bravo Libero, ma con moderazione

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Non mi piace la moderazione perché non trovo equo che qualcuno possa avere un diritto che io non ho. Ad esempio, se in un blog o altrove io posso scegliere di dire quello che mi pare non trovo giusto che altri non possano fare altrettanto ed essere io stesso a moderarli. Certo, non è neanche corretto che un commento sia offensivo o volgare, ma potrebbe esserlo anche il post, magari non lo è per chi lo scrive ma, intanto, chi lo scrive ha in mano lo scettro della moderazione e può usarlo a proprio piacimento.
Quindi, visto che funziona così e per quanto scomoda, ben venga la pre-moderazione instaurata da Libero. In fondo, soprattutto a chi piace moderare, evita che certi commenti, soprattutto quelli fuori contesto, gratuiti e volgari compaiano o sporchino. Questa innovazione ha, in ogni caso, il vantaggio di rendere inoffensivi i trollisti di mestiere e li porterà automaticamente all’estinzione.
Perciò “bravo Libero”, ma con moderazione solo perché da un altro lato la responsabilità del blogger cambia ed aumenta perché, mentre prima poteva affermare che non aveva cancellato un commento non avendolo ancora letto, ora lui è primo responsabile della pubblicazione dei commenti. In realtà, “bravo Libero”, ma con moderazione perché, come diceva Andreotti, se a pensar male si fa peccato, è anche vero che spesso ci si azzecca. Fra il bianco e il nero, un po’ di grigio.

fotogrammi

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Osservando meglio la foto presa in prestito da un altrove che come l’ermo colle mi è sempre caro, noto la sigaretta spenta e penso che anche un fotografo bravo può perdersi in un dettaglio nel metterla fra le dita della modella, poi – fra luci, postura, esposizione – dimenticarsi di accenderla per renderla ancora più vera.
“Hai da accendere?”, mi chiede togliendo il tacco dalla parete e facendo un passo verso di me.
“Aspetta”, le rispondo.
Prendo l’accendino e, abbassando il finestrino, metto fuori la mano e accendo.
“No, ti ho chiesto solo se hai da accendere, non di farmi accendere.”
“Non capisco…”
“Lo so. Non hai capito neanche il fotografo. Vedi, per chi guarda, io ti ho chiesto se hai da accendere oppure tu hai rallentato per chiedermi se volevo accendere o per chiedermi una sigaretta. Nessuno può dire che ti stia adescandoo o lo stai facendo tu.”
“Ah, capito. Però la cosa cambierebbe se adesso tu salissi in macchina con me…”
“E perché cambierebbe? Parlavamo e avresti potuto invitarmi a prendere un caffè o avrei potuto farlo io… Mi trovi indecente?”
“Indecente se m’invitassi a prendere un caffè?”
“Certo che sei di coccio. Intendevo indecente per come sono vestita.”
“Assolutamente no. Anzi, stai bene. Ti veste bene il rosso.”
“Provocante?”
“No, direi appariscente. Ti si nota, ma non è certo colpa tua. Semmai è tutto merito di mammà”
“Allora me lo offri questo caffè?”
“Va bene, ma non sono pratico di Cassina, mi indichi tu un bar?”
“Oltre che di coccio, anche imbranato… son proprio tempi duri…”, ed entrando in macchina aggiunge “… speriamo non siano duri solo i tempi”.
Non comprendo cosa intenda e mentalmente mi scuso col fotografo perché non sempre le cose sono come appaiono.

una corretta comunicazione

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In un momento in cui servirebbe soprattutto un’informazione chiara e corretta, quello che mi preoccupa di più è l’estrema confusione generata proprio dai media perché quando si parla di stragrande maggioranza di regioni rosse sento tanti anziani che dicono: “finalmente!”.
Spieghiamogli che “regioni rosse” non ha nulla a che vedere con quello che intendono loro, ma solo e, purtroppo, col Covid.
Così come, quando si parla d’intensificare la campagna vaccinale sento tanti, stavolta giovani, che dicono: “ma come si fa ad intensificarla se poi ci fanno stare chiusi in casa?”.
Spieghiamogli che si parla di campagna “vaccinale”. Con due ci, non con la gi.

idio(m)i

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Il motivo per il quale i tedeschi hanno sospeso il vaccino AstraZeneca è riassunto nella frase conclusiva dell’Istituto Paul Ehrlich: “il legame con il vaccino è non implausibile” e bisogna ammettere che è stato un bel contorsionismo dialettico perché l’uso della doppia negazione, mai come in questo caso, la dice tutta sull’imbarazzo planetario sulla questione.
Traducendo, “implausibile” significa “non plausibile” e dire “è non implausibile” equivale a dire “non è non plausibile” ovvero facevano prima a dire “è plausibile”.
E adesso che l’EMA, con altre parole, ha detto che invece è implausibile quello che “è non implausibile” per l’Istituto tedesco, con gran sollievo possiamo tranquillizzarci perché il problema era solo grammaticale e, considerando la quantità di idio(m)i che circolano in Europa, la cosa è non implausibile.

Te Rehutai

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Perdere con i neozelandesi ci poteva stare. Il lato triste per un popolo di poeti e navigatori è che navigatori non lo siamo più da secoli e l’ascia l’abbiamo sotterrata con Schettino. Prima di non essere più niente, ci rimaneva quell’essere poeti, ma il nome di quella barca: Te Rehutai, ha chiuso ogni discorso anche su questo visto che a loro bastano quelle due parole, Te Rehutai, per dire “Dove l’essenza dell’oceano rinvigorisce ed energizza la nostra forza e determinazione”.
Dall’essere poeti siamo passati a quella logorrea che fa dei lunghi giri di parole per poi non dire un cazzo. Siamo lo specchio della nostra politica. Anche come navigatori perché, come tutti, siamo bravi ad andare dove ci porta il vento ma, quando cala, la nostra rotta si rivela sempre quella sbagliata.
Che spettacolo però quelle barche anche perché il foil alzato mi ricorda quando portavo fuori il cane. Con o senza vento, lo sollevava con la stessa eleganza ad ogni albero che incontrava.