In una certa scuola di una certa cittadina ( un liceo classico, classe V ginnasio, ovvero ragazzini di 15 anni e molti dei quali hanno ancora da compierli) l'insegnanate di Scienze pensava bene, nel corso dell'estate di affibbiare la lettura delle Cosmicomiche di Italo Calvino...
ne sarebbe seguita verifica dettagliata al rientro a scuola, prevista per settembre; detto fatto.
Domande inerenti il testo.
Un capitolo delle Cosmicomiche è quello intitolato Un segno nello spazio.
Interpretabile per una docente di filosofia quale sono, un po' meno per ragazzini di 15 anni che, incontreranno la filosofia a partire dal prossimo anno scolastico con l'ingresso nel liceo vero e proprio.
Qui di seguito alcuni stralci... (tutti i ragazzini si sono trovati in serie difficoltà, la frase sulle loro bocche è : non ci ho capito niente!)
"Il mio intento era dimostrare come il discorso per immagini tipico del mito possa nascere da qualsiasi terreno: anche dal linguaggio più lontano da ogni immagine visuale come quello della scienza d'oggi. Anche leggendo il più tecnico libro scientifico o il più astratto libro di filosofia si può incontrare una frase che inaspettatamente fa da stimolo alla fantasia figurale (…) ne può scaturire uno sviluppo fantastico tanto nello spirito del testo di partenza quanto in una direzione completamente diversa"
Leggiamo la fine di Un segno nello Spazio, preso proprio da questa raccolta. Il racconto prende spunto dalla teoria scientifica per cui «Situato nella zona esterna della Via Lattea, il Sole impiega circa 200 milioni d'anni a compiere una rivoluzione completa della Galassia» e parla della tormentata vicenda di Qfwfq che, determinato a ritrovare il segno che lui stesso aveva a un certo punto tracciato nello spazio della galassia si ritrova nella completa disillusione quanto alla possibilità di ritrovarlo e poterlo riconoscere e identificare in un infinito e imprendibile oceano di segni:
“Andavo avanti a cercare, e nello spazio s'infittivano i segni, da tutti i mondi chiunque ne avesse la possibilità ormai non mancava di marcare la sua traccia nello spazio in qualche modo, e il nostro mondo pure, ogni volta che mi voltavo, lo trovavo più gremito, tanto che mondo e spazio parevano uno lo specchio dell'altro, l'uno e l'altro minutamente istoriati di geroglifici e ideogrammi, ognuno dei quali poteva essere un segno e non esserlo: una concezione calcarea sul basalto, una cresta sollevata dal vento sulla sabbia rappresa del deserto, la disposizione degli occhi nelle piume del pavone (pian piano il vivere tra i segni aveva portato a vedere come segni le innumerevoli cose che prima stavano li senza segnare altro che la propria presenza, le aveva trasformate nel segno di se stesse e sommate alla serie dei segni fatti apposta da chi voleva fare un segno), le striature del fuoco contro una parete di roccia scistosa, la quattrocentoventisettesima scanalatura - un po' di sbieco - della cornice del frontone d'un mausoleo, una sequenza di striature su un video durante una tempesta magnetica (la serie di segni si moltiplicava nella serie dei segni di segni, di segni ripetuti innumerevoli volte sempre uguali e sempre in qualche modo differenti perché al segno fatto apposta si sommava il segno capitato H per caso), la gamba male inchiostrata della lettera R che in una copia d'un giornale della sera s'incontrava con una scoria filamentosa della carta, una tra le ottocentomila scrostature di un muro incatramato in un'intercapedine dei docks di Mel-bourne, la curva d'una statistica, una frenata sull'asfalto, un cromosoma... Ogni tanto, un soprassalto: È quello! e per un secondo ero sicuro d'aver ritrovato il mio segno, sulla terra o nello spazio non faceva differenza perché attraverso i segni s'era stabilita una continuità senza più un netto confine.Nell'universo ormai non c'erano più un contenente e un contenuto, ma solo uno spessore generale di segni sovrapposti e agglutinati che occupava tutto il volume dello spazio, era una picchiettatura continua, mìnutissima, un reticolo di linee e graffi e rilievi e incisioni, l'universo era scarabocchiato da tutte le parti, lungo tutte le dimensioni. Non c'era più modo di fissare un punto dì riferimento: la Galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo più a contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qual-siasi segno accavallato agli altri poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto era chiaro che indipendentemente dai segni lo spazio non esisteva e forse non era mai esistito”.
Il percorso letterario di Calvino segue allora una parabola che si rende comprensibile se pensiamo a cosa si è detto di Heidegger. L’esistenzialismo si radica nell’idea che l’esistenza non sia raggiungibile attraverso la conoscenza e i segni di cui essa deve di necessità servirsi. Questo aveva significato per il francese Sartre che “le parole” sono destinate comunque a cadere in un abisso in cui i differenti esistenti non riescono a ritrovarsi e a parlarsi fino in fondo. Ma negli anni di Sartre (anch’egli militante comunista) il pensiero francese e euro/americano aveva seguito anche il percorso opposto (e coincidente) ben esemplificato da questa pagina di Calvino: dire che la conoscenza non arriva all’esistenza, coincide col dire che la conoscenza dissolve l’esistenza di chi la cerca e la persegue nel mare di segni di cui essa si serve per manifestarsi.
La scienza è infine proprio ciò che mostra all’uomo la sua lontananza da se stesso.
Chi ho aiutato ha comunque fatto molta fatica a comprendere...non giudico l'insegnante di Scienze, resto perplessa sulle modalità di trasmissione di certi contenuti a persone che non ne hanno le basi...ma non sarebbe stato meglio una bella ricerca sui Celacanti del Devoniano?
Inviato da: indyveg
il 11/06/2013 alle 17:57
Inviato da: August05
il 18/10/2012 alle 14:45
Inviato da: pantouffle2011
il 17/10/2012 alle 17:10
Inviato da: Little_Lebowsky
il 14/05/2012 alle 10:41
Inviato da: August05
il 03/04/2012 alle 10:19