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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2016/2017

 

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Cineforum 2016/017 | 6 novembre 2016

Foto di cineforumborgo

DHEEPAN - UNA NUOVA VITA

Titolo originale: Dheepan
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Noé Debré, Thomas Bidegain, Jacques Audiard
Fotografia: Éponine Momenceau
Musiche: Nicolas Jaar
Montaggio: Juliette Welfling
Scenografia: Michel Barthélémy
Costumi: C. Bourrec (Chattoune)
Effetti: Julien Poncet de La Grave, Cédric Fayolle
Interpreti: Antonythasan Jesuthasan (Dheepan), Kalieaswari Srinivasan (Yalini), Claudine Vinasithamby (Illayaal), Vincent Rottiers (Brahim), Marc Zinga (Youssouf)
Produzione: Pascal Caucheteux, Jacques Audiard per Why Not Productions/Page 114/France 2 Cinéma
Distribuzione: BIM
Durata: 114'
Origine: Francia, 2015
Palma d'Oro al 68. Festival di Cannes (2015)

Dheepan fugge dallo Sri Lanka e dalla guerra. Viene accolto in Francia come rifugiato politico insieme a una donna e a una bambina che lui spaccia per la sua famiglia. Inizia a lavorare come portiere in uno stabile residenziale nella periferia di Parigi e ha un solo desiderio: avere una vita normale. L'apparente tranquillità viene disturbata da un gruppo di spacciatori di droga che dettano legge nella zona. Dheepan si trova davanti a un bivio e la scelta non è semplice.
Una zona di fuoco dentro Parigi. Ma lo sguardo estraneo sulla banlieue sembra ispirarsi a Montesquieu e alle sue “Lettere persiane”, il romanzo scritto dal filosofo francese nel 1721 dove la Francia era guardata attraverso gli occhi di due viaggiatori persiani. Il titolo, in quest’ultimo film di Jacques Audiard, prende invece il nome dal protagonista. Dheepan è una ‘tigre tamil’, membro di un gruppo nazionalista che si batte per l’indipendenza dello Sri Lanka, che decide di fuggire dal proprio paese insieme a una donna e una bambina di 9 anni che spaccia per sua moglie e sua figlia. Si conoscono appena e a Parigi tentano di costruire una vita migliore. Ma non sarà facile.
La macchina da presa del cineasta francese si attacca sui protagonisti, ne diventa a tratti quasi una specie di seconda pelle. Si affida agli attori tamil non professionisti Anthonytasan Jesuthasan e Kalieaswari Srinivasan, ne cattura paure, tensioni, movimenti del corpo con cui cercano di comunicare per superare la barriera della lingua. Non è solo un film sulle banlieues e sull’immigrazione. Ad Audiard non interessa. C’è invece un senso di soffocamento che chiude lo spazio. Come la discoteca di “Sulle mie labbra” e il penitenziario di “Il profeta”. Il suo cinema torna a una fisicità nervosa. Ogni inquadratura è come uno schiaffo. Cattura suoni, scontri, colori che diventano pirotecnici come nella scena dei fuochi d’artificio. Il suo sguardo sembra gettarsi a capofitto. Dheepan cerca di ritagliarsi uno spazio suo per poi poterlo dominare, proprio come Malik in “Il profeta”. Il cortile diventa un’altra zona di fuoco, come nelle immagini che si vedono in tv. La tensione è altissima, evidente nei tentativi di dialogo tra la finta moglie del protagonista e il figlio spacciatore dell’uomo da cui va a fare le pulizie. Si sente sempre un’energia esplosiva nel suo cinema, stavolta ancora più assordante, quindi più scomposta. La guerra non è finita in “Dheepan”. Si è come spostata su un altro posto. Mobili che volano dall’alto, due momenti di sparatorie esemplari, scontro tra il protagonista e il suo colonnello. Audiard non trattiene il movimento e il continuo attrito creato sembra contagiare tutto. Dheepan canta una canzone del suo paese. La parola è come un gesto disperato, come un’altra azione di guerra. Poi, lo sguardo degli altri. I tre personaggi vivono con la paura di essere visti. Si nascondono anche istintivamente, si riparano nella loro non conoscenza del francese. Simulano malamente (il bacio dato dalla madre alla figlia davanti la scuola) perché non hanno neanche voglia di recitare. Questa ricchezza, come sempre, strabordante, nel suo cinema, qui appare sempre al limite. Così diretta che a tratti colpisce e va via e non lascia sempre i suoi segni come negli ultimi due straordinari “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”. Ma non è un problema di “Dheepan”. Sono quei due film che sono troppo in alto. Questo è un film teso e complesso, dove sulla scrittura sembra passare l’azione come un rullo compressore. A tratti è anche troppo pieno. Non è un problema di durata. “Dheepan” si dilata percettivamente oltre il tempo che vuole rappresentare. Andrebbe forse visto in due parti separate. Per assorbirlo meglio, proprio come il “Casanova” di Fellini. Il regista romagnolo ci metteva tutto il suo mondo visionario. Qui, nel cinema di Audiard, lo crea il suo impeto. Con quel senso di straniamento del più bel film di Jim Sheridan, In America, che qui paradossalmente potrebbe essere uno dei suoi limiti. Perché questo è un cinema che va assorbito tutto. Non ha bisogno di spiegare niente. Le righe del campo di calcio che non viene finito lo rappresentano in pieno. Forse per questo aveva bisogno di un taglio deciso nel finale. Le altre vite nel cinema di Audiard ce le immaginiamo noi. È lui che ce lo ha insegnato.
Simone Emiliani, Sentieri Selvaggi

(……) Ora, se si crede che un film coincida semplicemente col suo soggetto, i detrattori di quello di Jacques Audiard, ossessionati dall’ideologia del politically correct, potrebbero anche avere ragione. Non è così, naturalmente. Il regista francese non mette affatto in scena un dramma sociale per poi appiccicargli un finale da cinema di genere alla Golan&Globus: porta invece la storia alle sue estreme conseguenze, evitando sia le ovvietà socio-demografiche dei film ‘socialmente impegnati’, sia la tirata reazionaria sui pregi della violenza autogestita. I tipi come lui si contano sulla punta delle dita: quelli capaci di sposare cinema d’autore (con un punto di vista e uno stile precisi) e spettacolo popolare, rivolgendosi al pubblico nella sua totalità senza prendere lo spettatore per un idiota beato o volergli imporre una lezione di sociologia per principianti. Certo, “Dheepan” è un film costruito in maniera insolita, articolando un finale violento intorno a una bella storia d’amore e alternando brani di realismo con altri di un lirismo struggente (che ricorda un altro bel titolo controverso di Audiard, “Un sapore di ruggine e ossa”). Non mancano neppure le scene oniriche, nel sogno ricorrente dell’ex-soldato che allude alle sue origini: un elefante, simbolo di saggezza cui l’uomo si appella inconsciamente. Soprattutto, però, “Dheepan” è un film raccontato benissimo; una parabola di redenzione il cui protagonista reagisce a un’aggressione che è sì fisica, ma che minaccia soprattutto il suo sogno di una vita diversa. E c’è una bella differenza tra la storia di un vigilante urbano e quella di una famiglia finta che vuol diventare vera. Vedere per giudicare.
Roberto Nepoti, La Repubblica

JACQUES AUDIARD
Filmografia:
Regarde les hommes tomber (1994), Un héros très discret (1996), Sulle mie labbra (2001), Tutti i battiti del mio cuore (2005), Il profeta (2009), Un sapore di ruggine ed ossa (2012), Dheepan - Una nuova vita (2015)

Martedì 13 dicembre 2016:
LA PAZZA GIOIA di Paolo Virzì, con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Anna Galiena, Marco Messeri

 
 
 

Cineforum 2016/2017 | 29 novembre 2016

Foto di cineforumborgo

AVE, CESARE!

Titolo originale: Hail, Caesar!
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Soggetto: Ethan Coen, Joel Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Fotografia: Roger Deakins
Musiche: Carter Burwell
Montaggio: Roderick Jaynes (Ethan Coen, Joel Coen)
Scenografia: Jess Gonchor
Arredamento: Nancy Haigh
Costumi: Mary Zophres
Effetti: Dan Schrecker
Interpreti: Josh Brolin (Eddie Mannix), George Clooney (Baird Whitlock), Alden Ehrenreich (Hobie Doyle), Ralph Fiennes (Laurence Laurentz), Jonah Hill (Joe Silverman), Scarlett Johansson (DeeAnna Moran), Frances McDormand (C.C. Calhoun), Tilda Swinton (Thora Thacker/Thessaly Thacker), Channing Tatum (Burt Gurney), Veronica Osorio (Carlotta Valdez), Michael Gambon (narratore), Heather Goldenhersh (Natalie), Alison Pill (sig.ra Mannix), Clancy Brown (Gracchus), John Bluthal (professor Marcuse), Alex Karpovsky (sig. Smitrovich), Geoffrey Cantor (Sid Siegelstein), Christopher Lambert (Arne Slessum), Basil Hoffman (Stu Schwartz), Natasha Bassett (Gloria DeLamour), Fred Melamed (Fred), Mather Zickel (Chunk Mulligan), Clement von Franckenstein (senatore Sestimus Amydias), Jacob Witkin (Saul of Tarsus), Emily Beecham (Dierdre), Dolph Lundgren (comandante sottomarino) (non accreditato)
Produzione: Joel e Ethan Coen, Eric Fellner, Tim Bevan per Working Title Films/Mike Zoss Productions
Distribuzione: Universal Pictures International Italy
Durata: 106'
Origine: U.S.A., 2016

Il lavoro di Eddie Mannix come "fixer" dello studio inizia ancor prima dell'alba, quando deve arrivare prima della polizia per scongiurare l'arresto di una delle stelle della Capitol Pictures fermata per comportamenti poco ortodossi. Un lavoro mai noioso e senza orari.  Ogni film prodotto dallo studio porta grane e Mannix ha il gravoso compito di trovare una soluzione per tutto…
Se qualcuno vi dirà che “Ave, Cesare!”, il nuovo lavoro dei fratelli Coen, è ‘solo’ un amabile scherzo cinefilo non credetegli: andate a vedere il film e poi toglietegli il saluto. Essendo ambientato nella Hollywood del 1951, e mescolando personaggi autentici ad altri di finzione, “Ave, Cesare!” è ‘anche’ un amabile scherzo cinefilo, come no? Ma quella è la crosta, l’apparenza, lo zucchero sulla punta del cucchiaino che aiuta il bimbo recalcitrante a ingoiare la medicina. E la medicina è quanto di più salvifico si possa vedere al cinema di questi tempi, cura lo spirito e la mente, fa bene al cuore e al cervello. “Ave, Cesare!” conferma come Joel e Ethan Coen siano due filosofi che si divertono a travestirsi da mattacchioni.
Ave, Cesare!” è, a prima vista, il film gemello di “Barton Fink”. Anche là eravamo a Hollywood, dieci anni prima, nel 1941; e anche in quel film il gioco dei personaggi ‘a chiave’, che alludevano a persone reali, era molto sfizioso. Il protagonista Barton Fink era il commediografo Clifford Odets, lo scrittore ubriacone W. P. Mayhew era William Faulkner, e così via. Il punto di vista era però ‘esterno’: uno scrittore di teatro, politicamente impegnato, che viene assunto da una major hollywoodiana ed è costretto a svendere il proprio talento. “Ave, Cesare!” è invece tutto ‘dentro’ la macchina-cinema: Eddie Mannix (che fu davvero, per decenni, produttore esecutivo alla Metro-Goldwyn-Mayer ed era realmente soprannominato ‘the fixer’, l’aggiustatore) lavora per una major, anzi, ‘è’ quella major. Deve rispondere ai miliardari newyorkesi che finanziano la baracca, ma senza di lui la Capitol Pictures non esisterebbe.
Altra differenza: Mannix è cattolico, non ebreo come Fink (e come i Coen, e come quasi tutti i produttori della vecchia Hollywood). Potrebbe sembrare un dettaglio, invece è il cuore del film: “Ave, Cesare!” si apre e si chiude con Mannix che va in chiesa a confessarsi. Da uomo pio che frequenta Babilonia, ha una sua idea personale del peccato: dice compulsivamente al confessore che ha mentito a sua moglie promettendole di smettere di fumare. E quello sarebbe un peccato? In realtà Mannix affronta ogni giorno, e senza il minimo scrupolo, ‘peccati’ ben più gravi. DeeAnna Moran, bisbetica starlet di musical acquatici (Esther Williams, come no?), è ad esempio alle prese con una gravidanza indesiderata. È ‘quasi’ sicura di sapere chi sia il padre ma allo studio serve un matrimonio di facciata: ci pensa Mannix. Hobie Doyle, divo western di serie Z, sta girando la sua prima commedia sofisticata con il regista omosessuale Laurence Laurentz (George Cukor, al 99%) e i due non si pigliano neanche un po’: di nuovo, ci pensa Mannix. Il superdivo Baird Whitlock (un simil-Clark Gable che George Clooney interpreta con mirabile ironia) sta girando un film sulla passione di Gesù in cui è un centurione romano folgorato dalla fede; ma un bel giorno scompare, rapito da un gruppo di sceneggiatori comunisti (capeggiati da Herbert Marcuse, altro personaggio vero… ma forse il più inventato di tutti!) che chiedono 100.000 dollari di riscatto da devolvere all’Urss. Anche qui, ci pensa Mannix, ma è un caso assai complesso: quando Whitlock torna all’ovile è diventato più comunista di Marcuse, e andrà riportato alla vera ‘fede’, quella dello show-business.
Si parla di Gesù, della croce, del peccato, di un’altra fede che all’epoca andava forte - il comunismo… C’è una strepitosa scena in cui Mannix convoca allo studio quattro religiosi per sottoporre loro la sceneggiatura del film evangelico. Sono un rabbino, un pastore protestante, un prete cattolico, un pope ortodosso: Mannix è preoccupato che il film non offenda nessuno, e scopre che offende tutti! Il tema dell’intolleranza religiosa percorre “Ave, Cesare!” come un fiume carsico, e lo rende il film gemello di “A Serious Man”: forse il capolavoro dei Coen, la più potente analisi dell’identità ebraica che il cinema ci abbia mai regalato. Che poi faccia anche ridere, “Ave, Cesare!”, è una benedizione per noi spettatori: ma è quasi secondario.
Alberto Crespi, L’Unità

JOEL COEN, ETHAN COEN
Filmografia:
Blood simple - Sangue facile (1984), Arizona Junior (1987), Crocevia della morte (1990), Barton Fink - E' successo a Hollywood (1991), Mister Hula Hoop (1994), Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998), Fratello, dove sei? (2000), L'uomo che non c'era (2001), Prima ti sposo, poi ti rovino (2003), Ladykillers (2004), Paris, je t'aime (1 ep.) (2006), Chacun son cinéma (1 ep.) (2007), Non è un paese per vecchi (2007), Burn after reading - A prova di spia (2008), A serious man (2009), Il Grinta (2010), A proposito di Davis (2012), Ave, Cesare! (2016)

Martedì 6 dicembre 2016:
DHEEPAN - UNA NUOVA VITA di Jacques Audiard, con Antonythasan Jesuthasan, Kalieaswari Srinivasan, Claudine Vinasithamby, Vincent Rottiers

 

 
 
 

Cineforum 2016/2017 | 22 novembre 2016

Post n°300 pubblicato il 18 Novembre 2016 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

ANOMALISA

Regia: Charlie Kaufman, Duke Johnson
Sceneggiatura: Charlie Kaufman
Fotografia: Joe Passarelli
Musiche: Carter Burwell - Canzoni: “Girls just want to have fun” (di Robert Hazard) è interpretata da Jennifer Jason Leigh (anche nella versione in italiano tradotta da Stefano Tomaselli); “None of them are you” (parole di Charlie Kaufman e musica di Carter Burwell) è interpretata da Tom Noonan.
Montaggio: Garret Elkins
Scenografia: John Joyce, Huy Vu
Costumi: Susan Donym
Effetti: Derek Smith, Daneiam, Temprimental Films, Boundary VFX, Digikore VFX, Gentle Giant Studios Inc.
Produzione: Charlie Kaufman, Duke Johnson, Rosa Tran, Dino Stamatopoulos per Starburns Indu-stries/Snoot Entertainment
Distribuzione: Universal Pictures International Italy
Durata: 90'
Origine: U.S.A., 2015
Gran Premio della Giuria e Future Film Festival Digital Award alla 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2015).

Michael Stone, padre e marito, nonché rispettato autore del libro “Come posso aiutarvi ad aiutarli?”, un testo sul Customer Service. Michael, però, non riesce a reggere la sua vita mondana poiché incapace di avere rapporti con le altre persone. Durante un viaggio di lavoro a Cincinnati, in cui dovrà tenere una conferenza, Michael si imbatte in Lisa Hesselman, rappresentante commerciale della ditta Akron, che potrebbe essere l'amore della sua vita.Animazione a passo uno sull’impasse multiplo delle nostre vite. Cartesiano, geometrico con humour, soprattutto, sensibilissimo al timbro vocale: Charlie Kaufman, già visto in concorso a Venezia e candidato all’Oscar, con la prima animazione e la seconda regia della sua carriera, “Anomalisa”.
Diretto a quattro mani con Duke Johnson, il film prenota un posto al sole in palmares, e lo fa con una perfetta sincronia tra i caratteri e i setting animati - diciamo, lo stile - e la poetica post-esistenzialista, che gira intorno all’eterno, e kaufmaniano, “chi sono, chi siamo?”. Se Miller poteva teorizzare, e scrivere, la “Morte di un commesso viaggiatore”, 66 anni più tardi c’è tempo, e modo, solo per la Vita di un conferenziere viaggiatore, soprattutto, perché non sappiamo più ascoltare, ovvero decodificare e discernere parole, voci e individui, sappiamo nel migliore dei casi solo parlare. Ovviamente, di noi. Poveri noi, dunque, la cacofonia a una sola voce che siamo: se manco possiamo distinguere il significante, come potremo mai darci e trovare un significato?
L’anomalia, non a caso, incontra un nome proprio, e trova la crasi di (non)senso: Anomalisa. Lei è Lisa Hesselman (voce di Jennifer Jason Leigh), la sgraziata, sfigata team leader di un call center di Akron, Ohio: è a Cincinnati, nel lussuoso Fregoli Hotel, per sentire l’indomani la conferenza di Michael Stone (David Thewlis), marito, padre e, soprattutto, autore del saggio di successo “How may i help you help them?”, scritto ad hoc per aumentare la produttività dei customer care, i servizi clienti. Nel campo, Michael è una star: problema, non è molto altro. A Cincinnati cerca, disastrosamente, di portarsi a letto una ex che non vedeva da 10, pardon, 11! anni, poi vaga ubriaco per strada, scambia un negozio di giochi erotici per uno di giocattoli (compra comunque qualcosa per il figlio), finché, rientrato in albergo, non sente in corridoio una voce melodiosa o, semplicemente, diversa dal basso continuo, da quell’unico timbro (Tom Noonan) con cui tutti, uomini e donne, gli si rivolgono (almeno, lui li sente così): bussa a una dozzina di porte, finché - è in camera con un’amica, ed è lì per sentire la sua conferenza - non trova Lisa. Che fare? Portarla nella propria camera, ma…
Kaufman è sempre Kaufman, soprattutto nel bene: “Anomalisa” forse segnala addirittura una nuova via per l’animazione per adulti, di certo, continua il percorso del Nostro, che ha humor, tristezza e profondità insondabili perfino in esubero: grazie a Dio, lascia a noi l’ermeneutica e tutto il resto, di “Anomalisa” dice solo che “è circa un’ora e mezza”. Risposta geniale, e tratti di genio, meglio, movimenti di genio ci sono in questi 90 minuti, in cui ritroviamo tanto, e bene, del nostro sopravvivere oggi: chi siamo noi? Che cosa vogliamo? Chi è chi ci sta attorno? Soprattutto, c’è qualcuno che ci ascolta, ovvero, ascoltiamo qualcuno, avvertiamo qualcosa che non sia un unicum indifferenziato?
Semioticamente (sic), “Anomalisa” è un film sul rumore, quel che disturba il canale delle comunicazioni di noi con noi stessi e di noi con il mondo: bene, ci dice Kaufman, quel rumore siamo noi. Oggi non si può nemmeno più essere John Malkovich, pensarsi sineddoche, nulla: non si può essere individuo, se si è social. E bisogna essere autenticamente, inattualmente (no nerd e geek) sfigati per essere sé stessi, dunque diversi. O forse no, forse almeno Kickstarter - piattaforma di crowdfunding su cui il film è stato finanziato - serve: bravo Charlie, applausi. Ovvio, scanditi e distinti.
Federico Pontiggia, Cinematografo

Il primo film in stop motion del geniale Charlie Kaufman, qui in coppia col più esperto Duke Johnson, 90 minuti di pupazzi animati a passo uno, cioè fotogramma per fotogramma, conferma un antico sospetto. Lo 'stop motion' è il mezzo più realistico che ci sia. Non c'è sguardo, gesto, movimento, sentimento, che non risulti ancora più intenso e universale con questa tecnica. Ma alla potenza dello stop motion, che rimanda alle vertigini metafisiche del teatro delle marionette di Kleist, il regista di “Synecdoche, New York” (......) aggiunge una trovata elementare e impagabile per dare corpo alla noia, e al senso di ripetizione che soffoca il protagonista. Tutti i personaggi del film, compresi la moglie del protagonista, il figlio bambino, la cantante nell'iPod, la ex con cui tenta di riallacciare durante un viaggio di lavoro, hanno la stessa voce. Tutti tranne la sconosciuta che per una notte sembra riaccendere desiderio e speranze. Benché in fondo sia una donna perfettamente e disperatamente banale. Come tutti, forse. Impossibile non pensare alla “Nausea” di Sartre, reinventata in immagini semplici quanto profonde, e perfettamente adeguata al nostro presente iperconnesso e iperomologato. Chi ama il cinema d'animazione e pensa che “Fantastic Mr. Fox” e “Valzer con Bashir” siano tra i film decisivi del decennio, non perda “Anomalisa”.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

CHARLIE KAUFMAN
Filmografia:
Synecdoche, New York (2008), Anomalisa (2015)

Martedì 29 novembre 2016:
AVE, CESARE! di Joel Coen, Ethan Coen, con Josh Brolin, George Clooney, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Jonah Hill, Scarlett Johansson

 

 
 
 

Cineforum 2016/2017 | 15 novembre 2016

Foto di cineforumborgo

JULIETA

Regia: Pedro Almodóvar
Soggetto: Alice Munro - (racconti)
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Fotografia: Jean-Claude Larrieu
Musiche: Alberto Iglesias
Montaggio: José Salcedo
Scenografia: Antxón Gómez
Costumi: Sonia Grande
Interpreti: Emma Suárez (Julieta), Adriana Ugarte (Julieta giovane), Daniel Grao (Xoan), Inma Cuesta (Ava), Darío Grandinetti (Lorenzo), Michelle Jenner (Beatriz), Rossy de Palma (Marian), Sara Jiménez (Bea), Priscilla Delgado (Antía adolescente), Blanca Parés (Antía 18enne), Sara Jiménez (Beatriz adolescente), Ramón Agirre (Inocencio), María Mera), Agustín Almodóvar (conduttore del treno), Jimena Solano (Antía a 2 anni), Pilar Castro (Claudia, madre di Beatriz), Joaquín Notario (Samuel, padre di Julieta), Nathalie Poza (Juana), Susi Sánchez (Sara, madre di Julieta), Mariam Bachir (Sanáa)
Produzione: Agustín Almodóvar, Pedro Almodóvar, Esther García per El Deseo
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 96'
Origine: Spagna, 2016

Julieta, una professoressa di cinquantacinque anni, cerca di spiegare, scrivendo, a sua figlia Antía tutto ciò che ha messo a tacere nel corso degli ultimi trent'anni, dal momento cioè del suo concepimento. Al termine della scrittura non sa però dove inviare la sua confessione. Sua figlia l'ha lasciata appena diciottenne, e negli ultimi dodici anni Julieta non ha più avuto sue notizie. L'ha cercata con tutti i mezzi in suo potere, ma la ricerca conferma che Antía è ormai una perfetta sconosciuta.
(……) Temerario nel mostrarsi distaccato dalla vigoria ritmica e la provocazione sgargiante che hanno a lungo arricchito la sua fama e il suo palmarès, il regista manchego ha (……) trasposto tre racconti di Alice Munro distillandone un mix che a qualche spettatore (ancorché estraneo alle capriole della Croisette) sembrerà rigido e algido, ma a noi pare invece essenziale e classico. A cominciare dalla stoffa rosso fuoco che nell’incipit, in accordo con le malinconiche musiche di Alberto Iglesias, funziona da richiamo iconico ai simbolismi del sesso, il sangue e la passione da sempre vettori del melodramma, ma subito dopo si rivela un dettaglio di stoffa del vestito della protagonista, la fascinosa ed elegante cinquantenne Julieta in procinto di lasciare Madrid per un buen retiro portoghese insieme al compagno. Succede, però, che l’incontro casuale con l’amica d’infanzia della figlia Antía innesti lo sviluppo del film sul prolungato flash-back di un passato che la devasta implacabilmente: prima la precoce morte del marito e dopo qualche anno di stordimento, la fuga della figlia adolescente della quale da venticinque anni non ha più notizie.
Non si può pretendere che tutti riconoscano nel razionale pessimismo del regista la fedeltà alla personale galleria cinefila in cui spiccano “Il romanzo di Mildred”, “Lo specchio della vita” o “Rebecca - La prima moglie”, però è auspicabile che si colgano e apprezzino le sfumature, i non-detti, le folate del dolore, le maledizioni e i complessi di colpa in grado di trasformare gli automatismi da feuilleton in materia cinematografica allo stato puro. Il risultato, secondo noi, entra nella prima fila dei ritratti femminili del regista, in particolare per il (sia pure non inedito) riferimento ai rapporti madre-figlia forieri di rivalità, gelosia, risentimenti, desiderio d’identificazione e gesti di brutale emancipazione. Un’altra caratteristica del film che lo rende importante, magari non nell’immediato bensì a mano a mano che si sedimenta nella memoria, è la prestazione delle due attrici, la Suarez e la Ugarte, chiamate ad interpretare Julieta in due momenti cruciali della sua esistenza: la seduttività, la fragilità, il narcisismo di cui sono portatrici non sono incrementati dal ricorso alle scene madri proprio perché la loro classe riesce a racchiuderle nella preziosa misura delle espressioni, le movenze e gli scambi dialogici. Protagonista importante, nello stesso senso stilistico, è anche la fotografia di Larrieu pronta a tradurre il sentito e tormentoso ‘spaesamento’ di Almodóvar nel gioco inesausto, sottile, prezioso dei colori.
Valerio Caprara

Nonostante si ispiri a tre racconti tra loro collegati del premio Nobel canadese Alice Munro (dalla raccolta “In fuga”, 2004), il nuovo film di Almodóvar è riconoscibilmente suo, e anzi segna un ritorno a una vena più controllata e felice dopo alcuni passi falsi o mezzi falsi (“La pelle che abito”, “Gli amanti passeggeri”).
Siamo, tanto per cominciare, in pieno mélo fin dall'inizio, con una insegnante di mezza età, Julieta, che sta per lasciare la Spagna per il Portogallo. Ma, quando le arrivano vaghe notizie della figlia Antía, decide di restare, anzi di tornare in una misteriosa casa a cui è legata, e ripiomba in ossessioni che credeva sepolte. Scopriremo, in una lettera che diventa un lungo flashback, la sua storia e il suo arrovellarsi sulla separazione da Antía. Insomma, siamo precisamente in quello che gli americani chiamano maternal melodrama, il melodramma di madri e figlie, uno dei generi più fiammeggianti e viscerali. Rispetto ad altri film di Almodóvar, il tono è esplicitamente più trattenuto, quasi che, più che lasciarsi andare, il regista volesse anzitutto scrutare i meccanismi della sofferenza, dell'amore, del lutto, con una suspense ben oliata, sulle musiche di Alberto Iglesias che a tratti ricalcano quelle di Bernard Herrmann per i film di Hitchcock. La scena iniziale in treno, che racconta l'incontro tra Julieta e il suo futuro compagno, è un vero pezzo di bravura. E tutto il film ha una sua coesione indubbia, anche quando la freddezza può rendere lo spettatore meno partecipe. Almodóvar ha poi una maniera sopraffina di filmare le donne, che qui è abbastanza depurata anche da ogni gusto pop. Il personaggio principale è interpretato da due attrici ugualmente brave e diversamente affascinanti, entrambe al loro primo ruolo con il regista madrileno: Adriana Ugarte è Julieta da giovane, con taglio e abiti anni ‘80, e Emma Suarez la interpreta ai giorni nostri. Tutte e due recitano con compostezza attraversando sventure e passioni nell'arco dei decenni, in tono con quello che lo stesso regista ha definito «un drama seco, sin gritos»: un dramma asciutto, senza strepiti.
Emiliano Morreale, La Repubblica

PEDRO ALMODÓVAR
Filmografia:
Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (1980), Labirinto di passioni (1982), L'indiscreto fascino del peccato (1983), Che ho fatto io per meritare questo? (1984), Matador (1986), La legge del desiderio (1987), Donne sull'orlo di una crisi di nervi (1988), Légami! (1989), Tacchi a spillo (1991), Kika (1993), Il fiore del mio segreto (1995), Carne tremula (1997), Tutto su mia madre (1999), Parla con lei (2001), La mala educacion (2004), Volver (2006), Gli abbracci spezzati (2009), La pelle che abito (2011), Gli amanti passeggeri (2013), Julieta (2016)

Martedì 22 novembre 2016:
ANOMALISA di Charlie Kaufman, Duke Johnson

 

 
 
 

Cineforum 2016/2017 | 8 novembre 2016

Foto di cineforumborgo

TUTTO PUÒ ACCADERE A BROADWAY

Titolo originale: She's funny that way
Regia: Peter Bogdanovich
Sceneggiatura: Louise Stratten, Peter Bogdanovich
Fotografia: Yaron Orbach
Montaggio: Nick Moore, Pax Wassermann
Scenografia: Jane Musky
Arredamento: Jonathan Rose
Costumi: Peggy A. Schnitzer
Interpreti: Owen Wilson (Arnold Albertson), Imogen Poots (Izzy Patterson), Kathryn Hahn (Delta Simmons), Will Forte (Joshua Fleet), Rhys Ifans (Seth Gilbert), Jennifer Aniston (Jane Claremont), Cybill Shepherd (Nettie Patterson), Austin Pendleton (giudice Pendergast), Joanna Lumley (Vivian Claremont), Richard Lewis (Al Patterson), George Morfogen (Harold Fleet), Ahna O'Reilly (Elizabeth), Jake Hoffman (fattorino hotel), Lucy Punch (Kandi), Tatum O'Neal (cameriera), John Robinson (Andre), Albert Jones (Brad), Sydney Lucas (Josie), Nora Jobling (Sandy), Jake Lucas (David)
Produzione: George, Drakoulias, Logan Levy, Louise Stratten, Holly Wiersma per Lagniappe Films, in associazione con Red Granite International/Venture Forth/Three Point Capital/Holly Wiersma Productions
Distribuzione: 01 Distribution (2015)
Durata: 93'
Origine: U.S.A., 2014

Isabella "Izzy" Patterson è una giovane squillo che aspira a diventare attrice. O piuttosto una giovane attrice che si arrangia a sbarcare il lunario. Una notte s'imbatte in Arnold Albertson, affermato regista con passioni da filantropo. Arnold le offre 30.000 dollari per coltivare i suoi sogni e realizzare sé stessa. Si innesca così una girandola di eventi inaspettati ed incredibili equivoci che cambieranno la vita di tutte le persone che Izzy conosce, dalla sua stralunata psicanalista fino a un misterioso detective.
«Nessuno può dire qual è il tuo posto. O il mio, o quello di chiunque altro. Ovunque ti sentirai felice, quello è il tuo posto!», diceva Charles Boyer alla giovanissima Jennifer Jones nella sublime scena di “Cluny Brown” di Ernst Lubitsch che è stata la scintilla per concepire questo “She’s Funny That Way”. Inutile dire che per Peter Bogdanovich il posto dove sentirsi felici è il cinema stesso, i suoi colori e i suoi umori, le sue star e la sua memoria, i suoi fantasmi e le sue ombre… come se non fossimo mai usciti dal vecchio movie theatre di Sam the Lion, persi nel deserto di Anarene a piangere per “L’ultimo spettacolo”. Torna alla regia dopo più di un decennio il vecchio Peter, ma in fondo porta avanti un discorso coerentissimo lungo un’intera carriera (“Saint Jack”, “….e tutti risero”, “Paper Moon”, “Ma papà ti manda sola?”, “Rumori fuori scena”, “Vecchia America”) spesa attraversando Hollywood, i suoi generi e le sue formule codificate, su cui riflettere e riflettersi.
E allora: una giovane e affermata attrice (Isabella, interpretata dalla solare Imogen Poots) racconta il suo passato da prostituta sognatrice travolta dalla casualità del destino, come in ogni screwball comedy che si rispetti. L’angelo benefattore è qui un impacciato regista di Broadway (Owen Wilson) che vuole aiutarla a coronare i suoi sogni per poi non vederla mai più. Il giorno dopo, però, lei si presenta al provino di una commedia che lui dirigerà… e da qui scatta il classico meccanismo perfetto condito da esilaranti equivoci: un terremoto emotivo che travolge le due star della commedia (Kathryn Hahn e Rhys Ifans), il timido sceneggiatore e la sua nevrotica compagna psicologa (Jennifer Aniston) e molti altri personaggi che popolano questo microcosmo fuori dallo spazio e dal tempo. I fantasmi del cinema classico appaiono e svaniscono dietro Isabella, la animano e la colorano, la muovono e ce la fanno sentire come familiare. Perché Isabella è quel Cinema che illumina ogni sguardo: musa-e-prostituta, irresistibile oggetto-del-desiderio, deus-ex-machina involontaria su cui proiettare amori e sentimenti (in questo non dissimile dalla venere in pelliccia polanskiana).
Ed eccoli ri-animarsi i fantasmi di Hawks e Cukor, Leo McCarey e Preston Sturges, Blake Edwards e Woody Allen, per finire con Ernst Lubitsch. Ovviamente Lubitsch. Ma tutto questo imponente immaginario pregresso non diventa mai mausoleo pietrificato da contemplare da lontano, bensì percorso lastricato di sorrissi declinati rigorosamente al presente di una continua ‘ricerca dell’happy end’. Il regista Owen Wilson non può che subire il fascino travolgente di questa musa bionda: come non ricordare i leggendari trascorrsi di Bogdanovich con Cybill Shepherd (che qui interpreta proprio la madre di Isabella…) sul set galeotto de “L’ultimo spettacolo?” E l’hotel dove la scombiccherata troupe alloggia, allora, diventa un corpo vivo che pulsa immagini, leggende, riti e miti della Hollywood classica, senza la minima pedanteria accademica e opponendo invece una filosofica e sacrosanta leggerezza. Print the legend è ancora la stella polare, come il maestro Ford ha insegnato tanto tempo fa al discepolo Bogdanovich che lo intervistava con riverenza. No. Non è ancora il tempo dell’ultimo spettacolo. Perché per fortuna sono sopravvissuti fragili rumori di scena e piccole lune di carta, che raccontino di una vecchia America esistita solo sul grande schermo dei nostri sogni. “Tutto può accadere a Broadway” è la semplice dimostrazione di come il cinema possa ancora configurare ‘il nostro piccolo posto nel mondo’, etereo e appassionato, fanciullo e colorato, come un’infinita ronde ophulsiana da cui proprio non vorremmo mai scendere. Bentornato Peter.
Pietro Masciullo, Sentieri Selvaggi

She's Funny That Way” (È divertente così com'è) è un concentrato delle sue cose migliori. C'è il regista appassionato del proprio lavoro di “Rumori fuori scena”, l'investigatore più interessato ai sentimenti che ai colpevoli di “…e tutti risero”, il mondo della prostituzione di “Saint Jack”, la strampalata follia femminile di “Ma papà ti manda sola?”, la passione per la vita vissuta al cinema o in teatro di “L'ultimo spettacolo”.
Tutto però è come nuovo, vecchie battute recuperate con la grazia sapiente di chi sa che nulla è più inedito del già detto, l'eterno aprirsi e chiudersi di porte d'albergo come tante entrate e uscite dalla realtà, le nevrosi, le ossessioni, i tic e i tabù di chi spera sempre che domani sarà un altro giorno, proprio come la fabbrica dei sogni cinematografici gli ha insegnato. Il risultato è questa commedia brillante (…...). Owen Wilson, Jennifer Aniston, Kathryn Hahn, Imogen Poots, Rhys Ifans e il resto del cast si prestano meravigliosamente a una ronda divertente quanto surreale dove i cinefili possono perdersi, tanti sono i rimandi e gli ammicchi e il pubblico normale bearsi tanto tutto suona naturalmente nuovo. Una festa.
Stenio Solinas, Il Giornale

PETER BOGDANOVICH
Filmografia:
Bersagli (1968), L'ultimo spettacolo (1971), Directed by John Ford (1971), Ma papà ti manda sola? (1972), Paper Moon (1973), Daisy Miller (1974), Finalmente arrivò l'amore (1975), Vecchia America (1976), Saint Jack (1979), ...e tutti risero (1981), Dietro la maschera (1985), Illegalmente tuo (1988), Texasville (1990), Rumori fuori scena (1992), Quella cosa chiamata amore (1993), Il prezzo del coraggio (1997), Un serial killer a New York (1998), The Cat's Meow (2001), Tutto può accadere a Broadway (2014)

Martedì 15 novembre 2016:
JULIETA di Pedro Almodóvar, con Emma Suárez, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti, Rossy de Palma

 

 

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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