Creato da neviperenni il 22/05/2007

diario suicida

pensieri e racconti di una ragazza sull'orlo perenne del suicidio

 

 

Storie semplici.

Post n°102 pubblicato il 25 Giugno 2009 da neviperenni
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Secondo racconto della trilogia Storie Semplici.

 

 

Sottovoce.

 

Il loro era amore. Amore con l’A maiuscola, quel genere di amore cresciuto tra i campi di polenta e il granaio pieno di frutta messa a riposare, pronta per l’inverno. Amore nato e cresciuto insieme a loro, amore che li univa da uno stesso destino, amore fatto di peccato e di inferno.

Si chiamavano Giuseppe e Rosanna. Erano fratello e sorella.

Si conoscevano dalla nascita, ma si riconobbero solo molto tempo dopo, dopo l’adolescenza. Si sentivano come due gusci di noce vuoti in mezzo al mare in tempesta, separati dal resto del mondo e nello stesso tempo legati l’uno all’altra da una forza atavica.

Coppia proibita, in un paese in cui la scienza per eccellenza erano i consigli e gli intrugli della comare, il potere era quello del bastone e della forza fisica, la religione era un miscuglio strano di superstizione e di ciò che urlava il parroco con tono minaccioso la domenica in chiesa. Non erano istruiti, come la maggior parte dei compaesani, avevano anche loro solo la quinta elementare. Lui, fino ai quindici anni, era stato un “famiglio” nei campi di un signorotto rispettato da tutti. Per cena, dopo aver trascinato la vanga con la schiena ricurva dall’alba al tramonto, riceveva una fetta di polenta fredda e un paio di foglie dure di radicchio, quello della qualità con il pelo lungo, di quelli che adesso credo non esistano più. Lo pagavano dieci lire alla fine del mese e il signore, dovendo pareggiare i conti delle entrate, non poteva permettersi di scialacquare i soldi nelle cene dei “laorenti”[1]. D’altra parte il ragazzo era alto e nel pieno delle forze.

Una notte gelida di dicembre, però, dopo che  Santa Lucia gli aveva lasciato due arance e tre fichi secchi sul comodino,  si ammalò. Una strana tosse lo aveva colto all’improvviso e il signore, che non poteva pagare per le medicine, lo lasciò tornare a casa, dopo tanto tempo passato in quella grande dimora. In inverno, comunque, c’era poco da fare nei campi.

Lì a casa riconobbe Rosanna.

Ella si occupava delle faccende domestiche, aveva sedici anni, due in meno di lui. Era stata chiesta in moglie da un brav’uomo, che di lavoro faceva il carrettiere, possedeva un mulo, una casa grande e  riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena. Aveva sedici anni in più di lei.

Lei era bella, di una bellezza difficilmente descrivibile. Aveva i capelli biondo cenere, gli occhi nocciola e un viso che, a seconda di come cambiava espressione, poteva essere associato a fenomeni naturali. Se arrabbiata sembrava si scatenasse dentro di lei una burrasca con grandine, tuoni e fulmini, se felice sembrava che la primavera e l’estate le nascesse dentro. Era sempre allegra.

Giuseppe e Rosanna vissero con innocenza i primi segni del loro amore nascente. Lui era gentile con lei, una volta guarito, l’aiutava a portare pesi, l’aiutava a mungere le vacche, l’aiutava a mescolare la polenta, benché rimproverato dalla loro madre, che non voleva che Giuseppe facesse lavori riservati alle donne.

Erano due figlioli che, avendo vissuto insieme pochi anni, prima che lui andasse a lavorare per il signore, non avevano imparato a riconoscersi come fratelli.

Il vero guaio si ebbe in una notte fresca e calda di maggio. La loro passione si consumò, finalmente, con la velocità di un fulmine che squarcia la notte limpida, ma ciò che rimase fu ben più pesante da nascondere e da giustificare.

Rosanna diede alla luce il frutto dell’incesto lontana da tutti e sola, anche la madre, unica depositaria del segreto, non aveva voluto aiutarla, aveva preferito andare in chiesa, a battersi il petto e a pregare per la salvezza delle loro anime.

Gioia era una bella bimba, sana, venne al mondo piangendo con una voce acuta e potente, con i pugnetti chiusi verso il cielo, quasi a volersi imporre già da subito, nonostante l’avessero messa a giocare un ruolo nascosto dalla società.

Rosanna, il giorno dopo il parto, uscì di casa prima che sorgesse l’alba, percorse i viottoli, tutti salite e discese, fino ad arrivare alla chiesa. Depose Gioia davanti alla porta.

Per fortuna era riuscita a nascondere la gravidanza alle voci. Per fortuna suo padre aveva fissato il giorno delle nozze con il carrettiere.

Non sarebbe più stata povera, in giugno si sarebbe sposata.



[1] Braccianti.

 
 
 

Storie semplici.

Post n°101 pubblicato il 24 Giugno 2009 da neviperenni
Foto di neviperenni

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Queste sono storie di vita vera, di vite di persone rassegnate dall’ineluttabilità del destino, vittime della povertà, con  i sentimenti sopiti sia dalla fame, prima priorità da soddisfare, e sia dalle regole dettate dalla società in generale, maschilista e superstiziosamente cattolica...

Ma io sono figlia dei figli di questa società. Queste non sono semplici storie, questa è la mia storia, queste sono le mie radici.

 

Ho scritto tre racconti questo è il primo. Fatemi sapere se vi emoziona in qualche modo...

Scandali.

E la giovane donna tornò dalla Madre con la bambina in braccio. Correndo attraversò l’aia polverosa che mille volte da piccola aveva percorso, sbucciandosi le ginocchia volando a perdifiato, con lo sguardo verso il cielo o la palla. La Madre era là.

Era ferma sulla soglia, seduta sul dondolo, intenta a cucire certe calze per il padre. Vedendo la figlia, che intanto stava ritta dinnanzi a lei, le chiese: “Cosa ci fai qui?dov’è tuo marito?”

La giovane Zita rispose: “Madre, non ce la faccio più, mio marito mi picchia, mi insulta, torna a casa tardi la notte sempre ubriaco, ha perso il lavoro e non so come dar da mangiare alla bimba. In più sua madre mi controlla in ogni momento, dice che sono una puttana perché le ho chiesto il permesso di andare a lavorare fuori casa. Madre ti prego fammi tornare!”.

La Madre alzò gli occhi, che nel frattempo aveva abbassati e replicò nel suo dialetto stretto, tipico di quella zona: “Non te voi pì chi, questa no l’è pì la to cà!” e poi “Torna da to marì e dala to suocera, no so sa dirte…” <!-- /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 {size:612.0pt 792.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;} div.Section1 {page:Section1;} -->

La bambina intanto iniziò a piangere. Era stata svegliata presto quella mattina, aveva dormito poco, ora erano le 10 della mattina, il sole batteva già a picco, si preannunciava essere una di quelle giornate di luglio dure e secche come la morte. Un grillo friniva là nella siepe che faceva da confine con l’orto, dove cresceva la verdura, abbondante quell’anno, si vedevano rossi i pomodori, solo ad osservarli si poteva immaginare quanto sapore potessero avere. Sì, era proprio una terra ricca.

La Madre prese con decisione la bimba in braccio e disse a Zita: “Neanca to fiola te se bona da far cresar!Solo a piansar te se bona!”.

Si alzò dal dondolo e, oltrepassando l’uscio, entrò in cucina. Una cucina piena di mosche morte alle pareti, con il profumo della polenta e dell’arringa stagnante dall’alba, quando ella aveva preparato la colazione per gli uomini, prima che andassero nei campi.

Aprì la credenza e prese un fiasco di vino. Ne versò un bel bicchiere pieno con due cucchiaini di zucchero e lo mise sul tavolo dinnanzi alla figlia, poi prese uno dei cucchiaini con dello zucchero versò qualche goccia di vino e lo diede alla nipotina.

Ordinò alla figlia di sedersi e di bere tutto il vino.  Zita lo fece senza discutere, con le lacrime che le scorrevano ancora sulle guance, gli occhi cerchiati di nero e iniettati di sangue per il troppo piangere e un livido sospetto vicino al mento.

Poi la Madre parlò. “Figlia” disse, “ la vita è dura, è lacrime e sangue e noi donne, specialmente noi donne, dobbiamo versarne più degli uomini perché è il nostro destino. Quando ti sei sposata, hai accettato di andare a far parte di un’altra famiglia, anche questo è il nostro destino. Non si può cambiare il corso degli eventi, né tornare indietro. Devi portare pazienza o usare furbizia. Ma tu non sei furba, non lo sei mai stata, neanche da piccola, quando giocavi insieme ai tuoi fratelli. Lo so che tuo marito è volgare, cattivo, e sua madre è una donna superba senza pietà, ma non puoi, non devi scappare, perché hai promesso davanti al Signore di stare in casa loro per sempre. Inoltre, dove vorresti andare?Qui non ti possiamo riprendere, tuo padre non lo vorrebbe mai e sarebbe uno scandalo troppo grande per tutti noi. La Irma, tua sorella che ormai ha 17 anni, non riuscirebbe a trovare nessun buon partito e sarebbe condannata per sempre come derelitta. Tuo fratellino andrebbe ramingo. Quindi come vedi non c’è soluzione devi tornare a casa tua, a quella che adesso è casa tua”.

Zita era ammutolita, respirava a fatica e un senso di angoscia la opprimeva. Si alzò dal tavolo e si recò fuori, in cortile. Prima di andarsene si voltò e chiese: “Madre, perché hai lasciato che mi sposassi se sapevi che il matrimonio era così brutto? E come puoi volere la stessa cosa per la Irma?”. Ella l’abbracciò e le disse all’orecchio: “L’è destin fiola, l’è destin butina”.

Da lontano, là  nei campi, si sentivano le bestemmie degli uomini.

 

 

 

 

 

 

 
 
 

CAFFé RISTRETTO...

Post n°100 pubblicato il 30 Dicembre 2008 da neviperenni
Foto di neviperenni

Le cose più importanti sono le più difficili da dire.
Sono quelle di cui ci si vergogna,
poichè le parole le immiseriscono.
Le cose più importanti giacciono
troppo vicine al punto
dov'è sepolto il vostro cuore segreto.

 
 
 

IL CANTO DEGLI ALBERI - Hermann Hesse, 1919.

Post n°99 pubblicato il 29 Dicembre 2008 da neviperenni
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Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. Li venero quando vivono in popoli di famiglie, in selve e boschi. E li venero ancora di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire a una debolezze, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell'infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo: realizzare la legge che è insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, rappresentare se stessi. Niente è più sacro e più esemplare di un albero bello e forte. Quando un albero è stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco- una lapide sepolcrale- si può leggere tuttal la sua storia: negli anelli e nelle concrescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e le prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate. E ogni contadino sa che il legno più duro e più pregiato ha gli anelli più stretti, che i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti, crescono in cima alle montagne, nel perpetuo pericolo.
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità. Essi non predicano dottrine e precetti, predicano , incuranti del singolo, la legge primigenia della vita.
Così parla un albero: in me è celato il seme, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna.
(...)
Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci così: Sii calmo! Sii calmo! Guarda me! La vita non è facile, la vita non è difficile. Questi sono pensieri infantili. (...) Tu hai paura, perchè la tua strada ti allontana dalla madre e dalla patria. Ma ogni passo e ogni giorno ti riconducono di nuovo alla madre. La patria non è in questo o in quel luogo. La patria è dentro di te, o in nessun posto.
La nostalgia di vagare senza meta mi prende il cuore, quando a sera, sento gli alberi stormire nel vento. Se li si ascolta a lungo, in silenzio, anche la nostalgia di vagare rivela appieno il suo significato più profondo. Non è desiderio di scappare via dal dolore, come sembra. (...)
Gli alberi hanno pensieri duraturi, di lungo respiro, tranquilli, come hanno una vita più lunga della nostra. Sono più saggi di noi finchè non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, la rapidità, e la precipitazione infantile dei nostri pensieri acquistano una letizia incomparabile. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi, non desidera più essere un albero. Non desidera essere altro che quello che è. Questa è la patria. Questa è la felicità.

 
 
 

L'AMORE TOSCANO è DIFFICILE DA DIMENTICARE...

Post n°98 pubblicato il 26 Dicembre 2008 da neviperenni


DEDICATO PERò AD UN'ALTRA PERSONA...è DIFFICILE AMMETTERE I PROPRI SENTIMENTI, LA PAURA DI ESSERE RIFIUTATI è SEMPRE GRANDE...

 
 
 
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