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Post N° 423

Post n°423 pubblicato il 19 Gennaio 2008 da liberante

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Un gatto nero.
Occhi gialli.
Mi guarda attentamente indifferente.
Si confonde con il buio della notte e se non fossi così vicina non lo vedrei.
Siamo soli, il gatto ed io, sui bastioni sud-est e solo lontano si sente il frusciare del fiume.
Mi appoggio con le braccia alle pietre ruvide e fredde e guardo in basso nella vallata.
Solo il silenzio avvolge tutto, ingannando con il nulla il troppo che c'era. 

Tace il rumore della battaglia che fino al tramonto ha fatto strepito di ferri e urla.
Nell’aria annuso l’odore rancido di sudore e sangue.
I morti sono stesi abbandonati in posizioni disumane sulla terra indurita dal gelo ed il sapere che ci sono senza vederli è una certezza che non vorrei.
Aleggia il dolore e la paura, come fosse una palpabile presenza attaccata alla pelle e non so reagire all’impotenza annichilente dell’inutilità dei cadaveri.
Alle mie spalle, e sotto i bastioni, silenziose le altre donne piangono figli, mariti, fratelli, padri, amanti.
Io li piango tutti, gli uomini e le donne di questa guerra insensata e feroce senza più lacrime e solo con la piega amara delle labbra che non sapranno più ritrovare il sorriso.
Rughe nuove e vecchie sul mio viso tracceranno la mappa della desolazione.
Stupisco del silenzioso buio intorno e dentro di me.
L’urlo è nelle mie viscere, sterile e arrochito, come una di quelle ferite che ho curato e bendato e cucito e da cui la vita inesorabile scorreva via senza fermarsi e lasciava pelle bianca e sguardi vuoti.
Mi stringo nel mantello.
Accarezzo il gatto che alza la testa per seguire la mia mano e guardo in basso nella vallata.
Il fumo dei fuochi degli accampamenti si è disperso nel nero della notte.
Lentamente mi giro e adagio mi allontano.
Il gatto nero rimane fermo sulle pietre del bastione e sento i suoi occhi gialli appoggiati sulle spalle.

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Sigur Ròs - Njosnovelin aka Untitled #4   

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DA LEGGERE

 

Antonio Gramsci "La Città Futura" (1917)   

 

" Odio gli indifferenti: credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e partigiano. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il rinnovatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che circonda la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scoraggia e qualche volta li fa desistere dall’impresa “eroica”. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. ".......

..... continua qui  

 

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