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GERMANIA IN OFF SIDE

Post n°959 pubblicato il 26 Luglio 2016 da fresbe
 
Foto di fresbe

Dal 2008 in avanti, le crisi sistemiche delle banche europee sono state appianate con massicci trasferimenti di denaro pubblico. Circa 800 miliardi di Euro in soli 6 anni, con la Germania a fare la parte del leone e l’Italia fanalino di coda, diversamente dalla teorema che vede i tedeschi ligi al dovere ed i latini sempre pronti alla creatività. Di questi 800 miliardi, solo 330 sono fin qui stati recuperati. Il teorema in questione è stato valido dal 2008 al 2012, anno della crisi bancaria di Cipro. Tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, la crisi della Laiki Bank (Banca popolare di Cipro) portò l’Europa ad escogitare il primo aiuto classificabile sotto l’etichetta di “bail in”, aiuto dall’interno. Per il salvataggio del sistema bancario cipriota, si optò per un prelievo forzoso sui conti correnti oltre i 100mila Euro e per la liquidazione della Laiki Bank.
Prima di allora, i dati della BCE elaborati da Il Sole 24 Ore, certificano una iperattività tedesca. Il Paese che ha elargito maggiori fondi al proprio sistema bancario è proprio la Germania con 238 miliardi di spesa pubblica (l’8,2% del Pil). Seguono la Spagna con 52 miliardi (5% del Pil), l’Irlanda con 42 miliardi (22,6%), la Grecia con 40 miliardi (22,2%) fino ai recenti 4 miliardi italiani. Per Italia, Francia e Lussemburgo le entrate derivanti dagli aiuti alle banche sono state addirittura leggermente superiori alle uscite, dello 0,1% del Pil.

da QUI_Finanza

N.B.: Le regole valgono solo per i “fessi”! Non sono applicabili a chi gestisce il potere anche se riguardanti i non previsti aiuti statali al sistema od il surplus della bilancia dei pagamenti.

 
 
 

LA EXOR MIGRA IN OLANDA

Post n°958 pubblicato il 26 Luglio 2016 da fresbe
 
Foto di fresbe

Gli “Agnelli” lasciano l'Italia: Exor emigra in Olanda. 
La finanziaria segue le controllate Fca e Cnhi, ma a differenza loro che hanno sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra, la holding porterà tutto nei Paesi Bassi. Tra i nuovi azionisti anche Bill Gates e Jacob Rothschild

Exor lascia l'Italia. La Società annuncia che tra i prossimi azionisti dovrebbero arrivare, Bill Gates e Jacob Rothschild che avrebbero garantito un ingresso nel capitale rilevando le quote che proverranno dall'esercizio del diritto di recesso da parte degli azionisti contrari al trasloco. Exor pagherà 31 euro (ieri il titolo ha chiuso a 33 per ogni azione restituita)
La finanziaria degli Agnelli emigra dunque in Olanda, seguendo quanto avevano già fatto le sue controllate. Tecnicamente l'operazione diventerà efficace entro la fine del 2016 e consisterà in una fusione transfrontraliera con la Exor Holding N.V., interamente controllata dalla stessa società degli Agnelli. L'assemblea straordinaria degli azionisti per approvare l'operazione è in calendario il 3 Settembre prossimo.
La motivazione del Lingotto è che con questa scelta, si armonizzano le leggi che regolano il gruppo uniformando la holding alle partecipate. A differenza della Fca e della Cnhi, che hanno la sede legale ad Amsterdam e quella fiscale a Londra, Exor porterà anche la sede fiscale in Olanda. A suo tempo il Lingotto aveva giustificato il trasferimento della sede legale ad Amsterdam con il fatto che la legge olandese consente di introdurre il sistema del voto doppio che dà ai soci storici delle società la possibilità di aumentare del 100 per cento il peso delle loro azioni in assemblea. In questo modo è necessaria una quota minore per aver garantito comunque il controllo della società.
Dal punto di vista fiscale, il trasferimento in Olanda garantisce comunque di azzerare la tassazione sulle plusvalenze, che in Italia sono invece tassate sul 5 per cento. Un guadagno notevole per una holding che della plusvalenza fa il suo core business e che sposta capitali di notevoli dimensioni.
Al termine dell'operazione annunciata oggi tutte le società del gruppo del Lingotto avranno sede all'estero. Lasceranno Torino anche l'accomandita che consente agli Agnelli di controllare Exor, la Giovanni Agnelli Sas e, all'interno di questa, la società semplice Dicembre che consente agli eredi diretti di Giovanni Agnelli di controllare l'accomandita.

di Paolo GRISERI

 
 
 

DRAGHI IN AIUTO DEL SISTEMA BANCARIO UE?

Post n°957 pubblicato il 22 Luglio 2016 da fresbe
 
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Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha fatto capire ai mercati, che saranno indispensabili degli aiuti di stato per alcune banche, italiane e non solo.
«È necessario affrontare la questione dei crediti deteriorati in Europa», ha spiegato Draghi in conferenza stampa, al termine della riunione del Consiglio direttivo della Bce. Un paracadute pubblico per le Banche, ha aggiunto, «è possibile in casi eccezionali» o quando «il mercato dei crediti deteriorati è sotto pressione». E anche se Draghi non ha apertamente nominato le Banche italiane, il senso delle sue parole era assolutamente chiaro.
Il Fondo Atlante sarebbe insufficiente per salvare il Monte dei Paschi di Siena, senza parlare dell’eventuale effetto domino che avrebbe sulle altre banche un eventuale fallimento di MPS.
Le cifre parlano chiaro: le sofferenze delle banche italiane sono troppo elevate. Bisognerebbe cancellare 10, se non 20, 30 miliardi di prestiti in sofferenza attraverso qualche operazione di “maquillage” (Bad Bank…) che permetta all’Italia di salvare l’estetica operativa. Naturalmente tutto questo deve essere confezionato da Padoan e Bruxelles in modo da sembrare conforme alle regole UE. Sarà una finzione, ma in finanza quello che conta è la fiducia.

Alan Friedman

N.B.: Il paventato "effetto domino" sul Sistema Bancario Italiano, nel caso del fallimento di MPS, è uno spauracchio previsionale che fa comodo al malaffare. <<Punirne uno per educarne cento!>> Questa dovrebbe essere la strategia... E' amorale continuare ad aiutare una Banca alla deriva a seguito di speculazioni, ruberie e malaffare. Chi sbaglia DEVE PAGARE, con la salvaguardia dei diritti dei correntisti e dei lavoratori.


 

 
 
 

BORSA TITOLI MONETE & ECONOMIA REALE

Post n°956 pubblicato il 22 Luglio 2016 da fresbe
 
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Gli analisti ad Agosto 2015, esprimevamo una visione prospettica prudente riguardo al mercato azionario, basata su uno scenario di crescita economica deludente negli Stati Uniti, in piena fase di normalizzazione monetaria, di indebolimento dello yuan cinese, che minacciava la liquidità globale e contribuiva, insieme al deprezzamento delle altre valute emergenti, ad alimentare le pressioni deflazionistiche latenti, già aggravate dal "crack" petrolifero. Negli Stati Uniti, l'inversione di tendenza della politica monetaria rappresentava la novità dello scorso trimestre. Manterrà gli “investimenti rischiosi” sotto pressione, rischiando di trasformare in recessione il rallentamento congiunturale statunitense. Nell’Eurozona previsto, il perdurare delle pressioni deflazionistiche, con la riduzione della liquidità, controbilanciata dal Qe.  
La Federal Reserve ha confermato la previsione, contribuendo all’indebolimento del dollaro. La Cina, invece, ha fatto ricorso al impiego combinato di misure fiscali, monetarie, e al parziale controllo del suo mercato valutario, per contrastare i deflussi di capitali. La BCE, dal canto suo, come si suole dire “è ricorsa al bazooka” per cercare di neutralizzare le pressioni deflazionistiche che affliggono l’Eurozona. Queste decisioni prese congiuntamente hanno contribuito a trasmettere ai mercati l’impressione di un’azione architettata, che ha migliorato il livello di “fiducia” e favorito il rimbalzo degli investimenti rischiosi, in particolare nei due paesi che costituiscono le forze trainanti della crescita mondiale: gli Stati Uniti e la Cina. Entrambi beneficiano del rinvio del rialzo dei tassi statunitensi, i primi grazie a una maggiore credibilità in una crescita più sostenibile e in un dollaro maggiormente competitivo, il secondo – insieme a tutto l’universo emergente – grazie a un contesto di liquidità più favorevole. Quest’ultima è sostenuta dalla svalutazione dello yuan, al momento non più così indispensabile grazie a una politica monetaria statunitense più accomodante del previsto, al indebolimento del dollaro e, per i paesi produttori di petrolio, alla crescita del prezzo del barile di greggio.
Questo miglioramento dovrebbe indurre gli Analisti ad una diagnosi macroeconomica diversa rispetto a quella formulata ad Agosto 2015? I limiti dell’intervento delle Banche Centrali, iniziano a essere estremamente tangibili in Europa e in Giappone, che risentono dell’apprezzamento della loro valuta rispetto al dollaro nonostante i tassi negativi. Inoltre, il problema relativo alla capacità di ripresa dell’economia statunitense, escludendo stimoli aggiuntivi, si porrà nuovamente nel contesto di rallentamento economico che continua a permanere.

N.B.: Quando la macroeconomia si occupa di Borsa, Titoli e Monete, diventa avulsa dalla realtà dell’Economia Reale. Le fluttuazione dei cambi rientrano in una strategia di scacchi tra USA e Cina, mentre l’Europa con la sua BCE, può solo assistere, continuando ad immettere liquidità tramite l’operatività del Qe. Non se ne esce: siamo in STAND BY. 

 
 
 

F.M.I. IN STATO CONFUSIONALE

Post n°955 pubblicato il 21 Luglio 2016 da fresbe
 
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Brexit, la beffa del FMI: “Gran Bretagna crescerà più della Germania”
L'istituto presieduto da Cristine Lagarde fa marcia indietro sulle previsioni di crescita.

Non avevamo necessità di conferme circa la mancanza di competenza degli Enti Sovranazionali. Il Fondo Monetario Internazionale, dopo aver diffuso previsioni devastanti in merito alle conseguenze della BREXIT, ora semplicemente valutando il dato relativo alla riduzione della % di disoccupazione (e conseguente rivalutazione della sterlina su € e USD) inverte la posizione, dimostrando ancora una volta di essere gestito molto male da persone frettolose non in grado di raccogliere i segnali del mercato step by step, per poter produrre una "previsione a breve" rivedibile ed aggiornabile, come unica possibilità ed indicazione.

Dopo settimane di diffusione di “terrore psicologico” sui previsti devastanti effetti che l’uscita dall’Unione Europea avrebbe avuto sulla Gran Bretagna, il Fondo Monetario Internazionale fa marcia indietro fino ad ammettere che saranno proprio gli inglesi ed i loro immediati vicini a crescere maggiormente dopo la Brexit. Non è la prima volta che il Fondo Monetario Internazionale deve ricredersi su aspetti fondamentali rispetto al proprio ruolo, dalla crisi del debito greco al futuro dell’Euro fino alle ricette di austerità in generale; è però evidente che un dietrofront del genere a così stretto giro di posta rispetto al referendum britannico ha qualcosa di clamoroso. Tanto che il parlamentare dell’Ukip (il partito che più ha spinto per la Brexit) Douglas Carswell parla esplicitamente di “problemi di credibilità” per l’istituto presieduto da Cristine Lagarde. Dopo aver denunciato tutti i pericoli possibili ed aver previsto un rallentamento per tutti i paesi dell’Eurozona in seguito alla Brexit, l’ultimo report del FMI – segnalano gli inglesi dell’Express – prevede ora una crescita del 1,7% nel 2016 e dell’1,3% nel 2017 per la Gran Bretagna, previsione che pone l’economia del Regno Unito come la seconda migliore fra le nazioni industrializzate del G7 dopo gli Stati Uniti, davanti a quelle di Germania e Francia.  

 
 
 
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