UNA MUSICA CHE VOLA – LO ZIO
(nato il 3 gennaio 1918 – morto il 12 dicembre 2005)
Non poteva più suonare il suo pianoforte perché un ictus celebrale, otto anni fa, gli aveva ridotto al minimo la funzionalità di una mano. Non poteva più camminare se non sostenuto da una sedia. Non poteva più uscire a fare le sue passeggiate per la città. Ma nonostante tutto ciò sapeva ridere, sapeva scherzare.
Uomo di fede lo Zio… era tanto credente, andava a messa tutte le domeniche e quando poi non ha più potuto farlo, la ascoltava alla radio. Era devoto a Padre Pio e per lui e con lui ha vissuto fino a ieri pregando ogni giorno per le persone che amava. Poche persone… Pochi amici e tanti conoscenti nel corso di una vita avventurosa, passata a girare l’Italia e il mondo, passata a comporre musica in ogni momento… già, perché lui era maestro di musica alle scuole medie e compositore di tantissime melodie che non ho mai ascoltato e che resteranno perdute nel tempo o disperse in qualche archivio di qualche conservatorio italiano.
Quando non eri malato venivi a trovare la mamma a casa. Lei ti ha sempre chiamato così… Zio… senza un nome, quasi fossi lo zio per eccellenza. E così anch’io… ti ho sempre chiamato solo Zio fin da piccolino quando mi portavi sempre 5000mila lire, delle caramelle e qualche spartito musicale. Insistevi sempre che dovevo saper suonare quella stramaledetta pianola che avevo lì in stanza e pazientemente ti mettevi per quei 10 minuti a tentare di farmi capire qualcosa. Suonare non è mai stato il mio forte caro Zio… ma fa niente, ti ho visto compiaciuto quella volta in cui suonai “fra’ Martino”… forse ti è bastato così.
Quando sono cresciuto ci vedevamo sempre meno spesso… una volta ogni 3 mesi… Una volta all’università, le visite sono diventate solo 3 all’anno e per mezz’ora appena.
Che bello però, anche in quel breve tempo, sentire i tuoi racconti.
Mi parlavi della seconda guerra mondiale e ti dipingevi come un eroe quando in realtà non hai combattuto e fungevi solo da infermiere... che ridere! Non eri un soldato per via dei tuoi occhi, già deboli al tempo, che non ti permettevano poi anno dopo anno di percepire bene le figure che ti circondavano e così da non poter più neanche leggere i tuoi amati spartiti. Della tua vita rimaneva una cartelletta piena di lettere inviate e ricevute. Quelle lettere che la mamma scriveva per te perché tu non sapevi battere a macchina. Quelle lettere così cortesi, gentili e piene di devozione, che io leggevo mentre le dettavo alla mamma: lettere al Papa, al vescovo, ai conservatori d’Italia. Lettere scritte per diffondere la tua amata musica. Poi c'erano le risposte che ti gratificavano e ti esaltavano, quando in realtà erano solo formali. Ma tu ne andavi fiero e guai a chi ti contraddiceva.
Ero piccolino quando tu ti sposasti ormai ultrasessantenne con una donna che forse non hai mai amato quanto Dio e quanto la musica. Una donna che ti è stata accanto fino alla fine ma con quel velo di indifferenza che tanto faceva male a guardare. Indifferenza che non c’è mai stata negli occhi della mamma, che settimana dopo settimana veniva a trovarti, veniva ad ascoltare le tue lamentale, veniva a raccontarti di quello che succedeva a noi… ai tuoi nipoti prediletti.
Quando sapevi che sarei venuto nel pomeriggio a trovarti, sprizzavi di gioia. Era una delle pochissime visite speciali che ricevevi nel corso dell’intero anno. Ed in quei pochi minuti la scena era tutta tua, delle tue domande, dei tuoi racconti, delle tue divertentissime sfuriate contro la zia, della tua auto ironia.
L’ultima volta che ti ho visto era settembre. Eri sensibilmente peggiorato, a mala pena reggevi la testa in piedi. Si vedeva che ormai il tempo stava per scadere: lo si notava perché di raccontare non avevi più la voglia. Ti era rimasta solo la forza di ascoltare le mie battute e quella di sorridere… come sempre quando c’ero io davanti a te.
Io che ti sono sempre venuto a trovare.
Io che non ti ho mai dimenticato come tanti altri.
Io che ho creduto fermamente che tu fossi una fonte inesauribile di vita, di coraggio, un esempio da seguire.
Io che in quel caldo pomeriggio di 3 mesi fa ti ho tenuto per tutto il tempo la mano perché me la stringevi forte, più forte del solito… Non volevi lasciare me, non avresti voluto essere malato, non avresti voluto abbandonare così questa vita.
Forse avresti voluto lasciarla suonando il tuo pianoforte.
Forse avresti voluto lasciarla così… come una musica dolce che dopo che la suoni vola via perdendosi nel cielo...