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PARTITO DEMOCRATICO TRA PERDITA E CONSOLIDAMENTO DELL' IDENTITA'

Post n°83 pubblicato il 25 Marzo 2007 da passaparolads
 

In questa fase della nostra vita politica si sta “celebrando”, in tutti i territori del paese, il congresso “straordinario” dei Democratici di Sinistra; si tratta di un avvenimento di grande rilevanza che interessa prima di tutto i militanti e i simpatizzanti del partito, ma il cui respiro politico va decisamente oltre.
Ho come l’impressione che la sensazione di essere ad un crocevia sia vagamente presente in tutti noi, ma questo fatto anziché promuovere la consapevolezza del significato e dei contenuti della “svolta”, stia aumentando in molti compagni il senso di smarrimento, di rifiuto, addirittura di nervosismo.
Proverò in queste poche righe a dire quale è, a mio parere, il senso profondo di questo passaggio e perché, dopo lunghe riflessioni personali e con altri compagni, ritengo oggi che il Partito Democratico possa (sottolineo “possa”, perché nessuno ha certezze in questa fase) costituire una opportunità di rilancio della nostra identità.
Si sta discutendo, nei circoli e nelle sezioni del partito, della opportunità o meno di dar vita ad un  nuovo soggetto politico, il Partito Democratico, che dovrebbe rappresentare il nuovo corso del riformismo democratico e il naturale epilogo dell’esperienza dell’Ulivo; ma in realtà il suo significato è più ampio, arrivando a marcare un punto netto di discontinuità con la vicenda storica dei DS.

E’ chiaro infatti che il disorientamento di molti di noi è legato principalmente alla questione dell’identità, e si esprime come premura e preoccupazione per il destino di un patrimonio di storia, tradizione e azione che ha penetrato di sé il senso della vita di molti.
Con la nozione politica di “sinistra” ci si riferisce, attualmente, a due diversi ordini di significati: un insieme di valori etico - sociali fondamentali per la costruzione del ben-essere delle persone, un sistema ideologico più o meno preciso di pensiero e di prassi capace di praticare storicamente quello stesso insieme di valori etico – sociali.
Da una parte c’è il sistema dei valori, dall’altra il sistema dell’ideologia; il primo rappresenta la finalità capace di realizzare il ben-essere dell’umanità, il secondo rappresenta il mezzo, lo strumento storico adottato per realizzare la finalità.
La confusione tra i due piani ha generato, a mio parere, buona parte dei grandi malintesi che hanno lacerato, nel corso degli ultimi 15 anni, l’unità stessa della sinistra.
Storicamente l’origine dell’impianto ideologico (il mezzo) si fa risalire al sistema di pensiero e alla proposta di prassi elaborata, a metà dell’800, dai filosofi tedeschi Marx ed Engels, con tutti gli sviluppi e le articolazioni che ne seguirono. Ma per risalire alle origini del sistema di valori (la finalità) che l’ideologia marxista intendeva realizzare, occorre andare leggermente più indietro nel tempo, alla fine del ‘700, con l’evento sovversivo della Rivoluzione Francese con tutto il suo portato di trasformazione sociale ben sintetizzato dal motto “libertè, egalitè, fraternitè”. Se la Restaurazione dell’ordine costituito sancita dal Congresso di Vienna (1815) apparentemente neutralizzò gli effetti della rivoluzione dal punto di vista istituzionale, sul piano culturale e sociale gli ideali rivoluzionari furono assimilati definitivamente come la strada maestra per l’emancipazione degli uomini, per il ben-essere dell’umanità tutta. Non a caso l’uso politico del termine “sinistra”, per opposizione a “destra”, nacque proprio in Francia all’indomani della Rivoluzione, quando gli oppositori al diritto di veto reale si raggrupparono alla sinistra dell’emiciclo dell’Assemblea Nazionale, mentre coloro che parteggiavano per il potere regale formarono l’ala destra.

Ho voluto dilungarmi in questo excursus proprio per radicare nel passato la differenza tra il piano dei valori e quello delle forme concrete di pensiero e di azione tese a realizzare quei valori; e per evidenziare come, da un certo punto in poi, i due piani si siano intrecciati così strettamente da farci perdere di vista persino la differente importanza che essi rivestono: il piano dei valori è l’essenza della sinistra, rimane inalterato, è indisponibile a qualunque negoziazione; a mio parere invece il livello delle forme e dei sistemi attuativi è per sua natura rivedibile, trasformabile, superabile.
Oggi è tempo di rimettere in gioco la vera natura della nostra identità, saldamente legata ai valori del primo livello, ma obbligata a ripensarsi e ridefinirsi quanto ai contenuti propri del secondo livello. 
Affermare che il sistema ideologico non appartiene al cuore valoriale della sinistra, mi rendo conto, può apparire “blasfemo” per qualche compagno.
Ma la elaborazione concettuale e pragmatica tipica del socialismo rivoluzionario e del suo approdo comunista rappresentò, fin dalle sue origini, la sintesi di pensiero e di azione, basata sulle condizioni di realtà (della realtà storica) e dunque di possibilità, capace di realizzare, dentro un percorso dialettico, il grande obiettivo della liberazione dell’uomo (il Valore), ossia “…la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e l’emancipazione totale”.
Si trattò quindi di un sistema strumentale ad un fine, costruito secondo le condizioni di adeguatezza e praticabilità in relazione alla realtà storica; e la realtà storica che favorì la sintesi ideologica comunista era profondamente diversa dalla realtà con cui oggi ci rapportiamo: quella era la nascente società industriale, questa di oggi è la nascente (per molti è già nata da tempo) società post-industriale.
L’armamentario concettuale dell’ideologia, con le sue pratiche, il suo linguaggio, le sue forme e i suoi simboli, rappresentava la “ricetta” più capace di assemblare gli ingredienti del contesto sociale, economico e culturale che la fece emergere: urbanizzazione, produzioni manifatturiere di grandi dimensioni, nette ripartizioni di classe, sfruttamento generalizzato del lavoro, alienazione dalle comunità originarie. Su queste criticità di cento anni fa si dispiegò tutta la  grande narrazione socialista, con le sue parole d’ordine: lotta di classe, abolizione della proprietà privata, collettivizzazione dei mezzi di produzione, e via dicendo.
Oggi è necessario rilanciare quel corpo insostituibile di valori e di tensioni essenziali che si chiamano uguaglianza, democrazia, libertà, equità sociale, partecipazione, pace, solidarietà, crescita culturale e “umanistica”, in un’unica parola “ben-essere”, attraverso una sintesi di praticabilità nuova, capace di segnare una discontinuità coraggiosa rispetto alla tradizione ideologica, capace di rinnovare le categorie concettuali con cui “pensare” la politica. E tale discontinuità è necessaria non perché l’impianto dell’ideologia sia stato confutato in sé, ma perché, come disse Moretti, “…se ne è andato il mondo da sotto i nostri piedi !”; così quella sintesi magistrale non può più costituire il modo migliore per realizzare quel mondo migliore cui mirava.
Il decorso storico ha affermato ormai una nuova articolazione di punti di riferimento: globalizzazione, nuove tecnologie, multiculturalità, autorealizzazione, accesso ai saperi, identità individuale. C’è tutto un vocabolario del nuovo millennio che rappresenta in maniera chiara la portata delle trasformazioni sociali e culturali che si sono determinate.
E’ chiaro allora che i nostri valori di sempre si possono perseguire solo attraverso  un rinnovato sistema di concetti, forme, termini e pratiche irriducibili ai contenuti della costruzione ideologica tradizionale, che rischia invece di rivelarsi sterile; le priorità che stanno dentro questa nuova sintesi ruotano attorno a tematiche di questo tenore: europa, multilateralismo, regolazione internazionale, ambiente e sostenibilità dello sviluppo, distribuzione della ricchezza, democrazia delle opportunità, laicità, dignità di ogni diversità; queste e altre “parole nuove” della sinistra italiana ed europea stanno dentro la “narrazione” del riformismo democratico, l’unica capace, a mio parere, di proporsi credibilmente ed efficacemente per attuare l’identità valoriale della Sinistra nel confronto con la contemporaneità.

Mi rendo conto che per molti compagni questa rielaborazione possa risultare meno affascinante della precedente; ma ad ognuno di loro chiedo di confrontarsi per un attimo con le istanze emergenti dalle giovani generazioni, e soprattutto di pensare, tra sé e sé, a quanta parte del proprio attaccamento alle “modalità” del passato sia intriso di aspetti affettivi e di nostalgie personali, più che di analisi sulla sostenibilità attuale di quei percorsi.Perché ciò che per me conta, e che mi fa stare dentro un partito in modo fiero credendo ancora che la politica sia una cosa seria e importante, è la possibilità di costruire davvero le condizioni per un mondo migliore, in cui le persone si rispettino, si confrontino, si realizzino e siano il più felici possibile; tutto questo nella convinzione che solo in un contesto di ben-essere generale si possa trovare anche il ben-essere individuale, per noi oggi e per i nostri figli domani. E’ per me secondario che tutto questo si faccia attraverso il contributo di un soggetto politico che sceglie di lasciare sullo sfondo le forme tipiche della sua tradizione, per ridare centralità al suo nucleo valoriale attraverso l’assunzione di una diversa veste concettuale. Ecco allora che anche le classiche dicotomie della tradizione, del cui destino tanti compagni sono preoccupati, come quelle tra  collettivismo e capitalismo, tra lavoro e capitale, tra operai e padroni, vengono di fatto superate nella sintesi riformista attraverso un salto paradigmatico che le rende inessenziali al processo di emancipazione. Per intenderci: che vi sia una struttura collettivista o una struttura capitalista, senza, per esempio, la certezza di un meccanismo di regole capace di generare, dal centro alla periferia, una ripartizione equa delle risorse e delle opportunità, è cosa che risulta indifferente rispetto al ben-essere delle persone; così pure senza meccanismi di tutela contro le concentrazioni di potere di ogni genere; oppure ancora senza la libera circolazione dei saperi; senza la governance delle urgenze ambientali planetarie, e così via.

Io credo che la sfida rappresentata dal Partito Democratico, con la sua elaborazione riformista, metta in campo proprio l’opportunità di rilanciare, rinnovare, consolidare la nostra identità di sinistra attraverso l’assunzione di un corpus nuovo, capace di parlare alle giovani generazioni e di intercettare le nuove priorità.   
Accanto a questa ragione principale di portata teorica, ve ne sono altre minori, legate più ad un aspetto di “tattica” della politica che non ad una riflessione di strategia. Ne voglio citare brevemente solo due:

  1. E’ viva da alcuni anni, nei palazzi della politica e in larghi strati dell’elettorato, la voglia di ricostruire un grande centro che sappia sostituirsi ad un sistema bipolare che molti reputano (complice il meccanismo elettorale) quantomeno imperfetto e incapace di dare stabilità istituzionale alla guida del paese. Tale ipotesi centrista, fortemente sollecitata dalle gerarchie della CEI, andrebbe a ricostituire un grande contenitore “democristiano” capace di aggregare Formigoni e i “forzisti” post-berlusconiani con Casini, Mastella, Rutelli e tutti quei tanti che ancora ci starebbero. E’ chiaro allora che rispetto alla prospettiva di uno scacchiere così riorganizzato, l’avvento di un Partito Democratico a forte componente diessina risulterebbe talmente ingombrante da far naufragare quel progetto, riuscendo in tal modo a mantenere predominante la cultura della sinistra all’interno del nuovo soggetto politico riformista. 

  2. Nessun sindacalista può permettersi di non intuire quali prospettive il Partito Democratico  potrebbero aprire sul piano delle relazioni confederali. Verrebbe rimosso uno dei principali ostacoli che hanno impedito, fino ad oggi, il processo dell’unità sindacale, ritenuta da tanti di noi (e soprattutto da tantissimi lavoratori) un valore da perseguire con ostinazione, per i benefici che può apportare sul piano generale della rappresentanza e su quello ancor più importante dell’efficacia dell’azione negoziale.   

 Per concludere questa mia riflessione, voglio esprimere anche i dubbi e le perplessità che questo snodo della sinistra mi comporta, legati principalmente alla scelta della tempistica per approdare al nuovo partito (è un po’ la preoccupazione di Angius), e alle possibilità reali di comporre in una sintesi condivisa le istanze più specifiche della cultura laica e di quella cattolica, soprattutto da quando le gerarchie ecclesiastiche hanno scelto, di fatto, di impartire indicazioni dirette ai parlamentari cattolici, agendo come una lobby che approfitta della debolezza della politica.

Auspico infine (ma a questo credo davvero poco) che, appena fatto il Partito Democratico, gli attuali dirigenti dei partiti che si apprestano a farlo nascere, sappiano “cedere il testimone” ad un gruppo dirigente davvero nuovo, nelle facce, nei nomi, nel linguaggio e nel coraggio. 

                                                            MARCO BRIGATTI

 
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