IMPORTANTE ORDINANZA SU AZIONI DI SFRATTO IN PERIODO DI LOCK DOWN

Post n°2856 pubblicato il 29 Settembre 2020 da gazimo08
Foto di gazimo08

L'Avvocato Domenico D'Alessandro, figlio di una concittadina longese, mi ha inviato la sentenza di cui sotto, esitata da un processo patrocinato dallo stesso, in materia di sfratto per morosità, il quale non è stato convalidato dal giudice perchè la materia era riferita al periodo del lock down.

Poichè ritengo che l'ordinanza  del Giudice del Tribunale Civile di Palermo costituisca un importante strumento giurisprudeziale  sulla specifica  materia in tempo di Covid 19, ben volentieri la  pobblico nel caso in cui, oltretutto, possa servire a chiunque sia incappato nelle difficoltà economiche derivanti dalla contingenza di ristrettezze nel caso di gestione di un esercizio commerciale, o anche per altre analoghe situazioni.

"" N. R.G. 2020/10644


TRIBUNALE ORDINARIO di PALERMO

SEZIONE SECONDA CIVILE

Nella causa civile iscritta al n. r.g. 10644/2020 promossa da:

BARDI ANTONELLO

ATTORE/I

contro

LA MATTEOTTI CAFE DI GAETANO LA MANTIA

CONVENUTO/I

Il Giudice dott. Antonina Giardina Giardina,

a scioglimento della riserva assunta all'udienza del 11/09/2020,

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

Rilevato che l'intimata si è costituita con memoria di costituzione e contestuale opposizione a sfratto per morosità;

rilevato che La Matteotti Cafe Di Gaetano La Mantia ha allegato prova scritta del pagamento di una parte delle somme intimate tramite bonifici bancari depositati agli atti, precisando che rimangono soltanto due canoni arretrati da versare;

rilevato che la predetta opposizione preclude la convalida dello sfratto, nonché l'emissione dell'ingiunzione di pagamento dei canoni scaduti ed impone il mutamento di rito;

rilevato che l'intimante ha chiesto l'emissione dell'ordinanza provvisoria di rilascio ai sensi dell'art. 665 c.p.c.;

ritenuto che nella fattispecie oggetto del presente giudizio non può ritenersi sussistente un inadempimento grave del conduttore, stante la grave situazione di emergenza sanitaria a causa del Covid-19, che ha portato all'adozione dei provvedimenti governativi di chiusura degli esercizi commerciali per più di tre mesi. L'art. 91 del D.L. n. 18/2020, infatti, consente di valutare il rispetto delle misure di contenimento ai fini dell'esclusione ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218 e 1223, della responsabilità del debitore, anche relativamente all'applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi pagamenti;

 

Firmato Da: ANTONINA GIARDINA GIARDINA Emesso Da: INFOCERT FIRMA QUALIFICATA 2 Serial#: 1101d47

 

Decreto di fissazione udienza n. cronol. 9042/2020 del 25/09/2020 RG n. 11431/

 

 

ritenuti, pertanto, sussistenti i gravi motivi che impediscono l'emissione dell'ordinanza provvisoria di rilascio ai sensi dell'art. 665 c.p.c.;

P.Q.M.

Rigetta la richiesta di emissione dell'ordinanza provvisoria di rilascio dell'immobile;

dispone il mutamento di rito e fissa per gli adempimenti di cui all'art. 420 c.p.c. l'udienza del 5 febbraio 2021ore 9.00, assegnando termine agli intimanti (d'ora in poi ricorrenti) fino a trenta giorni prima e all'intimata (d'ora in poi resistente) fino a dieci giorni prima della predetta udienza per l'eventuale integrazione degli atti con il deposito di memorie e documenti.

Ritenuto che la controversia oggetto del presente giudizio rientri tra quelle soggette al preventivo esperimento della mediazione obbligatoria, invita le parti a promuovere il relativo procedimento entro il termine di quindici quindici giorni dalla comunicazione del presente provvedimento.

Si comunichi.

Palermo, 25 settembre 2020

Il Giudice Onorario

Antonina Giardina Giardina ""

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

La violenza non ha mai fine?

Post n°2855 pubblicato il 13 Settembre 2020 da gazimo08
Foto di gazimo08

 


LE DIVERSE MASCHERE DELLA


VIOLENZA

 

 

 

La violenza ha un millenario antenato con il volto dell'omicida. Caino era un bruto che adoperava le mani come una clava per uccidere.

I figli di Caino hanno sparso il loro seme in questo tormentato globo attraverso e dopo il rapporto incestuoso tra Caino e sua madre, Eva.

Abele, il buono, non potè avere figli. Presumibilmente, quindi, una cellula impazzita del dna del Male, che portava i cromosomi ereditari dei primi progenitori, sfuggita all'evoluzione naturale, perse i caratteri somatici preponderanti del genitore maschio e diede vita ad una placenta che racchiudeva il tenue seme del Bene.

Il Bene ed il Male, quindi, hanno antenati che risalgono alla notte dei tempi.

Gli epigoni di Caino vorrebbero dominare sulla vita di coloro che intersecano la loro strada e, quando qualcuno vi si oppone, scatta l'incontrollata ragione della violenza, che, appunto poichè senza controllo, potrebbe sfociare nella morte del povero malcapitato. Altri, novelli barbari, sono invasi dal sadico piacere di vedere soffrire un poveraccio malmenandolo ferocemente sino a procurargli la morte .

Quando un violento, pertanto, uccide dovrebbe essere escluso immediatamente dalla società civile ed emarginato a vita, attraverso la reclusione fisica, per non potere più arrecare del male o uccidere esseri innocenti.

E' sempre esistita, ahimè, la violenza nella genia della razza animale, sia esso uomo raziocinante oppure bestia selvaggia, sin dai lontani millenni, ma nell'era odierna si è accentuata e/o si è camuffata sotto le mentite spoglie del dio denaro, dello spaccio della droga, delle promesse illusorie per accattivarsi la buona fede di un individuo, la disponibilità e l'amicizia di gente per bene, che s'incontra, anche, imprevedibilmente e che, probabilmente, necessita di qualcosa.: amicizia, solidarietà, sostegno morale o materiale, uscire dalla solitudine e talvolta anche amore.

Ma c'è un'altra forma sottile di violenza, che passa attraverso la cattiveria somatizzata nelle cellule del sistema nervoso di taluni soggetti, laddove coesisterebbe la doppia personalità dell'amore e dell'odio, del bene e del male, personalità individuale sdoppiatasi verosimilmente dopo essere stati oggetto di forti traumi, che abbiano colpito il corpo e l'animo. E' anche, questa, un' altra faccia della violenza strisciante, psicologica, e pertanto ambigua, la quale, dopo avere ottenuta la dedizione totale dell'individuo, mostra il suo vero volto, dal ghigno omicida, e colpisce con la sua lama avvelenata. E' la violenza dai diversi volti, ma sempre figlia di quel tal Caino.

Mi sovviene il comportamento dell'ape regina, la quale dopo l'accoppiamento col fuco - doloroso per l'ape maschio perchè subisce una sorta di evirazione - lo uccide: una forma di violenza in natura.

La violenza non ha mai fine, quindi?

GZ

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

L'ULTIMA MIA BATTAGLIA.

Post n°2854 pubblicato il 25 Luglio 2020 da gazimo08
Foto di gazimo08

 

 

"PER FAVORE, FERMATEVI!"

 

In genere, quando si distrugge il bello e l'antico, per fare spazio al moderno, c'è sempre un sottofondo, che nasconde interessi personali di natura non chiara. Presumo che così sia stato, negli anni passati, quando il paese ha perso i suoi antichi beni culturali. L'illustre on Andreotti diceva: "a pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina". Io voglio essere un "peccatore", anche se non credente, ma vorrei anche sbagliare ad indovinare...

Io amo tutte le espressioni variegate del pensiero che inducono all'arte, alla poesia, alla lettura ed alla composizione delle idee che il pensiero vuole tradurre in parole scritte.

Il turismo, in massima parte, è basato anche sull'interesse culturale per la visione ed il godimento di ciò che il passato ci ha tramandato. Ma quando esso viene distrutto, nelle sue forme strutturali, artistiche ed architettoniche, ma anche ambientali, cosa offriamo, noi longesi, per attirare quel turista?

Non esiste più l' "antico" a Longi e si vuole continuare nell'opera di distruzione dell'ultimo bene storico ed architettonico. Dopo di che abbiamo chiuso con i reperti residuali del nostro passato. Abbiamo distrutto la memoria di una testimonianza col nostro passato e con quello ereditato dai nostri antenati.

Questa azione di dissoluzione di antichi resti può essere definita omicida; omicida nei confronti della vita economica, della politica turistica e dell'arte longese.

Se tutto ciò vede conniventi i più, siamo caduti veramente in basso.

Perchè questa mia battaglia ?

Mi considero, con molta modestia ed umiltà, l'ultimo Cavaliere, di nome, e di fatto in favore delle giuste Crociate perchè discendente da quel personaggio che va sotto il nome di Angelo Zingales, le cui gesta invito a leggere, se credete, nel mio blog "Il Nibbio". Il mio non è un richiamo autoreferenziale, bensì una constatazione di connaturata presenza genetica di comune DNA col mio antenato.

Inoltre, ho intrapreso questa mia ultima battaglia culturale, e non politica, per difendere il "Bello"; ultima perchè sono vecchio e malconcio in salute. La mia è una battaglia a favore, e non contro qualcuno. A favore di un bene culturale, rientrando nelle variegate espressioni dell'arte; a favore, quindi, di ciò che è affascinante, suggestivo, incantevole del mio paese

Ogni battaglia prefigura due schieramenti in campo: io sono dalla parte del più debole, senza le necessarie "armi" se non la penna, ma ho attivato gli strumenti per uscire vincitore da questa diatriba.

Come ex Sindaco di Longi, non figura giuridica, bensì rappresentante morale della maggioranza silenziosa dal volto umano, anche se anonimo, - essendo perfettamente consapevole che, per bloccare i lavori, bisognerebbe adire il TAR e per farlo occorrerebbe mettere sul piatto 5/6 mila euro circa -, ho deciso di proseguire nell'azione di difesa sul piano burocratico.

Sono convinto che, alla fine, il GIUSTO trionferà perchè è una legittima lotta socio-culturale in difesa di una comunità che assiste attonita allo scontro, da altri voluto.

Per concludere, invito i titolari del progetto della" chiesa vecchia" di non trincerarsi dietro un ostile silenzio , antidemocratico, di non considerarsi come destinatari di una lesa maestà, ma di scendere tra la gente comune e di leggere gli interventi, sul Club dei Longesi nel Mondo di Facebook, qualificati e propositivi, di persone dotate di mentalità aperta e non chiusa al nuovo, al possibile, al cosiddetto "in medium stat virtus".

Per favore, scendete dal "pulpito" per dialogare, prima che sia troppo tardi; insieme potremo trovare una soluzione di compromesso per non perdere, soprattutto, i soldi del finanziamento del progetto, di cui economicamente il paese non usufruisce, che può sempre essere variato in corso d'opera per sopravvenute nuove esigenze. Se questo appello non accoglierete, dovremo pensare che vi paragonate al Marchese del Grillo (Alberto Sordi) : " io sono io , e voi non siete un c...o".

Auguro alla mia Longi un ottimo futuro e buona fortuna.

 

Dalla mia residenza estiva di Crocetta , 25/07/2020

GZ

 

 

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Prima della parola FINE

Post n°2853 pubblicato il 10 Luglio 2020 da gazimo08

 

"ARMIAMOCI E ... PARTITE" O, SE VOLETE, QUANDO LA GENTE VUOLE PRENDERE IL FUOCO CON LE MANI ALTRUI.

 

Quando diedi notizia che si stava dando l'avvio dei lavori per la ristrutturazione dell'ex chiesa di s.Salvatore, tra cui la ventilata copertura della volta - un vecchio pallino dell'inquilino-ospite della canonica -, in molti dissentirono e protestarono.

Faccio un passo indietro.

Quando, nel 2018, venne effettuato analogo tentativo, il sottoscritto ebbe ad inviare la seguente lettera agli Organi istituzionali interessati alla questione:

"Gaetano Zingales

Cavaliere O.M.R.I.

_____________________________________________________

Nota indirizzata a:


AL Prof. Dott. SEBASTIANO TUSA

 

ASSESSORE REGIONALE

 

DEI BENI CULTURALI E

 

DELL'IDENTITA' SICILIANA

 

assessorebci@regione.sicilia.it

 

 

AL SOPRINTENDENTE DEI BB.CC.AA.

 

DI MESSINA

 

orazio.micali@regione.sicilia.it

 

 

A S.E. MONS. GUGLIELMO GIOMBANCO

 

Vescovo della Diocesi di Patti

 

diocesipatti@diocesipatti.it 

 

 

AL PARROCO DI LONGI

 

prestimonacogiuseppe@libero.it



e p.c.  AI CITTADINI LONGESI

 

 

 

Oggetto: Lavori presso ex chiesa di S.Salvatore in Longi

 

 

Mi giunge notizia che esisterebbe un progetto esecutivo, già finanziato, che dovrebbe consentire lavori di ristrutturazione e di copertura del tetto presso l'ex chiesa di S.Salvatore, in Longi. E' vera la voce che corre oppure è una bufala dei soliti buontemponi?

Per coloro che non fossero a conoscenza degli eventi abbattutisi su questa struttura, faccio quì una breve descrizione. Essa fu investita dalla frana , il 15 marzo 1851, nella navata di destra mentre l'abside e la navata di sinistra non furono travolte. La chiesa era in costruzione e, per motivi che non si sanno, venne abbandonata anche se si sarebbe potuto liberare dal fango la parte invasa in quanto la gran parte della superficie era rimasta integra. Se i lavori fossero stati in uno stadio avanzato ( con la copertura, il catino e l'intonaco ai muri) e la chiesa fosse stata investita totalmente non avremmo visto i muri allo stato grezzo. Invece, il tutto è rimasto come si presenta ai nostri occhi.

L'ex chiesa, sin dagli anni trenta venne utilizzata per rappresentazioni teatrali e, dai ragazzi, sino alla realizzazione del campo sportivo, come campetto di calcio.

Io rammento, da ragazzo, che, dopo avere giocato al pallone, attraverso un'apertura sul retro dell'abside ci portavamo dietro il muro della chiesa perché, staccato da questo, nella parete di fronte, c'era una piccola sorgiva d'acqua, dove noi andavamo a dissetarci. Quindi, su quel muro non si era abbattuta la frana, al contrario della navata di destra che era rimasta sommersa dal fango. Quell'apertura sul retro - a mò di porticina - successivamente venne murata.

Rammento anche che al muro esterno di destra si erano appoggiate abitazioni, in seguito costruite da privati, e che, al piano terra, si accedeva ad un locale ( forse la futura sagrestia) accanto alla torre campanaria.

In conclusione, la frana ci fu ma non si abbatté su tutto l'edificio, che venne abbandonato divenendo una "incompiuta", la quale , oggi, ha bisogno solo di essere restaurata e conservata, così com'è, per spettacoli e manifestazioni culturali.

La struttura viene da tutti ammirata per la sua bellezza, che trasmette l'emozione di un'antica civiltà del paese e di valori religiosi e culturali esistenti presso quei nostri antenati. Trasformare l'estasi della visione oggi esistente, durante gli spettacoli estivi, è un delitto contro la natura e la bellezza architettonica.

E' l'unica eredità di antiche strutture e di manufatti artistici, rimasta al godimento degli amanti dell'architettura del passato, in quanto tutte le altre, per mancanza di convincimenti culturali , sono andati distrutti. Come ad esempio. Il lavatoio pubblico alla Fontana, l'edicola di San Leone al Serro, le fontanelle di acqua potabile disseminate nel paese, il Monumento ai Caduti sotto i Due Canali con la vasca dei pesci. E presso la chiesa madre: il pulpito per le prediche, il grande lampadario centrale, l'artistico fonte battesimale, le lapidi di feudatari sepolti, il tetto a cassonetto.

Adesso, si vorrebbe distruggere l'ultimo bene artistico rimasto al paese di Longi. Vi invito a desistere in quanto ai longesi piace così com'è.

Se la meravigliosa e coinvolgente chiesa dello Spasimo, a Palermo. laddove si svolgono manifestazioni musicali ed artistiche a cielo aperto, fosse oggetto di intervento strutturale con copertura del tetto, oggi inesistente, non verrebbe commesso uno scempio culturale? L'ex chiesa di Longi non ha certamente la bellezza di quella dello Spasimo, ma ha egualmente una sua attrattiva come sito artistico per manifestazioni di vario genere. Se non fosse un'affermazione azzardata, direi che l'immobile, pur essendo della metà del 1800, ha un qualcosa di archeologico, che ci fa rammentare la millenaria esistenza del borgo montano, fondato dagli esuli della distrutta città di Demenna.

E' uno stato d'animo sublime quello in cui , durante l'ultra ventennale Concerto d'Estate, lo spettatore, sommerso dalle note musicali del complesso orchestrale, eleva il suo sguardo verso il cielo stellato, talvolta rischiarato dalla luna. E' un appuntamento, il Concerto, che coinvolge i longesi, soprattutto quelli che al paese tornano per trascorrere le ferie estive. Il sito di rustica e antica bellezza, guardando in alto, sopra la struttura, durante gli intervalli dello spettacolo, è impreziosito, dalle caratteristiche piante di opuntia (fico d'india). Qualcuno potrebbe obiettare che, sotto il tetto di copertura della struttura, lo spettacolo si potrebbe svolgere egualmente. Lo scenario cambierebbe, non essendo quello offerto dalla natura, ed il momento celebrativo perderebbe la bellezza e l'importanza del suo appuntamento annuale.

Leggo da un saggio su internet. "La tutela del patrimonio culturale e del paesaggio.

La conservazione del paesaggio, in pratica l'insieme delle bellezze naturali e del patrimonio artistico-storico-culturale, è un esigenza irrinunciabile nel nostro paese e va considerata come un aspetto specifico della più ampia tutela dell'ambiente.
Già la
 Costituzione intende la tutela del paesaggio come protezione del patrimonio naturale nella sua complessità; riconosce, inoltre, tra le finalità precipue dello Stato la conservazione del patrimonio storico e artistico al fine di salvaguardare la civiltà, i costumi e le tradizioni, in sostanza la memoria storica della nazione, e di proteggere l'ambiente costruito nel tempo dall'uomo. "

Chiaramente, l'immobile fa parte dei beni paesaggistici e, quindi, soggetto alle norme, nazionali e regionali, di salvaguardia e tutela dei beni culturali, archeologici ed architettonici.

A questo punto, mi chiedo: nel caso in cui esista il progetto in argomento, lo stesso ha avuto rilasciati tutti i necessari visti per l'inizio dei lavori.?

E' doverosa , pertanto, una risposta a quanto, con la presente, viene chiesto.

 

Pur tuttavia, ove sia percorribile sul piano tecnico e normativo, per non bloccare un progetto esecutivo propongo, come mediazione, di apportare una variante allo stesso. Anziché un tetto fisso per la copertura delle navate, centrale e laterali, si potrebbe ricorrere, nella navata centrale, ad un tetto mobile. E' possibile? Se "no", che si intervenga per la messa in sicurezza dello stabile ma, per favore, che non sia distrutta la visione di ammirare, durante gli spettacoli, la bellezza del cielo quando la luna e le stelle offrono lo scenario del loro incanto notturno.

I longesi rimangono in attesa di una buona novella affinchè il loro "piccolo Spasimo" non venga distrutto.

 

 

Li, 14 aprile 2018

Gaetano Zingales

già Sindaco di Longi

gaetano.zingales@gmail.com

 

Sembrava che il problema fosse stato risolto. Successivamente, venne a mancare il Prof Tusa, famoso Archeologo, perito in un incidente aereo, ed i meandri della politica di basso conio ripresero a mandare avanti le truppe cammellate. Le quali risolvettero il problema . Ovviamente, "pro domo sua".

 

Ritenni, pertanto, di non dovere rimanere insensibile agli inviti di persone che dicevano che occorreva fare qualcosa e presi l'iniziativa di formare un Comitato longese per la tutela dei beni culturali, tra i quali l'architettonico manufatto dell'immobile di via Vittorio Emanuele II.

Invitai, quindi, parecchie persone, da alcune delle quali ebbi conferma di partecipazione alla riunione. Alla data ed all'ora fissata, ci trovammo in quattro, giusto per fare una partita a "scupa luncitana". E gli altri? A ciascuno la risposta, palesemente già chiara. Appunto, "ARMIAMOCI E PARTITE" O, SE VOLETE, " LA GENTE VUOLE PRENDERE IL FUOCO CON LE MANI ALTRUI".

Diceva il grande principe De Curtis, in arte Totò: "io il coraggio ce l'ho, quella che mi frega è la paura", Oppure, forse è una sorta di "timor reverentialis" , che ancora invade taluni, eredi di quel plebeo che si toglieva la coppola di fronte al feudatario e, genuflesso, farfugliava un "voscenza benedica"?

Sveglia gente, il feudalesimo è finito ed è stata superata la mafia del feudo quando il padrone imponeva le sue regole attraverso la doppietta del suo fattore, o la più nota lupara.

Rammento, inoltre, che la dittatura mussoliniana è stata mandata a quel paese parecchi decenni addietro e, quindi, siamo in democrazia , liberi di esprimere il nostro pensiero, piaccia o non.

Avviandomi alla conclusione, tengo a sottolineare che, malgrado la mia veneranda età, il mio è stato un tentativo per dare vita ad una battaglia culturale in difesa dell'ultimo bene architettonico del mio paese natio perchè, malgrado gli acciacchi, le cosiddette pa..e ancora tintinnano quando c'è da affrontare una battaglia contro le cose ingiuste. Ad un vecchio leone, se metterete la museruola, pensate che non ruggirà?

Mi dispiace che i longesi debbano subire, in silenzio, i dictat di altri senza potere esprimere il proprio punto di vista. Costoro sono convinti che la democrazia sia un optional; bisognerebbe far capire loro che invece è un diritto di tutti. Sarebbe bello un confronto aperto con i titolari del progetto. Ma mi rendo conto che è una pia illusione!Mi sovviene , infatti, la famosa frase del marchese Del Grillo (Alberto Sordi) . " io sono io e voi non siete un ca...o".

A questo punto non mi resta che salutare il luogo di spettacoli teatrali, di concerti, sotto un cielo blu dove le stelle erano le ètoiles dell'immaginario palcoscenico, bellezza della natura, ed anche di giochi a pallone nella lontana infanzia con: " Adieu, mia piccola miniatura dello Spasimo longese". Ma mi chiedo anche:"Cui prodest tutto ciò"?

GZ

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

PER RAMMENTARE

Post n°2852 pubblicato il 05 Luglio 2020 da gazimo08

 

L'ANTICO E' SEMPRE BELLO, MA A LONGI LO ERA UNA VOLTA.

 

 

 

Tra i miei ricordi di ragazzo, riaffiorano alla memoria angoli del paese, oggetti d'arte, che la mano dell'uomo ignorante ha distrutto. Ignorante perchè non conosceva la bellezza dell'antico, dei manufatti artistici, dell'importanza morale e legale di preservare quelle "cose" che vengono definite beni culturali.

Rammento, all'interno della chiesa Madre, un meraviglioso grande lampadario in ferro battuto, realizzato da don Emilio Bellissimo, che, illuminato con parecchie candele, espandeva la luce nella navata centrale; c'era un pulpito per le prediche e c'era anche un artistico battistero in legno, pregevole opera di un artigiano locale, che racchiudeva il fonte battesimale. Scomparsi!

Il monumento ai Caduti era allocato nello spazio sotto i Due Canali, dove prima sorgeva la chiesa dell'Annunziata, distrutta nel 1700 da un forte terremoto, e dietro di esso c'era una vasca con pesciolini rossi, mentre, alla sommità, l'icona della fiamma era sovrastata da una croce. Non esiste niente di tutto questo.

C'era il lavatoio comunale, con 8 fontane d'acqua ed altrettante vasche, dove le donne, cantando, lavavano i panni. Distrutto anche questo per farne un banale magazzino comunale.

C'erano artistiche fontanelle d'acqua freschissima disseminate nelle vie e rioni del paese: di alcune rimane lo scheletro. Ai Due Canali, le due bocche emanavano un getto d'acqua, refrigerio, soprattutto, nelle calde notti estive quando, a quei tempi, l'unico bar del paese chiudeva al suono dell'Ave Maria. Rimaneva aperta qualche bettola di vino per i cantori notturni di improvvisate serenate, alcune delle quali - meno male poche - si chiudevano con il lancio dall'alto di un vaso di fiori o, peggio, col contenuto liquido di un vaso da notte. Ma, talvolta, la serenata si concludeva con l'apertura dell'uscio di casa e lì continuavano i brindisi, con giammellotte e ramette, con liquori fatti in casa ed i canti accompagnati dal suono del mandolino della chitarra e, alcune volte, di un violino.

La chiesa dell'Annunziata, solitaria nel suo sito e senza case attorno, era uno spettacolo, che spaziava dal "Jardino du Duca" sino a "Cruci du Serro", dove lo sguardo, dopo essere passato dal "Maiazzinu di S. Antonio", si soffermava ad ammirare la cappelletta in muratura con il quadro di S. Leone, naturale sfondo per foto ricordo, abbracciata da un lungo sedile in pietra, sosta, soprattutto notturna, durante la calura agostana, magari per canti di ragazzi che si accompagnavano con la chitarra di Emilio Bellissimo.

Per non parlare, dell'occasione perduta, per il diniego frapposto dal suo ultimo proprietario, di donare (ottenne un mare di soldi attraverso le cause che vinse contro il Comune di Longi) oppure di

vendere al paese il Castello medievale per farne sede di rappresentanza dell'Amministrazione, centro di cultura, galleria d'arte, biblioteca comunale, Museo Naturale ed Etno-antrologico. Non posso non rammentare gli artistici Murales di Castiglione, andati perduti per incuria.

Adesso, l'ultimo bene culturale, l'architettonica bellezza dell'incompiuta struttura muraria di via Vittorio Emanuele va via, perduta anch'essa per sempre con la copertura del tetto. Mi chiedo il motivo di siffatto scempio. Ma è altresì legittimo chiedersi quale motivazione è stata addotta per potere ottenere anche l'avallo dei BB.CC. senza incorrere nella violazione delle leggi in materia di tutela dei beni culturali ed architettonici. A chi o a cosa giova? E mi fermo qui perchè troppo dolore, sul piano culturale, la perdita del "bello antico" procura al mio animo.

La cosiddetta "chiesa sfasciata" ha un passato glorioso: forse anche prima, ma ho notizia che sin dagli anni trenta ha ospitato generazioni di giovani artisti, che hanno allietato i concittadini con lavori teatrali di scrittori e registi longesi, con commedie e, nel recente passato, con il Concerto d'estate che ha avuto la sua inaugurazione nel 1994 - durante la quale sono stato oggetto di lancio anonimo di buste di plastiche piene d'acqua scagliate dall'alto, nel buio del muro esterno di sinistra, che per fortuna non mi colpirono , - e la continuazione negli anni successivi. E la gente si divertiva e si trovava a suo agio perchè assisteva a quegli spettacoli in uno scenario unico quando, dall'alto, in notturna, appariva il cielo stellato che brillava attorno ad un splendida luna.

Un momentaneo materiale beneficio ad personam verrà rammentato, nella futura storia del paese, come un'azione criminale per la distruzione del bello e di un antico bene, l'ultimo, ma forse il più bello.

Ma i lupi, che vengono da fuori, hanno una coscienza? Addio, "mini Spasimo" di Longi.

GZ

 

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Traduzione in vernacolo di Giuseppe Li Voti

Post n°2851 pubblicato il 28 Giugno 2020 da gazimo08

 

Il Passero Solitario

8 luglio 2012 alle ore 18:06

Ho tradotto questa poesia del grande poeta Giacomo Leopardi,  per uno scopo ben preciso, cioè per ricordare il mio poeta preferito dei tempi di scuola,  di cui sostenni sempre che il suo pessimismo non era innato, ma dovuto a quel male che ne deformò il suo fisico, e lo costrinse alla solitudine, come ben si coglie dalla presente poesia : "Il passero solitario".

Capisco che non è stata cosa facile,  ma ho voluto cimentarmi in quest'ardua prova per rendere omaggio al poeta dei miei anni spensierati. A parte ciò, ricordo che esercitarsi a scrivere in lingua siciliana, serve ad acquisire sempre maggiore esperienza.

 

 

U Passiru sulitariu

 


Di supra la cima di la turri antica,

Passaru sulitariu, a la campagna

Cantannu vai fin'a cchi  non mori lu jornu;

E erra l'armunia pi sta valli.

Primavera intornu

Brilla nni l'aria, e pi li campi esulta,

Sì ch'a mirarila 'ntenerisci lu cori.

Senti greggi belar', muggiri armenti;

L'autri aceddi  cuntenti, a gara nsèmmula

Pi lu libiru celu fan' milli giri,

Pur fistiggiannu lu loru tempu migghiuri:

Tu pinsusu 'n-disparti lu tuttu miri;

Non cumpagni , non voli,

Non ti mporta  di l'alligria, eviti li spassi ;

Canti,  e accussì  trapàssi                                                                                                                                                                                                                             

Di l'annu e di la to vita lu cchiu' beddu ciuri.

Ahimè, quantu 'sumigghia

 A lu to costumi lu miu! Spassu e risu,

Di la  giuvini età duci famigghia,

E tia  frati' di giuvintù, amuri

Suspiru gerbu di li passati   jorna,

Non curu , jò non sacciu comu; anzi d'iddi

Quàsi fuju luntanu;

Quàsi  sulitariu, e stranu                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             A lu me locu natìu,

Passu di lu viviri miu la primavera.

Stu jornu chi ormai cedi a la sira

Fistiggiari si usa a lu nostru borgu.

Senti pi l'aria sirena un sonu di campani

Senti spissu un tunar' di ferrei canni,

Chi rimbummanu luntanu di villa 'n-villa.

Tutta vistuta a festa

La  giuvintù d' 'u locu

Lassa li casi e pi li strati si diffunni

E ammira ed è ammirata , e nta lu cori si rallegra.

Jò sulitariu nta sta

Luntana parti di la campagna niscennu

Ogni divirtimentu e jocu

Rimannu ad autru tempu.: e 'ntantu lu sguardu

Miratu nni l'aria luminusa

 Mi firisci  lu suli chi tra li luntani munti

Doppu lu jornu sirenu

Tramuntannu scumpari, e pari chi dici

Chi la biata giuvintù veni menu.

Tu sulitariu acidduzzu , arrivatu a la vicchiaia

Di la vita chi ti dannu a te li stiddi,

Certu di lu to distinu

Non ti lamenti; pirchì di natura è fruttu

Ogni vostru disidderiu.

A me si di vicchizza

La detestata sogghia

Evitari non riesciu

Quannu muti st'occhi  a l'autri cori

E pi iddi è votu  lu munnu , e lu jornu futuru

Di lu prisenti cchiu' nuiusu e scuru

Chi mi nni pari di tali vogghia?

Chi di st'anni mei? chi di me stissu?

Ahi mi pentu, e spissu,

Ma scunsulatu , vardu ndarreri.

 

Giuseppe Li Voti


 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

ROMANZO

Post n°2850 pubblicato il 17 Maggio 2020 da gazimo08

QUELL'ESTATE A MANGALAVITE

(clicca sopra il titolo)

Recensione

QUELL'ESTATE A MANGALAVITE, è un "ripasso" di "storie nella Storia" partorito dalla "penna" di Gaetano Zingales che, pur avendo affermato (amaramente?) in un suo post su Fb che "...da quel momento decisi di non pubblicare alcun mio lavoro", io - al contrario dell'Autore - spinto dalla curiosità, non ho voluto perdermi l'occasione di non leggere quanto, che per la "penna" longese, era l'ultimo suo lavoro pubblicato. Posso dire, così come per altri 29 amici di Gaetano, omaggiati il giorno del suo 80. genetliaco, di una copia (la mia è la 22.) di quello che "il Longese" ama chiamare la "mia ultima fatica letteraria, (omettendo volutamente? forse!) la necessaria puntualizzazione: in ordine di tempo". Io lo spero che non sia l'ultima, perché quella dell'Autore è "una penna" non meritevole di essere riposta in fondo ad un cassetto.

La trama è già tutto un romanzo da leggere nei riflessi di uno specchio (Zingales...) rivolto al passato che anela un ritorno ad "Itaca" (alla "sua" Longi ?), quando bambino, in compagnia della madre, si recavano a Crocetta, allora popoloso villaggio in agro longese. L'Autore, nelle cui vene scorre la poesia, va oltre il ristretto confine della laboriosa comunità' e nei riflessi di quello specchio si scorge fanciullo a cavalcare Mangalavite, amena località dove superba, sorgeva l'antica masseria sede estiva feudale del barone Averardo Montemylè. Nell'ebrezza della cavalcata, il fanciullo che vive in lui, viene pervaso dalla musa e scrive su fogli che il tempo non ha ingiallito: "Riempiono le valli di odorose resine / quei monti verdi cingenti la declive pianura / da cui s'alzano rocce alpine."

E' da quest'incanto della natura, che l'Autore ci fa conoscere i personaggi che calcheranno le scene negli intrigati fatti del racconto il quale va avanti piacevolmente per 244 pagine, dove baroni, marchesi, baronessine, marchesini, farmacisti, sindaci, preti, carabinieri e, intraprendenti fattori tra feste, festini, "scappatelle" e magnum sbafatorie a base di maccheroni fatti in casa al sugo di suino dei Nebrodi, di gustoso castrato cotto sulle braci e libagioni di "rosso" nostrano, Zingales ci "racconta" di una borghesia non "matrigna", bensì accondiscendente e godereccia, circondata da "sevitù" tutto-fare e, all'occorrenza, devota amante di virili virtù. Infatti, Zingales, nel divenire della storia di "Quell'estate..." non paventa un "ritorno" di quel feudalesimo sempre pronto a rinascere nelle forme più audaci ed oppressive che le sono proprie, al contrario mette sulle labbra dei protagonisti "struggenti dialoghi amorosi" che non conoscono soluzione di continuità, quell'amore che l'Autore "ricama" dipingendolo quale sentimento essenziale nella vita dell'uomo.

Ed è proprio nel raccontare l'ultimo "amore" della storia, che Zingales si manifesta quale "puro cantore di vicende umane", sviluppatesi tra amore platonico pronto ad esplodere e struggenti desideri volutamente non appagati giacché frenati da sentimenti religiosi e timori di ripercussioni familiari. Ma, una volta rotti gli argini, l'amore prende il sopravvento e i due protagonisti - una bellissima ragazza calabrese Beatrice, studentessa di lingue orientali presso l'università di Napoli, di famiglia dalle origini albanesi, e Alberto, siciliano di nobili discendenze, giornalista di un quotidiano romano che si trovava in Calabria, per una cura idropinica nelle vicine terme del paese della ragazza - è tutto un divenire di vicende e di dialoghi, pregnanti di teneri sentimenti e di amplessi che nella descrizione dell'Autore-poeta, se non "raggiungevano" il paradiso, di sicuro lo "graffiavano".

In conclusione, ho ragione di pensare, che in Gaetano Zingales, autore e poeta, in "Quell'estate a Mangalavite" il tema ricorrente è quello dell'amore. Difatti, in chiusura della bella favola che vive e si consuma in ben 100 pagine, fa dire a Beatrice rivolgendosi al "suo" Alberto, un "non credente": "Di te non credente m'illumino / quando cogli sul mio capo / i fiori d'un'inesistente primavera; / quando poni le rondini / nei miei occhi d'infantile marea; / quando calpesti i roveti / insieme ai miei piedi che sanguinano / di te io m'illumino".

NINO VICARIO

 

 

 

 


 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

SULLA PASQUA

Post n°2848 pubblicato il 08 Aprile 2020 da gazimo08

 

Il vero significato della Pasqua: la storia, gli auguri e l'uovo di Pasqua

Di  Cinzia Zadro

 

 

Qual è il vero significato della Pasqua, l'etimologia, la storia e le origini. Perché si fanno gli auguri di Pasqua e si usa l'uovo di Pasqua

La Pasqua è una delle feste più importanti del calendario, affonda le sue origini nell'antichità, ha una lunga storia ed è senz'altro la festività fondamentale per i Cristiani. Gli auguri di Pasqua sono dei messaggi, che fuori dalla retorica, sono davvero carichi di buone speranze. Il vero significato della Pasqua è infatti di speranza e gioia. E' una festa fatta di sole, aria aperta, buon cibo, cioccolato e golosità. E' la prima festa di Primavera (sebbene la sua data sia mobile), la prima pausa dal lavoro e dalla scuola dopo l'inverno.Ma nonostante tutto ciò la Pasqua non è attorniata da tutto quel calore e suggestione che ha invece il Natale. Le ragioni di questa differenza sono molteplici: dal continuo cambio di data, dal periodo dell'anno in cui cade - dicembre porta con sé anche i festeggiamenti del nuovo anno; e poi soprattutto perché la Pasqua sebbene abbia un grande messaggio di speranza - la Resurrezione - ha al suo interno un dramma - la morte di Cristo. Ma anche al di fuori del credo Cristiano la Pasqua porta comunque con sé il concetto della Rinascita. Un messaggio bellissimo, ma che custodisce il dolore. Per rinascere è evidente infatti che bisogna prima morire.

Cosa significa la Pasqua: dall'etimologia alle tradizioni 

Sin dalle primissime religioni pagane il periodo dell'anno della primavera è sempre stato vissuto come un periodo di rinascita dopo il duro inverno. I culti legati alla terra hanno da sempre festeggiato infatti il momento in cui i fiori tornano a sbocciare, l'agricoltura torna a dare frutti, il calore del sole torna a scaldare. Torna insomma la vita. Ed è questo il vero significato della Pasqua: la rinascita. Questo concetto rimane profondamente legato alla Pasqua in ogni religione e nelle sue tante tradizioni che traggono origine dalle antiche celebrazioni di questa festa. Ed è per questo che gli auguri di Pasqua sono particolarmente importanti.

Significato della parola Pasqua

Il vero significato della Pasqua dal punto di vista dell'etimologia deriva deriva dalla parola aramaica 'pasah' che significa 'passare oltre'. Per gli Ebrei questa festa ricorda la fine della schiavitù in Egitto, la liberazione del popolo ebraico per volere di Dio, il passaggio attraverso il mar Rosso e l'esodo verso la Terra Promessa. Lo stesso concetto di 'passaggio' è ripreso dai Cristiani per i quali la festa è il passaggio dalla morte alla Resurrezione. Nel giorno di Pasqua, il terzo dopo la crocefissione, Cristo risorse e ascese al cielo.

La parola italiana Pasqua deriva da un erronea trascrizione greca di 'pascha' che fa riferimento al 'patire', ossia alla sofferenza e quindi alla Passione di Cristo.Quali sono le origini e la storia: il vero significato della Pasqua

Come abbiamo detto le origini di questa festa vanno ricercate nelle feste della terra. Anche presso gli ebrei in origine la festività era legata ai primi raccolti, quelli del frumento. Successivamente divenne la data in cui si celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto. Per gli ebrei in quell'occasione Dio annuncia la punizione degli egiziani e avverte il popolo eletto di macchiare con il sangue di agnello gli stipiti delle loro porte. Così quando l'Angelo Sterminatore passerà per punire gli egiziani passerà oltre le case degli ebrei, risparmiandoli.

Ai tempi di Gesù gli ebrei si recavano in occasione della Pasqua in pellegrinaggio a Gerusalemme. E lo stesso Gesù andava a Gerusalemme. La morte e la resurrezione di Cristo avvennero durante la Pasqua ebraica.

Perché si mangia l'agnello a Pasqua?

La religione Cristiana ha preso alcune delle tradizioni e dei simboli della Pasqua ebraica e li ha fatti propri, rafforzando così simbolismi e concetti. L'agnello per i Cristiani è il simbolo della salvezza, l'agnello risparmia dalla morte, simboleggia la resurrezione. Per questo è tradizione mangiarlo nel giorno di Pasqua. Ciò trae origine da quanto Dio disse agli ebrei per liberarli dalla schiavitù in Egitto. Egli disse che per punire gli egiziani avrebbe ucciso ogni primogenito fra le genti e il bestiame e ordinò al popolo ebraico di segnare con il sangue di agnello le proprie porte così che Dio potesse riconoscere chi colpire. Ma perché proprio il sangue di agnello? Ciò fa riferimento alla precedente tradizione della Pasqua ebraica in cui si doveva offrire in dono il sacrificio di un agnello.

L'agnello nel Cristianesimo diventa così il simbolo di chi viene immolato per la salvezza di tutti, il simbolo di Cristo, del suo sacrificio e redenzione.

Perché si mangia l'uovo di Pasqua?

In tutte le tradizioni e i simboli di Pasqua ricorre il concetto di rinascita e di nuova vita. Anche l'uovo ha quindi questo significato: al suo interno c'è infatti una vita che sta per nascere. Il perché fu scelto proprio l'uovo lo si deve alle usanze della Quaresima. In questo periodo che precede la Pasqua è fatto invito ai fedeli a non mangiare carne e anticamente era fatto divieto di mangiare anche le uova. Le galline però ovviamente continuavano a deporle così che al termine della Quaresima, ossia a Pasqua, i contadini si ritrovavano con tantissime uova. Da qui venne la tradizione di bollirle per farle diventarle dure e poi decorarle. Anticamente i primi Cristiani coloravano di rosso le uova per ricordare il sacrificio di Cristo che con la sua morte ha salvato gli uomini. Poi si è passati a colorare le uova con tutte le tonalità. In molti Paesi si è conservata la tradizione delle uova da dipingere affiancandosi a quella molto più recente e commerciale dell'uovo di cioccolata.

Perché la data di Pasqua cambia?

Decidere la data in cui celebrare la Pasqua non fu un'impresa semplice e fu motivo di grande controversie. Bisogna aspettare il Concilio di Nicea del 325 per vedere un criterio comune e adottato da tutta la Cristianità per stabilire la data della Pasqua. Venne deciso che la Pasqua sarebbe stata la domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Seguendo quindi i ritmi lunari la data della Pasqua cambia ogni anno e può cadere dal 22 marzo al 25 aprile. E in base a quando cade si definisce bassa, media o alta.

Perché fare gli auguri di Pasqua e cosa scrivere

Per i Cristiani il sacrificio di Cristo e la sua Resurrezione sono eventi fondamentali e sono quindi motivo di celebrazioni e di augurio. E la stessa importanza all'interno della religione ce l'ha la Pasqua per gli ebrei. Ma al di là del credo religioso questo giorno festeggia la rinascita, il saper andare oltre le avversità, superare i dolori e da questi acquisire forza e vigore, con la Pasqua si sconfigge la morte con la Vita Eterna.

Fare gli auguri di Pasqua significa quindi augurare una nuova vita felice, vuole dire sperare in un domani migliore, auspicare di superare ogni dolore. Con la Pasqua e la primavera la vita rinasce e si spera rinasca anche nel cuore di chi amiamo. Una sorta di resilienza, uno dei auguri migliore che si può fare a chi vogliamo bene.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

In occasione dell'anniversario dell'Unitą d'Italia

Post n°2847 pubblicato il 03 Aprile 2020 da gazimo08

 

I NOVANTA GIORNI DI GARIBALDI IN SICILIA

Ultima parte

 

LA BATTAGLIA DI MILAZZO

Nonostante i ripetuti ordini del Re di inviare truppe verso Barcellona (Messina), dove si erano concentrati 4.000 piemontesi e circa 600 ribelli, il Clary adduceva inutili pretesti per tenere fermi i reggimenti. A Barcellona e a Milazzo la maggior parte degli abitanti abbandonò le proprie case. Alla colpevole inerzia del Clary si oppose Beneventano del Bosco, nel frattempo promosso colonnello, che riuscí ad ottenere un minimo di tre battaglioni del 1°, 8° e 9° Cacciatori per un totale di circa 2.600 uomini per proteggere Milazzo, ma con l'ordine di non attaccare per primo. Il Bosco uscí da Messina il 14 luglio con le sue truppe, dirigendosi verso Milazzo. A Napoli nel frattempo giunsero il 16 luglio molti agenti provocatori inviati da Cavour allo scopo di fomentare sommosse. Fu cosí che la camorra iniziò a scatenarsi, protetta e addirittura inquadrata nella polizia da Liborio Romano. Il giorno 17, in Sicilia, vi fu un primo scontro sulla strada costiera per Barcellona, dove furono catturati circa cento piemontesi, trovati con il foglio di congedo in tasca. Ad Archi vi fu un altro scontro vittorioso contro i garibaldini del Medici, che furono dispersi. Radunati tutti i suoi uomini, il Bosco si accinse alla difesa di Milazzo. La decisa azione del Bosco, che aveva respinto una richiesta d'abboccamento, spaventò il Medici che il giorno 18 chiese soccorso a Garibaldi. Costui arrivò il giorno 19 con oltre 4.000 piemontesi, sbarcando a Patti, mentre il Clary, che teneva inutilizzate oltre 22.000 uomini in Messina, rispose negativamente alle pressanti richieste di truppe da parte del Bosco, che era sicuro di poter sgominare facilmente le bande garibaldine. Il 20 luglio vi fu una cruenta battaglia, dopo la quale i valorosi soldati duosiciliani, che ebbero solo 120 caduti, mentre i piemontesi ne ebbero 780, furono costretti per il mancato invio dei rinforzi, dato il numero preponderante degli assalitori, a ritirarsi nel forte di Milazzo. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto. Il forte, intanto, era mitragliato dalle navi garibaldine, che tuttavia furono tenute distanti per le efficaci cannonate dell'artiglieria organizzata rapidamente dal Bosco. Un'altra incredibile occasione persa, per la incredibile incapacità militare (o tradimento) del Clary, di sgominare definitivamente le orde garibaldine che si erano tutte concentrate a Milazzo e che, quindi, sarebbero potute essere circondate e certamente battute dalle numerosissime truppe lasciate inoperose a Messina. Questo episodio è la dimostrazione concreta che Garibaldi aveva assaltato Milazzo sicuro che nessuno lo avrebbe assalito alle spalle. Il giorno 22 fu intimato al Bosco di cedere il forte, ma alla sua sprezzante risposta, Garibaldi si rivolse direttamente al comando dell'Armata di Mare a Napoli. Cosí furono inviate da Napoli tre fregate col colonnello di Stato Maggiore Anzani, che, dopo aver concordato rapidamente una capitolazione del Forte, fece imbarcare le eroiche truppe del colonnello Bosco per trasferirle a Napoli.

DEPRETIS NOMINATO PRODITTATORE

Il 22 luglio, su richiesta dello stesso Garibaldi, sbarcò in Sicilia il deputato piemontese Agostino Depretis, spedito da Cavour in sostituzione del La Farina, con il quale Garibaldi era entrato in forte contrasto. Il giorno dopo, incontratosi con Garibaldi, questi lo nomina Prodittatore con un decreto.

L'ARMATA ABBANDONA LA SICILIA

Il 24 luglio, senza nemmeno aver accennato a combattere, il Clary dichiarava impossibile la "difesa" della città e concordava con il Garibaldi la resa delle truppe, che avrebbero evacuata la Sicilia, tranne per la cittadella militare di Messina. Appresa la strabiliante notizia, vi furono episodi di sommossa di alcuni soldati contro il Clary, che dovette nascostamente fuggire a Napoli. Il giorno 27, la flotta del siciliano Vincenzo Florio si pose al servizio di Garibaldi per il trasporto delle sue bande lungo la costa siciliana e d'altri "volontari" da Genova. Intanto nel Napoletano avvenivano numerose manifestazioni contro le nuove istituzioni nate dalla concessa costituzione: guardie nazionali e i nuovi esponenti dell'amministrazione. Furono sgombrate il 28 luglio anche le fortezze di Augusta e Siracusa, dove si recò per l'esecuzione il generale Briganti. La Cittadella di Messina fu affidata al valorosissimo e fedele generale Gennaro Fergola. La guarnigione della Cittadella era formata da oltre 4.000 soldati e 200 ufficiali, che occupavano anche i forti S. Salvatore, La Lanterna ed il Lazzaretto.

I TRADITORI SI RIVELANO APERTAMENTE

Nel frattempo, il 29 luglio, Cavour, dopo aver organizzato con Ricasoli una spedizione di armi e denaro nel Napoletano, ricevette a Torino l'avvocato napoletano Nicola Nisco. Costui gli annunciò che poteva fare pieno affidamento su Liborio Romano, che mediante il controllo sulla polizia avrebbe facilmente fatto sollevare la popolazione al momento opportuno e instaurato un governo provvisorio. Al Cavour consegnò anche una lettera del generale Alessandro Nunziante, che, avendo grande influenza sull'esercito, si dichiarava disponibile a mettere la sua spada ai piedi del sovrano sabaudo. Cavour, ormai sicuro di poter agire all'interno stesso del governo borbonico, diede opportune disposizioni all'ammiraglio Persano. Costui doveva partire da Palermo con la nave Maria Adelaide e recarsi a Napoli, con la scusa di proteggere la principessa sabauda moglie del conte di Siracusa, ma in realtà per mettersi in contatto con il marchese Villamarina, ambasciatore piemontese in Napoli, che aveva costituito una buona rete di agenti incaricati di sollevare disordini al momento opportuno.

ALTRI MASSACRI IN SICILIA

Nell'interno della Sicilia, ormai abbandonata a se stessa, col pretesto di perseguitare i funzionari del governo, molti sovversivi, a cui si erano aggiunti numerosi delinquenti liberati dalle carceri, commisero le piú truci nefandezze. In Trecastagni, S. Filippo d'Argirò e Castiglione, nella provincia di Catania, vi furono efferati omicidi e saccheggi. Cosí pure nella provincia di Messina, a Mirto, Alcara e Caronia, dove i garibaldini e i piemontesi si scatenarono in violenze, omicidi e saccheggi. Furono saccheggiati anche tutti i monasteri, vennero imposte taglie e rapinato ogni genere di vettovaglie.

L'ECCIDIO DI BRONTE

In Bronte, il 1° agosto vi fu il primo esempio di come agivano i "liberatori" piemontesi. A Bronte esisteva la Ducea di Nelson, una specie di feudo di 25.000 ettari concesso da Ferdinando I all'ammiraglio Nelson, come ricompensa per gli aiuti forniti al Reame nel 1799. Alle notizie delle avanzate garibaldine, i contadini insorsero contro i padroni delle terre, aizzati dai settari che, dovendo sollevare comunque dei tumulti, promettevano loro le terre secondo i proclami garibaldini. Essi insorsero il 2 agosto, commettendo violenze nei confronti dei notabili, saccheggiando e bruciandone le case. Furono uccisi una decina di "galantuomini". Cosicché il 4 agosto furono inviati a Bronte ottanta uomini della guardia nazionale, comandati dal questore Gaetano de Angelis, i quali però fraternizzarono con gli insorti, addirittura consentendo che venissero uccisi nella località detta Scialandro altri quattro "galantuomini". Garibaldi fu immediatamente sollecitato, con numerosi dispacci, dal console inglese che gli intimava di far rispettare la proprietà britannica della Ducea, e anche perché erano iniziate delle rivolte simili a Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione, confinanti con le proprietà inglesi. Fu cosí che per non danneggiare gli inglesi, Garibaldi preoccupatissimo inviò il 6 agosto sei compagnie di soldati piemontesi e due battaglioni cacciatori, l'Etna e l'Alpi, al comando di Nino Bixio. Queste orde circondarono il paese, ma poiché i rivoltosi erano già scappati, Bixio fece arrestare l'avvocato Nicolò Lombardo, ritenendolo arbitrariamente il capo dei rivoltosi e poi facendolo passare anche per reazionario borbonico, mentre invece era stato l'unico che aveva cercato di pacificare gli animi di tutti. Lo stesso giorno 6 agosto Bixio emise un decreto con il quale intimava la consegna di tutte le armi, l'esautorazione delle autorità comunali, la condanna a morte dei responsabili delle rivolte e una tassa di guerra per ogni ora trascorsa fino alla "pacificazione" della cittadina. Bixio si rivelò in questa vicenda un feroce assassino. Per terrorizzare ulteriormente i cittadini, uccise personalmente a sangue freddo un notabile che stava protestando per i suoi metodi. Nei giorni successivi raccolse piú di 350 tipi di armi e incriminò altre quattro persone, tra le quali un insano di mente. Il giorno 9 vi fu un processo farsa che condannò a morte i cinque imprigionati, che erano del tutto innocenti e che fece fucilare spietatamente il giorno successivo. Per ammonizione, all'uso piemontese, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti. Bixio ripartí il giorno dopo portando con sé un centinaio di prigionieri presi indiscriminatamente tra gli abitanti. La Sicilia, nel frattempo, venne posta praticamente in stato d'assedio dalla flotta piemontese, con l'aiuto delle navi francesi ed inglesi, che effettuarono un blocco dei porti e delle coste, causando il crollo dei commerci marittimi e di ogni altra attività produttiva dell'isola.

NAVI PIEMONTESI A NAPOLI

Nel frattempo, il 3 agosto, una squadra navale piemontese con a bordo circa tremila soldati, agli ordini dell'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, era entrata nella rada di Napoli - ove si trovavano già navi francesi, inglesi e spagnole - con la scusa di proteggere la contessa di Siracusa, nata Savoia-Carignano, come ordinato da Cavour. A Napoli era arrivato anche il Nisco che fece appena in tempo a parlare con Nunziante, il quale, essendo stato scoperto del suo tradimento, la sera stessa abbandonò Napoli, facendo perdere le sue tracce. Il Nisco, tuttavia, con l'appoggio del Liborio Romano, riuscí a far sbarcare dal piroscafo Tanaro alcune casse contenenti tremila fucili e relative munizioni, necessarie per la rivolta.

LA SICILIA VIENE ANNESSA AL PIEMONTE

Lo stesso 3 agosto in Sicilia il Depretis, fatto prodittatore da Garibaldi, emanò un decreto con il quale impose lo Statuto piemontese quale legge fondamentale per tutta l'isola. Venne imposto a tutti i pubblici funzionari di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele, pena il licenziamento. Nell'isola intanto la forza occupante era arrivata ad ammontare a circa 36.000 uomini. La maggior parte di essi erano stranieri (vi erano addirittura indiani), circa 18.000 erano "volontari o disertori" piemontesi, qualche migliaio di traditori siciliani. Insomma la feccia dei popoli. Il 5 agosto il conte di Siracusa, zio di Francesco II, si recò a bordo della Maria Adelaide, dove apertamente (con disgusto degli stessi ufficiali savoiardi) si pronunziò a favore dei Savoia.

PREPARATIVI PER LO SBARCO IN CALABRIA

Nei giorni precedenti lo sbarco di Garibaldi sul continente , nelle Calabrie erano stanziati circa ventimila soldati borbonici divisi in quattro brigate: il generale Ghio in Monteleone (Vibo Valentia), il generale Cardarelli in Cosenza, il generale Marra in Reggio ed il generale Melendez con vari reparti scaglionati nella provincia di Reggio. Comandante di tutte le forze era il generale Giambattista Vial, barone di Santa Rosalia, che senza alcuna ragione militare aveva disseminate le truppe in ampie zone. Successivamente, a seguito di contrasti tra il generale Marra, comandante della 3ª Brigata, che accusava il Vial di incapacità, il Ministro della guerra, il massone Pianell, fece sostituire il Marra con il generale Fileno Briganti, anch'egli massone. Nel frattempo tutte le autorità civili delle Calabrie erano state destituite dal Liborio Romano, che al loro posto aveva nominati esponenti carbonari. Il 6 agosto Garibaldi lanciò un proclama e incominciò a prepararsi per lo sbarco nelle Calabrie, facendo approntare circa 200 barcacce dietro il Capo di Milazzo per il trasbordo delle sue orde. Il generale Melendez avvisò di questi preparativi il ministro Pianell, che non prese alcun provvedimento. L'8 agosto circa 150 garibaldini sbarcarono a Cannitello, dove, scambiata qualche fucilata con alcuni soldati borbonici, riuscirono a rifugiarsi nei boschi, protetti da elementi della Guardia nazionale, rivelatisi cosí già ostili. Il giorno 9 in Sicilia furono imposte le leggi sarde sulla marina mercantile. Il 12 agosto Garibaldi s'imbarcò sul Washington per recarsi in Sardegna allo scopo di farsi assegnare circa 9.000 uomini, che erano agli ordini del Pianciani, il quale li aveva destinati ad invadere i territori pontifici. Intanto, avvenivano altri modesti sbarchi a Bianco e a Bovalino, mentre le fregate Fulminante e Ettore Fieramosca, che incrociavano quel tratto di mare, 'non videro' alcun movimento di battelli. Il comportamento del comandante del Fieramosca, capitano Guillamat, indignò profondamente l'equipaggio, che lo chiuse nella stiva insieme ad altri ufficiali, dirigendo poi la nave verso Napoli. Ma qui gli ufficiali traditori furono liberati, mentre i fedeli marinai furono rinchiusi nel Castel S. Elmo come insubordinati. Nelle Puglie si ebbero dei moti popolari. Particolarmente gravi furono quelli a Ginosa e a Laterza contro esponenti liberali, verso cui i contadini reclamavano la restituzione delle terre demaniali e l'abolizione della Costituzione.

ASSALTO FALLITO NEL PORTO DI NAPOLI

La notte del 13 agosto, su ordine di Persano, la nave Tüköry, piena di 150 garibaldini al comando di Piola Caselli, partita da Palermo il giorno prima, entrò furtivamente nel golfo di Napoli. Il Caselli, in accordo col capitano massone Vacca, comandante del vascello Monarca, tentò di abbordare quest'ultimo con alcune barche per impossessarsene. Scoperto il movimento dalle sentinelle, che reagirono con un fuoco infernale, una sola barca riuscí a stento a rientrare sul Tüköry che si allontanò approfittando del buio della notte, ma lasciando numerosi assalitori morti. Il traditore Vacca trovò rifugio sulla nave piemontese Maria Adelaide ferma nella rada. A Napoli, in quei giorni, furono stampati e diffusi apertamente numerosi fogli antiborbonici con evidenti inviti alla rivolta, senza che dalla polizia fosse preso alcun provvedimento. Il 15 agosto un battaglione di bersaglieri piemontesi fu fatto arrivare segretamente nel porto di Napoli e tenuto sotto coperta per essere impiegato al momento opportuno. Il 16 agosto in Basilicata, a Corleto Perticara, alcuni settari manifestarono a favore dell'unità d'Italia, contemporaneamente anche a Catanzaro furono organizzate manifestazioni a favore dei garibaldini. In Potenza, il comandante dei gendarmi, capitano Salvatore Castagna, ebbe da un prete, don Rocco Brienza, l'offerta di duemila piastre e il grado di maggiore se avesse riconosciuto un governo provvisorio rivoluzionario. Per il suo diniego fu poi perseguitato e dovette rifugiarsi tra i monti, unitamente ai suoi gendarmi.

NASCE LA PRIMA RESISTENZA ORGANIZZATA

Il 17 agosto in Sicilia furono emanati dei decreti, come quello del corso legale della moneta piemontese, che in pratica significavano l'annessione dell'isola al Piemonte. In quel giorno fu ucciso a Pantelleria il collaborazionista Antonio Ribera, comandante della guardia nazionale, della cui morte i garibaldini accusarono i giovanissimi nipoti perché filoborbonici. Questi riuscirono tuttavia a sfuggire ai traditori e formarono da quel momento, unitamente ad altri legittimisti, la banda insorgente dei fratelli Ribera. A causa dei continui rastrellamenti, tuttavia, la banda Ribera dopo qualche tempo dovette lasciare l'isola per rifugiarsi a Malta.

SBARCO IN CALABRIA

Rientrato a Palermo, la sera del 18 Garibaldi fece rotta per Giardini, vicino Messina, sul piccolo piroscafo Franklin, mentre Bixio era sul piroscafo piú grande, il Torino. Le due navi trasportavano circa duemila uomini provenienti da Genova e che furono fatti sbarcare la mattina dopo sulla spiaggia di Rombolo, presso Melito di Porto Salvo. La località era stata scelta perché alcuni traditori del luogo, i massoni Tommaso Nardella, giudice, ed il sedicente colonnello Antonino Plutino, avevano provveduto a far occupare l'ufficio telegrafico e gli uffici comunali, dove nei giorni precedenti erano state depredate le casse comunali, con alcuni garibaldini sbarcati il giorno 8 agosto. Il comando di quei predoni era stato sistemato nel Casino Ramirez, già approntato dai traditori il giorno prima. Dopo lo sbarco arrivarono le navi duosiciliane Fulminante e l'Aquila, comandate dal Capitano Salazar. Questi, incontrato il Franklin (battente bandiera americana) che si recava al Faro per chiedere aiuto per il Torino, arenatosi accidentalmente sulla spiaggia, lo lasciò passare, vedendolo vuota (ma a bordo c'era il Garibaldi). In seguito, visto sulla spiaggia il vuoto Torino, si limitò a incendiarlo ed a cannoneggiare i garibaldini che si erano accampati nella pianura di Rombolo. Garibaldi, avendo udito i colpi da lontano, si diresse nuovamente verso Melito, dove sbarcò per ricongiungersi ai suoi.


Da < http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Altre/Prima.htm>




 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Ricorrendo la nascita dell'Unitą d'Italia

Post n°2845 pubblicato il 23 Marzo 2020 da gazimo08

I NOVANTA GIORNI DI GARIBALDI IN SICILIA

Seconda parte

L'ARMATA ABBANDONA PALERMO

L'8 giugno le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell'8° di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscí dalle file e gli disse "Eccellé, o' vví quante simme. E ce n'avimma î accussí?" Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco!". Mentre l'Armata Napoletana procedeva alle operazioni d'imbarco, la Washington e l'Oregon partirono il 10 giugno da Cornigliano, imbarcando circa 2.000 uomini comandati dal Medici, ed arrivarono il 17 a Castellammare del Golfo. L'altra nave, la Franklin, imbarcò a Livorno 838 "volontari" comandati da Malencini, sbarcandoli a Favarotta qualche giorno dopo. Il 13 giugno il Garibaldi sciolse alcune squadre di volontari siciliani, i quali, resisi conto che è per l'annessione al Piemonte, e non per l'indipendenza della Sicilia, il motivo per cui combattevano, avevano incominciato a ribellarsi. In quegli stessi giorni il Nizzardo fu accettato nella Loggia massonica di Palermo ed in seguito elevato al grado di Maestro e poi di Gran Maestro.

MASSACRI E SACCHEGGI A PALERMO

Il 16 giugno fu il giorno piú atroce per Palermo, dove Garibaldi diede carta bianca alle sue orde che commisero violenze, stupri e saccheggi d'ogni genere. Moltissimi poliziotti e le loro famiglie furono assassinati in modo veramente barbaro e sotto gli occhi dell'indifferente e del tutto consenziente Garibaldi Il 19 giugno terminarono le operazioni d'imbarco delle truppe borboniche che arrivarono nel golfo di Napoli il 20. Il Lanza con il suo Stato Maggiore, per ordine del Re, fu posto agli arresti e confinato ad Ischia per essere sottoposto a giudizio da una commissione militare. Garibaldi, nel frattempo, formato un governo siciliano, ordinò l'emissione di altri buoni del tesoro per quattrocentomila ducati, portando il debito pubblico siciliano a circa sedici milioni di ducati. Furono confiscati tutti i beni ed il danaro del clero, in particolare dei Gesuiti che vennero espulsi. Nel frattempo, l'accozzaglia di gente al seguito del Garibaldi continuava a scatenarsi con delitti, saccheggi e stupri. Veramente atroci quelli commessi da un certo Mele e dal La Porta, che Garibaldi aveva addirittura nominato ministro della sicurezza pubblica.

LA LEGIONE STRANIERA GARIBALDINA

Furono arruolati numerosi avventurieri francesi, inglesi, tedeschi, ungheresi, polacchi, americani e perfino africani, insomma la feccia giunta da tutte le nazioni. Numerose, infatti, furono le presenze straniere al servizio della spedizione dei Mille, anche queste spesso volutamente dimenticate dalla storia ufficiale e dai testi scolastici. Inglese era il colonnello Giovanni Dunn, cosí come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell'italiano Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tukory, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese divenne preziosa per l'occupazione della Sicilia e per tante battaglie. La "forza" dei "volontari" polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i turchi vi era anche il famoso avventuriero Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone. Vi fu pure l'apporto di battaglioni di algerini (Zwavi) e di Indiani, messi a disposizione di Garibaldi dal Governo di Sua Maestà britannica.

FRANCESCO II RIPRISTINA LA COSTITUZIONE

A Napoli, il Re Francesco II, fraudolentemente consigliato, decretò a Portici il 25 giugno il ripristino della Costituzione del 1848, con ampia amnistia. Tra i consiglieri favorevoli alla concessione vi furono il Conte d'Aquila e il Conte di Siracusa, zii del Re, che avevano avuto tali suggerimenti da Napoleone III a seguito della missione diplomatica di Giacomo De Martino a Parigi. I contrari furono i ministri Troya, Scorza e Carrascosa. Quest'ultimo anzi affermò che: "la Costituzione sarà la tomba della Monarchia". In occasione del ripristino della Costituzione queste furono le parole di Francesco II: "Desiderando dare a' Nostri amatissimi sudditi un attestato della nostra Sovrana benevolenza, ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel Regno, in armonia co' principii italiani e nazionali in modo da garentire la sicurezza e la prosperità in avvenire, e da stringere sempre piú i legami che Ci uniscono a' popoli che la Provvidenza Ci ha chiamati a governare". Ma la concessione della costituzione fu veramente inopportuna in quel frangente, perché contribuí a creare ancora piú disordine, in quanto permise a molti pericolosissimi fuoriusciti di rientrare nel Regno e di occupare molti incarichi importanti nell'amministrazione del governo. In quei frangenti l'avvocato Liborio Romano s'incontrò a Napoli nel Palazzo Salza, alla Riviera, con il conte Brenier console francese a Napoli. Il 26 giugno, ancora su consiglio del suo governo, il giovane re Francesco II stabilí, inoltre, che la nuova bandiera nazionale fosse quella tricolore, rossa, bianca e verde, conservando nel mezzo le armi della dinastia borbonica.

IL PIEMONTE INVIA ALTRE TRUPPE

Nel frattempo, ad iniziare proprio dal 26 giugno, partirono da Genova, La Spezia e Livorno per la Sicilia numerose navi, con una media di una ogni tre giorni, che fino al 21 agosto trasportarono in Sicilia altri 21.000 "volontari" piemontesi.

NASCITA DELLA CAMORRA DI STATO

Francesco II il 27 giugno nominò Capo del Governo Antonio Spinelli, che diede l'incarico di prefetto di polizia al leccese Liborio Romano, già in combutta con la camorra per preparare l'ingresso di Garibaldi in Napoli, cosí come era avvenuto a Palermo con l'aiuto della delinquenza locale. Fu, dunque, proprio con l'invasione piemontese che la delinquenza fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell'alleanza con la nuova classe politica che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni. Il conte d'Aquila venne nominato comandante supremo dell'Armata di Mare. Il Ministero della guerra, a cui era preposto l'onesto e anziano Ritucci, venne affidato al generale Giuseppe Salvatore Pianell, che lasciò il Comando Territoriale degli Abruzzi al generale De Benedictis. Per effetto del ripristino della costituzione, il 1° luglio vennero nominati in ogni provincia nuovi intendenti, quasi tutti massoni. Il Cavour, intanto, allo scopo di intavolare defatiganti trattative con il governo borbonico, aveva inviato a Napoli il diplomatico Visconti Venosta. Subito dopo, il 3 luglio, si ebbero le prime manifestazioni contro i "galantuomini" e la guardia nazionale a Salerno e ad Avellino, dove significativamente il popolo manifestava al grido di "Viva 'o Rre Francesco" contro la costituzione. Per lo stesso motivo anche a Vasto si ebbero violente sommosse da parte di alcune centinaia di contadini armati di sole falci.

IL TRADIMENTO DELL'ARMATA DI MARE

Il giorno 5 luglio il capitano di fregata Amilcare Anguissola, al ritorno da una missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento da Messina a Milazzo, invece di rientrare a Messina, proseguí per Palermo, dove consegnò la pirofregata Veloce al contrammiraglio piemontese Carlo Pellion di Persano. Questi la cedette a Garibaldi, che la fece ribattezzare Tuckery, ma su 144 uomini di equipaggio i traditori che aderirono ai garibaldini furono solo 41. Il Re Francesco, allora, ordinò al capitano di vascello Rodriguez al comando della pirofregata Tancredi di catturare la nave, dandogli di rinforzo altre tre pirofregate, ma il conte d'Aquila fece fallire tale decisione con defatiganti disposizioni. Nacque da questi episodi di tradimento l'esclamazione tipica dei napoletani: "mannaggia 'a Marina" che ancora oggi è diffusissima.

COSTITUZIONE DELLA GUARDIA NAZIONALE

In Messina, intanto, si concentravano oltre 24.000 soldati inviati dagli Abruzzi e da Gaeta. Nella parte continentale del Regno, invece, per effetto del ripristino della Costituzione, fu organizzata la Guardia Nazionale in tutti i comuni, formandola con gli elementi liberali piú facinorosi. A causa dell'atmosfera politicamente malsana e dei disordini verificatisi in Napoli, la Regina madre decise di rifugiarsi a Gaeta. Fino a questo periodo, nel Regno delle Due Sicilie non vi erano stati che trascurabili episodi di delinquenza comune. La marea della delinquenza piú pesante incominciò a montare con l'avvento dei garibaldini. La stessa Sila, che divenne in seguito il perenne ricettacolo del banditismo, fino al 1860 si poteva liberamente percorrere senza tema d'incontrarne.

(continua)

 

Da < http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Altre/Prima.htm>

 

 


 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Ricorrendo la nascita dell'Unitą d'Italia

Post n°2844 pubblicato il 17 Marzo 2020 da gazimo08

 

I NOVANTA GIORNI DI GARIBALDI IN SICILIA

Prima parte


LA PARTENZA DA QUARTO

Il 6 maggio Garibaldi partí con 1.089 avventurieri da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di Raffaele Rubattino, un tale G.B. Fauché, affiliato alla loggia "Trionfo Ligure" di Genova. Le due navi erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del debito furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour, come da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino, presenti anche l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi e che avevano ricevuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza Politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio. La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e responsabilmente dal governo piemontese. I "mille" provenivano per oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine decrescente, vi erano toscani, parmensi, modenesi. Tra costoro vi erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avventura e di saccheggi. Il giorno 7 Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino ad Orbetello, dove venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi, con il compito di promuovere una sommossa negli Abruzzi, ma subito dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furono messi in fuga dai decisi gendarmi papalini. L’8 maggio Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti rimanessero a bordo, dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano fatto in Talamone. Successivamente, dopo aver imbarcato circa 2.000 "disertori" piemontesi, carbone e altre armi a Orbetello, scortato dalle navi piemontesi, ripartí il 9 maggio e sbarcò a Marsala il giorno 11.

LO SBARCO A MARSALA

Le due navi piemontesi furono avvistate con "ritardo" dalle navi borboniche. Erano in servizio in quelle acque la pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal traditore capitano Guglielmo Acton) ed il vapore armato Capri. Avvistarono i garibaldini la Stromboli e il Capri. Quest’ultimo era comandato dal capitano Marino Caracciolo che, volutamente, senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini. Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenato per permettere piú velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a Napoli. A Marsala parte della popolazione si chiuse in casa, altri fuggirono nelle campagne. I garibaldini, accolti festosamente solo dagli inglesi, per prima cosa abbatterono il telegrafo, poi alcuni si accamparono nei pressi della città praticamente vuota, mentre Garibaldi, temendo la reazione popolare si rifugiò con altri nella vicina isola di Mozia. Il governo borbonico, tramite il ministro Carafa, protestò il giorno 12 a Torino contro quell’inqualificabile atto di pirateria sostenuto dal Piemonte. Cavour dichiarò sulla Gazzetta Ufficiale che il governo piemontese era del tutto estraneo alle azioni dei "filibustieri garibaldini". Intanto in tutto il Piemonte, con l’appoggio proprio del governo sardo, erano state attivate le società operaie di mutuo soccorso, le dame della Torino bene e altre logge per raccogliere fondi per "l’eroica impresa garibaldina".

LA BATTAGLIA DI CALATAFIMI

Il giorno 13 Garibaldi, entrato in Salemi, dove il barone Sant’Anna aveva affiancato i suoi "picciotti" all’orda garibaldina, si proclamò dittatore della Sicilia. Nel frattempo il governatore Castelcicala spingeva all’azione le forze duosiciliane, comandate dal generale Landi. Costui, con circa tremila uomini ai suoi ordini, inviò da Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ... ritirarsi. Il maggiore Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie, incontrò il giorno 15 i garibaldini e non poté fare a meno di assalirli. I garibaldini, che ebbero trenta morti, vennero sgominati e tentarono di rifugiarsi sulle colline, ove furono inseguiti dallo Sforza. In quel mentre il generale Landi, invece di inviare altre forze per il completamento del successo, ordinò la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il grosso che si stava incredibilmente allontanando. Ne seguí un caos indescrivibile, un po’ perché la truppa non riusciva a capire il motivo della ritirata, un po’ perché qualche sfrontato garibaldino, tornato indietro, si era messo a sparare sulla retroguardia duosiciliana. Il giorno 17 il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle sue truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Ad Alcara Li Fusi i sovversivi scatenarono una violenta rivolta, durante la quale furono depredati ed assassinati molti civili. Garibaldi, per scopi demagogici e per calmare la situazione, decretò l’abolizione della tassa sul macinato e sui dazi. Il comportamento del Landi fu comprensibilissimo, quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari carbonari una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. La cosa piú incredibile fu che al Landi non fu mosso alcun rilievo e fu solo sostituito nel comando dal generale Lanza.

L’INGRESSO A PALERMO

Il porto di Palermo, intanto, si affollava di navi straniere, tra cui il vascello inglese Annibal che arrivò il giorno 20 con a bordo l’ammiraglio Rodney Mundy. Questi ebbe molti colloqui con il Lanza nei giorni successivi. Lo stesso giorno Garibaldi istituí il "Comitato per il sequestro dei fondi per le esattorie" a cui avrebbero dovuto far capo tutti i sequestri di danaro necessario per alimentare le sue bande.Nel frattempo i continui solleciti di Francesco II per assaltare gli invasori costrinsero il Lanza all’azione. Inviò il giorno 21 due colonne militari, una formata dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco (nella figura a fianco), per un totale di tremila uomini e quattro obici da montagna. Un primo scontro avvenne verso Partinico, ove circa mille "filibustieri" furono rapidamente messi in fuga dal Meckel. In questo scontro vi morí Rosolino Pilo. Il resto delle bande garibaldine, con lo stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario, due miglia sopra il Parco, ove si trincerò. Il Meckel invece di attaccare subito, aspettò inopinatamente per due giorni l’arrivo d’altre truppe, chieste al Lanza, per circondare completamente i ribelli. Arrivarono, invece, e solo il giorno 23, appena due battaglioni al comando del colonnello Filippo Colonna. Il giorno successivo, al primo attacco dei borbonici, le orde del Türr si sbandarono e Garibaldi, quasi circondato, fuggí fortunosamente nella notte con il resto verso Corleone. I garibaldini poi si divisero in due gruppi al quadrivio di Ficuzza, uno con il Garibaldi si diresse per Palermo, ove sarebbero stati sicuramente protetti dal Lanza e dalle predisposte sommosse carbonare, l’altro al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di Bosco inseguirono l’Orsini. L’Orsini si era attestato con i suoi a Corleone, ove fu immediatamente investito dal Bosco che, con un rapido e violento assalto, disintegrò le bande, eliminandole definitivamente dalle operazioni belliche. Il Meckel, intanto, aveva inviato velocemente parte delle sue truppe con il Colonna a posizionarsi al ponte delle Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri. A Palermo, il Lanza, che aveva lasciate a bella posta praticamente sguarnite le porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di acquartierarsi, cosicché quegli ingressi rimasero difesi solo da 260 reclute. Garibaldi, rinforzate le sue bande con altri tremila e cinquecento uomini raccolti nella delinquenza siciliana, nella notte tra il 26 ed il 27 maggio assalí Palermo proprio attraverso la porta S. Antonino, prevalendo facilmente sulle poche truppe borboniche. Il quel momento il Lanza disponeva di circa sedicimila uomini, i quali su suo ordine erano stati rinchiusi nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze. All’ingresso dei garibaldini nella città, le truppe duosiciliane, invece di essere impiegate a massa, furono impiegate a piccoli gruppi che furono facilmente sopraffatti, anche perché disturbati dal cecchinaggio dei sovversivi palermitani.

 

(continua)

Da < http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Altre/Prima.htm>

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Video di Gaetano Zingales

Post n°2843 pubblicato il 03 Marzo 2020 da gazimo08
Foto di gazimo08

 

INTRODUZIONE A

IL MIO LUNGO PERCORSO

 

Quando una persona si avvicina alla fine del suo cammino, si siede su un virtuale grosso sasso e va col pensiero ai fotogrammi disseminati lungo la sua lunghissima strada. E' quello che idealmente ho fatto io.

Come in un revival, ho acceso un vecchio proiettore per fare scorrere nella mia mente, ancora lucida, le tante diapositive che hanno tipizzato il mio vivere, dall'infanzia ad oggi.

Il Presidente Sandro Pertini ebbe ad affermare che, se fosse stato necessario, era disposto a ripercorrere quel suo stesso cammino in quanto non si era pentito di niente. Del Comandante Partigiano Socialista conosciamo la sua vita di antifascista, che lo portò ad essere segregato nelle carceri di Mussolini, ma anche quella di esule in Francia e di muratore per necessità.

Io non posso affermare che sarei disposto a ripercorrere il medesimo cammino perchè ho commesso, nella mia vita, alcuni errori, pur avendo fatto anche cose belle. Quali? Occorre saper leggere tra le righe... del filmato.

Nel mio ufficio, al Sindacato, poiché ne avevo lette le rispettive biografie, avevo affissi alle pareti tre poster: di Pertini, di Salvatore Carnevale (il Sindacalista socialista ucciso dalla mafia) e di Che Guevara, quali simboli e riferimenti ideali ai principi di Libertà, di Giustizia sociale, di difesa dei lavoratori e dei più deboli.

Senza alcun commento, nel caso in cui la mia esperienza vissuta possa servire quale esempio ed ammaestramento, pubblico il video di ottantuno anni di vita, alcuni dei quali di “lotta e di governo”. Esso è dedicato al mio paese natio, Longi, che, pur non essendomi stato concesso di viverci, l'ho vissuto a distanza, l'ho servito perchè profondo è il mio amore per la terra mia e dei miei avi.

Sarebbe bello se chi ha avuto una esistenza intensa volesse pubblicare la sua storia. Le storie, personali e pubbliche, sono maestre di vita!

Ed infine, ringrazio il mio amico, il Prof. Ing. Franco Pidalà, nonché artista longese autore di pregevoli tele, per l'ottimo lavoro di montaggio e di inserimento del sottofondo musicale.

 

gaetano.zingales@gmail.com

VIDEO (CLICCA)

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

CURE E S.S.N.

Post n°2835 pubblicato il 24 Giugno 2019 da gazimo08
Foto di gazimo08

 

 

La sofferenza non può attendere i tempi biblici della Sanità Italiana

 

All'ospedale Giglio-San Raffaele di Cefalù, da alcuni mesi , a seguito di richiesta di prestazione specialistica, la risposta è "non ci sono posti". Se però chiedi una intra- moenia, all'improvviso i posti ci sono. L'alternativa, pertanto, è quella di cercare presso le strutture sanitarie di Palermo con notevole disagio del paziente tra viaggio e soggiorno, soprattutto quando il paziente deve essere accompagnato. Ma anche lì i tempi di attesa sono lunghi; però una risposta la si riesce ad avere. Ora, siccome la sofferenza ed il dolore fisico non possono aspettare i tempi biblici della Sanità pubblica, spesso si ricorre alle prestazioni a pagamento con notevole sacrificio economico di coloro che hanno redditi medio-bassi.

Aggiungo che anche le strutture sanitarie private convenzionate con il S.S.N. si sono fatte "furbe". Infatti, se sei esente dal pagamento della prestazione o del ticket, ti danno appuntamento dopo alcuni mesi; se, invece devi pagare, la tua prestazione avverrà entro pochi giorni.

Parecchi anni addietro, quando c'era l'ENPAS, il paziente presentava all'Ente le ricevute dei farmaci comprati e delle visite effettuate e l'importo complessivo veniva rimborsato con il taglio del 10 o 20%.

Di conseguenza, nell'impossibilità di eliminare i "furbeschi comportamenti", pubblici e privati,ed in caso ,pertanto, di necessario ricorso al "privato", perchè si ha urgenza per alleviare la propria sofferenza, mi sento di avanzare siffatta proposta: inserire le relative fatture nella dichiarazione annuale dei redditi, ed anzichè al 19 % le stesse potrebbero essere rimborsate al 100%. Sarebbe, questo, un modo con cui venire incontro al cittadino che, pur avendo versato e versa i contributi per il SSN, è costretto a mettere mano al suo portafoglio per potersi curare come si conviene ad ogni essere umano.

Le promesse o i tentativi di una riforma dell'organizzazione del Sistema Sanitario Nazionale non potranno essere mai attuati perchè notevoli sono le resistenze delle lobby e delle categorie professionali, che traggono profitti dalle prestazioni sanitarie, nonchè gli ostacoli di natura politica che vengono frapposti per la pressione su loro esercitata dei gruppi di potere che ruotano attorno all'emisfero sanitario.

G.Z.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

LONGI.

Post n°2834 pubblicato il 30 Maggio 2019 da gazimo08
Foto di gazimo08

 

 A CONFRONTO I RISULTATI DELLE ELEZIONI EUROPEE E DI QUELLE POLITICHE 2018

 

Sky TG24,

RISULTATI ELEZIONI EUROPEE

Elezioni Europee 2019 - Comune Di Longi

Fonte dati: Ministero dell'Interno

3 sezioni su 3, pari al 100% Dato definitivo

 

Liste

Voti

%

Forza Italia

366

51.84%

Movimento 5 Stelle

177

25.07%

Lega Salvini Premier

60

8.50%

Partito Democratico

51

7.22%

Fratelli D'Italia

31

4.39%

+europa Italia In Comune Pde Italia

8

1.13%

Europa Verde

3

0.42%

Popolo Della Famiglia Alternativa Popolare

3

0.42%

Partito Comunista

2

0.28%

Popolari Per L'Italia

2

0.28%

La Sinistra

2

0.28%

Partito Animalista

1

0.14%

Forza Nuova

0

0%

Casapound Italia Destre Unite

0

0%

Partito Pirata

0

0%

***************************************************************

 

IlFattoQuotidiano.it /

Elezioni Politiche 2018 /

Risultati / Camera / Circoscrizione SICILIA 2 / Collegio Plurinominale SICILIA 2 - 01 / Collegio Uninominale 02 - BARCELLONA POZZO DI GOTTO / Longi

 

LONGI

Affluenza: 72,34%

3 sezioni su 3

 

72,34% affluenza

837 votanti

29 schede bianche

16 schede nulle

0 schede contestate

Consiglieri da eleggere:0 Elettori: 1.157

Fonte: Ministero dell'Interno

 

 

Alessio Mattia Villarosa

Movimento 5 Stelle

Voti 369

46,59%

MOVIMENTO 5 STELLE

Voti 364

46,48%

 

Maria Tindara Gullo

Centro Destra

Voti 269

33,96%

FORZA ITALIA

Voti 233

29,75%

LEGA

Voti 20

2,55%

FRATELLI D'ITALIA CON GIORGIA MELONI

Voti 8

1,02%

NOI CON L'ITALIA - UDC

Voti 7

0,89%

 

Natalia Anna Cimino

Centro Sinistra

Voti 121

15,27%

PARTITO DEMOCRATICO

Voti 108

13,79%

CIVICA POPOLARE LORENZIN

Voti 7

0,89%

+EUROPA

Voti 3

0,38%

ITALIA EUROPA INSIEME

Voti 2

0,25%

 

Francesca Pietropaolo

Liberi e Uguali

Voti 23

2,9%

LIBERI E UGUALI

Voti 22

2,8%

 

Fabio Cannizzaro

Potere al Popolo!

Voti 4

0,5%

POTERE AL POPOLO!

Voti 3

0,38%

 

Roberto Romeo

Partito Comunista

Voti 2

0,25%

PARTITO COMUNISTA

Voti 2

0,25%

 

Alessia Di Mauro

Italia agli Italiani

Voti 2

0,25%

ITALIA AGLI ITALIANI

Voti 2

0,25%

 

Sandra Romeo

Il Popolo della Famiglia

Voti 2

0,25%

IL POPOLO DELLA FAMIGLIA

Voti 2

0,25%

 

Maria Stefania Longordo

Casapound Italia

Voti 0

0,0%

CASAPOUND ITALIA

Voti 0

0,0%

 

Loredana Zappulla

Lista del Popolo per la Costituzione

Voti 0

0,0%

LISTA DEL POPOLO PER LA COSTITUZIONE

Voti 0

0,0%

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Longi

Post n°2833 pubblicato il 28 Febbraio 2019 da gazimo08
Foto di gazimo08

AL LAVORO PER UN NUOVO CORSO

DEMOCRATICO LONGESE

 

Un "coraggioso"... anonimo mi ha criticato su FB perchè ho gioito per la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Messina ha dichiarato ineleggibile, perchè esiste una causa di incompatibilità locale (leggi sentenza), il già recente Sindaco. Ne spiego il motivo. Sul paese, da un paio di anni a questa parte, era calata una pesante cappa di silenzio. Un silente, latente impedimento a potere esplicitare il proprio libero pensiero si aggirava lungo le vie del paese. Perchè ? Personalmente ho un convincimento, ma non lo esplicito per ovvi motivi di prudenza e di rispetto nei confronti dei concittadini; però ognuno ne potrà dare la giusta, personale interpretazione.

Durante la mia gestione amministrativa e di quella dell'ex Sindaco Lazzara la gente discuteva in piazza animatamente. Eccome! Fenomeno che venne a cessare, - inspiegabilmente essendo cittadini liberi che vivono in regime di democrazia, - durante le differenti gestioni amministrative. In parecchi notammo ciò. Io vivo lontano dal mio paese di origine, ma ho lì orecchie che mi riferiscono quanto accade perchè amo seguire le vicende sociali del paese in cui la mia famiglia ha avuto l'onore di servirlo attraverso tre Sindaci. Per questo motivo ho invitato a cantare "Bella ciao", il canto della liberazione dall'oppressione autoritaria del fascismo. Certo, l'accostamento è irriverente perchè immenso è lo spirito ed il messaggio del canto della Resistenza rispetto alla..."spazzata" locale della pesante cappa di strisciante silenzio che incombeva sul nostro amato paese. Ma è servito, però, per rendere il significato di una veniente svolta di libertà di espressione del proprio pensiero.

«Non sono d'accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Questa frase attribuita a Voltaire rende l'immensità , la bellezza e l'importanza della libertà.

Lorenzo Erre ( a proposito, è un movimento locale dacché nella esposizione del suo pensiero si esprime con un "noi"?) mi chiede se sono a conoscenza a quali disastri si andrà incontro. Non creiamo allarmismi. Quando a Longi, negli anni '90 del secolo scorso, c'era un Commissario ad acta alcuni amici credettero di togliere le castagne dal fuoco attraverso "l'ingenuo" sottoscritto. Eletto, con una maggioranza bulgara, mi trovai di fronte all'immenso problema della dichiarazione del dissesto in quanto il paese aveva un debito fuori bilancio di circa due miliardi di lire. Riuscii ad evitare la dichiarazione di "default" del Comune ricorrendo rocambolescamente a diverse istanze che mi consentirono di pagare i debiti attraverso un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti .Non sto qui a descrivere come riuscii ad evitare, quindi, l'abbattersi di gravi conseguenze amministrative sul paese se avessi accettato la richiesta di dichiarazione di dissesto da parte del Segretario Comunale e del Revisore dei Conti.. I cittadini , però, allo scadere del mio mandato, mi ringraziarono con una pedata nel sedere. Ma anche questa è democrazia.

Riprendendo il discorso: nessun disastro é incombente sul paese dopo la nota sentenza della Corte d'Appello di Messina. Il paese subirà una stasi amministrativa di un paio di mesi in quanto verrà gestito da un Commissario ad acta per l'ordinaria amministrazione, ma , nel frattempo, si preparerà a mettere in piedi una o due liste, i cui componenti non devono essere incompatibili con alcunché.

Mi auguro che avvenga una vera svolta di rinnovamento che veda nuove leve, nuove capacità di un certo livello, meglio se con esperienze di pubblica amministrazione , uomini e donne che si impegnino ad operare per l'esistenza in vita di questo borgo perchè , con dolore, debbo notare che dai 2500 abitanti di parecchi anni addietro ci si è ridotti a contare circa 1500 abitanti odierni. Se non si riuscirà a fermare l'impoverimento anagrafico e residenziale, con puntuali ed opportuni progetti, fra non molti anni Longi diverrà un villaggio, inglobato amministrativamente in qualche centro viciniore.

E' opportuno, pertanto, deporre le armi dell'astio , peggio ancora dell'odio, e lavorare per costruire un futuro di progresso e di pacifica convivenza.

Occorrerà, quindi, rendersi disponibili ad operare con spirito di servizio nei confronti del proprio paese, scevri da rivincite, da ambizioni personali, coscienti che, come amministratori, invero, si è Sindaco, Assessore, Consigliere non soltanto per i propri elettori ma per tutti i cittadini. L'arroganza del potere, alla lunga, non paga perchè non tiene conto della dovuta equità ed è lungi dal riconoscere i diritti di ciascuno e di tutti.

Il confronto tra liste politicamente avversarie - non nemiche - dovrà avvenire attraverso l'elaborazione e la presentazione di un programma convincente e senza progetti inattuabili in quanto i tempi sono radicalmente cambiati, le leggi che riguardano gli enti locali hanno ristretto i cordoni delle borse dei finanziamenti. A mò di esempio, occorre evitare l'irrealizzabile "libro dei sogni", ma essere attenti per cogliere ciò che "passa il convento", cioè i finanziamenti previsti dallo Stato, dalla Regione e dalla Comunità europea attingendo le dovute informazioni presso le relative istanze del Governo regionale. Ma soprattutto: più cultura in tutte le sue forme e più turismo culturale ed ambientale, sfruttando le risorse naturali, iniziative che danno un ritorno economico reale in generale, specialmente se gestite da cooperative giovanili, ma anche nell'indotto ( B&B, ristoranti, trattorie, pizzeria, generi alimentari. ecc) Ed ancora, si potrebbero mettere in piedi cantieri (o mini -progetti) annuali per il rimboschimento dei costoni attorno al paese, scoperti e del demanio comunale, principalmente quelli sovrastanti il centro abitato, nonché progetti per il consolidamento delle zone, localmente individuate da uno apposito studio della Regione Siciliana, a rischio di dissesto idro-geologico. Inoltre, occorre gestire con trasparenza , con giustizia e senza gli odiosi clientelismi, che discriminano i cittadini in schieramenti di serie A e di serie B. Ed ancora essere fautori di un confronto democratico sempre ed in tutte le sedi, istituzionali e non, coinvolgendo nelle scelte i cittadini.

Chi scrive, durante la campagna elettorale del 1997, incontrando in Corso Umberto I uno dei due avversari politici, si fermò per augurare, stringendogli la mano, che potesse vincere, come si suol dire, "il migliore". Si è avversari politici, ma non nemici, soprattutto in un piccolo centro dove tutti si conoscono e dove la solidarietà deve essere presente. Schieramenti elettorali , si, ma che si sciolgono per condividere la decisione della maggioranza che ha affidato ad uno schieramento specifico la gestione del proprio paese.

Concludo col rammentare alcuni passaggi di un discorso agli Ateniesi , tenuto nel 431 a. C., dal grande Pericle: < Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. .............

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.......

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso..........

Ed infine, la famosa frase, che ebbi ad incorniciare collocandola alle mie spalle nella stanza riservata al Sindaco, che mi piace rammentare perché sempre valida: "Sapere quello che va fatto ed essere capace di spiegarlo, amare il proprio paese ed essere incorruttibile, sono le qualità necessarie e ad uomo che deve governare la propria città " (460 a.C.) >

Buon lavoro ed auguri Longi, paese mio!

Dalla mia residenza, febbraio 2019

Gaetano Zingales

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Longi

Post n°2832 pubblicato il 25 Gennaio 2019 da gazimo08
Foto di gazimo08

 

 

IL MUNICIPIO MESSO IN


SICUREZZA E ...RINFRESCATO


Da un mio scritto riprendo un passaggio riferito alla antica gestione del Comune: <<Il Consiglio comunale era formato da cinque persone ed era presieduto dal parroco, che lo convocava presso la Chiesa Madre. L’Universitas – l’antico Comune – era affidata per la sua gestione ad un baiulo nominato dal barone; i suoi compiti erano quelli dell’esercizio dei poteri di giustizia  e di amministrazione ed era coadiuvato da un giudice e da un maestro notaro. “Homines jurati” era il loro appellativo ed insieme formavano la corte baiulare .

Dal Re Federico III, nel 1324, vennero sanciti i loro compiti: “spendere per comune utilità gli introiti, mettere le mete alle cose venali, sorvegliare i pesi e le misure dei venditori, impedire che si fabbricasse in luogo comunale, riunirsi ogni venerdì per esaminare e decidere sugli affari dell’Universitas……, far nettare la città, provvedere agli edifici che minacciavano rovina, conoscere e decidere controversie sulle gabelle comunali, sulle siepi, confini e divisioni delle vigne, delle case e di altri possessioni”. Allora, come oggi?

La “domus iuratorum”, realizzata molto tardi, custodiva le scritture; prima, venivano depositate nell’archivio della Matrice; in entrambi i casi, si perse tutto: per incuria, per strafottenza e per ignoranza delle “necessità storiche e culturali”.>>(da Quel Borgo baciato dalle acque del Mylè)

 

 

L’Amministrazione comunale di Longi, nei secoli, ha conosciuto diverse tappe. La sede municipale venne costruita, presso un’area sotto la chiesa Madre (ove oggi sorge la scalinata di destra guardando la chiesa), negli anni ’20 del secolo scorso, dall’amministrazione diretta dal Sindaco Angelo Zingales, - il quale, tra l’altro, contribuì personalmente alle spese tagliando gli alberi di castagno, nella tenuta della sua famiglia di Crocetta e Cantales, occorrenti per il solaio-. L'ingresso agli uffici era dal “chianetto”.

Successivamente, nel dopoguerra, intorno agli anni ’50, l’amministrazione del geometra Nino Zingales spostò il Municipio, demolendo l'edificio, dal “chianetto” a quella che successivamente è stata la sede ultima e recente della Casa Madre, dopo averla fatta costruire con i fondi statali, stanziati per la ricostruzione post-bellica (verosimilmente attinti al “Piano Marshall”, appositamente istituito dagli USA per far rinascere il Paese dalla distruzione della guerra mondiale). Al piano terra e primo piano (con ingresso da via Roma) vennero allocati gli uffici mentre al piano sotto la sede stradale le stanze vennero destinate ad alcune aule scolastiche ( altre erano in piazza, al pianterreno della casa Iannì, dove precedentemente era l'ex ufficio postale) .

Negli anni recenti, e precisamente nel 2011, un forte terremoto ha lesionato l’ala originariamente destinata a Consiglio Comunale, la cui sede, però, era stata già trasferita presso i locali del Campetto Plurimo, in quanto il Sindaco di quel periodo vi aveva spostato la sua stanza. A seguito del terremoto, tutti gli uffici vennero trasferiti, in una situazione di precarietà, presso i detti locali del Campetto Plurimo.

Oggi, il Municipio di Longi, muto testimone della storia post-bellica del paese e di connesse vicende politiche, viene restituito alla sua originaria destinazione d’uso, per usare un termine tecnico, mentre la sede del Consiglio Comunale rimane dove era stata precedentemente trasferita.

A questo punto, auspichiamo che la Galleria d'arte – i cui quadri sono stati donati dal Cav. Ugo Zingales, figlio del longese Cav. Leone-Nicola, - possa ritornare visitabile da parte degli appassionati dell'arte e della cultura in genere. Sarebbe bello se si potesse arricchire con altre opere d'arte, donate da pittori, longesi (e ce ne sono anche fuori Longi) e da altri artisti da coinvolgere in apposite mostre o concorsi per ritrarre paesaggi delle terre longesi. Da costoro, l'opera vincitrice (avendo usufruito di un premio in denaro) dovrebbe rimanere in dotazione al Comune per arricchire la Galleria. Nei locali attigui alla stessa, si potrebbe trasferire la Biblioteca comunale, presso la quale la presenza giornaliera di un Operatore comunale potrebbe garantire anche la possibilità che le opere d'arte possano essere ammirate da eventuali turisti in visita al paese, ma anche dai longesi , stanziali o stagionali, che ne abbiano interesse culturale.

Concludo auspicando che nella restaurata sede municipale possano essere configurati progetti per migliori condizioni di vita dei cittadini e per il progresso economico del paese.

Gaetano Zingales

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

Il saggio storico su Longi di Gaetano Zingales

Post n°2831 pubblicato il 13 Novembre 2018 da gazimo08
Foto di gazimo08

 

Quel borgo baciato

dalle acque del Mylè

di Nino Vicario

La nascita di un libro rappresenta sempre un avvenimento di grande interesse e importanza poiché coinvolge fra le sue pagine, fatti, uomini e luoghi di una ben determinata realtà.

Pur se nel nostro caso non parliamo di una “nascita” vera e propria, in quanto di questo libro esiste già un prodromo che lo Zingales, autentico “innamorato” della sua Longi, ha già dato alle stampe. Si tratta dell’interessantissimo “Alle falde delle Rocche” datato 2015. Oggi, l’Autore, ci sorprende ancora con “Quel borgo baciato dalle acque del Mylé”, un “tomo” che conserva in nuce quei sentimenti di amore per un prezioso “fazzoletto di terra” nato intorno all’885 d.C. da una costola dell’antica Demenna, città posta sui Nebrodi distrutta dai saraceni, che ha spinto lo studioso longese (luncitanu) a curare con perizia certosina e incredibile maestria, una “biografia di Longi” ricca di storia e particolari a testimonianza fedele di tempi che furono, ormai lontani dai nostri ricordi ma “palpabili” in modo assai apodittico – per vecchie e nuove generazioni cui è dedicata la “storia” - attraverso la lettura di questo interessante studio culturale, religioso, politico ed economico.

Scorrendo le pagine di questo volume (già nelle librerie), si avrà subito l’immediata consapevolezza di non trovarsi di fronte alla consueta guida turistica bensì ad un prodotto più complesso, costruito non solo per la suggestione del viaggio, ma anche e soprattutto per il preliminare approccio tematico al viaggio stesso e che, al contempo si fa “anamnesi” di un popolo, scorrendo le innumerevoli e pregevoli fotografie corredate di relative didascalie e commenti dell’Autore stesso. Vi è qui da dire, inoltre, che la storia di un popolo non può prescindere dalle vicende religiose che, unitamente a quelle politiche e sociali, costituiscono come il tassello di un grande mosaico; anzi, a ben vedere, tutta la vita di una comunità come la Longese, ha ruotato attorno al campanile, al municipio, ai feudi, sicché leggere di fatti religiosi, di vicende politiche, di lotte sociali, oggi significa – questo l’intento di Zingales – entrare in contatto a tutto tondo con uomini, fatti e cose che hanno contribuito a fare la “Storia” di una comunità.

Che dire di più, dunque, se non augurando a Gaetano Zingales, che il suo faticoso lavoro (ci auguriamo non l’ultimo), nato dall’amore verso la sua terra e la sua gente, non si completi e non si concluda in queste pagine, ma che la ricerca possa continuare con altri studiosi, poiché crediamo che in ogni pensiero si celi la tradizione, il senso della storicità dell’individuo, il rispetto per l’uomo.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 

La mia prossima pubblicazione

Post n°2829 pubblicato il 28 Ottobre 2018 da gazimo08

QUEL BORGO BACIATO DALLE ACQUE DEL MYLE'

PERCHE' QUESTO TESTO


Prima di "depositare" le mie membra, già vetuste, in "quel di Ceramo", ho voluto consegnare al mio paese natio la sua storia, diversa da come, da altri, è stata descritta. I fatti, per definirsi  storici, devono essere raccontati così come sono accaduti. La storia, infatti, non può essere solo celebrativa ma rigorosamente descrittiva anche di eventi spiacevoli. Alcuni di questi ultimi, di cui ho memoria e conoscenza, li ho inseriti in questo mio lavoro pur non facendo riferimento diretto ai personaggi che li hanno generati perché sono viventi ancora i loro discendenti. Seppure le colpe dei padri non possono ricadere sui figli.

L'importante è narrare il "fatto" condannandolo e deprecandolo affinchè altri non possano commettere gli stessi "reati" perché quelle azioni dolorose e illegali hanno generato danno al paese ed ai cittadini che direttamente, od anche indirettamente, ne sono stati colpiti. E vanno denunciati come crimini affinché essi non si ripetano.

Altri storici futuri, probabilmente, fra cinquant'anni scriveranno "apertis verbis". Io ho narrato gli episodi senza indicare i personaggi con il loro cognome: alla perspicacia dei lettori lascio la possibilità di individuare i defunti attori.

Qualcuno potrà obiettare che sono vicende del passato e vanno taciute perché riguardano persone defunte. Non sono d'accordo nel momento in cui costoro hanno generato devastanti dispiaceri, le cui conseguenze sono state a lungo presenti nel tessuto sociale longese, cambiandone anche il decorso di vita socio-economica, ma anche delle persone coinvolte. E' probabile che i pochi lettori che mi leggeranno non saranno d'accordo. A costoro dico che uno storico si può definire tale se la sua coscienza descrive, nel rigore della verità, gli eventi senza omissioni o reticenze, né mistificazioni oppure ingigantendo gli stessi. Cioè, nudi e crudi.

Inoltre, aggiungo che personalmente l'omertà non è nella mia cultura. Io non mi ritengo culturalmente uno storico, ma un appassionato della storia in genere, di quella locale in particolare ed in tale veste mi sono cimentato per rendere un servizio socio-culturale al mio paese natio, che ho avuto l'onore si servire in qualità di Amministratore.

L'ultimo libro sulla storia di Longi risale ad alcuni decenni addietro, mentre altre pubblicazioni succedutesi hanno trattato temi particolari. Riuscire a raccogliere notizie per un compendio completo di Storia del paese, nell'accezione specifica della materia, mi ha indotto a fare delle ricerche approfondite per tentare di risalire alle origini per indi posare lo sguardo sui secoli successivi.

L'archivio storico comunale, relativo ai secoli che precedettero la II guerra mondiale, venne distrutto dalle bombe sganciate durante il conflitto sulla biblioteca che lo custodiva, in quel di Milazzo, laddove inspiegabilmente venne trasferito presumibilmente dall'Amministrazione fascista locale. Milazzo fu ritenuta luogo più sicuro per la sua preservazione. I fatti hanno dimostrato il contrario. Durante la contemporanea era repubblicana, i documenti esistenti presso il Castello centenario vennero "asportati notte tempo", assieme ad altri arredi, da "ignoti ladri".

Per non parlare dell'archivio parrocchiale, in cui parecchi documenti furono bruciati probabilmente per combattere, si dice, i rigidi inverni...

Ho dovuto esaminare, quindi, i pochi documenti e frammenti sparsi contenuti in alcune pubblicazioni. Da queste ultime, che hanno trattato argomenti, personaggi o eventi del luogo ho riportato le notizie più salienti. Di molto aiuto mi è stata la ricerca su internet, le interviste fatte a persone che rammentavano alcuni fatti accaduti oppure che erano la memoria vivente di leggende e tradizioni tramandate di generazione in generazione. Ne è venuto fuori un assemblaggio di notizie, discontinue necessariamente nello scorrere dei secoli, ma utili per stendere la storia del paese - senz'altro incompleta per il vuoto di alcuni secoli - dalle sue origini ai nostri giorni.

Per quanto riguarda, invece, la contemporaneità storica mi sono avvalso di testimonianze resemi da alcuni cittadini longevi, di "relata refero", nonché per essere stato partecipe attivamente di avvenimenti socio-politici. I quali mi hanno necessariamente indotto ad illustrarli - in quanto facenti parte di vicende recenti - con obiettività, senza partigianeria né animosità e con il rigore che un testo di storia, affinchè sia tale, esige.

La storia ammantata da pietismo o quella raccontata per costruire un periodare simile al "Cicero pro domo sua" tradisce la sua intrinseca verità e diventa un libello da bruciare nel rogo delle inutilità.

Il messaggio che proviene dalla pura Storia deve trasmettere ai posteri ed ai contemporanei, soprattutto ai giovani, valori che esprimano insegnamenti di un "modus vivendi" improntato ad una condotta morale socialmente giusta e solidale. E' quello che ho tentato di mettere in piedi attraverso questo mio modesto lavoro, durato anni di ricerche e di approfondimenti. Un lavoro, probabilmente lacunoso, ma trasparente e senza omissis né acredine e che parla di fatti lieti ma anche meno lieti. Tutto ciò che ho appreso l'ho scritto. Pagine celebrative per nessuno, semmai descrittive delle azioni e dell'operosità intelligente di alcuni; tuttavia epocali - mi sia consentito il termine - per Longi.

Fra 50 anni, probabilmente, chi scriverà una nuova Storia di Longi, riferendosi agli eventi contemporanei, lo potrà fare in maniera più esaustiva ed "apertis verbis".

Questo secondo volume fa seguito alla mia pubblicazione precedente, "Alle pendici delle Rocche", in cui avevo dovuto omettere, per esigenze editoriali, alcuni documenti. Ritengo che sia venuto fuori un testo aggiornato ed arricchito sul piano storico. Infatti, questa stesura è incentrata sulla storia di Longi, dai primordi all'era contemporanea, senza ripetere eventi già pubblicati nella precedente edizione, già esaurita. Su quest'ultimo testo ho riportato alcuni argomenti con qualche modifica rispetto all'edizione del 2003. Ho aggiunto, inoltre, altri documenti, che - ritengo - arricchiscono le informazioni documentali Mi auguro di essere riuscito nell'intento senza nulla togliere alla lettura di testi analoghi, scritti da altri autori, importanti come fonti da me consultate.

Ho dovuto narrare, in prima persona, di eventi succedutisi nel recente passato in quanto sono stato testimone e protagonista per la carica istituzionale da me ricoperta. Fatti, che, in un'ottica storica, vanno portati a conoscenza della comunità e dei lettori, anche se non lieti o dolorosi.

Ometterli sarebbe stata una grave mancanza ed un occultamento della storia del paese. Oltretutto, il mio intento è quello della condivisione dell'assunto che "bisogna conoscere la propria storia passata per guardare al futuro". E per chi si accinge alla guida della comunità, l'aggiornamento culturale su fatti ed eventi succedutisi nel tempo è un percorso doveroso ed eticamente importante per un richiamo ai valori, cui dovrebbe ispirarsi colui che vuole amministrare il paese. Ma anche per il cittadino comune la conoscenza rientra nel dovere civico.

Per una completezza di informazioni, ho inserito un mio saggio sull'esistenza della antica città di Demenna in quanto è da lì che partono le origini di Longi, dai lacedemoni, dagli spartani quindi, sbarcati sulle rive del Tirreno e rifugiatisi sulle Rocche del Crasto. Ho inserito anche altri testi di studiosi relativi a personaggi e fatti che sono stati protagonisti nel passato, lontano e degli ultimi secoli.

In uno con i libri dello scrittore Francesco Lazzara, ritengo che abbiamo donato al paese una ricchezza di notizie, che vanno a formare la Storia di Longi, pur essendo diverse, come contenuto, le rispettive opere.

Mi scuso per le sofferte omissioni di testi presenti nella prima edizione, ma le esigenze di natura prettamente storica e di editoria mi hanno indotto a fare siffatta scelta. In tutti i casi, mi auguro di avere reso un contributo, modesto ma completo, alla ricerca storica su Longi.

Ringrazio la d.ssa Immacolata Pidalà per la profonda analisi fatta per presentare l'opera dopo la lettura del corposo tomo.

Sono dovuto ricorrere al "fai da te" per la pubblicazione del libro essendo rimasta senza riscontro la richiesta di stampa e pubblicazione ai due enti pubblici locali. La "consueta distribuzione" gratuita, pertanto, non è stata possibile in quanto sarebbe stato un onere economico personale non indifferente, considerato il costo unitario di ciascun volume moltiplicato per le centinaia di copie che si dovrebbero stampare per tutti i cittadini.

 

                                                                                            Gaetano Zingales

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
« Precedenti
Successivi »
 
 

SAGGIO STORICO SU LONGI

E-mail

Gaetano Zingales

 

Dal mio sito internet

U rispettu è misuratu , cu u porta l'avi purtatu

 

Programmi Tv questa sera

QUI AD ATENE NOI FACCIAMO COSI'

"Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alla proprie faccende private. Ma in nessuno caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così, ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e c'è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta a tutti ed è per questo che noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così" PERICLE ( 495-429 a.C.)
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 

VIDEO

  IL MIO LUNGO PERCORSO        


        

 

 

QUESTO BLOG

"Rocche del Crasto" non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può’ pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 20. "Rocche del Crasto" non e' collegato ai siti recensiti e non e' responsabile per i loro contenuti. In particolare l'autore non ha alcuna responsabilita' per i siti segnalati; il fatto che il blog fornisca questi collegamenti non implica l'approvazione dei siti stessi, sulla cui qualita', contenuti e grafica e' declinata ogni responsabilita'. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilita' di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, anche perchè non vengono pubblicati quelli in forma anonima. Le foto presenti sul sito sono ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, e' sufficente scrivere via email al responsabile del sito. Le informazioni riportate in questo blog hanno OVVIAMENTE carattere puramente politico, divulgativo, informativo.
 
 

Video

************************

Tra Krastos e Demenna

Saggio- Ricerca di

Gaetano Zingales

 

Da Academia Edu