Creato da vin49presente il 01/03/2010

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Post n°13 pubblicato il 14 Marzo 2010 da vin49presente

Una questione
di democrazia

di EZIO MAURO

 

Non è l'aspetto penale (di cui nulla sappiamo) il punto più importante
dell'inchiesta dei magistrati di Trani che indaga il presidente del Consiglio,
il direttore del Tg1 e un commissario dell'Authority sulle Comunicazioni.
L'ipotesi di concussione verrà vagliata dalla giustizia, e certamente il capo
del governo avrà modo di difendersi e di far sentire le sue ragioni, o di far
pesare le norme che bloccano di fatto ogni accertamento giudiziario sul
suo conto, facendone un cittadino diverso da tutti gli altri, uguale soltanto all'immagine equestre che ha di se stesso.

Ma c'è una questione portata alla luce da questa inchiesta che non si può
evitare e domina con la sua evidenza eloquente questa fase travagliata
di agonia politica in cui si trova il berlusconismo. La questione è l'uso
privato dello Stato, dei pubblici servizi creati per la collettività, della
presidenza del Consiglio, persino delle Autorità di garanzia, che hanno
nel loro statuto l'obbligo alla "lealtà e all'imparzialità", per non
determinare "indebiti vantaggi" a qualcuno.

Siamo di fronte a una illegalità che si fa Stato, un abuso che diviene
sistema, un disordine che diventa codice di comportamento e di
garanzia per chi comanda.

Con la politica espulsa e immiserita a cornice retorica e richiamo
ideologico, sostituita com'è nella pratica quotidiana dal comando,
che deforma il potere perché cerca il dominio. Questi sono tratti
di regime, perché il sovrano prova a mantenere il consenso
attraverso la manipolazione dell'informazione di massa, inquinando
le Autorità di controllo poste a tutela dei cittadini, con un'azione
sistemica di minaccia e di controllo che avviene in forma occulta,
all'ombra di un conflitto di interessi già gigantesco e ripugnante
ad ogni democrazia. Il controllo padronale e politico sull'universo
televisivo (unico caso al mondo per un leader politico) non basta
più quando la politica latita e la realtà irrompe. Bisogna
andare oltre, deformando là dove non si riesce a governare,
calpestando là dove non basta il controllo.


Così il presidente del Consiglio, a capo di un Paese in perdita
costante di velocità, passa le sue giornate tenendo a rapporto
un commissario dell'Agcom per confessargli le sue paure non
per la crisi economica internazionale, ma per due trasmissioni
di Michele Santoro, dove la libera informazione avrebbe parlato
del processo Mills e del caso Spatuzza, corruzione e mafia. I due
parlano come soci, o come complici, o come servo e padrone,
cercando qualche mezzo  -  naturalmente illecito perché la Rai
non dipende né dall'uno né dall'altro  - per cancellare Santoro:
e l'uomo di garanzia propone al premier di trovare qualcuno che
inventi un esposto (lui che come commissario dovrebbe ricevere le
denunce e imparzialmente giudicarle) incaricandosi poi direttamente
e volentieri di provvedere all'assistenza legale per il volenteroso.

Poi il premier parla direttamente con il direttore del Tg1, manifestando
le sue preoccupazioni, e il "direttorissimo" (come lo chiama il primo
ministro) il giorno dopo va in onda puntualissimo con un editoriale
contro Spatuzza. Infine, lo statista trova il tempo addirittura per
lamentarsi della presenza mia e di Scalfari a "Parla con me", una
delle pochissime trasmissioni Rai che ha invitato "Repubblica": si
contano sulle dita della mano di un mutilato, mentre il giornalismo
di destra vive praticamente incollato alle poltrone bianche di "Porta
a porta" e ad altri divani di Stato.

La fluida normalità di questi eventi, che sarebbero eccezionali e
gravissimi in ogni Paese occidentale, rivela un metodo, porta a
galla un "sistema". Citando Conrad, l'avevamo chiamata "struttura
delta", un meccanismo che opera quotidianamente e in profondità
nello spazio tra l'informazione e la politica, orientando passo per
passo la prima nella lettura della seconda: in modo da ri-costruire
la realtà espellendo i fatti sgraditi al potere o semplicemente
rendendoli incomprensibili, per disegnare un paesaggio virtuoso
in cui rifulgano le gesta del Principe.

Oggi si scopre che il premier è il vero capo operativo della "struttura
delta" e non solo l'utilizzatore finale. Lui stesso dà gli ordini,
inventa le manipolazioni della realtà, minaccia, evoca i nemici,
suggerisce le liste di proscrizione, deforma il libero mercato televisivo,
addita i bersagli.
Che farà quest'uomo impaurito con i servizi segreti che dipendono
formalmente dal suo ufficio, se usa in modo così automatico e
disinvolto la dirigenza della Rai e le Autorità di garanzia,
istituzionalmente estranee al suo comando? Come li sta usando,
nell'ombra e nell'illegalità, contro gli stessi giornalisti che lo preoccupano
e che vorrebbe cancellare, in una sorta di editto bulgaro permanente?

La sfortuna freudiana ha portato ieri Bondi a evocare una "cabina di
regia" di giudici e sinistre, proprio mentre il Gran Regista forniva
un'anteprima sontuosa del suo iperrealismo da partito unico, a
reti unificate. La coazione gelliana a ripetere ha spinto Cicchitto
a evocare il "network dell'odio", proprio quando il Capo del network
dell'amore insulta avversari e magistrati, in una destra di governo
ormai e sempre più ridotta alla ragione sociale della P2, che voleva
occupare lo Stato, non governarlo. L'istinto ha condotto La Russa
ad afferrare per il bavero un giornalista critico del leader, alzando
le mani come la guardia pretoriana di un sovrano alla vigilia del golpe,
proprio nel momento in cui un collaboratore si chinava in diretta
televisiva sul premier suggerendogli la risposta giusta, in un fuori
onda del potere impotente che certo finirà nei siparietti quotidiani
di Raisat.

La verità è che ogni traccia di amministrazione è scomparsa,
nell'orizzonte berlusconiano del 2010, ogni spazio di politica è
prosciugato. Questo, è ora di dirlo, non è più un governo (salvo
forse Tremonti, che bene o male si ricorda di guidare un dicastero),
non è una coalizione, non è nemmeno un partito. Stiamo assistendo
in diretta alla decomposizione di una leadership, a un potere in
panne, nella sua pervasiva estensione immobile che non produce
più nulla, nemmeno consenso, se è vero il declino deisondaggi.

Era facile prevedere che l'agonia politica del berlusconismo sarebbe
stata terribile, e le istituzioni pagheranno nei prossimi mesi un prezzo
molto alto. Non abbiamo ancora visto il peggio. Ma non pensavamo
a questo spettacolo quotidiano di un sovrano sempre più assoluto e
sempre meno capace di autorità: costretto in pochi giorni a rimediare
con un decreto di maggioranza a errori elettorali del suo partito,
mentre è obbligato a bloccare il Parlamento con due leggi ad personam
che lo sottraggono ai suoi giudici, sempre più ossessionato dalla minima
quantità di libera informazione che ancora sopravvive in questo Paese.

Nessuno di questi problemi, ormai, si risolve nelle regole. La deformazione
è il nuovo volto della politica, l'abuso la sua costante. Si pone una
questione di democrazia, fatta di sostanza e di forma, equilibrio tra i poteri,
rispetto delle istituzioni, ma anche semplicemente di senso del limite
costituzionale, di rispetto minimo dello Stato e della funzione che grazie
al voto dei cittadini si esercita pro tempore. Questo e non altro  -  la
cornice della Costituzione  -  porterà oggi in piazza a Roma migliaia di
persone. È un sentimento utile a tutto il Paese, comunque voti.
Un Paese che non merita questa riduzione miserabile della politica a
calco vuoto di un sistema senza più un'anima, in un mix finale di protervia
e di impotenza che dovrebbe preoccupare tutti: a sinistra e persino
a destra.
fonte:http://www.repubblica.it/politica/2010/03/13/news/una_questione_di_
democrazia-2632503/
 
 
 
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