Dicembre 2020: The Beach Boys – PET SOUNDS (1966)

Pet sounds

 

Data di pubblicazione: 16 maggio 1966
Registrato a: United Western Recorders, Gold Star Studios, CBS Columbia Square, Sunset Sound Recorders (Hollywood)
Produttore: Brian Wilson
Formazione: Brian Wilson (voce, pianoforte, tastiere, organo, effetti sonori, cori), Al Jardine (tamburo, voce, cori), Bruce Johnston (tastiere, voce, cori), Mike Love (voce, cori), Carl Wilson (chitarre, voce, cori), Dennis Wilson (batteria, voce, cori)

 

Lato A

 

                        Wouldn’t it be nice
                        You still believe in me
                        That’s not me
                        Don’t talk (Put your head on my shoulder)
                        I’m waiting for the day
                        Let’s go away for awhile
                        Sloop John B

 

Lato B

 

                        God only knows
                        I know there’s an answer
                        Here today
                        I just wasn’t made for these times
                        Pet sounds
                        Caroline no

 

Credo che nessuno sia musicalmente istruito
fino a quando non ascolta Pet Sounds
(Paul McCartney)

 

“Sono solo canzonette”, cantava Edoardo Bennato, riferendosi alla musica leggera. E la “canzonetta”, in un modo o nell’altro, è sempre considerata come qualcosa di poco valore, di passabile, che debba riempire i tempi morti, intrattenere, svagare. E in un certo senso è così. Ma spesso ci si dimentica che sprezzando si compra, e che la leggerezza non è sinonimo di banalità, ma briosità, e che una melodia orecchiabile può fare la sua rivoluzione. Fatevelo spiegare dai Beatles cos’è il “potere di una canzonetta”, e di colpo vi ritroverete ad aver a che fare con una rivoluzione culturale di immani proporzioni. Ecco, in un certo qual modo, i Beatles della California sono proprio i Beach Boys, cultori dell’ondata surf pop dei primi anni ’60, diventi col tempo tra i più grandi e geniali rivoluzionari della musica pop a livello internazionale. Le loro canzoni, semplici e dirette, erano delle vere e proprie cartoline californiane colme di sole, spiagge e divertimento, anche se tra le pieghe era possibile già intravedervi dei drammi paurosi. Quante volte sarà capitato di imbattersi in quelle melodie cristalline e briose guardando un film americano, una serie tv, o anche semplicemente uno spot pubblicitario? Eppure dietro quelle canzonette tanto dirette, c’era un lavoro certosino di sperimentazione ed esplorazione sonora, che tutt’oggi i Beach Boys, esattamente come i Beatles, sono considerati tra le band più influenti di tutta la storia del pop.
Pioniere di questa rivoluzione fu senza dubbio alcuno il genietto Brian Wilson, compositore di eccellente talento, sperimentatore dell’uso degli strumenti e della ricerca sonora. Lui assieme ai fratelli, Carl e Dennis, e il cugino, Mike Love, mise assieme la band, cercando di mettere insieme l’idea di gruppo vocale e la nuova strategia vincente del gruppo rock. Le loro interpretazioni di brani surf pop (indimenticabile in tal senso Surfin’ Usa) e canto corale crearono un connubio scintillante di immediatezza pop raffinata e ammaliante. In un certo qual modo eccelleva in tutti i sensi l’idea stessa di gruppo e non di leader. E fu proprio con loro che la California divenne un vero e proprio luogo musicale con tutti i crismi, tanto che nel rock è ben riconoscibile il cosiddetto “stile californiano”.
I loro primi passi quindi inevitabilmente cercavano di far splendere la loro terra in tutti i modi loro possibili: dal suono scintillante delle chitarre ai cori melodici delle loro canzoni, emanando una briosità accattivante. Ma il confronto con un’autentica pietra miliare come Rubber soul dei Beatles portò Brian Wilson ad un approccio ancora più eclettico nella composizione e nell’idea stessa della musica da produrre. In un certo qual modo ci si voleva liberare dal cliché che le loro canzoni fossero solo canzonette da spiaggia. E così venne Pet sounds.
Dedicato a Phil Spector, l’album è un concept che si soffermava sulla maturazione di un giovane attraverso le sue esperienze amorose, le sue amicizie, mantenendo una sorta di pessimismo permanente. Ma la rivoluzione vera e propria venne nell’approccio alla composizione di Brian Wilson, che operò su questi “mottetti rock” avvalendosi di una ricchezza sonora mai prima d’ora così accentuata (si possono ascoltare strumenti come il trombone, il clavicembalo, violini, armonica, molti dei quali inconsueti per la musica pop), e di effetti rumoristici (cani che abbaiano, campanelli di biciclette), cercando di ottenere quanto più possibile una sorta di barocca “sinfonia pop”.
Alla bisogna fu chiamato un giovane autore, conosciuto da Brian Wilson qualche mese prima: Tony Asher. Con lui iniziò un lavoro di composizione intenso. Quello che ne è sortito è un pezzo di storia del pop!
Inaugura la briosa Wouldn’t it be nice, sorta di quintessenza della musicalità dei Beach Boys, una specie di rivisitazione ancora più intensa e immortale di ciò che fu Surfin’ Usa. E il tutto è condito da elementi semplicemente convenzionali per la classica canzone pop: melodie irresistibili e intreccio formidabile delle armonie vocali. Segue la vagamente nostalgica You still believe in me, dove sul tappeto sonoro intessuto dal clavicembalo si inseriscono inconsueti suoni di campanelli da bicicletta. That’s not me procede sulla stessa lunghezza d’onda, col tappeto organistico a sostituire il clavicembalo. Il tono dimesso con cui si apre Don’t talk vede l’inserirsi di diversi strumenti ottenendo una sorta di omogeneità sonora tipica della “sinfonia pop” che Wilson voleva ottenere. I’m waiting for the day è una sorta di speranza aperta sul futuro, un’estatica apertura sul futuro, dove fiati, violoncello e puntelli di organo elettrico disegnano queste proiezioni. Arriva il momento dello strumentale Let’s go away for awhile, delicata sonata da camera, con l’uso di diversi strumenti che comunicano tra di loro. Chiude il primo lato l’armonia folk di Sloop John B, vecchio traditional riarrangiato da Brian Wilson, scintillante di campanelli e suono luminoso dell’arpeggio della chitarra.
Il secondo lato è aperto dalla sinfonica God only knows, giudicata da Paul McCartney come uno dei pezzi più belli mai scritti. E in effetti è uno dei momenti più belli di tutto l’album, carico di malinconica armonia, oltre che di romantica estasi (il tema “God only knows what I’d be without you”). Qualcuno addirittura sostiene che durante le registrazioni Brian Wilson si sia fermato in preghiera col fratello Carl. I know the answer fu ripescata da sessioni più vecchie, e riadattata al momento, e richiama abbastanza bene i Beatles nelle armonie vocali, pur avendo una sorta di sinistro suono medievale. Here today esprime invece tutta la disillusione di fronte alle tematiche amorose, esprimendo tutto il desiderio di fuga. I just wasn’t made for these times esprime tutta l’incapacità di vivere il presente, e tutta l’incapacità di saper esprimere la propria personalità. Prima della chiusura abbiamo lo spazio per un altro strumentale, che è anche la title-track, che lancia direttamente alla conclusiva Caroline no. La canzone avrebbe dovuto chiamarsi Carol I know, dedicata alla prima fidanzata di Brian Wilson. Carol rappresenterebbe in tutto questo la perdita dell’innocenza, lo scontro degli ideali con la dura realtà. E così il brano venne poi chiamato Caroline no (che poi è la stessa pronuncia di Carol I know). Il brano infatti si spegne con una coda rumoristica fatta di cani che abbaiano, suoni di passaggi a livello e treni che passano, portandosi via tutti gli ideali perduti nel vento.
Paul McCartney ha da sempre sostenuto che Pet sounds era uno dei suoi dischi preferiti, e che fu cruciale per la composizione del loro Sgt. Pepper’s lonely hearts club band. E lasciamo che sia lui a suggellarlo come uno dei capolavori immortali della musica leggera.
Dopo questo disco il genio di Brian Wilson si concentrò su una seconda sinfonia pop, dal titolo Smile, partendo proprio da Good vibrations, che avrebbe dovuto far parte di Pet sounds, ma che divenne per molto tempo un fantastico disco fantasma. Questo fino al 2004 quando Wilson ne decise la pubblicazione di una sua versione personale, e poi definitivamente nel 2011 quando fu finalmente pubblicato. Altro grande capolavoro che non poteva continuare a rimanere nascosto.

 

Non avevo mai sentito delle note così magiche e così magnificamente registrate. Pet sounds è un album bellissimo e senza tempo, pieno di incredibile bellezza e genio
(Elton John)

Dicembre 2020: The Beach Boys – PET SOUNDS (1966)ultima modifica: 2020-12-17T07:49:22+01:00da pierrovox

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Se possiedi già una registrazione clicca su entra, oppure lascia un commento come anonimo (Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog).
I campi obbligatori sono contrassegnati *.