Pensieri in volo

È più di un’ora che Tina se ne sta sotto lo spiovente del tetto che copre a malapena il suo balcone, ampio quanto basta da lasciarsi arredare con un tavolino e due sedie in midollino. Il sole – in conflitto con se stesso giacché va e viene come per un dispetto puerile – le ha arrossato lievemente le guance che ora fanno pendant con il ciclamino nell’angolo del balcone aggettante il vecchio caseggiato, il cui giardinetto contempla il portico smangiato dall’incuria, vociante di bambini quando non sono impastoiati con i compiti.

In realtà Tina sta lottando contro l’inerzia di un pomeriggio domenicale che le ha fatto il vuoto tutto intorno e che, esasperandola, l’ha indotta a parlare per qualche secondo a voce alta, come a una platea non disdegnante, ma anzi desiderosa, di conoscere i suoi pensieri. Il punto tuttavia è un altro: mentre seguiva ammirata uno stormo di uccelli aggregati in un’infinità di punti neri, le è tornato in mente il suo Antonino cristallizzato nella stagione della loro giovinezza, quando desiderava le sue carni molli e umide nelle notti dell’abbandono, innervato dal piacere che le rimodellava a piacimento il desiderio.

Ancora frastornata dal ricordo, Tina abbandona il balcone richiamata dalla voce del citofono che nulla tradisce dell’ospite inatteso. La luce è cambiata a poco a poco, addensandosi in un grigio livido, nell’immutabile pantomima di una domenica di periferia.

Tina

La verità è che provo tenerezza per Tina quando, per ore, scruta il viavai dei condòmini; benché notoriamente avida di pettegolezzi, non l’ho mai assimilata a una vera impicciona proprio per il suo stare che pare dica: ho abdicato al mondo.

In una vita passata Tina era sposata a un bancario: un buon diavolo malgrado l’essere avulso da sentimentalismi lo facesse apparire burbero. Di quel deficit Tina si lagnò durante i primi anni di matrimonio, poi ci fece il callo, ma non al punto da impedirsi di riservare al suo Antonino qualche frecciatina sarcastica a sottolineare le attenzioni mancate. Tuttavia, con suo grande disappunto, quel sarcasmo mancava il bersaglio, avendo il marito conservata, pressoché intatta, la svagatezza dell’infanzia.

Tina veste sempre di nero, mossa dalla convinzione che il colore severo s’addica a ogni circostanza, e soprattutto all’imponderabile. Quasi che in lei alberghi la consapevolezza di un’imminente uscita di scena.

A conti fatti essere donna è bello

Vorrei non avere una punta di compiacimento nello sguardo, ma ce l’ho. Perché quando leggo certe cose sono ancora più fiera d’essere donna. Una condizione eccitante e per certi aspetti privilegiata, esasperante solo quando ti imbatti in un uomo ottuso. Ma se ti capita d’essere amata  da uno che non teme di riconoscere che vali, beh, quella è la migliore delle cosmesi.

Fonte di ispirazione: Maurizio Miggiani su Gesù

“Nella consuetudine di jus et lex, ebbe un giusto processo. (…) Conclamato bestemmiatore e violento contestatore dell’ordine sociale, la sua predicazione era un mortale attentato ai due poteri che garantivano la pace e la prosperità della provincia. Oggi non ne avremmo memoria, se non fosse che una giovane donna di incerta posizione sociale e morale, dichiarò di aver trovato la sua tomba deserta e il giustiziato che se ne allontanava pregandola di darne comunicazione ai seguaci. Si diede fede alla parola di una femmina, e parrebbe che per circa un miliardo di maschi è tuttora così. Singolare”.

Non innamorarti di una donna che legge

Non innamorarti di una donna che legge”: l'indimenticabile poesia di Martha Rivera Garrido | RestaurArs

Non innamorarti di una donna che legge,
di una donna che sente troppo,
di una donna che scrive…
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa,
che sa di sapere e che inoltre è capace di volare,
di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride
o piange mentre fa l’amore,
che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.

Non innamorarti di una donna intensa, ludica,
lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.

Martha Rivera Garrido

Dedicata a te, Bisou. Credo che ti si addica.

Ah che vita meravigliosa

Ho un temperamento così discreto, e non di rado inarticolato, che la gente tende a sottovalutarmi – e nelle situazioni più caotiche a ignorarmi. Un tempo, di questo quadro disperante, avrei incolpato la mia insicurezza, ma negli anni ha prevalso la consapevolezza d’essere pari agli altri, e talvolta migliore.

Ora, pur provata mentalmente, sono investita da una leggerezza sconosciuta che, sebbene a tratti dolente, nondimeno è in grado di lasciar vanire i fantasmi come sogni all’apparire dell’alba.

(ah che vita meravigliosa)

Sull’amore virtuale

Un innamoramento virtuale è condannato a restare tale se dalle parole non si passa ai fatti. Perché gli umani si innamorano annusandosi, guardandosi negli occhi, sfiorandosi, e dunque foto osé e chat erotiche, per intriganti che siano, soddisfano l’onanismo o poco più. Per questo motivo, quando una delle parti deciderà di abbandonare la partita, l’altra deve lasciare che sia. Sportivamente.

Certe bolle temporali non hanno presente né futuro, e vengono create di volta in volta da un dio dispettoso in vena di beffarsi degli illusi. La fine apparirà cinica agli occhi di chi ha voluto darsi una possibilità, ma a tutti gli effetti è solo la realtà che si riprende il posto che le spetta.

Ramen

Stampa artistica su tela di alta qualità, motivo: John Everett Millais Ophelia: Amazon.it: Casa e cucina

Per celebrare una mia vecchia passione letteraria, ieri ho preparato il ramen, la cui ricetta è custodita nel bellissimo The Little Library Cookbook che un’amica mi ha ceduto per una settimana. Il piatto si lascia  gustare che è una meraviglia, e costituisce un chiaro rimando a Kitchen di Banana Yoshimoto, risalente al 1988, l’anno in cui vivevo nei pressi di Roma.

A proposito di Roma, se pure volessi spiegare il motivo che mi spinse a farlo, non lo ricordo; fatto sta che scelsi, un po’ sinistramente, di incorniciare la testata del letto con un poster gigantesco dell’Ophelia di Millais, quell’Ophelia che pare domandarsi “ma che ci faccio qui?”, malgrado sia stata lei a scegliere d’essere lì, nel fiume. En plein air. (Capirà chi conosce la storia del quadro).

Al netto delle iperboli scanzonate del mio fidanzato, io una cosa l’avevo ben chiara: dietro la scelta insolente di Ophelia si nascondeva la diffidenza per la vita. La stessa che da allora mi porto dietro anch’io.

(Scivoli di nuovo…)

Buon compleanno

Di questi tempi celebrare è un azzardo, e per certi aspetti una blasfemia. Ma il compleanno non capita, arriva. E allora si può far festa semplicemente ringraziando. La buona sorte, il sole caldo, il profumo rassicurante della quotidianità. E così, mentre lasci che l’inquietudine affoghi almeno per un giorno nelle bollicine, ringrazi anche chi, con un semplice biglietto d’auguri, senza peraltro averne l’intenzione, ti ricorda che in fondo poteva andarti peggio. Perché particolare è un aggettivo di cui sei sempre andata fiera. Ed è come balsamo sulle ferite.

Fonte di ispirazione: gli auguri di un amico.

“Ecco, se dovessi essere ricordato, mi piacerebbe esserlo per aver deciso d’inventare un calendario che non facesse uno sgarbo ad una data così come lo fa il nostro calendario.
Un calendario nuovo che non decidesse di fare del 29 febbraio una data che, come una stella cometa, passa solo una volta ogni 4 anni. Forse, però, è meglio così. Nascere il 29 febbraio, in fondo, è quel tocco di originalità che fa comodo a chi di originale ha solo la data di nascita o a chi, come te, pur di non farsi mancare nulla nel suo essere particolare, ha scelto di esserlo a cominciare dalla culla”.

Auguri.

Dice il vero, chi parla di ombre

M’appariva via via sempre più evidente d’aver sacrificato il mio ego sull’altare di riti istituzionalizzati, in primis dai genitori e poi da coloro che avevo amato o ammirato. Per mia fortuna, sopraggiunto il punto di rottura – avrò avuto quarant’anni – ci fu una sorta di palingenesi, ingenerata dalla repulsione per aver riscritto me stessa in funzione di un maggior coinvolgimento dello sguardo altrui. Peraltro ero stata così convincente da ingannare anche il mio specchio.

Benché possa apparire un’ovvietà, a chi scaltro lo è per nascita, è stato il tempo ad insegnarmi che essere fedeli a se stessi paga. E le ombre, ora, sono fiere di me.

Fonte di ispirazione: Paul Celan, Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ cosa pensi.
Parla –
ma non dividere il sì dal no.
Da’ senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.
Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.
Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive –
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.
Ma ora si stringe il luogo dove stai:
adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

Quel maledetto bisogno di essere minoranza

Talvolta mi chiedo se i sentimenti luttuosi che provo per la socialità siano frutto di autocompiacimento o nascano piuttosto dal bisogno di tutelare la mia privacy a fronte di domande insistite per le quali in troppi mostrano d’avere propensione. Singolare, poi, che qualora pungolati sull’argomento, gli stessi si dichiarino pronti a diffidare chiunque dal reiterare, nella malaugurata ipotesi fossero poste in essere, tali immotivate illazioni. Comunque…

Il punto è un altro, ovvero l’aver sempre preferito l’obliquità delle ore alle liturgie del tempo reale, giacché nelle prime trovavo, e amavo, la simultaneità del vicino e del lontano, non più coniugati al presente o al passato. Non che la vita fosse matrigna, semplicemente non mi soddisfaceva come avrebbe dovuto, né mi offriva il conforto di un’anime affine.

Fonte di ispirazione: George Steiner

“Quale miopia, quale impulso autistico mi ha portato a considerare ogni collettivo, fosse esso un comitato o una folla, un’accademia di studiosi o una squadra sportiva, intrinsecamente sospetto? Quale arroganza preventiva ha fatto di me un inassociabile e mi ha convinto che, se gli altri sono d’accordo con me, vuol dire che sto dicendo delle banalità o delle cose insensate?”.