Una sera a teatro (parte 2 – versione femminile di MindHunter25)

Mi siedo in tutta fretta nell’attimo stesso in cui si stanno spegnendo le luci e si sta riaprendo il sipario, a decretare l’inizio del secondo atto.

Poco prima, noncurante dell’aria pungente di quella serata autunnale, ero corsa fuori, senza soprabito, per recuperare davanti all’ingresso del teatro mio marito che, tra una sigaretta e l’altra, aveva dovuto risolvere un’emergenza lavorativa, con un paio di telefonate intercontinentali.

Mi aveva chiesto scusa, mortificato per avermi abbandonata da sola al bancone del bar, all’inizio dell’intervallo.

Avrei dovuto fingere con lui perlomeno un accenno di risentimento, e invece lo avevo guardato con tenerezza, totale comprensione, mentre dentro di me ancora ardevo, in balìa di un vortice di emozioni contrastanti tra di loro, un misto tra senso di colpa e delirio di onnipotenza.

Ancora faticavo a capacitarmi che ciò che si era consumato poco prima, in quel corridoio stretto e semibuio che portava al dietro le quinte, fosse successo veramente!

Forse perché lo stavo negando innanzitutto a me stessa, quel segreto inconfessabile, quella trasgressione senza precedenti che in quegli istanti mi aveva fatto sentire viva come non mai.

Ma nell’attimo in cui mi ero riseduta al solito posto, di fianco a quello che fino a un’ora prima era un perfetto sconosciuto, tutta la carica tensiva era tornata di nuovo a galla, se possibile ancora più forte di prima.

Perché nelle narici era riemerso il profumo che avevo ispirato in quegli attimi in cui il mio volto era schiacchiato contro la sua spalla; nelle orecchie, nonostante le voci degli attori sul palco e il classico brusio di sottofondo della platea, ancora mi risuonavano i suoi – anzi – i nostri gemiti strozzati e volutamente silenziati, che si erano fusi insieme, in quei minuti, esattamente come i nostri corpi, in una melodia ritmata e travolgente; e soprattutto, nell’esatto istante in cui gli ero passata davanti, per sedermi, avevo percepito di nuovo il suo sguardo addosso, quegli stessi occhi che avevano incrociato prepotentemente i miei all’inizio dell’intervallo al bar, come a confermarmi che il gioco erotico messo in scena nel buio del primo atto, era solo un antipasto per lui, e che la portata principale me l’avrebbe servita calda, poco dopo.

Sì, perché a un suo cenno, rapido e inequivocabile, lo avevo seguito senza mascherare incertezza, guidata da un’incoscienza dal sapore adolescenziale, noncurante di eventuali sguardi indiscreti che avrebbero potuto intuire cosa stava per accadere; mi ero invece mossa con la fierezza di chi si sente prescelta e desiderata più di chiunque altra.

Nella mia mente mi stavo creando un alibi? Stavo costruendo una giustificazione alle mie azioni lascive? Può darsi.

Fatto sta che nel mentre che mi ero riaccomodata al suo fianco non provavo alcuna vergogna per quella ritrovata vicinanza e, al contempo, nuova consapevolezza: d’altronde, quelle che nel primo atto erano state carezze veloci, titubanti, appena accennate, in quel corridoio buio si erano poi trasformate in mani forti, esperte, che avevano stretto il mio corpo tremante, esplorando con maestria le mie curve, prima di sollevare con caparbietà la mia gonna, scostando con fermezza le mie sottili mutandine; quelli che erano sembrati polpastrelli malfermi, quasi a indugiare lungo la linea curva del mio ginocchio, erano diventate dita spavalde che affondavano fin nel profondo il mio sesso contratto ma già caldo e pronto ad accogliere di lì a poco il suo membro duro e pulsante, impaziente di provocarmi un piacere tanto inaspettato quanto assoluto.

L’orgasmo che mi aveva provocato quasi subito, e che si era ben presto mescolato e amalgamato al suo, era ancora linfa che mi scorreva dentro, e non solo perché, nella fretta, dopo essermi rivestita, ero corsa a raggiungere mio marito, senza neanche passare a rinfrescarmi in bagno; al fianco del mio ritrovato complice mi sentivo ancora carica di quella passione travolgente, di quella smania di poter rivivere sulla mia pelle quelle forti sensazioni che mi avevano risvegliata e fatta sentire dopo tanto tempo così desiderata e appagata.

E nell’attimo in cui ho percepito, nel buio della sala, di nuovo una sua carezza, stavolta ferma e quasi sfacciata, col palmo pieno della mano, appoggiato gagliardo sul mio interno coscia ancora vibrante, ho avuto la certezza che il nostro personale spettacolo, segretamente messo in scena poc’anzi, era tutt’altro che terminato.

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