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BERTOLUCCI/IN TRENO


IN TRENONon ricordavo un ottobrecosì a lungo sereno,la terra arata sarchiatapronta per la semina,spartita da viti rossastremolli come ghirlande....Ma non ditemi non ditemiche è una stagione clemente:il fumo che la striasale da foglie che non sono più,le cene brillano sparse.Perché non si aspettano i morti?Sarà la coincidenza con un ottobre altrettanto mite, questa poesia accorpa tante delle peculiarità di Bertolucci, al punto da spingermi a porla alla vostra attenzione. Tratta dalla raccolta Viaggio d'inverno del 1971, proprio il tema del viaggio emerge (unicamente) nel titolo: In treno, ovvero annotazioni espunte dal limbo mentale di un passeggero che, adagiato al finestrino, si dedica al resoconto dello stato di salute della campagna costeggiata dalla linea ferroviaria; il treno, mezzo di trasporto assai presente nei versi di Bertolucci, mezzo di sviluppo economico e testimonianza inarrestabile di una potenza industriale nemica della tranquilla quotidianità campagnola. Sembra tracciare una somma fornita di luci e ombre il poeta, lo fa al suo solito, alternando quieto ed inquieto; lo fa dividendo gli stati d'animo tra due moduli uguali e opposti. I primi sei versi iniziano con una sentenza metereologica (la stessa che viene da ripetere anche oggi) Non ricordavo un ottobre così sereno che dice della tensione bucolica presente nella poetica bertolucciana come una cifra costante. Il quadretto prosegue con precise indicazioni tecniche, la terra arata sarchiata (ovvero tutta quella serie d'operazioni necessarie al buon mantenimento della coltivazione del terreno, da compiersi previo un clima non piovoso) pronta per la semina. Trattasi di un dato di fatto per addetti al lavoro. Altra cosa è notare (per questo azzarderemmo trattarsi della pianura emiliana, non solo per la provenienza del poeta, soprattutto per la descrizione tipica di viti alternati a terreni dedicati al seminativo) la convivenza, qua e là, delle terre predisposte alla semina con altre terre su cui spicca la cromatura autunnale delle foglie di viti rossastre / molli come ghirlande. Altro tenore la seconda parte della poesia che, appunto, testimonia fin dal Ma iniziale lo stato di contrasto rispetto al quadretto dei primi dei versi. La duplicazione di non ditemi  pone inevitabilmente l'accento sul senso inteso del non detto, ovvero che la bonaccia ottobrina non porta con sè solamente aspetti positivi, tanto da non poter definirla una stagione clemente. Qui s'insinua la solita nota d'inquietudine che connota, vero marchio di riconoscimento, il non detto della poesia di Bertolucci. Usa un verbo decisamente "petroso", stria per dare il senso di un cambio di umore nei pensieri di chi osserva da dietro un finestrino del treno. Osserva la stagione mite e serena, osserva il fumo che la stria / sale da foglie che non sono più, /. Sembra, per analogia, la persistenza della cenere montaliana. Dice il sacrificio di chi non ha superato la fine dell'estate, in quella perfezione agrimensoria in cui i segnali di fumo, ben più che piccoli agglomerati purificatori, testimoniano un passaggio di consegne e di vita. Le stagioni e gli uomini si susseguono, l'apparente calma nasconde sempre e comunque una quantità di guadagni e di perdite che, individualmente, sono tutto il mondo. Se il quadretto risulta congruo agli occhi di chi lo vede allontanarsi dalla velocità della locomotiva, esistono tuttavia salti, sbalzi di matematica identità nelle luci che si accendono non all'unisono (e allora siamo a sera): le cene brillano sparse è una immagine potentissima, semanticamente illuminante. Come mai le luci non procedono in modo concorde? Orari diversi per mestieri diversi? Luci che non si accendono più, indice di morti, nonostante la stagione quieta? Interrogativi. Presto sarà novembre. Perché non si aspettano i morti?