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INDUSTRY 4.0: IMPATTO!

Post n°1042 pubblicato il 09 Novembre 2017 da fresbe
 
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Per fare chiarezza tra la disinformazione che impazza, ho ritenuto opportuno applicarmi nella elaborazione di questo articolo, riguardante l'attualità, la strategia commerciale, il marketing e l'Economia.

Il marketing è uno strumento indispensabile per l’elaborazione di una qualsivoglia strategia commerciale. Le informazioni sul mercato, sulla concorrenza, gli studi sociali riguardanti i destinatari dell’offerta, erano e restano fondamentali. La formula R – STP – MM – I – C (intesa come: Ricerca * Segmentazione-Targeting-Posizionamento * Marketing Mix 4P Prodotto-Prezzo-Punto Vendita-Pubblicità * Attività * Controllo) è tutt’ora applicabile, sebbene la “filosofia dell’INDUSTRY 4.0” sia diretta all’automazione dei processi attraverso l’estrazione di informazioni vitali dai BIG DATA, con l’ausilio del TEXT MINING. 
La strategia commerciale sarà nel tempo sempre più orientata da questi processi cognitivi ma non tutte le Aziende potranno farne ricorso. Le Piccole Medie Imprese (P.M.I.) per dimensioni e capacità finanziarie, non sono al momento nelle condizioni di poter usufruire di questi ausili gestendoli direttamente ma solo con costosa attività/prestazione “outsourcing”.

 
 
 

VON HAYEK: LE CONDIZIONI ECONOMICHE DEL FEDERALISMO TRA STATI (1939)

Post n°1041 pubblicato il 31 Ottobre 2017 da fresbe
 
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di Friedrich August Von Hayek, il pubblico italiano sa già molto. 

Ne conosce certamente le notevoli doti di economista, i talenti di filosofo economico e politico, ch'egli coltivò in particolare a partire dagli anni quaranta, nella seconda fase della sua straordinaria parabola intellettuale. Tra le due fasi, vi sono una serie di saggi cosiddetti “minori”, poco noti al grande pubblico ma attestanti il progressivo passaggio del pensatore austriaco da problemi esclusivamente tecnico-economici, alle questioni più filosofico-politiche che avrebbero animato gli scritti della maturità, da “La via della schiavitù” a “La presunzione fatale”. Scritto nel lontano 1939, “Le condizioni economiche del federalismo tra stati”, appartiene senza dubbio a questo gruppo di saggi. Il saggio è accompagnato da una lunga introduzione che ne considera l'attualità e le implicazioni per il processo di integrazione europea, oltre che da una interessante postfazione, che lo colloca all'interno della grande tradizione euro-americana di studi federalisti. Nel suo saggio, Hayek si chiede quali condizioni economiche sarebbero necessarie perché una grande federazione continentale o intercontinentale sia sostenibile. Egli conclude che una tale federazione necessiterebbe di politiche economiche molto più liberali di quelle adottate dagli stati nazionali europei. Per creare una vera unione economica sovranazionale, gli stati federati dovrebbero infatti abbandonare molte forme di interventismo economico cui erano divenuti, e sono in parte rimasti, avvezzi. D'altro canto, lo stato federale avrebbe gravi difficoltà a reintrodurle a causa dell'eterogeneità di interessi e livelli di sviluppo che inevitabilmente caratterizzerebbe una grande federazione, rendendo difficile un accordo a livello federale. L'analisi hayekiana colpisce il lettore contemporaneo per la sua acuta preveggenza, e aiuta a comprendere vari aspetti controversi del processo di integrazione europea, che pure venne avviato oltre un decennio dopo la sua pubblicazione. Per esempio, il saggio sostiene che la libera circolazione di beni, servizi, capitali e lavoratori imporrebbe serie limitazioni alle politiche economiche degli stati nazionali, ciò che è puntualmente accaduto in Europa a seguito di varie sentenze della Corte di Giustizia europea a garanzia delle cosiddette “quattro libertà” del mercato unico. L'autore anticipa persino che una moneta unica federale funzionerebbe come “un rigido gold standard”, una previsione confermata nelle prime fasi della crisi economica europea, quando l'impossibilità di svalutare ha costretto numerosi paesi dell'euro-zona all'adozione di riforme liberali e ad un certo rigore fiscale. Tuttavia, più che per comprendere il passato dell'integrazione europea, questo profetico saggio merita di essere riscoperto e meditato per meglio prepararne il futuro. Vi si trova infatti tratteggiato il profilo di un “federalismo hayekiano”, capace forse di disincagliare l'Unione europea dalle secche in cui si è così pericolosamente arenata negli ultimi anni. Si tratta di un federalismo minimalista, competitivo e decentralizzato, che sembra saper rispettare le autonomie nazionali e regionali più dell'Unione attuale, troppo spesso incline a percepire i suoi poteri come un embrione di statualità destinato il prima possibile a pieno sviluppo. Scrive Hayek: “E' concepibile che gli inglesi e i francesi affidino la salvaguardia delle loro vite, libertà, e proprietà – in breve, le funzioni dello stato liberale – a un'organizzazione sopra-statale, ma che essi accettino di affidare al governo di una federazione il potere di regolare la loro vita economica, di decidere ciò che essi dovrebbero produrre e consumare, non sembra né probabile né desiderabile”. I suoi critici vi troveranno un'illustrazione delle storture che la rendono ben diversa dalla federazione liberale immaginata da Hayek e bisognosa di urgenti e coraggiose riforme.
di Reho, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016

N.B.: Dopo la Brexit e la deriva nazionalista che si sta espandendo a quasi tutti i Paesi membri, l’unica "riforma" sarà rappresentata dalla IMPLOSIONE di una Unione, nata male e gestita peggio.

 
 
 

AUMENTO % IVA NEL 2018

Post n°1040 pubblicato il 31 Ottobre 2017 da fresbe
 
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Una delle motivazioni, del fallimento del progetto euro, è rappresentata dall'assenza di armonizzazione del sistema fiscale in EU. 

Le aliquote IVA dovrebbero, per chi abbia la competenza tecnica di uno studente del primo anno di Ragioneria, essere UGUALI per tutti le aderenti allo "scellerato patto". Le differenti "visioni programmatiche" creano rendite di posizione inaccettabili. L'aumento delle % non crea vantaggi per l'Erario ma bensì contrazione della DOMANDA e quindi minori introiti. Il falò della DEFLAZIONE, che distrugge imprese, posti di lavoro e PIL, continua ad ardere indisturbato. MEDIOCRITA' O MALAFEDE?

 
 
 

BCE ESTENDE MA DIMEZZA IL Qe

Post n°1039 pubblicato il 27 Ottobre 2017 da fresbe
 
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Dimezzato l’importo dei titoli acquistati mensilmente dalla Banca Centrale Europea nell’ambito del programma di Quantitative Easing, avviato nel marzo del 2015. 

A partire da gennaio 2018 si passerà da 60 a 30 miliardi, estendendo di nove mesi la durata dell’operazione, fino a settembre del 2018, “e anche oltre se necessario”.
La BCE ha tuttavia ribadito che “se le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie risulteranno incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento durevole del profilo dell’inflazione, il consiglio direttivo è pronto a incrementare il programma in termini di entità e o durata”. Francoforte potrebbe tornare ad aumentare il Qe, o allungare ulteriormente gli acquisti di titoli oltre settembre 2018, se dovesse rendersi necessario.
La BCE ha lasciato inoltre invariati i tassi di interesse – il tasso principale è allo 0%, quello sui depositi resta negativo allo -0,4% mentre il tasso sui prestiti marginali è a 0,25% – e prevede che rimarranno ai loro livelli attuali per un lungo periodo di tempo e “ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività”. Le misure dell’inflazione di fondo hanno registrato un lieve aumento negli ultimi mesi – ha chiarito il governatore Mario Draghi in conferenza stampa – ma nel complesso restano su livelli contenuti. Permane quindi ancora la necessità di un grado molto elevato di accomodamento monetario per consentire il graduale accumularsi di spinte inflazionistiche di fondo e sostenere la dinamica dell’inflazione complessiva nel medio periodo. Se le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie risulteranno incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento durevole del profilo dell’inflazione, siamo pronti a incrementare il nostro programma di acquisto di attività in termini di entità e/o durata”.“Non abbiamo discusso di scenari alternativi. Devo dire – ha aggiunto Draghi – che c’è stata un’atmosfera molto positiva in cui tutti i governatori hanno sottolineato la forza perdurante dell’economia e i riflessi sul mercato del lavoro dove sono stati creati 7 milioni di posti di lavoro in quattro anni”. Tuttavia resta che “per fruire appieno dei benefici derivanti dalle nostre misure di politica monetaria, le altre politiche devono fornire un contributo decisivo al rafforzamento del potenziale di crescita”

Domandiamoci:
1. Questi 7 milioni di posti di lavoro, sono a tempo indeterminato? 
2. La ripresa dell’inflazione è un “desiderio” o viene estrapolata da dati manipolati?
3. Siamo certi di non essere ancora in deflazione?

 
 
 

TEORIA NEOCLASSICA DELLA CRESCITA E DELLA DISTRIBUZIONE

Post n°1038 pubblicato il 24 Ottobre 2017 da fresbe
 
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All'interno della tradizione neoclassica, si è verificata una caratteristica evoluzione. I primi modelli neoclassici della crescita, rappresentavano il comportamento delle famiglie tramite una funzione del risparmio o del consumo convenzionale. 

In seguito, a partire dai lavori di Cass (1965) e Koopmans (1965), si afferma una convenzione alternativa: alle famiglie viene attribuita una funzione di utilità intertemporale, quasi sempre una funzione del consumo corrente ed eventualmente del tempo libero additiva nel tempo. Si assume quindi che il consumo corrente (ed eventualmente l'offerta di lavoro) costituisca sempre il primo passo in un problema di ottimizzazione di una funzione di utilità con orizzonte temporale infinito e con perfetta preveggenza di tutti i prezzi e i redditi futuri. Simmetricamente si ipotizza che le imprese a ogni passo ottimizzino assumendo come dati i prezzi. Sotto condizioni favorevoli, l'equilibrio competitivo persistente nel tempo identificato in questo ' modello è una soluzione del "problema di Ramsey". L'economia rappresentata in questo modello, segue esattamente il sentiero che avrebbe seguìto se fosse stata pianificata da un singolo consumatore immortale, che avesse risolto un problema di massimizzazione della utilità in un orizzonte infinito, vincolato solo dalle date possibilità tecnologiche e dalle inevitabili identità. Sotto queste ipotesi favorevoli, il passaggio a un'economia decentralizzata con imprese in concorrenza, non modifica il risultato; in effetti il settore industriale esegue fedelmente i desideri del consumatore. Ramsey aveva formulato esattamente questo problema come un esercizio normativo: ha immaginato di dover determinare cosa avrebbe fatto un decisore onnisciente e onnipotente di fronte alla necessità di adottare una sequenza infinita di decisioni relative all'allocazione del prodotto tra il consumo corrente e il risparmio-investimento per il futuro. 
La funzione dell'utilità era considerata in questo ambito come una funzione del benessere sociale. Ramsey, 1928, argomentò che il tasso di sconto dell'utilità futura era inappropriato proprio perché avrebbe comportato discriminazioni ingiuste tra le successive generazioni. 
Se l'agente ottimizzante è considerato come una famiglia rappresentativa e non come un delegato fiduciario, questa argomentazione diventa più debole. 
La sostituzione di funzioni meccaniche del consumo e dell'offerta di lavoro con un esplicito problema di massimizzazione intertemporale dell'utilità presenta alcuni vantaggi, pur se costringe a uno sforzo d'immaginazione. In ogni caso, le conclusioni di base della teoria neoclassica della crescita non vengono modificate da questa correzione. Le cose cambiano quando l'approccio di Ramsey viene esteso al breve periodo, per cui ogni osservazione deve essere interpretata come un punto su un sentiero ottimale. Un teorico neoclassico della crescita può facilmente considerare inaccettabile questa estensione, ma questo è un altro discorso.
c) Un altro significato associato alla tradizione neoclassica è l'abitudine di Considerare la concorrenza perfetta come la "regola per i mercati del lavoro, dei beni capitali e dei beni di consumo. Questa interpretazione è di sicuro empiricamente fondata: la maggior parte della teoria neoclassica della crescita fa esattamente questo. La questione più interessante è se questa abitudine sia in ogni caso necessaria per l'elaborazione coerente e l'applicazione del modello.
La risposta è negativa. Fin dal principio si è rilevato che è possibile inserire nel modello una forma di mercato del tipo della concorrenza imperfetta in modo semplice e coerente. Naturalmente, un modello dell'economia con un solo bene producibile e un solo fattore primario non è esattamente un laboratorio molto ricco per costruire esperimenti con forme alternative di organizzazione industriale. Più recentemente, nel momento in cui la teoria è stata estesa da Romer (1990) e altri a includere la produzione endogena di nuova tecnologia, in una forma o nell'altra la concorrenza monopolistica è divenuta una componente necessaria del modello.
d) Quest'ultima osservazione ci ricorda che è ormai divenuto comune un altro uso dell'aggettivo "neoclassico". Il termine è talvolta utilizzato per riferirsi ali 'abitudine di considerare il cambiamento tecnologico come una forza esogena, qualcosa che avviene, regolarmente o meno, senza alcuna azione basata su motivazioni economiche. Con poche eccezioni, i teorici neoclassici della crescita non hanno alcunché da dire sulla generazione endogena della nuova tecnologia. Senza dubbio sanno bene che le imprese alla ricerca di profitti sostengono costi di ricerca e sviluppo e spesso riescono a inventare nuovi prodotti e migliori processi produttivi. È ovvio che i progressi tecnologici possono essere considerati, una volta che si siano verificati, come risposte a opportunità percepite dalle imprese, il che non è la stessa cosa del rappresentare il livello della tecnologia e il suo tasso di cambiamento come variabili endogene determinate meccanicamente.
Questo è quanto hanno cercato di fare recentemente alcuni autori. A parte tale differenza, gran parte della letteratura più recente appartiene chiaramente alla tradizione neoclassica. Discuteremo invece una questione più complessa. La "nuova" teoria della crescita, in alcune ma non in tutte le versioni, ha abbandonato l'assunto di rendimenti di scala costanti a favore dei rendimenti di scala crescenti, e ha abbandonato l'ipotesi di rendimenti decrescenti dei beni capitali a favore dei rendimenti costanti (o crescenti). Sebbene sussistano alcune incomprensioni a tale riguardo, i due casi sono lievemente diversi. Il modello neoclassico può incorporare facilmente i rendimenti di scala crescenti. (La concorrenza perfetta non sarà più, in tal caso, una forma di mercato ammissibile, se i rendimenti crescenti sono "interni", ma può essere sostituita dalla concorrenza monopolistica) Le conclusioni della teoria cambiano solo in alcuni dettagli. I rendimenti non decrescenti rispetto al capitale (il fattore della produzione che può essere accumulato) costituiscono al contrario un argomento più importante. I modelli di crescita con rendimenti costanti o crescenti rispetto al capitale si comportano in modo del tutto diverso e forse non dovrebbero essere classificati come neoclassici, anche se per altri aspetti sono di tipo tradizionale. 
di Robert Solow (premio Nobel per l'Economia 1987)

 
 
 
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