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1620, quei libri raccontano

Post n°21 pubblicato il 10 Marzo 2020 da montanariantonio

1620, quei libri raccontano



Nel 1620 si documenta il patrimonio dei libri lasciati alla città di Rimini tre anni prima da Alessandro Gambalunga, scomparso nel 1619. Quei volumi ci parlano ancora oggi, raccontando la storia di una famiglia e di una comunità.
Iniziato il 3 settembre e completato il 17 novembre 1620, l'inventario della biblioteca, redatto dal notaio Mario Bentivegni, registra 1.438 volumi contenenti poco meno di duemila opere a stampa. Assisteva al lavoro Michele Moretti, che reggerà la biblioteca per trent'anni, dal 1619 al 1649.
La preziosa tesi di laurea di Silvia Pratelli(1991) ci consente una conoscenza approfondita e particolareggiata del nucleo originario della biblioteca, come osserva il prof. Piero Meldini, direttore gambalunghiano dal 1972 al 1998.
Preziosa è definita questa tesi anche in un recente articolo milanese (su «la Biblioteca di Via Senato», 2019), a proposito della scelte di Gambalunga che sembrano «obbedire non solo e non tanto agli interessi e ai gusti di un uomo colto e intellettualmente curioso qual era», quanto piuttosto «alla previsione di un uso non esclusivamente privato della raccolta».

Alessandro Gambalunga nasce a Rimini nel 1564 da un ricco commerciante di ferro, Giulio (+7.4.1598), figlio di un maestro muratore lombardo passato alla mercatura, e di Armellina Pancrazi, di famiglia nobile, terza fra le quattro mogli del padre. Alessandro sposa nel 1592 Raffaella Diotallevi, figlia di Giovanni Battista.
I suoi beni sono da lui lasciati ad Armellina Gambalunga, figlia del fratello Francesco e di Lucrezia Serafini.
Francesco nasce da Ginevra Bartolini, la seconda delle quattro mogli di Giulio Gambalunga. Alessandro è forse figlio della terza moglie del padre Giulio, Armellina Pancrazi.
L'erede Armellina (o Ermellina) Gambalunga nel 1603 sposa il bolognese Cesare Bianchetti (1585-1655) con cui genera nove figli. Armellina scompare nel 1638.
Delle sei femmine, cinque entrano nella vita religiosa: sono Cecilia, Maria Maddalena, Camilla, Lucrezia, Alessandra e Costanza (che sposa Simone Bistrigari).
I tre maschi sono Giorgio (che sposa Anna Maria Ratta), Giulio e Giovanni (divenuto poi abate).
Giulio da Ottavia Pavoni ha il figlio Alessandro e da Marina Diplovatazi in seconde nozze nel 1654 ha Giulio Cesare, marito di Anna Teresa Balducci nel 1675 ed erede ufficiale dei beni del ceppo gambalunghiano.
Ultimo discendente del ramo bolognese, è Giulio Sighizzo Bianchetti marito di Gertrude Albergati, morto nel 1761.
Il Comune di Rimini diventa unico proprietario della Biblioteca e del palazzo Gambalunga con transazioni che vanno dal 1802 al 1847, come ricordava Luigi Tonini.

Nel testamento datato 25 settembre 1617, Alessandro Gambalunga dichiara che i suoi libri «s'habbino meglio e più lungamente conservare, poiché concerne pubblico commodo, utile et honore».
La sua libreria dovrà essere aperta a tutti e quindi passa al Comune, ci sarà un bibliotecario («persona di lettere idonea ed atta») stipendiato con i propri soldi e nominato dai Consoli della città. Altra somma egli destina per nuovi libri ed il restauro di quelli vecchi. Il 9 agosto 1619 nomina il bibliotecario, un dottore in legge suo amico, Michele Moretti, che diventa pure amministratore dei suoi beni. Il palazzo in cui si trova la biblioteca è stato da lui costruito tra 1610 e 1614. Il 12 agosto 1619, Alessandro Gambalunga scompare lasciando 1.438 volumi. Moretti resta in carica sino al 1649.
Nel 1583 a circa trent'anni egli si è laureato in Diritto civile e canonico a Bologna. La sua famiglia rappresenta il miracolo economico di quegli anni, un «felice momento» della città «confermato dagli svolgimenti nell'edilizia privata», ovvero le residenze dei nobili e dei notabili, e «dalla cura posta dalle autorità pubbliche nei restauri al porto, ai ponti, alla fontana», nel riassetto viario e nell'apertura di nuove strade (G. Gobbi e P. Sica. «Rimini», 1982).
La Gambalunga è l'unico tentativo riuscito per aprire una biblioteca pubblica, e la prima della nostra regione, secondo G. Montecchi (1977).


Come disse nell'aprile 2000 a Rimini il prof. Ezio Raimondi, Gambalunga precorre il mecenatismo moderno. Era intervenuto quale presidente dell'Istituto Beni Culturali di Bologna all'inaugurazione della mostra documentaria "Vedere il tempo". La passione civile che ha sempre guidato il "lettore" Raimondi in tutta la sua grande carriera di studioso e di docente, lo portò a sottolineare come una biblioteca debba far riflettere sul destino comune, e ad entrare in contatto con il diverso. "E chi è oggi il diverso?" significativamente si chiese alla fine.

La prima biblioteca pubblica d'Italia fu anch'essa a Rimini, nel convento dei frati di San Francesco di Rimini, a fianco del Tempio malatestiano. Il suo progetto risale al 1430, per iniziativa di Galeotto Roberto Malatesti, che segue una intenzione dello zio Carlo (morto l'anno prima). Sigismondo dona ad essa "moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline", cone scrisse Roberto Valturio ("De re militari", XII, 13).
Nel 1475 Roberto Valturio lascia ad essa la propria biblioteca personale. Nel 1490, la biblioteca francescana è trasferita dal piano terra a quello superiore del convento, come ricorda una lapide in latino. Nel 1452 a Cesena si apre la Biblioteca Malatestiana. Seguono quella patriacale di San Domenico a Bologna (1464), e quelle di Piacenza (1509), Parma (1523), e Ferrara (inizio 1500). L'Angelica di Roma è del 1604, l'Ambrosiana di Milano del 1609.
La fine della biblioteca francescana di Rimini è avvolta nel mistero. Nel 1560 un inventario conta "circa" 273 volumi. Monsignor Giacomo Villani (1605-1690) annota: quelle carte preziose finiscono in mano ai salumai. Federico Sartoni (1730-1786), sostiene invece che i frati vendettero la libreria alla famiglia romana dei Cesi, alla quale appartengono i fratelli Angelo (vescovo di Rimini dal 1627 al 1646) e Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603. Aldo Francesco Massèra (bibliotecario gambalunghinano dal 1909 al 1928) incolpa i Conventuali riminesi d'aver lasciato "disperdere le ricchezze raccolte" (1928).
I frati vendettero liberamente la libreria alla famiglia romana dei Cesi, come pare sostenere Sartoni? Forse essi furono costretti non dico dal vescovo romano, ma dalle loro misere condizioni (che risultano da molti documenti).
Tra 1711 e 1715 è bibliotecario Ignazio Vanzi. Dal suo nipote Giuseppe [1734] discende la pronipote Maddalena [1836] che sposa Gaetano Nozzoli, padre di mio nonno Romolo [1876-1966]. Nel 1938 e nel 1960 mio padre Valfredo [1901-1974] fu vicedirettore alla Gambalunga.
Antonio Montanari


ARCHIVIO Gambalunga 400 anni

ARCHIVIO "il Rimino"
Il 3 dicembre 2012 sul "Corriere Romagna" è apparsa una lettera, firmata da Alberto Cristofano:
Una botta di conti, come dicevano i nostri vecchi, non fa mai male. Dunque, il fondo Augusto Campana presso la Biblioteca Gambalunga è costato 500 milioni di lire alla Fondazione Carim nel 1998, 170 mila euro al Comune di Rimini secondo il progetto 2004 di sistemazione (quale la spesa effettiva?), ed i volumi non sono ancora accessibili al pubblico. Saranno pubblicati in digitale sul web: ma chi paga, e quanto costa tutto il lavoro? In tempi di magra, questa botta di conti non è inutile. Si chiama trasparenza.

Nessuno ha spiegato chi paga.

Sul "Ponte" datato 16 dicembre 2012 è apparsa questa lettera mia, che lo stesso "Corriere Romagna" ha ritenuto opportuno cestinare:
A proposito di Augusto Campana e della Biblioteca Gambalunga di Rimini. Mi vi sono recato il 13 ottobre per ricercare un suo saggio del 1931 che il vecchio catalogo a schede detto Staderini dà in due segnature. Soltanto in una di esse c’è quel saggio. Il quale è stato pubblicato nel primo volume dei "Tesori delle Biblioteche italiane", opera che un tempo si trovava completa nella stessa Gambalunga, senza segnatura sulla relativa scheda Staderini, per cui ho chiesto informazioni se per caso fosse stato spostato dalla Sala di Studio dove altre volte in passato lo avevo consultato. Non sono riuscito a sapere ed a trovare nulla, neppure il 17 ottobre quando per richiamarmi alla precedente ricerca sono ripassato nel catalogo Staderini per esaminare la scheda che ho appena ricordato. Ohibò, mi sono detto, dopo i volumi dei Tesori etc. manca pure adesso la scheda che era presente al 13 ottobre.
© by Antonio Montanari

 
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Tantarcord. La filosofia degli smemorati.

Post n°20 pubblicato il 10 Dicembre 2016 da montanariantonio

La colpa è delle vittime, con la Teologia dell'imbroglio che imita il Marchese del Grillo. Ti fanno passare su un ponte, poi scopri che finisce in una brutta copia del muro di Berlino, non nella Porta della Misericordia o della Buona Creanza.

La filosofia degli smemorati è un perfetto ricettario di gastronomia esistenziale: le dimenticanze sono cotte e condite con un altro nome, il quale mira a rovesciare in faccia a chi subisce il torto, la colpa inesistente e perfettamente inventata.
Così, la vittima è sic et simpliciter trasformata in colpevole della più grande ignominia possibile, aver 'soltanto' raccontato la verità.
I fatti di ogni giorno sono sempre manipolabili con diverse ricette di gastronomia morale.
Se quei fatti sono oggettivamente riprovevoli per chi li compie, la colpa unica che viene ammessa è quella che riguarda voi, che non li accettate e li criticate.
Il ladro ruba, insomma, ma non sta bene dirlo, perché quel furto è correttamente finalizzato al soggetto che lo compie, mica a voi che ne siete danneggiati.
Esiste una speciale Teologia dell'imbroglio: chi è raccomandato può fare di tutto a vostro danno, ma guai se poi voi, la vittima, vi lamentate del torto subìto, perché l'unica cosa che vi è concessa è di stare zitti in quanto comandano "loro", e voi non siete niente, secondo l'antica lezione del Marchese del Grillo: "Io so' io, e voi non siete un ...".
Anche la democrazia, se praticata soltanto a parole, dunque può ammettere atteggiamenti assolutistici e mafiosi a tutela del Potente che li pratica.
Soltanto per caso (ma esiste un Caso, oppure tutto è sanamente preordinato?), ritrovo aprendo il computer una mia recente annotazione storica che riguarda un celebre studioso indigeno, che avevo battezzato prof. Invidio de Minimis per la tigna con cui attacca chiunque si occupi di cose che lui vorrebbe gestire in immacolata esclusività, senza contagi esterni.
Orbene costui appartiene ad un ramo particolare di quella Teologia dell'imbroglio, il ramo dell'ignoranza dei documenti, per cui se legge la conclusione di uno studio altrui, sentenzia che essa è improbabile, ma non si cura per nulla di leggere, prima di scrivere, le carte che hanno permesso di arrivare a quella conclusione.
Sia lodato l'imbroglio, sia glorificato il suo autore, e sia maledetto e calpestato nel letame chi pensa con la propria testa, legge i documenti oppure (addirittura) racconta cose vere.
Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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Rimini terremotata 1308-1897

Post n°19 pubblicato il 25 Settembre 2016 da montanariantonio

In un volume apparso a Torino nel 1901 presso Bocca ("I terremoti d'Italia. Saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana"), autore il geografo Mario Baratta (1868-1935), si elencano i terremoti che hanno colpito Rimini.

1308, 25 gennaio: "prima del tramonto del sole, terremoto rovinoso; molti pezzi di mura, le case più antiche e le torri furono lesionate, qualche edificio fu pure diroccato: nessun fabbricato, fra cui pare anche l'Arco di Augusto, andò immune da danni".
1473, 2 febbraio: "tuoni orribili e terremoti in Rimini".
1621, ripetute scosse tra 16 e 18 luglio, onde il popolo atterrito "ad supplicationes statim convertitur".
1625, "Fiero terremoto in Romagna; Rimini ed il suo contado al 5 e 6 dicembre ebbero alquanto danno".
1661, 22 marzo: "A Faenza, ad Imola, a Rimini, a Bologna, a Modena ecc. caddero
molti camini e qualche merlo dalle torri".
1672, 14 aprile: "Tra le 21 e 22 h del 14 aprile si elevò d' improvviso dalla parte di tramontana di Rimini un temporale, quindi si udì un fortissimo rombo, cui sussegui una gagliardissima scossa sussultoria-ondulatoria che presentò tre riprese, a breve intervallo l'una dall'altra e della durata totale di un "credo".

A Rimini tutte le chiese e gli edificii principali della città furono parzialmente o totalmente diroccati: le sole case più basse scamparono dalla quasi universale distruzione, quantunque però sieno state danneggiate in modo tale da essere rese inabitabili.
Nella cattedrale (che fu quasi tutta distrutta) precipitarono le volte delle navate e delle cappelle: quasi nello stesso modo furono danneggiate le chiese dei PP. Teatini, dei PP. Osservanti, dei PP. di S. Francesco, in quest'ultima precipitò la metà della cupola: le altre, che ebbero gravi lesioni da essere rese inservibili al culto, furono quelle di S. Gregorio, di S. Agnese, di S. Apollonia, di S. Simone e di S. Bartolomeo: identica sorte toccò al monastero dei PP. Agostiniani quello dei Domenicani invece fu poco danneggiato.
Fra i palazzi che più risentirono gli effetti del terremoto, si deve ricordare prima di tutti quello del Governatore, in cui caddero i muri intemi e furono fracassati i tetti; quello dei consoli della città, che fu nella sua maggior parte diroccato: una sola sua cantonata rimase in piedi, però con pericolo di rovina. Nel Vescovado caddero tutti i muri divisorii.
Rovinò il palazzo pubblico con la sua torre, e quella dell'orologio rimase in pessimo stato: i palazzi Tingoli, Cavallini, Modesti ed altri parecchi furono oltremodo danneggiati: crollò inoltre circa la metà della torre dei Gambalunga. Le fabbriche illese furono poche: fra queste la fortezza, il monte di pietà e la libreria Gambalunga.
Nel borgo di S. Bartolomeo tutti gli edificii furono distrutti, eccettuata la chiesa del Carmine : in quello di S. Giuliano una sola casa fu atterrata. Di 36 castelli, che soggiacevano alla città, 10 soli rimasero illesi: le chiesa della Colonnetta, distante un miglio dair abitato fu in tutto e per tutto adeguata al suolo.
Il numero delle vittime, secondo i dati più attendibili, fu di circa 200; certe relazioni lo riducono a 100, altre invece lo fanno ascendere a 500; la maggior mortalità si ebbe a deplorare o sotto le rovine delle chiese (specialmente in Duomo, in S. Francesco da Paola ed in quella dei PP. Teatini), essendo avvenuta la scossa mentre si ufficiava, oppure nelle strade (per esempio in quella dei Magnani per la caduta di un muro) o infine sotto le macerie del palazzo pubblico.
Dopo la prima scossa in Rimini si sentirono molte repliche, tutte lievi, eccetto una avvenuta a 23 h della notte, la quale quantunque non abbia causato nuovi danni, apportò grandissimi spavento."

1780, 25 maggio: "due fortissime scosse fecero cadere in Ravenna diversi comignoli: furono intese anche a Rimini, a Cesena, a Padova ed anche a Venezia".

1786, 25 dicembre: "Tutte le fabbriche di Rimini furono danneggiate specialmente nei muri interni: in quasi tutte si produssero larghe fenditure; caddero moltissimi comignoli: precipitarono alcune porzioni di tetti e di muri: furono diroccate alcune piccole case, causando la morte a nove persone e ferendone altre. Soffersero pure danni i varii edificii sacri, l'arco di Augusto, il ponte Traiano". "Nel suolo di Rimini in molte parti si produssero delle fenditure assai visibili".
1853, 22 giugno: "la scossa fu forte...".
1861, 16 ottobre, si avverte la fortissima scossa di Forlì.
1873, 12 marzo, "isosisma mediocre" da Rimini verso Firenze ed Ancona.
1873, 29 giugno, scossa leggera a Rimini, fortissima a Venezia e Treviso, etc.
1875, notte 17-18 marzo: "La scossa riuscì rovinosa" anche a Rimini. "Al momento della scossa un maremoto violento ebbe luogo a poca distanza dalla spiaggia di Rimini-Cervia".
1878, 12 marzo, scossa leggera a Rimini.
1891, 1 agosto, scossa in tutta la provincia di Forlì.
1897, 21 settembre, area fortemente scossa da Rimini ad Ascoli Piceno.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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1735, Porto rifatto

Post n°16 pubblicato il 21 Settembre 2016 da montanariantonio

1735. Quella lapide oggi al Ponte di Tiberio.
Grattacapi per un porto canale alluvionato nel 1727.

La pietra collocata di recente al Ponte di Tiberio reca una scritta che va collegata alla storia del Porto di Rimini: "A FUND. ERECT. A. D. MDCCXXXV". Ovvero nel 1735 era stata eretta dalle fondamenta una costruzione...



Ma quale? Non certamente lo stesso Ponte di Tiberio, ma appunto il Porto.
Leggiamo da Luigi Tonini ["Il Porto di Rimini, brevi memorie storiche", Bologna, 1864, pp. 12-16], che in seguito all'alluvione del 1727, "caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati".
Tonini riprendeva la "Cronaca" del conte Federico Sartoni (1730-1786).
All'inizio del 1700, su consiglio del card. Ulisse Giuseppe Gozzadini, legato di Romagna, erano stati eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra, le palizzate vennero sostituite completamente da un'opera in muratura. Il Comune spese più di 70 mila scudi. Finiti male, con l'alluvione del 1727.

Archivio sul tema in "Riministoria":
Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale
, capitolo settimo di "Lumi di Romagna. Il Settecento a Rimini e dintorni." [1992].
Grattacapi per un porto canale. [24.07.2001]
Porto e politica, affari e malaffare. [17.02.2013]
Il pesce indigesto dei politici. [22.08.2014]

Per altre notizie su:
1700. Vita economica, sociale e politica,
sezione dell'indice: Storie di Rimini.

Foto del Comune di Rimini, Ufficio Stampa.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA


 
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Publiphono dal 1945

Post n°15 pubblicato il 02 Agosto 2016 da montanariantonio

  Fuorisacco, 02.08.2016.  «Publiphono», dal 1945.
Le voci di Glauco Cosmi e Sergio Zavoli

Dai ruderi di palazzo Gioia, all'angolo di piazza Cavour, le notizie del giorno scendevano sul centro attraverso gli altoparlanti di «Voci della città». Le commentavano Glauco Cosmi e Sergio Zavoli.
Cosmi erediterà il mestiere del tipografo, ma farà anche il politico e l'operatore culturale specializzato in musica. Zavoli era a quel debutto radiofonico a cui seguiranno glorie giornalistiche come inviato sportivo, cronista delle coscienze e della storia.
L'esperienza di di «Voci della città» comincia dopo la Liberazione. Informazioni e pubblicità si mescolano, qualche volta si fa sentire anche Gino Pagliarani, che aveva contribuito alla decisione di «fondare l'unico giornale che potesse entrare nelle case e starci un tempo ragionevole per lasciarci qualcosa», nel difficile momento di quei giorni in cui «la città era priva di notizie anche e soprattutto di se stessa», come Sergio Zavoli ricorda in «Romanza».
Nel ricostruire quell'esperienza, Zavoli non riesce a celare una punto d'orgoglio per la sua invenzione giornalistica: «Credo non sia mai esistito un quotidiano che abbia raggiunto la gente attraverso le finestre». Trasmetteva due volte al giorno, alle 13 ed alle 19, la sigla era un valzer che Glauco Cosmi, l'esperto musicale del trio, aveva scelto con cura.

Il resto di quest'articolo, 1946. A rimorchio della santità, apparso su «Il Ponte» del 7.5.1989, si legge qui.

Antonio Montanari

 

 
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