Dicembre 2017: Pearl Jam – VITALOGY (1994)

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Data di pubblicazione: 22 novembre 1994
Registrato a: Bad Animals Studio (Seattle), Southern Tracks Recordings (Atlanta), Kingsway Studios (New Orleans)
Produttore: Breandan O’Brien & Pearl Jam
Formazione: Eddie Vedder (voce, chitarre, fisarmonica), Jeff Ament (basso, contrabbasso, cori), Stone Gossard (chitarre, mellotron, cori), Mike McCready (chitarre, slide guitar), Dave Abbruzzese (batteria), Jack Irons (batteria)

 

Tracklist

 

                        Last exit
                        Spin the black circle
                        Not for you
                        Tremor Christ
                        Nothingman
                        Whipping
                        Pry, to
                        Corduroy
                        Bugs
                        Satan’s bed
                        Better man
                        Aye Davanita
                        Immortality
                        Hey Foxymophandlemama, That’s Me

 

 

Abbiamo stabilito quello che facciamo e non cerchiamo assolutamente di difenderlo ad oltranza.
Se a qualcuno non piace, fanculo! Non abbiamo tempo di stargli dietro!
(Eddie Vedder)

Poche band al mondo possono vantare la “coerenza granitica” dei Pearl Jam. Poche band sono state così severe con sé stesse e come la band di Seattle. Basti pensare alla famosa questione legale portata in causa con la Ticketmaster sulla gestione di quasi monopolio dell’organizzazione dei concerti, e sul prezzo dei loro biglietti. O al fatto che per tanto tempo siano stati restii a qualsiasi forma convenzionale di promozione musicale, come le interviste sulle riviste, i videoclip, i singoli. O anche al fatto che si siano presa la briga di stampare oltre duecento bootleg ufficiali pur di arginare la deriva della distribuzione illegale. O semplicemente al fatto che non hanno mai ceduto ad alcuna pressione sullo stile personale della loro musica, tanto che secondo autorevoli considerazioni, la band ha trascorso gran parte del suo tempo ad “allontanare la fama”. Piaccia o non piaccia i Pearl Jam sono quello che loro voglio essere: prendere o lasciare!
Le origini della band vanno fatte risalire alla prima metà degli anni ’80, quando Jeff Ament e Stone Gossard mettono su i Green River, una della band seminali nell’ambito del rock alternativo americano. In questo gruppo militavano anche Mark Arm e Steve Turner, che poi andranno a formare un’altra band molto importante per il circuito underground americano: i Mudhoney. I Green River daranno alle stampe un solo album, salvo poi sciogliersi. Conclusa questa esperienza Ament e Gossard fonderanno i Mother Love Bone assieme a Andrew Wood. Ma costui resterà vittima di un’overdose di eroina, e quindi anche questa esperienza fu destinata a concludersi. Ma la voglia di fare musica, di dire la loro non si fermerà. Avendo conosciuto un altro talentuoso chitarrista, Mike McCready, reduce dalla chiusura di una sua band, gli Shadow, iniziano a registrare delle canzoni insieme. I demo di queste canzoni verranno mandate a Jack Irons, ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, che a sua volta le girerà ad un suo amico appassionato di musica rock, e che all’epoca lavorava come benzinaio a San Diego: Eddie Vedder. Ed è così che si preparerà la formazione di quella che diventerà sin da subito una delle band più importanti degli anni ’90.
Vedder lavorò subito alle liriche per quei demo, e nello stesso tempo verrà ingaggiato un batterista, Dave Krusen, e si diede vita ai Pearl Jam (nome che faceva riferimento alla marmellata che la nonna di Eddie Vedder gli preparava quando era bambino). Quei demo confluirono nell’esordio di Ten, uno dei dischi d’esordio più belli e importanti di tutti i tempi, grazie ad inni come Alive o Oceans, e cavalcate rock come Porch ed Even flow, esprimeva la furia grunge unendola alla tradizione hard rock di certi periodi lontani, unendo tanto i primi sussulti dei Green River ai Led Zeppelin. A differenza dei Nirvana, i Pearl Jam erano più “conservatori”, legati ad una dimensione nello stesso tempo intima e grandiosa. Rabbia e dolcezza convivevano insieme in un dialogo di grande affabilità. Ed Eddie Vedder manifestò sin da subito le sue abilità di cantante carismatico e dotato di un timbro vocale di grandissima passione, ricordando per certi aspetti la personalità forte di Roger Daltrey.
Dopo Ten, i Pearl Jam inizieranno un percorso di crescita esponenziale di incredibile creatività, di cui Vitalogy, il loro terzo album, rappresentava l’espressione massima e più variegata. Nel disco aleggia il fantasma di Kurt Cobain, deceduto qualche mese prima della sua pubblicazione, e vi è spazio per le sperimentazioni (vi si possono ravvisare delle schegge sonore come Bugs e Pry, to), ma nello stesso tempo Vitalogy (nome di un vecchio manuale di medicina e copertina apribile con tanto di riferimenti da quel manuale che Eddie Vedder comprò in un negozio di libri usati, e nello stesso tempo foto romane raffiguranti Giovanni Paolo II e scritte contro Bush) è il disco più duro che i Nostri abbiano mai concepito. Basti pensare alla furia assassina di Spin the black circle che lo lanciava sul mercato. Un brano garage-punk di insana cattiveria!
Oltre questa il disco si divide in momenti di sacro furore, portato avanti da brani violenti e passionali come Whipping o l’iniziale Last exit, l’hard di Curdoroy, il trip psicotico di Not for you, la nenia arida di Tremor Christ o la sboccata Satan’s bed, a ballate dolcissime e piene di dolcezza, come la delicata Nothingman, la vigorosa Better man, o l’accorato implicito pensiero a Kurt Cobain in Immortality.  Aye Davanita e la finale Hey Foxymophandlemama, That’s me rientrano nella categoria dei pezzi più sperimentali. Quest’ultimo è costituito da otto minuti di rumori e voci sparse messe assieme con delirante visione psichedelica.
Vitalogy è l’album adulto dei Pearl Jam, che taglia i ponti con il grunge e cerca di crescere in una dimensione più libera da qualunque stilema. Vitalogy è l’album che proietta i Pearl Jam in una dimensione più legata alla speculazione che alla sola incursione giovanile. Dopo Vitalogy i Pearl Jam pubblicheranno un altro album capolavoro nel più intimista No code (di mezzo però vi era stato Mirrorball per Neil Young), per poi bloccare la propria ispirazione in album via via sempre meno interessanti. Ciò non toglie però il grande carisma di una band romantica e appassionata, che dal vivo si esprime come una delle realtà rock più vitali e muscolose di sempre. “Sopravvissuti” al grunge, i Pearl Jam non smettono di stordirci comunque con la loro formidabile anima rock! E l’anima è sempre qualcosa di importante!

 

La musica dei Pearl Jam è strutturata dai i riff del rock da stadio degli anni ’70 con la durezza e la rabbia del post punk ’80, senza mai trascurare i cori e gli agganci
(Stephen Thomas Erlewine)

Dicembre 2017: Pearl Jam – VITALOGY (1994)ultima modifica: 2017-12-11T08:49:33+01:00da pierrovox

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