Altra serata podistica ed altri traum... ehm... ricordi d'infanzia da raccontarci con Lilia.
Un altro trauma vissuto in comune è stato quello della sarta.
Quando eravamo piccole, si parla degli anni '60, negozi con capi già confezionati ce n'erano pochi e ovviamente erano costosi, il che li faceva automaticamente essere fuori dal bugdet di molte famiglie, a maggior ragione della mia, appartente al ceto sociale dei contadini poveri, quelli che cioè lavoravano terra non propria.
Quando proprio era necessario vestirsi, si andava in genere al mercato, ma anche lì roba pronta io ne ricordo pochina; ricordo invece tantissime bancarelle di stoffa. E ricordo mia madre che ci si dirigeva decisa e cominciava a smucinare tutte le rimanenze, che lei chiamava spezzi.
Tra i tanti spezzi, prima o poi veniva fuori quello che lei cercava: di solito era un pezzo di gabardine con cui si andava poi dalla sarta e si faceva cucire una gonna per lei e una per me.
Anche la mamma di Lilia andava al mercato...Lilia ricorda un tailleur a quadroni bianco e rosa, di una stoffa che al paragone uno scafandro è soffice come voile, nel quale camminava inamidata e pronta ad essere apparecchiata.
Io invece ricordo, verso i miei 13 o 14 anni, nell'età in cui come già ho detto altre volte ero alta e informe, un vestitino bianco di picchè - italianizzazione di piquet - piuttosto rigido perché era operato, cioè lavorato in modo da sembrare quasi a nido d'ape.
Insomma un tessuto che non si aggarbava addosso manco un poco!
A quell'epoca andavano i tessuti leggeri a fiori o a disegni geometrici, rigorosamente coloratissimi, ma mia madre aveva deciso che quello era un tessuto buono proprio perché rigido e resistente, nonché facilmente lavabile, per cui lo comprò e andammo con questa stoffa dalla sarta.
All'epoca ce n'erano tantissime, di sarte. Quelle particolarmente brave, però, erano carastose, e quindi si finiva per andare da qualche sartina che si arrangiava a fare il mestiere in maniera piuttosto approssimativa. Quella da cui andavo io usava cartamodelli già pronti, evidentemente perché da sola non era in grado di disegnarne. Ma quella potevamo permetterci, e da quella andavamo.
Ho un ricordo nitidissimo della stanza da lavoro della sarta: un tavolo sempre ingombro di stoffe ammonticchiate e di modelli di carta, due macchine per cucire di quelle messe nei mobili, una specie di grande quadro di legno appeso al muro con tanti chiodi infissi e su ogni chiodo un rocchetto di cotone di colore diverso, e poi fili di cotone sparsi dappertutto.
C'erano anche due ragazzette, credo fossero due parenti della maestra, che in attesa di imparare il mestiere erano addette alle imbastiture e al taglio dei ndrillanti, ossia dei punti lenti che si usava mettere per ottenere due pezzi speculari.
Sparse in giro alcune sedie, in un angolo un tavolino piccolo e, in un cesto messo sotto il tavolino, tanti giornali con foto di abiti. Da grande ho capito che erano giornalini tipo Burda, che è un giornale che riporta appunto foto di abiti con annessi cartamodelli, ma a 7, 8 anni pensavo che la sarta li stampasse in proprio, quei giornali.
Torniamo al mio vestito di picchè.
La sarta mi prese le misure, poi:
- Marì, che dici - chiese rivolta a mamma - è stagione, (da me si chiama così l'estate) ci 'o volimmo fà no poco scollato o vestito 'a creatura?
- None, fallo a girocollo ca li sta megghio.
- Però si portino i colletti luonghi, ci 'o vuò fà mette?
- Beh, se si portino, faccello.
- E quanto aggia fa' luongo 'o vestito? Si portino a metà coscia...
- Ma tu sì scema!!! A casa mia ste schifezze non si portino!! A sotto 'o renucchio (ginocchio) adda esse 'a vesta!!
- E como ci 'a vuò fà, dritta?
- No, falla svasata.
- E che dici , si porta 'o taglio tondo p'o garbo d'o pietto, ci 'o faccio?
- E sì, fallo.
Vi faccio notare il mio assoluto mutismo in questo dialogo.
Sarebbe stato inutile esprimere pareri, quindi mi risparmiavo la fatica.
Dopo una settimana, prima prova del vestito.
Premessa: essendo secca come un chiodo, non avevo manco un po' di seno a quell'età, e avevo un collo lungo e magro magro.
E ora immaginatemi con l'abito in picchè rigido, con un taglio tondo all'altezza del seno che, trovando il vuoto sotto, da concavo diventava convesso, con il collo secco e lungo che usciva dalla scollatura rotonda di questa tovaglia bianca; e per paura che nessuno notasse il collo da aucelluzzo appagliaruto (uccellino nascosto nella paglia), esso era ben sottolineato da due scelle ( ali) di colletto svasate come il vestito. Dulcis in fundo, è il caso di dirlo, la svasatura al fondo dell'abito rimaneva larga e rigida e ne sbucavano due gambette ossute e bianche...
Non vi riesce bene immaginarmi?
Ok, allora, anche se la svasatura rigida e la lunghezza a metà polpaccio sono pietosamente nascoste da una tovaglia, cliccate QUI ...
Non è un caso se odio i vestiti interi!
Inviato da: whatweather12
il 26/11/2024 alle 14:51
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