
4° venerdì. Stesso posto. Stessa ora.
Cazzo... credo fosse la giornata più piovosa degli ultimi 10 anni. Fin dalla mattina cadeva un pioggia fitta e regolare che aveva mandato in tilt persino le fognature di quel tratto di città che rigurgitavano sul selciato la quantità enorme di acqua che non riuscivano più a smaltire.
Arrivai con la macchina fin davanti il solito portoncino di legno che esibiva, su di un lato, una lunga sfilata di campanelli.
Dalla mia macchina alla piccola pensilina posta sopra il portone, c’erano appena pochi passi eppure riuscii ad inzupparmi completamente. Quando vuoi fare le cose di fretta infatti, è il momento che ci metti il doppio del tempo.
Appena aperto lo sportello, appoggio fuori il piede che va proprio ad immergersi nella pozzanghera più profonda del mondo. Trattengo un “vaffanculo” a stento e mi viene subito in mente che un po’ di mesi fa scrissi una cosa, in cui descrivevo esattamente per filo e per segno la stessa identica scena ...il medesimo episodio... immaginandomelo però...
A volte le coincidenze sono pazzesche.
Faccio riemergere il piede con la scarpa appesantita di un paio di chili e spicco un goffo salto per arrivare sull’altra sponda del piccolo lago.
Atterrando produco il tipico “schiaft” corrispondente al risucchio che l’acqua provoca con il piede.
Il salto mi aveva portato abbastanza lontano dallo sportello della macchina e quindi per chiuderla, ho dovuto assumere una posizione a 90° e con le mani appoggiate sull tettino e tutto questo per arrivarci senza dover rientrare in acqua.
Finalmente riesco a chiudere e mi rifugio sotto la tettoia.
Mi guardo un attimo con le braccia allargate e mi rendo conto che quei quattro metri mi hanno ridotto come un mezzo disperato.
Una scarpa di un colore ed una di un altro. Jeans e giacchettinadivelluto ...praticamente due stracci. Capelli e viso bagnati e un’espressione incattivita.....
“ma dove cazzo vado conciato così”.
E pensare che era un appuntamento galante . E che nasceva sotto i peggiori auspici.
Cerco di darmi un contegno...tiro indietro i capelli, mi asciugo il viso, indosso il mio miglior sorriso e suono al campanello.
Lei vive a piano terra ed ha una finestra che si affaccia proprio sul portone di entrata e solo allora mi accorgo che aveva assistito a tutta la scena e adesso era in preda ad una crisi di riso.
Risposi con un cenno non molto convinto alle sue risate come a dire “…cazzo ridi..??”
“Dai apri!!”
Entrai in casa e quella sensazione di fastidio era già svanita.
Lei mi offrì subito un asciugamano. Mi rilassai completamente.
”Vuoi un caffè?”. Mi chiese.
“No grazie...visto com’è finita l’ultima volta”
Lei sorrise ancora. Stavolta con un po’ di imbarazzo.
Era appena rientrata dalla palestra. Aveva i capelli raccolti in una coda e portava i pantaloni di una tuta grigia e una magliettina bianca a maniche corte.
Doveva essersi tolta la felpa da poco e doveva essere infreddolita perché dal cotone della maglietta emergevano due piccole punte indurite che ad ogni suo passo ondeggiavano descrivendo orbite immaginarie. Io cercai di distogliere lo sguardo, ma lei si accorse lo stesso che le stavo guardando le tette.
“ehm...posso fumare?” Dissi cercando di fare il vago.
“Si...fai pure. Io intanto vado a farmi una doccia, ci metto cinque minuti”. E sparisce dietro ad una porta.
Rimango lì per un po’ a godermi la sigaretta e a fantasticare su ciò che sarebbe successo, poi un pensiero mi balenò in fronte:
“ e se la doccia fosse stato un invito celato? E se volesse che io mi butti dentro con lei?”
Noi uomini siamo capaci di farci un film anche su cose che non esistono....ci parte il capoccione ed iniziamo a delirare costruendoci mille situazioni.
Certo però che l’atmosfera era del tutto particolare.
Ci vedevamo ogni venerdì già da qualche settimana infatti. Ed io ero lì per stare con lei, per fare l’amore con lei.
Eravamo già molto a nostro agio l’uno con l’altra e anche se lei fosse andata a fare la doccia del tutto ingenuamente, senza alcuna malizia, la situazione e la nostra intimità mi autorizzavano a fraintendere.
Così mi alzai di scatto e mi avvicinai alla porta del bagno. Provai ad aprire piano per non farmi accorgere, ma la porta fece un cigolio della madonna e venni sgamato immediatamente.
Il bagno era piccolo e già invaso dal vapore prodotto dall’acqua calda, la tendina della doccia era chiusa, ma la sua voce arrivò da lì dietro:
“Cosa c’è?” chiese cinguettando.
“No. Niente”
“Non vorrai mica entrare qui con me?
“Bè...l’idea non è affatto malvagia...”
Lei scostò lentamente la tendina sicura della sua bellezza che era resa ancora più eccitante dal fatto che non mostrò il minimo pudore.
“allora vieni...”
Le scarpe le avevo già tolte e in quel momento non dovevo avere un aspetto molto sensuale, visto che avevo tolto soltanto un calzettone...uno soltanto...quello bagnato.
Tolsi velocemente anche l’altro, tolsi il maglione, la camicia i pantaloni e i miei boxer. Il tutto avvenne sotto il suo sguardo.
C’era qualcosa di terribilmente sexy nella sua espressione ...evidentemente anche lei aveva pensato all’ipotesi doccia.
Entrai nello stretto spazio e mi infilai sotto il getto di acqua calda, molto calda. La ristrettezza dei movimenti rendeva tutto molto più intimo e ci ritrovammo con i visi molto vicini.
Le estremità dei nostri corpi erano già a contatto. Bastò allungare leggermente le labbra per toccare le sue e baciarla. I corpi aderirono morbidamente l’uno all’altro, ma rimanemmo impastati senza toccarci ancora con le mani.
Il bacio fu lunghissimo ed eravamo invisibilmente legati da una campana di acqua.
Poi lei mise una mano sul mio sedere innescando una reazione a catena e dando vita ad un intreccio con esplorazioni sempre più profonde.
Il luogo angusto non permetteva di assecondare tutte le nostre fantasie e non era propriamente il luogo più comodo, però permetteva di restare continuamente in stretto contatto e le piccole difficoltà si trasformavano in piacevoli ardue sfide fisiche.
Poi lei mi chiese di lavarle la schiena...