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IL RACCONTO DEL POZZO NELLA FORESTA prima parte

Post n°56 pubblicato il 19 Marzo 2006 da padronadelvulcano
Foto di padronadelvulcano

GIORNO #1

Non mangio da tre giorni. Fisso il sole e prego. Faccio solo questo. Sono seduta vicino al pozzo e scruto il cielo: dalle montagne si avvicina

la brezza

che porta la bruma

Guardo nel pozzo, ma è cosi profondo e nero che faccio fatica a scorgere il fondo. So che va bene così, so che non devo riuscire a vederne il fondo e tutto andrà bene. Il pozzo deve rimanere profondo e asciutto, arido. So che così sarò al sicuro. Lancio un sassolino, e dopo qualche secondo sento il minuscolo tonfo, lontano e distante. Vado a dormire nella mia tana di foglie e spero che non piova.

 

GIORNO #2 

La pioggia ha cominciato a cadere poco prima dell'alba, spero che la terra del fondo l'abbia assorbita. Fa freddo e sono scalza, ma esco dalla tana per guardare nel pozzo. Sul fondo la terra è diventata poltiglia, una melma irregolare, con delle piccole pozze in cui il mio riflesso esplode in frammenti opachi, e mi ricorda la faccia del guardiano che c'era prima di me. Vado a raccogliere un po' di foglie secche per gettarle nel pozzo, voglio che assorbano l'acqua.

Non ne trovo di secche, allora getto sul fondo dei sassolini, finche l'acqua non si vede più, si vedono solo dei sassetti, alcuni un po' bagnati, ma tutto sommato l'acqua è invisibile, non vedo più neanche un pezzettino del mio riflesso.

 

GIORNO #3

Oggi è arrivato un uomo. Si è seduto vicino al pozzo e ha tolto dalla sua sacca un pezzo di pane. Io lo spiavo dalla tana, nascosta dietro le foglie. Lo guardavo mangiare il pane e mi girava la testa per la fame. So che non sono stata un buon guardiano, ma non ho saputo resistere, e dopo aver pianto in silenzio per qualche minuto ho preso il mio arco, sono uscita e mi sono avvicinata piano.

Chi sei? mi ha chiesto l'uomo

Un arciere, e faccio la guardia al pozzo perché rimanga asciutto. E tu chi sei?

Un ladro. Ha risposto lui.

Io continuavo a fissarlo e sentivo che la mia gola secca e la mia lingua inaridita si bagnavano per la fame mentre lui mangiava, e mi faceva male tutta la bocca, bruciava.

Da quant'è che non mangi? Mi guardi come se tenessi in mano un tesoro...

...

Beh?

...

Allora, lo vuoi un pezzo di pane?

Mi sono seduta di fronte a lui e ho mangiato avidamente. Mi ha anche offerto dell'acqua e mi sono dissetata, ma continuava a farmi male la bocca, non masticavo e non inghiottivo niente da giorni.

Quando il pane è finito mi ha guardata e mi ha sfiorato una spalla con la mano.

Sei sporca, mi ha detto.

Sì, gli ho risposto, vivo in una tana e non ho acqua per lavarmi, non mi posso allontanare neanche per bere o per cercare del cibo.

Mi ha baciato le mani e i capelli e io ho cominciato a piangere, mi sentivo finalmente bene dopo tanto tempo. Ha baciato le mie lacrime bollenti, ogni lacrima disegnava una riga bianca sulla mia faccia sporca, e ogni bacio stampava un fiore chiaro in fondo alla scia. Mi ha sollevato la tunica corta e mi ha baciato le cosce, e intanto mi spingeva piano a sdraiarmi sull'erba. Io stringevo l'arco in una mano e tenevo la faretra in spalla, allora lui si è mosso per togliermela. D'istinto gli ho afferrato il collo con la mano libera, le mie unghie lunghe e scure di terra gli si sono piantate nella carne e ho sentito le gocce del suo sangue appiccicoso bagnarmi la punta delle dita. Una smorfia di dolore, sorpresa e rispetto gli ha attraversato il volto per meno di un secondo. Ha afferrato l'arco con forza e me l'ha strappato di mano. E' riuscito a costringermi a pancia in giù, premendomi la faccia nell'erba e mi ha sfilato a fatica la faretra. Una volta disarmata non mi sentivo più all'erta né preoccupata, e ho lasciato che mi spogliasse. Mi ha baciata piano sulle spalle e poi sui seni, mi teneva fra le mani come se fossi una cosa piccola e delicata, mi accarezzava con la dolcezza dell'amore, e io ho lasciato che mi facesse sbocciare come un fiore e che mi scaldasse. Piano piano ho aperto le braccia e sono rimasta sospesa da terra, coi capelli sporchi che sfioravano l'erba, abbandonata nel suo abbraccio sicuro. Abbiamo fatto l'amore sul prato, vicino al pozzo, e mentre mi lasciavo riempire, in lontananza si avvicinavano i tuoni del temporale.

 

GIORNO #4 

E' piovuto per tutta la notte. Gocce fitte e pesanti hanno lavato la foresta e si sono accumulate nel pozzo. Mi sono svegliata indolenziata ma indifferente. La tana era asciutta e il ladro mi aveva coperta col suo pesante mantello. Dovevo essermi addormentata mentre ero ancora con lui, sul prato, perché non ricordavo di essermi rivestita e di essermi coricata nella tana. Il ladro era sparito.

Esco e guardo nel pozzo: vedo il mio riflesso nero sulla superficie liscia e immobile, ma è così profondo che non riesco a misurare la profondità. Raccolgo un sassolino e lo lascio cadere sul fondo. Dopo molti secondi sento il pluf. L'acqua è ancora bassa e lontana, ma la devo asciugare. Non ci sono foglie secche, dopo il temporale, allora decido di raccogliere la sabbia asciutta nelle grotte della foresta. Lavoro fino al tardo pomeriggio, portando un manciata di sabbia per volta, ma il pozzo non si riempie. Allora mi tolgo la tunica e la uso per raccogliere più sabbia. Vestita solo col mantello del ladro vado avanti e indietro, dalla caverna al pozzo. Quando il fondo è di nuovo melmoso decido di gettare un'ultimo strato di sabbia per asciugarlo bene, e la tunica mi scivola dalle mani e precipita nel nero del pozzo. Ormai il sole è tramontato. Vado a ripararmi nella tana, domani penserò ad una soluzione.

 

GIORNO #8

Non mangio dal giorno del temporale. Non sono riuscita a recuperare la tunica. Per  fortuna non è mai piovuto. Mi aggiro per la radura attorno al pozzo, attenta a non perderlo mai di vista. Cerco frutti e animaletti per saziarmi. La sete mi sono rassegnata a tenermela, il fiume è tropo lontano. Mentre striscio lentamente, accovacciata, tra i cespugli scorgo un bagiore con la coda dell'occhio. Mi getto a terra d'istinto mentre un dardo sfreccia sopra di me e si pianta sul tronco di un albero. Si avvicina un uomo alto e molto attraente e appena mi vede quasi grida di sorpresa.

Ti è andata bene, pensavo fossi un lupo, questa freccia era per te. E intanto recupera l'arma dal legno.

Poi continua: Sembri affamata, posso darti una lepre, ma non do mai niente per niente...

Io che sono ancora accovacciata, mi alzo e lo fisso negli occhi per fargli presente che sono un arciere di chiara fama e che io posso cacciarmi da sola il pranzo, ma mi ricordo di essere nuda solo quando lui mi fissa a bocca aperta. Lascia cadere la freccia e mi afferra per i polsi. Mentre mi penetra provo rabbia per essemi lasciata cogliere di sorpresa. Lui continua, è violento e mi fa male, pesa, mi schiaccia, sento la carne della schiena che si lacera contro le radici che sporgono dal terreno. Ad un certo punto smetto di ribellarmi e collaboro, mi muovo con lui. Il cacciatore mi libera i polsi e si concentra sul suo piacere, io tasto veloce il terreno attorno e trovo un'arma. In un attimo gli pianto nella carne il suo stesso pugnale, dal basso verso l'alto, quando ho finito di aprirlo in due è già morto. Riesco a spingerlo lontano da me a fatica, e in quel momento mi accorgo che la pioggia scroscia come non l'avevo mai vista in tutta la mia vita.

 

  GIORNO #9

Oggi ho guardato nel pozzo: riuscivo a vedere il mio riflesso controluce nell'acqua nera e infetta. Ho lanciato un sasso e ci ha messo poco tempo a fare plunf...

 
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