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Tantarcord. La filosofia degli smemorati.

Post n°20 pubblicato il 10 Dicembre 2016 da montanariantonio

La colpa è delle vittime, con la Teologia dell'imbroglio che imita il Marchese del Grillo. Ti fanno passare su un ponte, poi scopri che finisce in una brutta copia del muro di Berlino, non nella Porta della Misericordia o della Buona Creanza.

La filosofia degli smemorati è un perfetto ricettario di gastronomia esistenziale: le dimenticanze sono cotte e condite con un altro nome, il quale mira a rovesciare in faccia a chi subisce il torto, la colpa inesistente e perfettamente inventata.
Così, la vittima è sic et simpliciter trasformata in colpevole della più grande ignominia possibile, aver 'soltanto' raccontato la verità.
I fatti di ogni giorno sono sempre manipolabili con diverse ricette di gastronomia morale.
Se quei fatti sono oggettivamente riprovevoli per chi li compie, la colpa unica che viene ammessa è quella che riguarda voi, che non li accettate e li criticate.
Il ladro ruba, insomma, ma non sta bene dirlo, perché quel furto è correttamente finalizzato al soggetto che lo compie, mica a voi che ne siete danneggiati.
Esiste una speciale Teologia dell'imbroglio: chi è raccomandato può fare di tutto a vostro danno, ma guai se poi voi, la vittima, vi lamentate del torto subìto, perché l'unica cosa che vi è concessa è di stare zitti in quanto comandano "loro", e voi non siete niente, secondo l'antica lezione del Marchese del Grillo: "Io so' io, e voi non siete un ...".
Anche la democrazia, se praticata soltanto a parole, dunque può ammettere atteggiamenti assolutistici e mafiosi a tutela del Potente che li pratica.
Soltanto per caso (ma esiste un Caso, oppure tutto è sanamente preordinato?), ritrovo aprendo il computer una mia recente annotazione storica che riguarda un celebre studioso indigeno, che avevo battezzato prof. Invidio de Minimis per la tigna con cui attacca chiunque si occupi di cose che lui vorrebbe gestire in immacolata esclusività, senza contagi esterni.
Orbene costui appartiene ad un ramo particolare di quella Teologia dell'imbroglio, il ramo dell'ignoranza dei documenti, per cui se legge la conclusione di uno studio altrui, sentenzia che essa è improbabile, ma non si cura per nulla di leggere, prima di scrivere, le carte che hanno permesso di arrivare a quella conclusione.
Sia lodato l'imbroglio, sia glorificato il suo autore, e sia maledetto e calpestato nel letame chi pensa con la propria testa, legge i documenti oppure (addirittura) racconta cose vere.
Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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Rimini terremotata 1308-1897

Post n°19 pubblicato il 25 Settembre 2016 da montanariantonio

In un volume apparso a Torino nel 1901 presso Bocca ("I terremoti d'Italia. Saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana"), autore il geografo Mario Baratta (1868-1935), si elencano i terremoti che hanno colpito Rimini.

1308, 25 gennaio: "prima del tramonto del sole, terremoto rovinoso; molti pezzi di mura, le case più antiche e le torri furono lesionate, qualche edificio fu pure diroccato: nessun fabbricato, fra cui pare anche l'Arco di Augusto, andò immune da danni".
1473, 2 febbraio: "tuoni orribili e terremoti in Rimini".
1621, ripetute scosse tra 16 e 18 luglio, onde il popolo atterrito "ad supplicationes statim convertitur".
1625, "Fiero terremoto in Romagna; Rimini ed il suo contado al 5 e 6 dicembre ebbero alquanto danno".
1661, 22 marzo: "A Faenza, ad Imola, a Rimini, a Bologna, a Modena ecc. caddero
molti camini e qualche merlo dalle torri".
1672, 14 aprile: "Tra le 21 e 22 h del 14 aprile si elevò d' improvviso dalla parte di tramontana di Rimini un temporale, quindi si udì un fortissimo rombo, cui sussegui una gagliardissima scossa sussultoria-ondulatoria che presentò tre riprese, a breve intervallo l'una dall'altra e della durata totale di un "credo".

A Rimini tutte le chiese e gli edificii principali della città furono parzialmente o totalmente diroccati: le sole case più basse scamparono dalla quasi universale distruzione, quantunque però sieno state danneggiate in modo tale da essere rese inabitabili.
Nella cattedrale (che fu quasi tutta distrutta) precipitarono le volte delle navate e delle cappelle: quasi nello stesso modo furono danneggiate le chiese dei PP. Teatini, dei PP. Osservanti, dei PP. di S. Francesco, in quest'ultima precipitò la metà della cupola: le altre, che ebbero gravi lesioni da essere rese inservibili al culto, furono quelle di S. Gregorio, di S. Agnese, di S. Apollonia, di S. Simone e di S. Bartolomeo: identica sorte toccò al monastero dei PP. Agostiniani quello dei Domenicani invece fu poco danneggiato.
Fra i palazzi che più risentirono gli effetti del terremoto, si deve ricordare prima di tutti quello del Governatore, in cui caddero i muri intemi e furono fracassati i tetti; quello dei consoli della città, che fu nella sua maggior parte diroccato: una sola sua cantonata rimase in piedi, però con pericolo di rovina. Nel Vescovado caddero tutti i muri divisorii.
Rovinò il palazzo pubblico con la sua torre, e quella dell'orologio rimase in pessimo stato: i palazzi Tingoli, Cavallini, Modesti ed altri parecchi furono oltremodo danneggiati: crollò inoltre circa la metà della torre dei Gambalunga. Le fabbriche illese furono poche: fra queste la fortezza, il monte di pietà e la libreria Gambalunga.
Nel borgo di S. Bartolomeo tutti gli edificii furono distrutti, eccettuata la chiesa del Carmine : in quello di S. Giuliano una sola casa fu atterrata. Di 36 castelli, che soggiacevano alla città, 10 soli rimasero illesi: le chiesa della Colonnetta, distante un miglio dair abitato fu in tutto e per tutto adeguata al suolo.
Il numero delle vittime, secondo i dati più attendibili, fu di circa 200; certe relazioni lo riducono a 100, altre invece lo fanno ascendere a 500; la maggior mortalità si ebbe a deplorare o sotto le rovine delle chiese (specialmente in Duomo, in S. Francesco da Paola ed in quella dei PP. Teatini), essendo avvenuta la scossa mentre si ufficiava, oppure nelle strade (per esempio in quella dei Magnani per la caduta di un muro) o infine sotto le macerie del palazzo pubblico.
Dopo la prima scossa in Rimini si sentirono molte repliche, tutte lievi, eccetto una avvenuta a 23 h della notte, la quale quantunque non abbia causato nuovi danni, apportò grandissimi spavento."

1780, 25 maggio: "due fortissime scosse fecero cadere in Ravenna diversi comignoli: furono intese anche a Rimini, a Cesena, a Padova ed anche a Venezia".

1786, 25 dicembre: "Tutte le fabbriche di Rimini furono danneggiate specialmente nei muri interni: in quasi tutte si produssero larghe fenditure; caddero moltissimi comignoli: precipitarono alcune porzioni di tetti e di muri: furono diroccate alcune piccole case, causando la morte a nove persone e ferendone altre. Soffersero pure danni i varii edificii sacri, l'arco di Augusto, il ponte Traiano". "Nel suolo di Rimini in molte parti si produssero delle fenditure assai visibili".
1853, 22 giugno: "la scossa fu forte...".
1861, 16 ottobre, si avverte la fortissima scossa di Forlì.
1873, 12 marzo, "isosisma mediocre" da Rimini verso Firenze ed Ancona.
1873, 29 giugno, scossa leggera a Rimini, fortissima a Venezia e Treviso, etc.
1875, notte 17-18 marzo: "La scossa riuscì rovinosa" anche a Rimini. "Al momento della scossa un maremoto violento ebbe luogo a poca distanza dalla spiaggia di Rimini-Cervia".
1878, 12 marzo, scossa leggera a Rimini.
1891, 1 agosto, scossa in tutta la provincia di Forlì.
1897, 21 settembre, area fortemente scossa da Rimini ad Ascoli Piceno.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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1735, Porto rifatto

Post n°16 pubblicato il 21 Settembre 2016 da montanariantonio

1735. Quella lapide oggi al Ponte di Tiberio.
Grattacapi per un porto canale alluvionato nel 1727.

La pietra collocata di recente al Ponte di Tiberio reca una scritta che va collegata alla storia del Porto di Rimini: "A FUND. ERECT. A. D. MDCCXXXV". Ovvero nel 1735 era stata eretta dalle fondamenta una costruzione...



Ma quale? Non certamente lo stesso Ponte di Tiberio, ma appunto il Porto.
Leggiamo da Luigi Tonini ["Il Porto di Rimini, brevi memorie storiche", Bologna, 1864, pp. 12-16], che in seguito all'alluvione del 1727, "caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati".
Tonini riprendeva la "Cronaca" del conte Federico Sartoni (1730-1786).
All'inizio del 1700, su consiglio del card. Ulisse Giuseppe Gozzadini, legato di Romagna, erano stati eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra, le palizzate vennero sostituite completamente da un'opera in muratura. Il Comune spese più di 70 mila scudi. Finiti male, con l'alluvione del 1727.

Archivio sul tema in "Riministoria":
Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale
, capitolo settimo di "Lumi di Romagna. Il Settecento a Rimini e dintorni." [1992].
Grattacapi per un porto canale. [24.07.2001]
Porto e politica, affari e malaffare. [17.02.2013]
Il pesce indigesto dei politici. [22.08.2014]

Per altre notizie su:
1700. Vita economica, sociale e politica,
sezione dell'indice: Storie di Rimini.

Foto del Comune di Rimini, Ufficio Stampa.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA


 
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Publiphono dal 1945

Post n°15 pubblicato il 02 Agosto 2016 da montanariantonio

  Fuorisacco, 02.08.2016.  «Publiphono», dal 1945.
Le voci di Glauco Cosmi e Sergio Zavoli

Dai ruderi di palazzo Gioia, all'angolo di piazza Cavour, le notizie del giorno scendevano sul centro attraverso gli altoparlanti di «Voci della città». Le commentavano Glauco Cosmi e Sergio Zavoli.
Cosmi erediterà il mestiere del tipografo, ma farà anche il politico e l'operatore culturale specializzato in musica. Zavoli era a quel debutto radiofonico a cui seguiranno glorie giornalistiche come inviato sportivo, cronista delle coscienze e della storia.
L'esperienza di di «Voci della città» comincia dopo la Liberazione. Informazioni e pubblicità si mescolano, qualche volta si fa sentire anche Gino Pagliarani, che aveva contribuito alla decisione di «fondare l'unico giornale che potesse entrare nelle case e starci un tempo ragionevole per lasciarci qualcosa», nel difficile momento di quei giorni in cui «la città era priva di notizie anche e soprattutto di se stessa», come Sergio Zavoli ricorda in «Romanza».
Nel ricostruire quell'esperienza, Zavoli non riesce a celare una punto d'orgoglio per la sua invenzione giornalistica: «Credo non sia mai esistito un quotidiano che abbia raggiunto la gente attraverso le finestre». Trasmetteva due volte al giorno, alle 13 ed alle 19, la sigla era un valzer che Glauco Cosmi, l'esperto musicale del trio, aveva scelto con cura.

Il resto di quest'articolo, 1946. A rimorchio della santità, apparso su «Il Ponte» del 7.5.1989, si legge qui.

Antonio Montanari

 

 
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Amicizia? Meglio la Giustizia.

Post n°13 pubblicato il 02 Gennaio 2016 da montanariantonio

A proposito del volume "Rimini, dieci anni di economia. Tra passato e futuro", edito da "il Ponte".

Padre del concetto di «amicizia civica» (da intendersi quale «concordia politica» secondo Nicola Abbagnano [«Dizionario di Filosofia», I]), è quell'Aristotele che giganteggia nella mente del personaggio manzoniano di don Ferrante.
Il quale lo aveva scelto come suo autore per essere pure lui un filosofo («Promessi sposi», cap. XXVII), anzi un «dotto», come si legge nel passo dove (ib., cap. XXXVII) si dà notizia della sua morte per peste, ovvero per quella strana realtà indimostrabile mediante ragionamento, ma da lui ammessa soltanto quale effetto delle influenze astrali.
Don Ferrante era in buona compagnia: sua moglie donna Prassede (ib., cap. XXV) «faceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prender per cielo il suo cervello».

Se sovrapponiamo all'aristotelismo di don Ferrante le pretese ermeneutiche “totalitarie” di donna Prassede, otteniamo l'ideale figura del filosofo odierno che crede all'«amicizia civile» di Aristotele, ma dimentica che essa è concordia tra uguali in un mondo di disuguali.
Infatti, come si studiava un tempo, Aristotele ritiene che per “natura” ci siano uomini capaci di fare i cittadini ed altri no.
Ad esempio, né i coloni né gli operai potevano essere cittadini, ovvero partecipare al governo della cosa pubblica.
Ritenendo che “per natura” gli uomini non sono uguali, Aristotele legittima la schiavitù.

Il nostro richiamo alle pagine manzoniane sulla strana coppia Ferrante-Prassede, è non un vuoto ricordo di cose passate, ma un solido richiamo ai tanti fenomeni odierni per cui cerchiamo una concordia politica, anche se non ci preoccupiamo che essa sia garantita da un rinvio non ad Aristotele ma alla nostra Costituzione.
Vengono a proposito queste preziose parole di Vladimiro Zagrebelsky («La Stampa», 23.11.2015): «La libertà richiede rispetto degli altri e eguaglianza. […] Il vero ineliminabile collante è la tolleranza consapevole. Essa non è relativismo indifferente, ma riconoscimento delle libertà altrui».

L'«amicizia civile» di Aristotele non perviene a questo riconoscimento. La formula affascina, ma il suo retroterra non garantisce nulla, come dimostra la storia d'Europa che, scrive Zagrebelsky, «ha conosciuto roghi e fucilazioni di eretici e oppositori», per cui dobbiamo difendere «la società aperta, plurale, tollerante» che «è più debole di quella resa monolitica da una unica ideologia totalitaria».
La forza di questa debolezza, ci sembra, sta nel credere che la «tolleranza consapevole» non nasce da cattive amicizie civiche ma da buone radici di dialogo e confronto, che ogni giorno sta a noi di cercare e trapiantare ovunque.

Ancora Zagrebelsky. Il 24 dicembre su «Repubblica» ha scritto che, nella vita politica, occorre mirare a rifiutare l'«ingiustizia radicale» dell'utopia (perché «la giustizia solo razionale può diventare un mostro assassino»), attraverso l'educazione, il cui uso da parte della politica andrebbe sottoposto a controllo.

Stesso giornale e stessa data: il lungo pezzo di Eugenio Scalfari su «Misericordia. L'arma di Papa Francesco per la pace nel mondo» si chiude con un augurio: «che la fratellanza e l'amore del prossimo, la libertà e la giustizia abbiano la meglio su tutto il resto».

Dunque, per tornare al principio di questa nota, l'«amicizia civica» è nulla se non scaturisce da uguaglianza, libertà e giustizia, con buona pace di Aristotele e dei suoi lettori di oggi.
Dovrebbe apparire significativo il fatto che il nuovo Vescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, nell'insediamento ufficiale, ha citato alcuni articoli della nostra Costituzione, tra cui quello (il n. 3) che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…».

Alla vigilia di Natale, sul «Venerdì» di «Repubblica», Curzio Maltese ha affrontato proprio il tema della dignità, con una sostanziale visione negativa della realtà italiana: «La perdita di dignità», ha scritto, «è inflitta dall'alto al basso, ma viaggia anche in senso inverso e ormai i cittadini non hanno alcuna considerazione delle istituzioni e delle élite».
Così «un veleno violento» si sparge nella società, facendo risorgere razzismo e xenofobia, e favorendo «la folle corsa a nuove catastrofiche guerre».
Proprio nella Messa della Notte di Natale, il Papa ha parlato della necessità di «coltivare un forte senso della Giustizia», dando così ragione al suo amico Eugenio Scalfari ed all'articolo di quel giorno, apparso su «Repubblica».

Ed a proposito di Giustizia, proprio la Chiesa di Roma è tirata in ballo da un'inchiesta nata al suo interno sull'Apsa, l'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica: «Poi, sull'iniziativa è sceso il silenzio», commenta Filippo di Giacomo, notista de «il Venerdì» (24.12.2015). Ed infine c'è il processo vaticano “sospeso” contro i due giornalisti italiani Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.
Ovvero, non basta parlare di Giustizia, ma occorre praticarla.

 
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