
Ho fede nel desiderio, ovunque mi colga. E spesso succede in momenti imprevedibili e inopportuni. È come una porta che si apre all'improvviso: non sono mai pronto. Ma non posso mai essere pronto al modo in cui mi prende per poi lasciarmi, alla ferocia dello spasimo che provoca. Dà voce a quelle parti di me stesso che mi sono lasciato alle spalle nei patti che ho cercato di fare con la vita, nel tentativo di barattare pezzi dei miei sogni con promesse di salvezza.
Certe mattine dedico due minuti del mio tempo per stare seduto nel giardino sul retro e innalzare una preghiera al giorno, anche se una parte di me è ansiosa di dare inizio ai compiti schierati in bella vista davanti a me: Bagnare i fiori, andare al lavoro,salutare tutti i pazienti con i quali ho stretto amicizia nell’ospedale dove lavoro,spedire un po' di mail e lettere scritte di mio pugno ad amici e conoscenti...
Ma per un momento solo resto seduto nella luce del fresco sole di primo mattino, la brezza nei capelli, i piedi nudi nell'erba bagnata, e mi sorprendo di quest'anelito che, come un'onda, mi travolge. È uno spasimo turpe. Mi mozza il respiro, le labbra iniziano a mormorare: «Voglio... voglio...»
Non riesco a dargli un nome. Devo aspettare, aperto e affamato. Questo desiderio arriva e mi prende, ricordandomi che non posso mai dimenticare ciò che ho pensato.
Mi seduce con promesse impresse a lettere di fuoco nelle cellule del mio corpo, mi sussurra parole di riposo, di una relazione profonda con me stesso, del desiderio spasmodico per un'altra persona, di una vita fedele al sacro.
Spesso vado a trovare Tina, un'anziana Signora che ho conosciuto in ospedale; un po’ di tempo fa seduto al tavolo della sua cucina nella luce pallida del mattino, le chiedo, mentre beviamo the bollente: «Per quanto tempo sei stata sposata?»
Tina fa una pausa e spinge indietro le bianche ciocche di capelli che si rifiutano di farsi imprigionare dalle forcine.
È una donna minuta, alta sì e no un metro e mezzo, un'ottantenne piena di vitalità. Le linee sottili della vita le coprono la pelle del viso e delle mani. «Io sono sposata.» replica con calma. «Anche se mio marito è morto dodici anni fa è ancora mio marito, come lo è stato nei trentadue anni precedenti.»
II modo in cui lo dice mi provoca un nodo alla gola. Dagli occhi, e da come allunga la mano verso la confezione di panna liquida, capisco che dice la verità. So che la notte prima, da sola nel letto, scivolando dal dormiveglia al sonno, sentiva il corpo dell'uomo raggomitolato intorno al suo, i peli morbidi del petto contro la sua schiena sottile, le cosce forti di lui aderire alle curve delle sue natiche di donna anziana, le mani forti e gentili posate a coppa sui seni che cedono morbidamente. È come è stato sempre. Anni di separazione, perfino mondi diversi, non possono offuscare il desiderio spasmodico che hanno l'uno per l'altra.
In silenzio, mi pianta in viso gli occhi azzurri mentre con le dita seguo il profilo dei disegni creati dalla luce del sole sulla tovaglia di plastica.
Anelo a questa intimità profonda, a questo livello di impegno verso qualcun altro e verso ogni momento della mia vita.
Voglio essere in grado di vivere questa esperienza anche quando il tempo per stare insieme è breve. Quando ci incontreremo non vi chiederò che cosa fate per guadagnarvi la vita; voglio sapere che cosa vi fa spasimare quando la porta del desiderio si spalanca, e se avete il coraggio di percepire il vostro desiderio. Ditemi qualcosa che non confessate a voi stessi da molto tempo e fate in modo che emerga dal profondo, così che possa essere una sorpresa per me e per voi.
Resteremo seduti qui, insieme, per tutto il tempo necessario, aspettando che giunga. È difficile aspettare da soli. Ci sono stati momenti in cui ho temuto che i miei desideri non mi avrebbero mai più trovato. In tutti i miei viaggi sono andato alla ricerca dei desideri che avevo abbandonato.
Sono passati molti anni dal giorno in cui mio padre se ne è andato di casa, dopo aver fatto passare un inferno di infanzia a me e una vita impossibile a mia madre, Da quel giorno l'inizio della mia vita, poiché prima era stato solo dolore.
Nelle relazioni che ebbi in passato, diventai un uomo sempre pronto a scappare, con la paura di lasciare la porta chiusa troppo tempo per timore di restare intrappolato, di ritrovarmi ancora una volta fermo nel crepuscolo, incapace di andarmene e senza nessun posto in cui andare. Sin dall'inizio della relazione mettevo sull'avviso ogni donna su ciò che poteva aspettarsi. Non mi si poteva accusare di sotterfugi o di inganno. Il mio alibi era l'onestà.
Sapevo di poter restare solo a condizione di poter fuggire. Sapendo di poterlo fare, smaniavo dal desiderio di restare, di scoprire il modo per vivere un impegno verso una compagna senza rinunciare alla mia vita, privata o pubblica.
Ditemi che cosa vi fa spasimare. Non voglio ascoltare ancora una volta la solita storia di una famiglia problematica come spiegazione delle vostre fragilità umane attuali. Fatemi assaggiare la vostra storia con il sale delle lacrime che vi asciugo dalle ciglia. Anelo a un vagolare lento verso i luoghi che diverranno familiari, una spirale che porti, sin quasi a toccarlo, al luogo in cui avvertiremo tra noi il calore dell'aria, un placido viaggio mentre esploriamo a vicenda le nostre nuove fragranze, lasciandole indugiare nelle narici, inspirandole profondamente, permettendo ai corpi ed ai cuori di assaporare l'impulso di andare uno verso l'altro prima di iniziare il cammino.
Voglio essere corteggiato dalla verità e voglio che i racconti delle nostre vite si dipanino in lunghi fili multicolori. Non ditemi troppo, né troppo in fretta. Non nascondete nulla, Raccontate le storie del vostro cuore, offritele come perle perfette che emergono dalle profondità del mare per essere poi legate insieme, una accanto all'altra, a toccarsi con un suono gentile, luminose e iridescenti mentre affiorano dall'umidità. Mi piacerebbe ascoltare una storia della vostra infanzia mai ascoltata prima e conoscere la delizia e il timore di vederci ogni volta per la prima volta. Datemi ogni immagine lentamente, cosi che io possa guardarla con calma e scoprirvi nei dettagli la vostra presenza, fugaci apparizioni di me stesso e i presagi del futuro.
Voglio parlare senza sosta per tutta la notte e scoprire che siamo capaci di restare insieme in
silenzio per giorni, in un’intimità resa più intensa dalla nostra comune solitudine.
E se saremo amanti ancora una volta, o per la prima volta, che il nostro atto d'amore sia colmo della timidezza e della scoperta di com'era, o avrebbe potuto essere, a sedici anni: oggi un bacio che indugia, un tocco sulla nuca che perdura per ore; domani una lieve carezza sul petto che mi mozza il respiro.
Voglio assaporare ogni scoperta del tatto come una perenne rivelazione dell'altro. Voglio rallentare ogni cosa, vagabondare bagnato, spasimare per ciò che ancora deve avvenire, cosi saprò quando sarò completamente penetrato, dal vostro corpo, dalla vostra storia o anche solo dal momento che intercorre tra noi.
È questo il desiderio che l'anima nutre verso l'altro, espresso attraverso il linguaggio del corpo e del cuore. È difficile per me ammettere questo spasimo. Mi preoccupa l'idea che possa avere una minore importanza, che sia solo un mezzo per giungere a un fine, un aiuto nella mia relazione con lo Spirito. Ma noi amiamo lo Spirito e veneriamo il sacro nel modo in cui ci tocchiamo l'un l'altro. Anche quando sono del tutto presente conservo ancora, nel profondo di me stesso, l'anelito per un'altra persona e per il mondo.
L'universo non ci è dato due volte. Il divario tra Spirito e materia è nel nostro pensiero, nel modo in cui ne parliamo. È Dio che tocco quando accarezzo il viso di un amante, possiedo il Diletto quando la mano di un Bambino è nella mia, respiro lo Spirito quando catturo nella brezza il profumo del sole. Il mondo si offre a me in mille modi, e mi fa male la consapevolezza di quanto siano rare le occasioni in cui riesco a ricevere poco più di una piccolissima frazione di ciò che mi si offre, e di quanto invece più frequentemente lo rifiuto perché non lo ritengo abbastanza buono. Alcune mattine, seduto per un momento in giardino, non mi accorgo nemmeno della tensione di cui carico i muscoli a causa del rumore del traffico, nel tentativo di oppormi a ciò che considero un oltraggio alla quiete del giorno. Me ne allontano, incapace o riluttante ad accettare questi rumori come parte della vita, la semplice espressione di uomini e donne che iniziano la giornata facendo il proprio ingresso nel mondo per compiere quel lavoro con cui nutrono se stessi e i propri figli.
Mio nonno, quando entra una donna nella stanza in cui c'è anche lui si alza in piedi; è un gesto calmo, tranquillo, la cosa più naturale del mondo. Poteva essere giovane o anziana, bella o insignificante, la vicina della porta accanto o sua cognata, una donna dalla voce carezzevole. Non era importante. io personalmente non mi alzo mai. La nostra generazione ha bandito le buone maniere considerandole gesti vuoti, privi di un vero significato, lontani dagli intenti onorevoli, vani movimenti inventati per accontentare coloro a cui è negato un potere autentico sulla propria vita. Che venerazione si esprime verso il mondo femminile in un gesto come mettersi in piedi se, allo stesso tempo, la comunità perdona un uomo che picchia sua moglie o proibisce a quest'ultima di essere economicamente autonoma?
Forse Mio nonno sente nel sangue gli antichi fremiti del maschio guerriero, colui che riconosceva, venerava e stimava le donne della tribù in quanto donatrici di vita, esseri che nella forma stessa del ventre e del seno racchiudevano l'immagine della vita?
è nelle sue intenzioni salutare la vita e porsi al suo servizio o vuole solo essere cortese, seguendo regole che ormai da molto tempo sono svuotate del loro significato?
È facile perdere di vista il Divino che c'è nel nostro compagno quando va a buttare la spazzatura, ancora più facile se non lo fa.
È difficile ricordarsi di cercare e vedere il sublime nel parcheggiatore o nella cassiera incontrati per caso. Abbiamo bisogno di gesti condivisi, piccoli riti che ci aiutino a essere attenti, che ci facciano vedere e venerare ogni giorno il Mistero che è nell’altro. È questo l'impegno che la mia anima anela di prendere con il mondo.
E non voglio più fare tentativi.
Non è l’essere e nemmeno il fare, che logora. È il tentare: tentare di essere presenti, di essere svegli, di contenere il mondo intero, di essere migliori, più consapevoli, più coscienti. Le speranze che nutro per noi sono autentiche: voglio aiutare a creare un mondo in cui il concetto stesso di rifiuto tossico provochi nella gente un tale grido di angoscia da renderlo impensabile; un mondo in cui, spinti dal cuore, ci prenderemo cura dei poveri, dei malati, dei moribondi, dei disperati senza chiederci se ne sono degni oppure no, senza paura del contagio, vedendo in ognuno di loro il riflesso di noi stessi.
Ma per quanto questi desideri possano essere realmente onorevoli da fare la differenza, so che le mie ragioni non sono univoche. Temo che se non riuscirò a realizzare qualcosa sarò destinato a scomparire, e che non avrò nulla da offrirvi quando ci incontreremo. Voglio riuscire a vivere un giorno, un mese, un anno, anche una vita intera, da cui non possa trarre alcuna buona narrazione. Se quando ci incontreremo non avrò nulla da raccontarvi e voi mi chiederete che cosa è successo, voglio che mi basti. Voglio essere in grado di riempire ogni minimo spazio della mia vita e voglio che sia sufficiente.
Ci sono luoghi in me dove il balsamo lenitivo del riposo non è mai penetrato. Anelo a una piccola tregua prima di giungere all'obiettivo, un momento di dolce calma, di quieta oscurità, il vasto silenzio che possa penetrare e sciogliere i piccoli nodi ostinati dei tentativi perenni. Voglio smettere di fuggire dalla mia stessa stanchezza. Voglio essere disposto a muovermi solo alla velocità di cui sono capace, pur conservando la relazione con l'impulso al movimento che giunge dal profondo di me stesso, fermandomi quando avrò perso l'esile filo del desiderio e con il coraggio e la fede di aspettare, con calma, fino a ritrovarlo un'altra volta.
è questo che desidero ardentemente: l'intimità con me stesso, con gli altri e con il mondo, l'intimità che tocca il sacro in tutto ciò che vive. Questo spasimo, questo anelito e il filo che mi guida nei labirinti dei compromessi fatti in passato, che mi riconduce agli antichi desideri della mia anima.
E a volte temo questi desideri, temo ciò che mi chiederanno, quale visione di me stesso o del mondo mi offriranno in cambio del sacrificio della mia percezione del mondo coltivata con tanta cura. Se il fuoco del desiderio non ci trasforma mai fino a consumarci, rischiamo di innamorarci del gusto dolceamaro del rimpianto, del sogno a occhi aperti, di frasi come: «Che cosa sarebbe successo se...» o come: «Un giorno, prima o poi...»
La volontà di vivere i desideri richiede coraggio. Quante volte i nostri desideri sono stati usati contro di noi, per venderci quello che altri volevano che noi comprassimo?
Andando incontro ai nostri desideri per un impegno più profondo con lo Spirito ci hanno venduto l'obbedienza cieca; aprendoci al nostro desiderio di amore ci hanno venduto l'abbandono del nostro io; nel tentativo di abbracciare il nostro desiderio di bellezza ci hanno venduto di tutto, dalle automobili ai vestiti, dalle vacanze esotiche alla chirurgia plastica. Ci hanno venduto uno stile di vita, quando ciò che la nostra anima desiderava era la vita stessa.
Per sentire il sapore del nostro anelito, per percepire lo spasimo, corriamo il rischio di scoprire i desideri del nostro cuore. Corriamo il rischio di non aver più bisogno di doverli soddisfare. Corriamo il rischio di vivere i nostri desideri pienamente.
Ho preso spunto per questo saggio da una poesia di Oriah Mountain
Ishak
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