Grace e la bizzarria del foraging

  Grace, un nome una garanzia, come lo slogan di un vecchio spot: determinata, audace e autenticamente bionda con un french bob che le sta da dio. Siamo state compagne di classe e ora buone amiche with no great expectations. Nonostante l’avvocatura le rubi molto tempo, Grace trova il modo di dedicarsi, con risultati che hanno dell’incredibile, al foraging, ovvero alla raccolta di vegetali di uso non comune che preparerà in un secondo momento con un occhio alle dritte della nonna e uno all’etnobotanica. Il suo blog, delizioso con una punta di leziosità, è colmo di foto che hanno per oggetto erbe e semi raccolti a fronte di lunghe passeggiate in Val d’Aosta, durante le quali “penso solo cose belle”, scrive.

  Ora va ripetendo che tra un anno mollerà il lavoro, stanca dei colleghi e delle facce deformate dallo stress in metropolitana; quando accadrà, cambierà nome: sarà per tutti Heidi dei boschi. Io so che non scherza, e già la invidio un po’. E per ripicca me ne vado a Helgoland.

En ce moment

  En ce moment è un corto di 15 minuti scritto, interpretato e diretto da Serena Vittorini, artista visiva residente a Bruxelles. Girato in Belgio durante il lockdown, racconta la storia d’amore di Serena e Ophélie confinate in un appartamento per via del Covid19. Privo di effetti speciali, il corto lascia spazio a dialoghi liberi, e talvolta ruvidi, sul tema dell’omosessualità. Tra le due amanti a contare sono i gesti, i silenzi e la lingua del corpo. En ce moment è stato inserito nella sezione Notti veneziane, Isola degli autori e sarebbe consigliabile a tutti quelli che nell’amore ci credono ancora. Malgrado tutto.

– La prima volta che ci siamo incontrate è stato in un bar. Mi vergognavo un po’ del mio francese, ed è stato davvero difficile guardarti negli occhi.

– Scopiamo?

Poi a un certo punto hai detto:

– Sono forte.

– Serena?

– No, è troppo ridicolo.

– Cosa?

– Non dire Serena.

– Ma perché?

– Perché è strano.

– Ma è il tuo nome. Non devi per forza apparire triste.

– Ma io sono triste.

– Ok.

– Viviamo insieme h24, e non sarebbe successo se non ci fosse stato il coronavirus.

– Ho scelto di vivere da te durante il lockdown.

Due destini

Il colore e' poesia dell'anima

  Poco più di una stanza e poco meno di un monocale di dignitosa metratura, ma con un particolare di forte impatto visivo: una portafinestra all’inglesina che affacciava su un balcone battuto da cieli di pioggia. È opinione comune che un uomo sano di mente rifugga i cieli plumbei, ma nel caso del Poeta che occupava l’antro di pietra, quei cieli erano funzionali a tenere al riparo la tristezza dalla pulsione negativa che le è connaturata. Una scala ripida e un ballatoio buio s’offrivano da anticamera ai pochi selezionati visitatori; John – si dubiti pure che non fosse proprio quello il suo nome – condivideva la casa con il soriano Jacob e una felce di Boston; di lui si faticava ad indovinare l’età e la provenienza per via della ritrosia che, come un manifesto di intenti, gli opacizzava lo sguardo; neppure gli occhiali dalla montatura nera riuscivano, se non a schermarla, almeno a dissimularla. Qualcuno azzardò un’ascendenza teutonica, ma l’incarnato rimandava a cieli irlandesi.

  Il Poeta insegnò agli sparuti lettori che si può viaggiare nell’inesistenza del viaggio, e sopravvivere al succedersi degli addii; Hingehn will ich, Voglio andar via, fu la sua ultima poesia. Una sorta di testamento per la transitorietà che di lì a poco avrebbe smesso di essere tale.

Matilda. shared by abgiita on We Heart It

  Quando Nell pensava a John, era come se un liquido caldo le si riversasse dentro; pensava spesso a lui, ma avendo cura di reinventarlo di tanto in tanto per timore di farne un mausoleo. Lo immaginava nella stanza contigua a quella in cui si trovava in quel momento oppure lo vedeva stagliarsi oltre la linea di abeti all’orizzonte, nella casa sulla roccia dietro la quale il sole smetteva l’abito rosso. Nell non temeva le tenebre che presto premevano contro i vetri. Le era più congeniale temere se stessa.

  Pur non essendo andata a scuola, aveva imparato a leggere e scrivere d’istinto; leggeva soprattutto poesie, e aveva sviluppato una predilezione per Dante Gabriel Rossetti. Per i diciott’anni, con calligrafia minuta, si era fatta tatuare sull’avambraccio un suo verso Io sono tua, e tu sei uno con me, ma da quando aveva conosciuto John, erano già passati due anni, leggeva esclusivamente le sue poesie che mandava a memoria con cura maniacale. Quelle scritte in tedesco, però, erano state motivo di sconcerto perché, non conoscendo la lingua, non poteva neppure intuirne il senso, e la frustrazione l’aveva portata a sgualcire certe pagine tra le dita; ma col tempo si era rasserenata all’idea che, presto o tardi, sarebbe stato John in persona a tradurle per lei, e senza guardarla in tralice per la sua ignoranza. Anche Nell scriveva poesie, impreziosendole – pia aspirazione – con arcaismi a imitazione di Rossetti; tuttavia era più versata per i racconti onirici di cui però si vergognava indicibilmente; non li aveva mai fatti leggere a nessuno, e li custodiva al riparo da occhi indiscreti nel cassetto più grande della scrivania che le era costata una fortuna, e che ora sogghignava al suo indirizzo.

– John, posso restare da te, stanotte?

– Resta tutto il tempo che vuoi, Nell.

  Il miagolio di Musina riportò Nell alla realtà. Tirò indietro gli occhiali sul naso e s’allontanò dalla finestra. L’idea di felicità versata insieme al latte nella ciotola della gattina.

  John fece recapitare a Nell un plico contenente un volumetto di fattura artigianale, la cui copertina era priva di titolo e nome dell’autore; tra le pagine una busta bianca, sigillata con la ceralacca. Nell capì all’istante che si trattava di una raccolta di poesie del Poeta, ma non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi tra le mani le poesie scritte in tedesco con testo a fronte in francese. Tuttavia, benché spinta dalla necessità di leggerle immediatamente, si impose di essere disciplinata: avrebbe letto e imparato a memoria una poesia al giorno, come d’abitudine; dieci giorni di estasi che, se solo ne avesse avuto facoltà, avrebbe procrastinato per l’eternità.

  La prima poesia John l’aveva dedicata alla madre e la seconda al mare; la moglie troneggiava nella terza, ma ne usciva con le ossa rotte; le altre liriche erano sostanzialmente un ricettacolo di suggestioni legate a terre reali o fittizie – troppo scarni i rimandi geografici per risolversi in un senso o nell’altro – e la penultima era dedicata a Nell: Nell con le spalle strette e i seni piccoli che si intravedevano appena sotto i maglioni di lana, e ancora Nell che si nascondeva tra i cespugli di rose come un’ombra fuggevole. (Non possiamo riportarne fedelmente i versi: tutto ciò che abbiamo è il racconto che di quel dono fece la sorella di Nell tanti anni dopo). L’ultima poesia, la decima, era una dichiarazione di intenti, come sappiamo già.

  A Nell l’atmosfera racchiusa nei versi della sua poesia ricordò Keats più che Rossetti, ma in quel momento non fu neppure sfiorata dall’idea di trovare conforto tra le scarne nozioni di letteratura in suo possesso; le premeva rompere il sigillo e aprire la busta. Sul cartoncino cremisi, abbandonati gli scrupoli filologici, John aveva scritto semplicemente:

Mia amata Nell,

torno in Irlanda, e intendo farne il mio ultimo confine. Dimostra a te stessa di essere tanto forte da sapermi dire addio.

Sarebbe questa la nostra ultima scena?, si chiese Nell. E subito pensò a un altro finale. Questo.

Filofobia, la paura di amare

Hotel Amour Neon Sign - Montmartre, Paris by ChrisGoldNY, via Flickr

L’amore è amore, certo. Ma vogliamo ricordare che, per quanto salvifico e imprescindibile, esso è anche selvatico, schizofrenico, irragionevole, irregolare and least but not last nient’affatto addomesticabile? Non siamo qui a sminuirne il ruolo, tuttavia bisogna ammettere che spesso l’amore si diverte a parodiare Hollywood e Broadway, lasciando agli amanti il compito ingrato di districarsi tra artificio e autenticità, senza peraltro che gli stessi, passata la sbornia da innamoramento, riescano ad affrancarsi da una forma perniciosa di dilettantismo del sentimento. È un gran bel falso, l’amore. Eppure mi pare di scorgere una massa all’orizzonte, pronta a portarsi la mano sul cuore e a giurare che è vero il contrario.

Bam bam, bam bam, motel ad ore…

C’è questa cosa invisibile che ci lega tutti

Miroslav Tichý

Scegli lo slogan come titolo, e poi ti chiedi: “Già, ma cos’è il tempo?”. Proverò a darti la mia versione. Innanzitutto il tempo è ostinatamente elusivo, più che scorrere dirupa, sbiadendo colori e ricordi, epperò macchiando la pelle; a mo’ di canzonatura, direi che il suo è un lavoro meritorio perché pur tacendo – il ticchettio è un’invenzione umana – è come se dicesse che non c’è modo di aver ragione del disprezzo che nutre per ciascuno di noi. È stato oggetto di dispute tra scienza e poesia, meccanica quantistica e metanarrazione, ma finora nessuno ne è venuto a capo; sarà forse qualcosa che sobbolle come magma, o più probabilmente una sarcastica lusinga di eternità? Di certo esige rispetto, il tempo, perché la luce che balugina nei nostri occhi presto sarà un cortocircuito di vita e morte.

Per terrorizzante che sia, io la penso così, JC

Mi piacciono gli uomini che lo fanno senza sdolcinatezze

ImpressioniPoetiche: Posso scrivere i versi più tristi stanotte di Pablo Neruda: photo Kurt Markus

“Mi piacciono gli uomini la cui forza si esercita aiutandoti con discrezione a vivere. Mi piacciono quelli che lo fanno senza troppe parole, senza sdolcinatezze, senza pretendere ricompense. La comprensione vera della donna mi sembra il più alto esercizio dell’intelligenza e della capacità maschile dell’amore. Cosa rara. Non voglio parlare qui dei maschi rozzi, violenti, la cui ultima incarnazione sono gli aggressori volgarissimi sui social o in tv. Mi pare più utile parlare dei colti, dei compagni di lavoro e di studio. I più continuano a trattarci come graziosi animali cui si dà credito solo per giocarci un poco insieme. Una minoranza ha imparato superficialmente un formulario da amici delle donne e ti vogliono spiegare come devi fare a salvarti, ma appena chiarisci che hai bisogno di salvarti da sola, la patina civilizzata mette crepe e viene fuori il vecchio ometto insopportabile. No, sotto tutti gli aspetti i nostri virili educatori vanno rieducati. Per ora mi fido solo di Enzo, il compagno paziente di Lila. Certo, può accadere che anche questo tipo d’uomo a un certo punto si stanchi e se ne vada, ma almeno lascia un buon ricordo”.

Elena Ferrante

La banalità dell’amore

Ogni amore segue uno schema, benché suscettibile di infinite variazioni; Iris, Sergio e Isa, del tutto involontariamente, partecipano della natura chimerica del destino. Queste le premesse.

Iris

“Quest’estate non ha niente di particolare, non merita una biografia”, pensa Iris, affondando i calcagni nella sabbia. Sotto certi aspetti ha conservato il rigore di un tempo, quando, sdraiata sul divano Chesterfield, provava a farsi un’idea di come affrontare l’imprevisto. Suo marito le allunga un drink, lei distoglie lo sguardo un istante, beve un sorso e torna a fissare il mare. Ha scorto un veliero, un’evanescenza più che una silhouette. L’inquietudine la spinge a contare – ma l’ha già fatto un’ora prima – i giorni rimasti, non perché le importi della vacanza agli sgoccioli, ma perché teme settembre, il vanire anzitempo dei pomeriggi.

“È ora di andare”, dice la voce che all’inizio la teneva tra le braccia tutta la notte.

“È ora di incorniciare il tramonto”, replica lei, senza che le corde vocali le usino la cortesia di tradurre il pensiero in parole.

A notte fonda – andare a letto in orari più congrui è fuori discussione – Iris si spoglia al buio; beve un’altra flûte e poi la posa sul tavolino, ignara del danno che la domestica, quando s’accorgerà dell’alone circolare sul cristallo, stigmatizzerà come una colpa capitale. Raggiunge il balcone, data l’ora può permettersi la nudità quasi totale. Dentro, un rimescolio che non può imputare all’alcol, e alla luna chiede:

“È colpa della blasfemia del tempo o dei sogni sacrificati al pragmatismo?”.

Ma quella, che è vera solo nella finzione, continua a dormire di un sonno senza sospetto. Ci pensa Orione a mettere una pezza, tirando a lucido le stelle per intesserle la trama di un nuovo amore.

Sergio

Portraits morcelés - Le accattivanti photo-sculptures di Brno Del Zou | Collater.al

A quest’ora della notte aspirerei alla femmina, ma devo accontentarmi della donna, per cui mi limito a covarla con gli occhi. È più di un’ora che si è raccolta nell’intimità del balcone, e potrei indovinarne i pensieri: dualismo luce-tenebre, oscurità come utero da cui tutto ha avuto inizio, movida convulsa incapace di attingere alla pienezza della notte. Robe così di cui mi parlava fitto fitto, fino a poco tempo fa; ora non più. Indipendentemente dall’argomento, mia moglie centellina le sillabe e aspetta che mi sia addormentato, prima di spogliarsi al buio: teme forse che non sappia controllare il mio inesausto stato di eccitazione? Beh, si sbaglia, e comunque io non dormo se lei non è al mio fianco; dovrebbe saperlo, e allora a che pro quella messinscena? Più e più volte ho pensato di affrontare la questione, dirle che sono ancora suo marito e che in fondo avrei diritto al sesso, ma non mi sembra una mossa saggia, mi apostroferebbe con una filippica delle sue, e inoltre mi sento in colpa a causa dell’altra. Per fortuna non sospetta nulla, quindi mi conviene restare calmo e vedere come evolve. Magari domani si sveglia di buon umore e ci scappa pure una scopata sul divano Chesterfield. Chi può dirlo. (I belong to you and you belong to me)

Isa

È molto bella e anche molto sexy, Isa. Con un patrimonio genetico di cotanto spessore avrebbe meritato di più, ma il destino, che non opera in base al discrimine della bellezza, le ha appioppato dapprima il ruolo di cassiera in uno scalcinato supermercato di provincia e poi, si direbbe con maggior perfidia, quello di moglie di un uomo immusonito. Da qualche anno evade i domiciliari tra le braccia di Sergio che è sposato con Iris; Iris è la spina nel fianco di Isa che, con petulante sicumera, va ripetendosi che quella snob è un’usurpatrice, e che dovrebbe ringraziare la clessidra del tempo per averla avvantaggiata. Sotto questo aspetto dobbiamo mostrarci compassionevoli con lei: la naïveté non le consente di comprendere che solo nei film gli esseri umani si incontrano nel posto giusto e nelle circostanze più propizie.

La bionda, come la chiamano tutti, è l’ossessione erotica di buona parte del testosterone paesano: il suo culo è leggenda; ne sa qualcosa il titolare del supermercato che dovrebbe darle un aumento a titolo filantropico.

Isa e Sergio si incontrano due volte a settimana, il martedì e il venerdì, a orari flessibili; solo la location e il modus operandi non subiscono variazioni. Nel boschetto che lambisce il lato nord del cimitero, scopano sul sedile posteriore del SUV di lui; dopo, tutto si risolve in un  Ti è piaciuto? Sì, sei stata fantastica, e via, a riacciuffare quella parte di vita zoppa e nevrotica che ci si potrebbe scrivere un’intera metafisica.

A volte Isa, mentre stira la divisa da lavoro o adempie ai doveri coniugali, dubita dell’amore di Sergio e si chiede perché non l’abbia mai baciata sulla bocca; sono pensieri di cui si vendica divorando pane e salame. Ma poi torna a cantare Quand il me prend dans ses bras

Persiane lillà e cunei d’ombra

Diana dihaze fotografía / manipulación de la foto / arte digital

Luglio era agli sgoccioli e noi avevamo accumulato ritardi; la casa al mare, che aveva sonnecchiato per mesi, lanciò un ultimatum: non avrebbe più tollerato tentennamenti. Partimmo di venerdì. Raggiunta la costa, gli occhi divorati d’azzurro, la individuammo, superba, a un chilometro dal porticciolo a macchiare di rosso il verde. La singolarità dello scenario era dovuto al colore degli infissi che a più riprese avevo proposto di sostituire con persiane lillà, ma la controparte, che considerava la mia proposta di restyling un prosieguo di distonico accanimento, non sentiva ragioni, per cui il sogno di dare agli esterni un tocco di Provenza restava disatteso.

Neppure il tempo di varcare il cancello che il giardino, inselvatichito da intrecci di rami ed erbacce, sgranò il proprio disappunto: dapprima si produsse in fruscii sinistri, poi incitò gli aghi di pino a scricchiolare al nostro passaggio. Ignorandolo, guadagnammo la porta d’ingresso e, una volta arieggiata a dovere, la casa restituì l’atmosfera un po’ fané degli interni odorosi di lavanda; la sera stessa non mancò di irretirmi col suono della risacca contaminato da sussurri di aldilà.

Congedato agosto e i suoi eccessi pacchiani, salutammo con sollievo l’arrivo di settembre, la spiaggia vuota di vacanzieri ma ricca di conchiglie sottratte all’alta marea; tutto molto romantico a patto di negligere le meduse appiattite sugli scogli. Di sera, a cena, si era in due o tutt’al più in quattro: la convivialità agostana, che tra una portata e l’altra compulsava selfie, già archiviata. Solo Giovanna, la vicina sentimentale cui non faceva difetto una buona dose di stucchevolezza, rotolava parole di scontento per la partenza di questo e quello, mentre io, intenta a decapitare gelsomini per arricchire il centrotavola, la invitavo a non darsi pena, che tempo un anno tutto sarebbe tornato al proprio posto. Mentivo, perché si sa che la vita è suscettibile di infinite variazioni, ma tanto le bastava per sospirare di speranza prima di congedarsi nel primo fresco della sera. A quel punto, deserto il giardino, approfittavo della bolla temporale che mi precipitava in uno stato di ibrida inappartenenza al mondo, e tra le altre cose programmavo le passeggiate in solitaria. Quello della passeggiata era un piacere che tenevo solo per me, perché se volevo davvero che la pineta fosse mia, dovevo fare in modo che nessuno mi camminasse davanti; e inoltre, poniamo che avessi avuto voglia di accarezzare il cuneo d’ombra tra le gambe, avrei potuto farlo con tutta la voluttà del caso su un tappeto di aghi scricchiolanti. (sin pensar sin pensar)

Autofiction

What to do when "timing is a bitch"

I gradini smussati dall’uso secolare portavano al piano nobile di un edificio risalente ai primi anni del Novecento, suddiviso in due appartamenti e un seminterrato, nascosto sinistramente alla curiosità di chi vi si recava in visita; ai miei occhi il punto di forza dell’intero stabile era costituito dal terrazzo che, aprendosi su uno scenario mozzafiato, era in grado di sottrarmi all’onnipresenza del dolore; ma al di là di questo, ciò che mi faceva specie, era che quel fazzoletto di mattoni sembrava almanaccare sulla significanza dell’alternarsi delle stagioni che dovevano averlo proprio a cuore perché, tenendo a bada gli edifici che lo tiranneggiavano su tre lati, facevano in modo che non si adombrasse prima del tramonto. Per una decina d’anni, quando il tepore invernale del primo pomeriggio era ispessito dalla mollezza dell’afa, presi l’abitudine di chiedere al terrazzo il permesso di passare per un caffè; in realtà il mio era più che altro un atto formale in quanto il suo proprietario, Andrea, col quale avevo avuto una relazione, benché riservasse ai più un atteggiamento poco cordiale, mi riceveva con piacere. Il caffè delle tre aveva un che di miracoloso in quanto l’asimmetria comportamentale che mi connotava, andava a braccetto con la sua; ricordo che mentre mi inerpicavo su per le scale, il sodale di conversazioni improbabili mi raccomandava di lasciar fuori la diffidenza metafisica, ma avrebbe potuto tranquillamente esimersi giacché in sua presenza non solo abbandonavo la mia proverbiale umbratilità, ma mi liberavo pure della maschera di allegria con cui affrontavo la socialità che, vocata al Negroni e al grunge, non fu mai ospite gradita del terrazzo.

Non è già abbastanza portare questa immagine di cui ci ha rivestito la natura? Bisognerà anche permettere che di questa immagine rimanga un’altra immagine, più duratura della prima, quasi si trattasse di una cosa degna di essere vista?*

Andrea non era un uomo brusco però si sa, in un mondo governato dalle convenzioni, chiunque si manifesti senza fronzoli è considerato un arrogante, uno che nel migliore dei casi va blandito. Quando lo conobbi, era d’estate, come d’abitudine dimorava nella masseria di famiglia, dove riceveva gente a ogni ora del giorno e della notte, riuscendo a radunare tipologie umane che, fuori contesto, avrebbero inalberato un vessillo di scoraggiante altezzosità pur di assicurarsi il minimo sindacale di distanza. In una delle mitiche cene al chiaro di luna arrivai anch’io con la faccia di chi presenzia non per convinzione ma per irresolutezza; niente lasciava presagire quello che sarebbe avvenuto di lì a un mese: diventammo amanti, forse per una combinazione di accidenti o forse per l’ingerenza di un deus ex machina in vena di conciliare personalità contrapposte.

***

In autunno, prima che la luce del pomeriggio cedesse al metamorfico delle tenebre, se gli impegni di lavoro lo consentivano, passeggiavamo per il centro storico di X, le cui facciate barocche, altere nella loro fissità secolare, sembravano farsi un punto d’onore di non partecipare al flusso di vita che precedeva l’ora di cena. Quell’intimità pomeridiana con Andrea mi era più cara di quanto non lo fossero le notti traslucide di umori e parole, della cui infruttescenza dubitavo: aveva goduto allo stesso modo con le altree per quanto tempo avrebbe trovato la mia sensualità imprescindibile? Non era un domandare ozioso perché il sesso, a cui siamo tutti debitori per il solo fatto di essere al mondo, ha un modulato che lo apparenta alla transitorietà, mentre la comunione di coscienze, quali eravamo noi durante quelle passeggiate, non presentava alcun carattere di indefinitezza, essendo in tutto simile a un monolito consacrato da liturgia millenaria.

Andrea parlava molto e io rapita lo stavo ad ascoltare, come succede sempre quando qualcuno ti tocca il cuore; tuttavia, di tanto in tanto, mi estraniavo a fantasticare, ma rinserravo le fantasie più audaci in un angolo della mente, poiché è di pudore che s’ammantano i sogni. (Ci sposeremo mai? La masseria diventerà la nostra casa?)

***

La luce come equivalente del suo contrario. Ma lo capisci che qualcosa non torna in quella testolina?

La drammatizzazione nel sangue e la leggerezza nel cuore: questo eravamo stati, fino all’alba dei quarant’anni, io e Andrea. Ci eravamo nutriti di schermaglie cervellotiche e di notti a base di eccessi di cui il giorno dopo parlavamo con levità, al riparo da angoscianti interpretazioni freudiane. Su un punto però giurammo intransigenza: poiché era la transitorietà la cifra del nostro rapporto, dovevamo tenerlo a mente. Per questo motivo non fu la stupefazione a rubarci la scena quando, sotto il grigio perlaceo della luna, sbadigliammo un addio.

Ripples never come back.

*Porfirio, Vita di Plotino

Il nostro fantasma

Many faces of Decay

In ogni vecchia casa che si rispetti, fantasmi e spiriti protettivi dimorano tra stanze e cantine e la loro presenza, che è fisica e metafisica al contempo, non sfugge a chi con loro coabita. Che si sia proprietari o semplici affittuari, nelle case infestate si impara presto ad avere dimestichezza con l’idea della morte, e si finisce col rimaneggiarla tanto a lungo da poterne sentire, sotto i polpastrelli, gli orli tarlati odorosi di senescenza. Ora, se solo riuscissimo a farci forza, qualora se ne presentasse l’occasione, potremmo osservare da vicino il trascolorare di quei giorni, scoprendo che la nostra vita, col suo delirio di illusorietà, ci ha ingannati; se ci pensiamo bene, tutti abbiamo fatto esperienza degli aneliti di demiurgica compassione che la stessa ci ha propinato attraverso dizionari di allegorie affinché potessimo capire il senso ultimo; ma come accade al cospetto di un quadro di surrealismo onirico, pochissimi tra noi possono dire di aver sciolto l’enigma.