Te Rehutai

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Perdere con i neozelandesi ci poteva stare. Il lato triste per un popolo di poeti e navigatori è che navigatori non lo siamo più da secoli e l’ascia l’abbiamo sotterrata con Schettino. Prima di non essere più niente, ci rimaneva quell’essere poeti, ma il nome di quella barca: Te Rehutai, ha chiuso ogni discorso anche su questo visto che a loro bastano quelle due parole, Te Rehutai, per dire “Dove l’essenza dell’oceano rinvigorisce ed energizza la nostra forza e determinazione”.
Dall’essere poeti siamo passati a quella logorrea che fa dei lunghi giri di parole per poi non dire un cazzo. Siamo lo specchio della nostra politica. Anche come navigatori perché, come tutti, siamo bravi ad andare dove ci porta il vento ma, quando cala, la nostra rotta si rivela sempre quella sbagliata.
Che spettacolo però quelle barche anche perché il foil alzato mi ricorda quando portavo fuori il cane. Con o senza vento, lo sollevava con la stessa eleganza ad ogni albero che incontrava.

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Apprestandomi a salutare definitivamente questo 2020 così vituperato e maledetto, faccio due considerazioni. La prima è che, dopo essermi pizzicato per controllare se sono ancora vivo, stasera abbraccerò il 2020 salutandolo con lo stesso affetto col quale ho salutato tutti quelli che l’hanno preceduto perché guardandomi intorno e leggendo i numeri non posso negare di aver avuto più culo di tanti altri. Certo, anche sulla leggenda metropolitana della migliore sanità al mondo ci sarebbe da fare qualche considerazione, ma ho detto che ne avrei fatte solo due e mantengo la promessa.
Leggendo qua, la seconda considerazione è sull’omelia del 27 marzo che pronunciò Francesco nella solitudine di piazza San Pietro:

Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta“.

Ora a distanza di nove mesi, considerando sempre il crudele cinismo dei numeri, mi pare abbastanza evidente che Francesco non sia molto ben visto e considerato nelle alte sfere celesti. Vista la dimensione planetaria che ha assunto il Covid e pensando alla tradizione con la quale i Papi poi diventano Santi, credo che la sera di quel 27 marzo lui si sia giocato tutti i jolly.
Lo stesso anch’io, con la differenza che i miei jolly li ho finiti da un bel po’.
Che poi, a dirla tutta, la santità come i monumenti non essendo stati approvati dal defunto, sono un abuso se non una violenza rispetto al diritto d’immagine. Certo che abbiamo una mente non so se più contorta o semplicemente bacata. Finché sei in vita ti negano il diritto al suicidio, ma quando sei morto decidono allegramente cosa farne di te. Una piazza, un vicolo, una stazione. Tutto fa brodo e, ti piaccia o no, ti sei assicurato una vita pressoché eterna.

D’io e di noi

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Il professor I. Penz è uno dei docenti di Idraulica del Pensiero più controversi ed affermati del mondo. Le sue teorie hanno la capacità di ridurre a dicerie quelle esistenti e di essere allo stesso tempo inattaccabili avendo la stessa credibilità scientifica di qualunque altra teoria. Come accadeva ad ogni sua conferenza, la sala era piena e c’ero anch’io.

“La Terra ha circa 4540 milioni di anni ma la domanda è: la vita, in qualunque sua forma, ha la stessa continuità ovvero la stessa età?” e fece una breve pausa facendo un largo giro d’orizzonte sui presenti. E’ la sua tecnica. Inizia ogni conferenza mettendo assieme due cose: una certezza scientifica ed una domanda del cazzo. Per lui, le domande del cazzo, sono quelle che nessuno si pone mai, ma la risposta può condurre a teorizzare qualcosa di completamente diverso dall’omologato e di altrettanto possibile. Nel suo giro d’orizzonte, lasciò per un paio d’attimi il suo sguardo nel mio e poi riprese a parlare.
“Scientificamente chi o cosa può impedirci d’ipotizzare che l’evoluzione abbia impiegato 999 milioni d’anni per portarci sin qua. Poi nel giro di un milione d’anni, per un motivo qualunque o per una somma di motivi qualunque, si è spenta ogni forma di vita sulla Terra e sono stati necessari altri 500 milioni di anni per smaltire e cancellare ogni traccia di quella vita. Riassumendo, 1500 milioni d’anni per inizio, sviluppo, fine e cancellazione di ogni traccia di quella vita che chiameremo Versione 1.0”.
Fece un’altra breve pausa, si versò un bicchiere d’acqua e ne attinse un sorso.
“A questo punto la Terra ha impiegato altri 999 milioni di anni per arrivare ad una forma di evoluzione che è stata perfettamente uguale a quella precedente ed ha diligentemente replicato un’altra volta i suoi bravi dinosauri, le Piramidi, l’Impero Romano, il Cristianesimo, la rivoluzione Francese, l’11 settembre e perfino i Mondiali di Calcio. Sì, perché dobbiamo dircelo, non c’è nulla di più monotono e ripetitivo dell’evoluzione. La fantasia non esiste e le passioni, di qualunque genere siano, sono solo una roba che ci siamo inventati per non finire in depressione. Una via di fuga. A questo punto, in appena un milione d’anni, finisce anche la Versione 2.0 della vita e la Terra, come aveva già fatto in precedenza, impiegherà altri 500 milioni di anni per smaltire e cancellare ogni traccia d’evoluzione compresi i nostri satelliti artificiali”.

Percepivo l’attenzione affascinata di una parte della gente in sala ma percepivo anche il disagio di quella parte della comunità scientifica che vedeva mettere in discussione i suoi teoremi e coglievo anche la loro invidia per la capacità comunicativa di quell’uomo che avevo conosciuto tre anni prima a Stoccolma. Mi ero fermata a parlare con lui durante l’incontro con la comunità scientifica nel dopo conferenza. Sono biologa e contestavo la sua teoria secondo la quale è la scimmia che è discesa dall’uomo e non viceversa. Mi chiese se potevamo continuare a parlarne a cena. Gli dissi di sì ed a cena parlammo di tutt’altro che di primati. Poi mi accompagnò in albergo e nemmeno là parlammo di scimmie. Tranne un breve accenno al mio pelo e al suo, impiegammo la notte a sgualcire le lenzuola del mio letto.

“Ora si potrebbe dire che la Terra è così cocciuta che ha ricominciato daccapo e dopo altri 500 milioni d’anni ci ha riportati di nuovo al punto in cui siamo. È vero. È proprio quello che è accaduto ma non perché la Terra sia testarda come certi amori ma soltanto perché, nella sua infinita e stupida semplicità, non sa fare altro o, forse, ripetendosi sempre uguale, ci conduce fino allo stesso punto per poi finire. Un circolo vizioso oltre il quale non si può andare. Un giallo piacevole e divertente che non finiremo mai di leggere. Una gran bella presa per il culo. È la vita, signori. Lo è anche nella sua Versione 3.0 e lo sarà anche nelle prossime. Nessun allarmismo però, perché se fosse vero che l’età della Terra è 4540 milioni d’anni e la mia teoria fosse esatta, vuol dire che ci vorranno altri 13 milioni d’anni per la fine del terzo giro. Perciò prendetevela comoda.”

Mentre tutta la sala applaudiva, rimasi seduta e gli mandai un messaggio:
“La vita, nella sua infinita e stupida semplicità, sa anche sorprenderci. Sono felice di scoprire che succederà di nuovo e non importa se dovrò aspettare altri 1500 milioni d’anni.”

tilde

matilde

Tilde, non so perché ma t’immagino come una che è arrivata di corsa alla stazione. In fretta, prima che partisse il treno. Troppo tardi, comunque. E’ già andato. Come le cose che ormai son state dette. Non si torna indietro. Ti avvicini alla panchina. È mezza vuota.
“Diminutivo di Matilde?”
“No, solo segnetto. Con la ti minuscola. Per cambiare il rumore di una lettera. Nient’altro.”

black friday: Allure in 2×1

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Respiro quel suo odore buono. Il mio battito poggiato alla sua schiena ha i suoi tempi. La sua voce invece, ha i tempi dell’onda.
Allure va meglio in inverno, con il freddo, perchè scalda, come fosse un golf di lana color biondo mela matura da mettere sulle spalle quando il brivido della sera rallenta il tempo della notte.
In due righe di parole un percorso di pensieri che percepiscono un profumo con la stessa dolce delicatezza di un golf biondo mela poggiato sulle spalle in una notte rallentata dal brivido della sera.
“Ripetilo”, le dico all’orecchio e mentre lei ripete quelle parole le mie labbra, come un’eco, un fil rouge fra udito e tatto, ne disegnano il percorso sulla sua pelle. Dalle spalle scivolano dolcemente sul collo. Fra le dune della sua pelle d’oca risalgono piano il mento fino a ritrovarsi sulla sua bocca. Fermandosi là tutto il tempo che vogliono.
“Ripetilo tu, adesso”.

Ci sono albe nelle quali seduto a un certo bar puoi guardare attraverso il tuo bicchiere quel lenzuolo d’acqua che si sveglia stirandosi piano e si srotola pigramente sul letto di ciottoli e sabbia. Lei con la sua testa poggiata sulla mia spalla sembra parlare di profumi.
Con Allure ho incominciato il mio pezzo di vita a Bologna: me l’avevano regalato. Se lo riannusassi mi riporterebbe un po’ a quei giorni.
La mia testa poggiata sulla sua. Piani inclinati di pensieri. Confusione di capelli. Non sta parlando di un profumo. Allora Allure è solo un fil rouge per raccontarmi in quattro parole un percorso fra lei e una città. Un odore che da motivo o scusa di un viaggio diventa ricordo o nostalgia. Oppure ricordo e nostalgia assieme. Lo sa lei. Per me è soltanto gelosia. Guardo i suoi piedi nudi spolverati di sabbia, distesi ed incrociati sulla sedia davanti a lei. Sorrido pensando a quanto siamo diversi. Nel mio bicchiere i primi riflessi d’oro e d’argento. Alle nostre spalle sta accadendo qualcosa. Il sole.