunghezza focale è circa uguale alla diagonale della pellicola o del sensore. Per il formato  24x36  (o 35 mm ) si considera” normale”  l'obiettivo da 50 mm che è quello che più si avvicina alla visione umana. Gli obiettivi più corti vengono chiamatigrandangolari   quelli più lunghi “teleobiettivi” .
Obiettivi di uguale lunghezza focale usati su superfici sensibili di formato diverso hanno angolo di campo diverso. In particolare obiettivi usati su sensori più piccoli hanno un angolo di campo inferiore.
Questo diventa importante nel passaggio al digitale, in quanto le fotocamere digitali hanno, in genere, un sensore più piccolo rispetto al 35mm. Se, ad esempio, si monta un 50mm su una reflex  digitale con sensore di formato “APS” , si avrà una resa equivalente a quella di un obiettivo da 75mm sulla pellicola. Questo viene espresso da un fattore di moltiplicazione che si ricava dal rapporto fra la diagonale del 35mm e quella del sensore, in questo caso 1,5.
Per facilitare il passaggio al digitale, dato che la maggioranza dei fotografi  è abituato ad usare il 35mm, spesso  viene  indicata la focale equivalente al 35mm accanto a quella effettiva.
Il caso più semplice di obiettivo è costituito da un piccolo foro  che consente il passaggio della luce a formare un'immagine all'interno di una camera buia ( ricordate la prima lezione sulla “camera obscura”? ) . Rispetto al foro stenopeico, gli obiettivi a lenti permettono di concentrare la luce sul piano focale e sono progettati per diminuire le “aberrazioni ottiche” . Si chiamano così quelle deformazioni d’immagine, nella forma  o nel colore, prodotte dalla serie di lenti che compongono un obiettivo
A migliorare ulteriormente la qualità degli obiettivi contribuiscono lo sviluppo dei vetri ottici utilizzati, in particolare i vetri a bassa rifrazione e di particolari trattamenti antiriflesso per ridurre la rifrazione interna e migliorare la trasmissione della luce. In un primo momento vennero introdotti  i  trattamenti antiriflesso semplici (single-coated) e in seguito vennero utilizzati i trattamenti antiriflesso multipli (multi-coated). Guardando dentro un obiettivo se questo è privo di trattamento si vedranno dei riflessi bianchi, se ha trattamento singolo dei riflessi blu-ambra, se ha trattamento multiplo dei riflessi blu-magenta. Tutti gli obiettivi oggi in produzione hanno trattamento multiplo o trattamenti ancora più sofisticati.

Gli obiettivi moderni adottano anche lenti cosiddette 'asferiche',  la cui curvatura non è una porzione di sfera. L'utilizzo di lenti asferiche aiuta a contenere difetti come l'astigmatismo.
L'apertura massima di un obiettivo è uguale alla focale diviso il diametro interno dell'obiettivo.  Maggiore è l'apertura massima, più luminoso sarà l'obiettivo, riuscendo quindi a far passare più luce ed impressionare la pellicola in minor tempo.
 Di norma gli obiettivi con una costruzione di lenti “generosa” saranno ben più costosi di quelli invece più ridotti, questo appunto per la presenza di lenti sovradimensionate per aumentarne la luminosità. La quantità di luce che attraversa le lenti è regolata , come già sapete, da un dispositivo chiamato diaframma , situato di solito all'interno dell'obiettivo. La sua dimensione determina la profondità di campo  e di conseguenza quella di fuoco , la forma influisce, anche se lievemente, sulla forma dello sfocato. Il valore di diaframma indicato sull'obiettivo è la massima apertura ottenibile, altre aperture sono possibili solo chiudendo il diaframma. Negli obiettivi fissi viene specificato un solo valore di apertura, ad esempio f/2.8. Sugli obiettivi zoom possono comparire due valori, il primo per la focale minore, il secondo per quella maggiore. Ad esempio, per uno zoom 35-135mm f/3.5-4, il valore f/3.5 è ottenibile a 35mm e si riduce a f/4 alla focale di 135mm.
L'immagine formata dall'obiettivo su una superficie posta in corrispondenza del piano focale è di forma circolare ed è chiamata circolo di illuminazione o cerchio d'immagine; al suo interno vi è un altro circolo detto di 'buona definizione', dove l'immagine può essere interpretata correttamente.All'interno del circolo di buona definizione viene posto il materiale atto a raccogliere l'immagine. Questo materiale, generalmente di forma quadrangolare, può essere un vetro smerigliato, una pellicola o lastra fotografica, nonché un sensore elettronico . Ha una certa dimensione e l'angolo di campo viene misurato considerando la sua diagonale con la focalizzazione posta all'infinito. È l'angolo misurato al vertice di un triangolo isoscele posto sull'asse dal piano focale dell'obiettivo con alla base la dimensione dell'immagine formata sulla diagonale del materiale sensibile. Varia quindi in funzione del formato del materiale sensibile e della lunghezza focale, è più ampio quando questa è corta e viceversa. Da notare che se ci si sposta dall'infinito, distanziando l'obiettivo dal piano focale, l'angolo di campo diminuisce.
Per poter visualizzare nitidamente l'immagine si opera sulla messa a fuoco che consiste nel posizionare l'obiettivo a distanza opportuna tra il piano focale e l'oggetto fotografato. In alcuni obiettivi non vi è nessuna modifica alla propria lunghezza perché l'operazione è fatta con lo spostamento di uno o più gruppi ottici interni all'obiettivo stesso. Alcuni obiettivi macro, capaci di mettere a fuoco a distanze molto ridotte, utilizzano più gruppi interni indipendenti per garantire la massima definizione anche a distanze ridotte e sulle parti più esterne del fotogramma. L'operazione è svolta agendo su un'apposita ghiera posta sul barilotto dell'obiettivo. La messa a fuoco può essere di tipo manuale o automatico, utilizzando un motore posto all'interno della fotocamera o dell'obiettivo stesso. I moderni obiettivi motorizzati offrono una modalità ibrida: quando lavorano in autofocus è sufficiente impugnare la ghiera di messa a fuoco per passare in modalità manuale, consentendo di imbastire la messa a fuoco in automatico e di rifinire poi in manuale nel caso fosse necessario, senza dover attivare il selettore di modalità.

 
 
 

Lezione n° 2 bis, piccola appendice...

Post n°4 pubblicato il 11 Luglio 2008 da il_fotografo64

Per meglio comprendere il funzionamento dei principali meccanismi di una fotocamera faccio un po di chiarezza su tempi e diaframmi e altro...dunque

solitamente le scale dei tempi di scatto vanno dal tempo B o bulb ( stiamo parlando sempre di apparecchi con la possibilità di impostazione manuale dei tempi.. ) fino ad un tempo minimo di 1/8000 di secondo.
Le scale dei tempi sono quasi sempre così prefissate:

Tempo B, 30", 25", 20", 15", 10", 5", 2.5", 2", 1", e poi passiamo ai frazionamenti di secondo, 1/2, 1/4, 1/8, 1/15, 1/30, 1/60, 1/100, 1/125, 1/160, 1/200, 1/250, 1/320, 1/400, 1/500, 1/640, 1/800, 1/1000, 1/1250, 1/1600, 1/2000, 1/2500, 1/3000, 1/3500, 1/4000, 1/5000, 1/6400, 1/8000 di secondo....

Quindi, quando parliamo di un tempo VELOCE ci avviciniamo verso il tempo minimo, viceversa un tempo LENTO sarà sempre verso il tempo B come scala di riferimento.

Il tempo "B" è un tempo prettamente MANUALE e si usa ESCLUSIVAMENTE con un treppiede di supporto poichè prevede tempi che vanno anche oltre il minuto e si dovrà altresì utilizzare un pulsante di scatto esterno alla fotocamera onde evitare qualsiasi tipo di vibrazione per non creare mosso sull'immagine finale.

La scala che ho descritto io appartiene già ad un apparecchio professionale e perciò può ovviamente succedere che sulla vostra fotocamera non vi siano tanti dei frazionamenti sopracitati e addirittura il tempo minimo sia più lento rispetto a quelli , tutto ciò dipende ovviamente dalle caratteristiche tecniche della macchina fotografica stessa.

Per quanto riguarda invece il diaframma dell'obbiettivo le scale vanno dalla massima apertura che è il valore più piccolo ( ad esempio f: 2.8 ) al valore di minima apertura ( es. f: 22 ) Le caratteristiche di luminosità di un obbiettivo dipendono proprio dal valore di minima apertura del diaframma e per questo si dice che un'obbiettivo è LUMINOSO quando i valori scendono sotto il F:3.5 o addirittura F:2.8
Per essere luminoso un obbiettivo deve essere costruito con criteri e tecnologia molto sofisticata ed è per questo che solitamente ha costi parecchio elevati.

Di caratteristiche tecniche e costi degli obbiettivi ne parlerò nella prossima lezione molto più approfonditamente.

Domanda:

Perchè si ricerca sempre la luminosità nell'azione fotografica?

I motivi sono sempre gli stessi di quella famosa regola, tempo veloce e diaframma più chiuso e adesso aggiungerei anche un'altro caposaldo della fotografia e cioè la scala degli ISO o ASA un tempo.
Ogni apparecchio fotografico dispone di un esposimetro che legge la luce esistente nell'ambiente da fotografare, o a seconda degli esposimetri più sofisticati direttamente sul soggetto, e trasmette in tempo reale al cervello della fotocamera i dati di luce presenti sulla scena la quale farà da sola quell'equazione tempo/diaframma e avremo la nostra bella accoppiata tempo più veloce e diaframma più chiuso possibile, quindi possiamo tranquillamente affermare che in condizioni di luce migliori questo avverrà nel modo più conveniente per la nostra esposizione. Ogni esposimetro è dotato di una regolazione della sensibilità espressa in ISO e altro non è che la taratura dal minimo della sensibilità dell'esposimetro alla sua massima capacità nel leggere la luce. solitamente questa scala può andare dai 100 ISO fino ai 1600, 3200, 6400 e nei casi di apparecchi professionali fino ad arrivare a 25.600 ISO. Più l'esposimetro è impostato su alte sensibilità e più la nostra macchina fotografica "vedrà" per consentirci di scattare fotografie in luce e sicurezza con tempi adeguati alle nostre esigenze.

Allora basterebbe impostare l'esposimetro su una sensibilità maggiore e il gioco è fatto direte voi...

Un'altra regolina da tenere sempre a mente:

Più la sensibilità in ISO sale e meno definita sarà la nostra immagine finale, questo perchè?
Perchè sia nel caso fotografiamo a pellicola, sia nel caso che usiamo una digitale, per consentirci una maggiore flessibilità di utilizzo, a  favore dell'esposizione ma a scapito della definizione; a sensibilità elevate l'immagine risulterà molto meno definita, e nel caso di ingrandimenti spinti questo sarà ancora più accentuato.
Se usiamo la pellicola questo fenomeno si chiamerà GRANA della pellicola  che comunque a volte risulterà una caratteristica anche piacevole di alcuni tipi di fotografie, se usiamo invece un apparecchio digitale questo si chiamerà DISTURBO del sensore o RUMORE del sensore.

Concludendo, per ottenere una buona immagine, definita, non mossa e possibilmente molto a fuoco ( nella sua intierezza di particolari ) dovremo usare: Il tempo più veloce, il diaframma più chiuso e la sensibilità ISO più bassa possibile, compatibilmente è ovvio con le condizioni di luce presenti...

 
 
 

Lezione n° 2: Un po di tecnica..

Post n°3 pubblicato il 10 Luglio 2008 da il_fotografo64

Le Gras, Francia, estate dell'anno 1826. Questa è la prima "fotografia" della storia dell'umanità. Nicéphore Niepce la ottenne cospargendo di bitume di giudea una lastra di peltro per eliografia. Essa ritrae il cortile della sua casa visto dalla finestra della sua stanza. Enormemente lungo il tempo di esposizione: 8 ore! Il risultato della lunga posa è visibile anche dalla luce del sole che illumina le facciate delle case sia di sinistra che di destra. Oggi questa preziosa immagine è conservata presso l'università di Austin in Texas.

Il seguito della storia è semplicemente l'affinamento delle tecniche di impressionamento dei supporti e dei materiali utilizzati, i componenti chimici e degli apparecchi di ripresa.
Le prime moderne macchine fotografiche sono state introdotte dalla tedesca Leica e non per niente ancora oggi il formato 24x36 viene chiamato appunto formato Leica.
Le prime pellicole ovviamente erano in B/N e il loro valore di sensibilità ( ISO o ASA ) variava a seconda della quantità di componenti chimici con cui veniva trattata

La mia prima camera oscura la finii di allestire a soli 11 anni insieme a mio papà e grazie al suo dottorato in chimica appresi il metodo di composizione dei bagni di sviluppo e fissaggio partendo direttamente dalle materie prime e i loro precisi dosaggi, una ricchezza di cui vado orgoglioso in questa epoca dove chiunque si improvvisa fotografo..

Dunque, ora spiego in maniera molto semplificata l'utilizzo della moderna macchina fotografica per "scattare" una foto.

Bisogna partire da una regola molto semplice che però è la madre di tutte le regole della fotografia, e cioè, L'esposizione di un'immagine deve avvenire con il tempo di scatto dell'otturatore più veloce possibile e con il diaframma dell'obbiettivo più chiuso possibile...ovviamente tutto ciò deve essere in relazione alla luce esistente nell'ambiente dove risiede il soggetto o il paesaggio da riprendere e al soggetto stesso, in termini pratici facendo un esempio se dobbiamo fotografare un soggetto statico potremo usare un tempo relativamente lungo ( 1/60, 1/30 e piu lenti... ) a patto che la mano di chi fotografa sia ben ferma, diversamente un bel "mosso" farà da contorno alla nostra fotografia e non per colpa del soggetto. Altra regola per riprendere in "sicurezza" con un tempo di scatto adeguato è utilizzare sempre un tempo direttamente proporzionale alla lunghezza focale dell'obbiettivo che si usa, poichè più sarà "lungo" in termini di focale e più difficoltosa sarà l'esposizione poichè l'angolo di campo risulta molto più ristretto e ogni piccolo movimento sull'apparecchio risulterà essere uno spostamento sul soggetto molto accentuato.

Nel caso del diaframma più chiuso possibile invece il motivo è un altro e cioè, un obbiettivo ha un suo "campo d'azione di messa a fuoco" da una distanza minima all'infinito, questo spazio è chiamata "profondità di campo", e più il diaframma è aperto e più la messa a fuoco risulterà selettiva al solo soggetto che vogliamo riprendere, più sarà chiuso invece e più avremo particolari della fotografia a fuoco insieme al nostro soggetto, esiste anche un’altra applicazione della profondità di campo di un obbiettivo che si chiama “iperfocale” ma la vedremo più avanti.  Vi sono a volte esigenze di "sfocatura" volontaria di uno sfondo e in questi casi si cerca volutamente di aprire molto il diaframma, spesso nel ritratto è molto usata questa tecnica per dare maggior risalto al soggetto da riprendere.
Più la lunghezza focale di un obbiettivo sarà lunga e minore sarà la profondità di campo, viceversa scendendo con la lunghezza focale aumenta notevolmente la capacità di mettere "tutto a fuoco" anche a diaframmi notevolmente aperti. Bene, la prossima lezione sarà incentrata proprio sugli obbiettivi.

 

 
 
 

Lezione n° 1 , come funziona una macchina fotografica

Post n°2 pubblicato il 08 Luglio 2008 da il_fotografo64

Cominciamo con le basi della fotografia, e cioè come funziona un apparecchio fotografico dagli albori delle camere “obscure” fino ad arrivare ai giorni nostri con le più moderne e sofisticate reflex o compatte digitali.

La conoscenza della fisica della “camera obscura”  affonda le radici negli studi ottici degli antichi greci, tuttavia rimase inapplicata fino al rinascimento, quando gli artisti avvertirono la necessità di una rappresentazione più fedele della realtà.
In questo contesto Filippo Brunelleschi fu il primo a dettare le regole per una corretta costruzione prospettica ed egli stesso utilizzò uno strano marchingegno che aveva molte caratteristiche tipiche della camera obscura nel corso della costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze.
L'invenzione della camera obscura avvenne quindi in funzione degli studi sulla prospettiva e per molto tempo rimase uno strumento "meccanico" ( non certo artistico.. ) indispensabile per architetti e pittori, come ad esempio Canaletto, che usava la camera obscura per "vedere" i paesaggi di Venezia.

Nel corso del tempo la camera obscura assunse molte forme diverse: poteva essere una carrozza oscurata, una tenda o una scatola.
 Fondamentalmente però era uno strumento di semplice osservazione o di "ripresa", cioè di forma tale da consentire il ricalco dell'immagine.
 La versione fotografica della camera obscura è la fotocamera stenopeica, che differisce dalla camera obscura solo per il fatto di essere predisposta per contenere un supporto sensibile alla luce, su cui si forma l'immagine.

Queste fotocamere furono l’anticamera dei moderni apparecchi che tutti noi utilizziamo oggigiorno.

Le fotocamere a cassette scorrevoli non sono altro che la camera oscura di Kaspar Schott modificata per accogliere un supporto sensibile al posto del vetro su cui viene proiettata l'mmagine. Le due cassette, scorrevoli una dentro l'altra, permettono di variare la distanza fra la lente e il piano su cui si forma l'immagine, e quindi di mettere a fuoco la camera. Niépce, Daguerre e Talbot utilizzarono tutti fotocamere di questo tipo, magari con qualche curiosa variante: ad esempio quelle utilizzate da Talbot per i primi esperimenti ad annerimento diretto avevano un foro di ispezione, chiuso da un tappo, nella parte anteriore: i tempi di esposizione erano così lunghi che una sbirciata di verifica di tanto in tanto  non arrecava nessun danno all'immagine.

A questo punto possiamo concludere affermando che un apparecchio fotografico è composto da: Un corpo dove risiedono la maggior parte dei meccanismi che lo compongono, un obbiettivo che permette di focalizzare l'immagine da riprodurre prima di imprimere la fotografia sulla pellicola o sul sensore CCD o C-mos digitale. Nel corpo macchina risiedono i meccanismi principali che sono: L'otturatore e la scala dei tempi che lo regolano, la tendina che permette con l'apertura della stessa alla luce di impressionare la pellicola o il sensore, il diaframma che è quasi sempre contenuto nell'obbiettivo e che permette la regolazione della quantità di luce che entra, l'obbiettivo che attraverso le lenti permette di regolare la messa a fuoco delle immagini prima di scattare una fotografia, uno specchio e un pentaprisma ( nel caso di una reflex ) che raddrizzano e trasportano le immagini fino al mirino dove noi costruiamo l'immagine che vogliamo imprimere e infine un esposimetro che, leggendo la luce sul soggetto da fotografare, ci permetterà di utilizzare il corretto abbinamento tempo-diaframma in base alla luce esistente in una data situazione.

 
 
 

A scuola di fotografia...

Post n°1 pubblicato il 04 Luglio 2008 da il_fotografo64

Questo blog vuole essere una sorta di manuale di apprendimento dei rudimenti fondamentali della fotografia, ma non per coloro che accendono il loro apparecchietto e con un gesto fin troppo semplice inquadrando il soggetto di turno magari si compiacciono anche di come sono stati bravi, senza sapere peraltro cos'è e come funziona un apparecchio fotografico, le sue componenti fondamentali, la storia dagli albori alla tecnologia avanzatissima dei nostri giorni, insomma una specie di corso per chi vuole approfondire tecnica e di conseguenza andare molto al di la del semplice premere un pulsante di scatto...
La differenza tra un ottimo manuale di fotografia e questo blog ( modestia a parte... ) sta nel fatto che tenendolo costantemente aggiornato, compatibilmente con gli impegni del sottoscritto e la vostra disponibilità nel visitarlo, potrete ricevere risposte ad eventuali domande di diversa natura cosa che non si potrebbe fare nel caso di un sito web da consultare soltanto.

Cercherò di essere chiaro, conciso e di volta in volta offrire schemi ed esempi che spieghino in manera esaustiva tutto ciò di cui volete chiarimenti. Se avete dubbi o richieste anche di natura tecnica non esitate a farlo qui..:)

                                                               Il fotografo

 
 
 

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