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RISCHI FATALI

Post n°1062 pubblicato il 08 Aprile 2018 da fresbe
 
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Scriveva GIULIO TREMONTI nel 2005 nel suo libro:

Nel 1989 cadde il muro di Berlino; nel 1994 nacque la WORD TRADE ORGANISATION e con questa il mondo accellerò sulla via della globalizzazione. Nel 2001 la Cina entrò a far parte del WTO, accettata troppo rapidamente senza che fossero imposte le regole condivise (no dumping finanziario, no sfruttamento dei lavoratori, no livello standard qualitativo) e quindi il mondo economico ed il mercato, non saranno più gli stessi. Dai due sistemi sconfitti dalla storia, il Comunismo ed il Liberismo, l’ingegneria genetica della politica, fu in grado di generare un nuovo mostro: IL MERCATISMO con il mercato unico, pensiero unico cercando di imporre un uomo a taglia unica! L’Europa viene fagocitata dal nuovo sistema, dimentica della sua storia, delle sue tradizioni e delle sue differenze che ne rappresentavano la vera ed (teoricamente...) inalienabile ricchezza. 
Si passò quindi rapidamente dal benessere alla povertà condivisa, nella vecchia Europa.

 
 
 

BREXIT E PREVISIONI

Post n°1061 pubblicato il 24 Marzo 2018 da fresbe
 
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Le previsioni catastrofiche sulla Brexit, diffuse prima del referendum, erano basate su studi non calibrati, che hanno applicato modelli poco realistici, errando nella previsione dei possibili danni conseguenziali. 

Questo è ciò che sostengono, in un working paper, due economisti di Cambridge, che riassumono i loro risultati sul blog Brexit della London School of Economics. Si dicono preoccupati per la perdita di credibilità che minaccia la professione economica. Scrisse R. Bootle sul Telegraph: “Quando innumerevoli economisti, inclusi dei Nobel, si sono uniti alla massa, di chi metteva in guardia contro le conseguenze negative della Brexit, se avessi ancora avuto dei dubbi sul fatto che dovevamo uscire, questo me li avrebbe tolti”. Alcune delle previsioni più ampiamente citate sugli effetti economici della Brexit, si basano su analisi errate, in particolare quelle sull’andamento dell’economia nel Regno Unito dopo l’adesione alla CEE, e quelle sul legame tra commercio e produttività, scrivono Ken Coutts, Graham Gudgin (Università di Cambridge) e Jordan Buchanan (Centro di politica economica dell’Università dell’Ulster). Per restituire al pubblico la fiducia nelle previsioni degli economisti sulle principali questioni politiche, questi devono utilizzare analisi più attendibili, basate su un ventaglio più ampio di prove.
Il dibattito sulla Brexit è stato distorto da diversi miti. Uno dei più persistenti e ampiamente ripetuti è quello che riguarda il miglioramento delle prestazioni economiche del Regno Unito dopo l’adesione alla CEE nel 1973. Un argomento sostenuto dall’OCSE e regolarmente ripetuto dai media durante la campagna referendaria sulla Brexit. Anche il legame tra commercio e produttività esercita un’influenza importante sulle valutazioni degli economisti riguardo alle prestazioni economiche del Regno Unito all’interno delle UE e sugli effetti economici a breve e a lungo termine della decisione di lasciare l’UE in seguito al referendum. Molte di queste valutazioni sono state condotte da dipartimenti governativi e agenzie internazionali. Questi, per stimare gli effetti economici della Brexit sugli standard di vita, si basano su una serie di approcci analitici, tra cui l’uso del modello gravitazionale, di modelli di equilibrio economico generale calcolabili e di modelli di previsione macroeconomica.

 
 
 

DETERMINAZIONE DELLE NUOVE PROFESSIONI

Post n°1060 pubblicato il 23 Marzo 2018 da fresbe
 
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La rivoluzione nel paradigma delle nuove professioni, orientate alla digitalizzazione, apre a scenari innovativi, non ancora percepiti compiutamente dalle aziende.

Regulatory affairs, business analyst, Hse specialist, designer engineer, connectivity e cyber security specialist, business intelligent analyst, data scientist, data specialist. Il futuro del lavoro è in queste (ma non solo) nuove professioni, che hanno tutte un unico denominatore comune: a trainarle sarà Industry 4.0 Non pensate che la “smart factory” sia proiettata in un futuro troppo lontano, alla luce anche del piano del governo da 13 miliardi, incentrato su sgravi fiscali e crescita delle competenze specifiche. Anzi, in Lombardia, uno dei quattro motori dell’industria manifatturiera in Europa, questi nuovi profili professionali stanno già emergendo con una «tendenza significativa». Almeno da cinque anni. A rivelarlo è una ricerca sulle web vacancies regionali condotta da WollyBi-Italian labour market digital monitor, frutto della collaborazione tra TabulaeX, società spin-off dell’università Milano Bicocca, e Crisp (Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità), che ha analizzato oltre 121mila annunci di lavoro per il settore manifatturiero.
IL SOLE 24ore (23.03.2018)

 
 
 

DATA SCIENTIST

Post n°1059 pubblicato il 03 Marzo 2018 da fresbe
 
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Per passare da un approccio contingente a uno strategico in questo scacchiere di opportunità sempre più ampio, le organizzazioni hanno bisogno di nuove competenze, nuove figure multidiscipliari, in grado di coprire un ampio spettro di dominii del sapere.

Negli ultimi anni, anche in Italia, hanno iniziato a diffondersi profili nuovi, come quello del data scientist. Da tre anni l’Osservatorio monitora la diffusione di tali figure professionali all’interno delle grandi organizzazioni.  Nel 2016, tre grandi aziende su dieci dichiarano di contare nel proprio organico figure di data scientist, una percentuale di diffusione che si conferma sostanzialmente stabile con quanto rilevato lo scorso anno.
Tuttavia aumenta la consapevolezza di questo ruolo che, rispetto al passato, viene codificato in modo formale più diffusamente (7% nel 2016 contro il 4% nel 2015).
Le organizzazioni in Italia mostrano un crescente interesse verso i data scientist e si chiedono quali modelli organizzativi mettere in campo per gestire i big data, quali competenze internalizzare e quali invece demandare all’esterno. Esistono diverse possibilità in questo senso, che occorre valutare sulla base del business in cui opera l’azienda”. Per indagare l’affermarsi di questa figura, l’Osservatorio ha condotto una rilevazione internazionale che ha coinvolto poco meno di 300 data scientist a livello globale. All’interno della survey, si sono studiate le aree di competenza distintiva per i data scientist. 
Le principali riguardano:
 Knowledge Deployment: la capacità di creare interessanti rappresentazioni di dati (data visualization) e consentire quindi una miglior interpretazione dei dati stessi. Rappresenta inoltre la capacità di sviluppare messaggi che possano influenzare positivamente le azioni degli stakeholder chiave;
   Technology: è la capacità di gestione di dati strutturati e non, la capacità di estrarre dati da fonti esterne tramite metodologie e tool specialistici e infine la capacità di manipolare e distribuire grandi quantità di dati;
 Programming: riguarda la conoscenza informatica e programmazione;
 Machine Learning/Analytics: la conoscenza di modelli e tecniche matematiche (analisi di apprendimento supervisionato e non supervisionato) e la conoscenza di tool e linguaggi in grado di effettuare analisi;
 Business: conoscenza di aspetti di business (conoscenza di effetti di micro e macro-economia, processi funzionali come il marketing, finance produzione o distribuzione) e di industry.
Sulla base di questa classificazione, è stato sviluppato un modello di maturità dal quale emerge come i data scientist mostrino un livello avanzato di competenze in ambito di knowledge deployment (72% dei rispondenti), machine learning/analytics (62%).  Più limitata la conoscenza negli ambiti technology (50%), business (47%) e programming (39%).
L’Italia degli analytics:
Si evidenzia il ritardo delle aziende nazionali rispetto al tema big data, ma esiste l’intenzione di recuperare, in situazione che nella maggioranza dei casi è in fase di valutazione (44%) oppure riguarda ambiti ristretti. L’ostacolo principale è la mancanza di competenza (45%) e di budget (27%).

 
 
 

LE TURBATIVE DEL LIBERO MERCATO

Post n°1058 pubblicato il 26 Febbraio 2018 da fresbe
 
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Ai tempi Adam Smith (1723-1790), insegnava filosofia sociale e morale non essendo ancora l'economia una disciplina accademica, all'Università di Glasgow e al Balliol College di Oxford. 

Egli pose le basi dell'economia politica classica e viene considerato il primo degli economisti classici. La concezione di Smith in merito allo scopo della scienza economica, segue quella dei mercantilisti, tendente a rappresentare i comportamenti naturali all’origine della ricchezza delle nazioni. Smith fu un teorico della macroeconomia, con una visione ricca di considerazioni di tipo politico, sociologico.
L’ambientazione storica, laddove si immaginava l’esistenza di una “mano invisibile” in grado in un “libero mercato”, di stabilire equilibrio tra domanda e offerta, non teneva in considerazione (come avrebbe potuto?) l’esistenza di elementi turbativi quali le multinazionali, il dumping e sopratutto la finanza. Nel breve periodo il rapporto percentuale, tra produzione e finanza, si è invertito: si è passati dal 70-30 al 30-70, stravolgendo i cicli produttivi, distruggendo il tessuto industriale, annichilendo la forza lavoro. 
Ciò che appariva errato in assoluto, ora sembrerebbe indispensabile. Trattando dell’Italia, non servirà semplicemente difenderne i confini, espellere gli irregolari e fornire assistenza ai “poveri e neo poveri”, tramite interventi economici mirati. Sarà necessario impedire, con contratti di ingresso, alle multinazionali, fondi stranieri, o qualsivoglia bau-bau, di fare “shopping” in Italia con l’obiettivo di “delocalizzare” in Paesi dove il costo del lavoro e la tassazione degli utili è semi inesistente. Come? Il tanto vituperato Presidente USA Donald Trump, ha minacciato enormi dazi, controlli fiscali continui ed aumento esponenziale del prelievo fiscale, per le aziende USA intenzionate a trasferire la produzione in Mexico. Inoltre quando lo Stato Italiano interverrà nel futuro, tramite “supporti al reddito”, quali cassa integrazione ed altri ammortizzatori, l’azienda beneficiaria straniera, multinazionale, etc. in procinto di delocallizzare, potrà solo abbandonare gli stabilimenti e versare le penali che dovranno essere previste dal contratto di ingresso. Abbiamo il dovere di difendere le nostre aziende ed incrementare i livelli occupazionali, contro tutto e contro tutti! Prima l’ITALIA e gli ITALIANI!

 
 
 
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