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L'Innominabile - Qui crolla tutto


L’InnominabileTempo fa un borghese Piccolo Piccolo che fu addirittura sceneggiatore del Caimano di Moretti ha severamente ammonito sull’Unità il popolo della sinistra a diffidare di chi non è di sinistra, in particolare del sottoscritto: io avrei l’“ossessione professionale dei processi, in particolare quelli di Berlusconi”, e per giunta oso talvolta “deriderlo” chiamandolo financo “Al Tappone” e impedisco così alla sinistra di combatterlo e sconfiggerlo “politicamente”. Alla larga, dunque. Se fosse un caso isolato, transeat. Ma sono sedici anni che plotoni di teste fini della sinistra raccomandano di lasciar perdere il Berlusconi imputato (“giustizialismo e antiberlusconismo fanno il gioco di Berlusconi”) per concentrarsi sul B. politico, magari “di destra”. Evidentemente sono convinti che esista un B. politico, e – le risate – che B. sia di destra. Montanelli, che conosceva bene B. e soprattutto conosceva bene la destra, disse un giorno che “Berlusconi non ha idee: ha solo interessi”. Interessi giudiziari e finanziari, appunto, che poi sono le ragioni sociali della sua “discesa in campo” e della sua permanenza in politica. Ora che sta crollando tutto proprio per i processi a B. e ai suoi cari (non certo per l’opposizione inesistente del centrosinistra inesistente al B. politico inesistente), sarei curioso di conoscere l’illuminato parere di questo trust di cervelli che da sedici anni finge di non vedere il movente giudiziario, anzi antigiudiziario, della carriera politica di B. Purtroppo è una curiosità vana, perché lorsignori ora tacciono, per non dover ammettere di aver preso (e fatto prendere a un sacco di gente) una leggendaria cantonata.   Fa eccezione Polito El Drito che, alla nomina di Brancher a ministro di Nonsisachè per sottrarlo al processo, è caduto dal pero e s’è domandato sul Riformatorio “dove ho sbagliato?”, confessando di “aver passato buona parte dell’età adulta a sostenere che il berlusconismo non è un fenomeno criminale ma politico” e “non va demonizzato”. Meglio tardi che mai. Per il resto, è avvincente lo spettacolo di questi professionisti dell’abbaglio che continuano a spaccare il capello in quattro pur di non ammettere di non aver capito una mazza. In questi giorni sono scatenati nel chiedere, dopo quelle di Scajola e Brancher, le dimissioni di Verdini e – i più coraggiosi – di Dell’Utri (e solo dopo che le han chieste i terribili finiani). Come se, mondato da quelle presenze ingombranti, l’entourage di B. diventasse il coro dell’Antoniano. Come se, asportando qualche cucchiaino di sterco, la Cloaca delle Libertà diventasse un campo di gigli profumati. Forza ragazzi, ancora uno sforzo. Provate a rispondere a qualche domandina semplice semplice.   Chi stava nella P2 assieme a Carboni? Chi ha comprato la villa in Sardegna di Carboni? Chi era socio di Carboni nella mega-speculazione di Olbia2? Chi è stato gomito a gomito per 40 anni con Dell’Utri, appena giudicato mafioso dalla Corte d’Appello di Palermo? Per conto di chi pagava le tangenti Brancher? Per conto di chi Previti comprava giudici e sentenze a Roma? Chi ha imposto Verdini coordinatore del Pdl? Chi ha nominato sottosegretario Cosentino e chi l’ha difeso finora, nonostante il mandato di cattura per camorra, anzi proprio per questo? Qual è l’imputato eccellente milanese che aveva interesse alla nomina di un giudice amico della P3 a presidente della Corte d’Appello di Milano? Per conto di chi la P3 dei Carboni, Verdini e Dell’Utri tentava di pilotare la sentenza della Consulta sul lodo Al Fano e una causa fiscale della Mondadori? Chi è l’utilizzatore finale di minorenni che fu coperto da un altro membro della P3, quel Martino che l’estate scorsa giurò di aver assistito all’incontro fra il papi e il padre di Noemi davanti a Craxi all’hotel Raphael? Vi do un aiutino, anzi due. Le risposte non riguardano mai vicende politiche, ma giudiziarie. E ricominciano tutte per B. e finiscono tutte in “oni”. E fanno tutte rima – parlando con pardon – con dimissioni.  Marco Travaglio QUI CROLLA TUTTO.   COSENTINO DIETRO IL DOSSIER CALDORO   Ma il premier non può mollarlo Minaccia i finiani che potrebbero votare la mozione di sfiducia: vi caccio di Antonio Padellaro      Un regime divorato al suo interno da una furiosa lotta per bande e che tracolla sotto i colpi delle inchieste giudiziarie. Ma, tuttavia, all’orizzonte non si vede nessuno che possa sostituire quel sistema in putrefazione. È il dramma italiano. Un uomo capace di qualunque cosa che si   aggira per i suoi Palazzi urlando minacce. Un’opposizione indecisa a tutto. Un’agonia che non si annuncia breve. Le ultime settimane ci hanno regalato l’opera buffa di un ministro (Scajola) costretto a dimettersi tra l’ilarità generale non potendo spiegare chi fu a pagargli l’appartamento “a sua insaputa”. Poi tocca al ministro   del nulla (Brancher), nominato dal Capo nel governo della Repubblica solo per evitargli un processo. Una farsa mai vista che finisce con le inevitabili dimissioni. Nel frattempo, il Paese assiste stupito ai festeggiamenti con cui il senatore Dell’Utri celebra la sua condanna in Appello (concorso esterno alla mafia) a “soli” sette anni. Mentre il premier sacrifica uno dopo l’altro i suoi sodali (che evidentemente troppo gli devono per ribellarsi) scoppia l’affare della nuova P2 (o della P3 come si preferisce) con il ritorno sulla scena di alcuni vecchi massoni guidati da quel Flavio Carboni incallito frequentatore delle patrie galere. È incredibile come questa compagnia di intrallazzatori sia riuscita ad abbindolare un certo numero di toghe in carriera (alcune sedotte con inviti a convegni “giuridici” in ridenti località, tutto spesato).   Succede però che gli arrugginiti faccendieri vadano a ficcarsi in un gioco più grande di loro. Si tratta di gettare palate di fango sul candidato Pdl alla Regione Campania Caldoro per spianare la strada a quel Cosentino, sottosegretario frequentatore di casalesi e salvato da un mandato di arresto grazie al solito intervento della casta parlamentare. Un dossier sulle presunte frequentazioni trans di Caldoro viene costruito con la benedizione dello stesso Cosentino (che a giudicare da certe amicizie avremmo fatto più furbo). Tutto finisce nell’inevitabile catastrofe. I finiani ipotizzano alleanze con l’opposizione pur di cacciare l’impresentabile sottosegretario. Per spaventarli Berlusconi minaccia crisi di governo ed elezioni anticipate. Un bluff secondo i fans del presidente della Camera: il premier non rischierebbe mai l’ipotesi di un governo tecnico. Bersani, intanto, se ne sta in America. La situazione è grave ma non seria.