CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2015/2016

 

AREA PERSONALE

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Luglio 2016 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31
 
 

FACEBOOK

 
 

 

 
 

Cineforum 2015/2016 | 10 maggio 2016

Foto di cineforumborgo

ROOM

Regia: Lenny Abrahamson
Soggetto: Emma Donoghue (romanzo)
Sceneggiatura: Emma Donoghue
Fotografia: Danny Cohen
Musiche: Stephen Rennicks
Montaggio: Nathan Nugent
Scenografia: Ethan Tobman
Arredamento: Mary Kirkland
Costumi: Lee Carlson
Effetti: Ed Bruce, Screen Scene
Interpreti: Brie Larson (Ma'), Jacob Tremblay (Jack), Joan Allen (Nancy), Sean Bridgers (vecchio Nick), Tom McCamus (Leo), William H. Macy (Robert), Matt Gordon (Doug), Amanda Brugel (agente Parker), Joe Pingue (agente Grabowski), Cas Anvar (dott. Mittal), Wendy Crewson (hostess del talk show), Sandy McMaster (veterano), Matt Gordon (Doug), Joan Allen (Nancy), Jee-Yun Lee (speaker news), Randal Edwards (avvocato), Justin Mader (agente FBI), Ola Sturik (reporter #1), Rodrigo Fernandez-Stoll (reporter #2), Rory O'Shea (reporter #3), Tom McCamus (Leo), Kate Drummond (vicina), Jack Fulton (amico di Jack)
Produzione: David Gross, Ed Guiney per Element Pictures/ Film4/Irish Film Board/No Trace Camping
Distribuzione: Universal Pictures Italy
Durata: 118'
Origine: Irlanda, Canada, 2015
Golden Globe 2016 a Brie Larson come miglior attrice; Oscar 2016 a Brie Larson come miglior attrice protagonista.

Ma' vive per il suo bambino di soli 5 anni. Gioca con lui, gli racconta storie, cerca tutti i modi per farlo divertire. Nonostante ciò, è difficile nascondere che vivono in una ‘stanza’ di 9 metri quadrati e senza finestre, solo un lucernario da cui vedere una porzione di cielo. Jack è un bimbo curioso e Ma' è consapevole che il figlio ha raggiunto l'età giusta per aiutarla a mettere in atto il suo piano di fuga per raggiungere insieme il mondo fuori.
Un’agente di polizia intima di tacere a un collega superficiale e rinunciatario, mentre cerca di dare senso alle parole confuse di Jack, il bambino protagonista di “Room, che vede il mondo per la prima volta. Da ottima detective, in pochi istanti decodifica informazioni all’apparenza incomprensibili che il collega riteneva prive di senso. C’è, in questa donna, ottimismo, determinazione e grande senso praticoOltre a un’intesa immediata e materna con Jack. Poco dopo, il nonno di Jack non riesce a sopportare la paternità biologica del nipote, e si fa da parte impacciato, incapace di dire una parola. Queste attitudini rinunciatarie (quella del poliziotto e del nonno) sono entrambe aspetti di un modo di affrontare il mondo con scarsa sensibilità, con scarsa propensione al qui e ora, all’apertura, all’ascolto e all’accoglienza.
La stanza del titolo è quella dove è nato e cresciuto Jack (lo straordinario Jacob Tremblay), recluso per anni insieme alla madre (Brie Larson, appena premiata con l’Oscar). Al compimento del quinto anno di Jack, la madre comincia ad escogitare tentativi di fuga, ma si trova ad affrontare la forte ostilità del figlio all’idea che ‘stanza’ e ‘mondo’ non coincidano come lei gli ha sempre fatto credere.
il rapporto madre-figlio è il vero fulcro attorno a cui ruota “Room, e non avrebbe molto senso chiedersi se il film sia più onesto o più ricattatorio sul piano dei sentimenti. Quel che vale la pena indagare è il modo in cui Abrahamson illustra, anche in termini cinematografici, una relazione dal sapore archetipico.
Non a caso, i momenti decisivi del film arrivano nella seconda parte, in cui si racconta l’incontro con la vita attraverso la doppia prospettiva del bambino - per il quale si tratta di un primo approccio al mondo - e della madre, per la quale si tratta invece di un ritorno. E se nel romanzo di Emma Donoghue (qui anche sceneggiatrice) il punto di vista è quello del bambino, la sua prima persona singolare, il film sceglie uno sguardo ambivalente. Solo in pochi momenti, infatti, gli occhi di Jack fanno da tramite a quelli dello spettatore (con l’aggiunta talvolta della voce over del bambino), mentre in generale viene restituita sia l’innata capacità dei bambini di fronteggiare situazioni devastanti per gli adulti, sia la difficoltà, per una donna, di rimpossessarsi della propria vita dopo aver subìto un trauma. L’interesse del film sta perciò sia nello scoprire il mondo attraverso Jack (in un’età in cui è già in grado di elaborare razionalmente la realtà), sia nel vedere come la forza della madre derivi dal trovare proprio nel figlio quella capacità che a lei manca.
Parlando a un livello puramente emotivo, e rischiando per questo di non venire colte sul piano razionale, “Room crea una forte tensione tra la sfera intima del rapporto madre/figlio, accogliente ma soffocante come la Stanza, e il mondo esterno, che per Jack è affascinante ma ancora tutto da scoprire, anche negli aspetti più oscuri. In termini simbolici, la Stanza non è altro che il luogo psichico della sicurezza e delle relazioni più profonde, materializzazione di quell’accoglienza femminile che trova nella maternità il compimento ideale. Accudito dalla madre, Jack idealizza la Stanza come spazio dell’intimità, subendone il fascino anche al di fuori: è dunque necessario che il bambino si liberi del rapporto totalizzante con la madre per poter cominciare a vivere nel mondo reale.
Scoprendo il mondo, Jack impara ad accoglierlo, ne ridefinisce le coordinate grazie agli strumenti trasmessigli dalla madre. La posta in gioco, per lui, sarà mantenere la meraviglia di uno sguardo sempre meno ‘vergine’; mantenere intatta, insomma, la capacità di accoglienza. Anzitutto attraverso la fantasia.
E il finale del film, senza rivelare nulla, rappresenta proprio l’attraversamento, da parte del bambino, della prima conradiana linea d’ombra. L’inizio della fine dell’infanzia. Solo demistificando i miti, in fondo, ci si prepara a fare i conti con la vita.
Stefano Santoli, Cineforum

La storia narrata nel film dell’irlandese Lenny Abrahamson (e nel libro di Emma Donoghue) s’ispira a un caso di pochi anni fa. Nel 2008 si scoprì che l’austriaco Josef Fritzl, ora in carcere a vita, aveva tenuto per 24 anni sua figlia Elisabeth segregata in un bunker dove abusava di lei e dove erano nati sette figli incestuosi. Nel film una giovane donna vive rinchiusa con il suo bambino di 5 anni ricevendo le visite dell’uomo che l’ha rapita e dalle cui violenza il bimbo è nato. La ragazza ha allevato il figlio, ignaro del mondo esterno, compiendo ogni sforzo perché il piccolo si senta protetto e amato (come Benigni con il piccolo Giosuè). Ma sono le scelte di regia il pregio del film. Senza introduzioni o spiegazioni dapprima veniamo interamente calati nell’universo claustrofobico, e poi altrettanto repentinamente avviene lo scioglimento che però prelude alla seconda parte in cui madre e figlio devono fare i conti con la ripresa di una difficile normalità.
Paolo D’Agostini, La Repubblica

LENNY ABRAHAMSON
Filmografia
:
Adam & Paul (2004), Garage (2007), What Richard Did (2012), Frank (2013), Room (2015)

Arrivederci a martedì 11 ottobre per l’inizio della stagione 2015/2016!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 

Cineforum 2015/2016 | 3 maggio 2016

Foto di cineforumborgo

IL RACCONTO DEI RACCONTI - TALE OF TALES

Regia: Matteo Garrone
Soggetto
: liberamente ispirato a "Lo cunto de li cunti", raccolta di fiabe in lingua napoletana scritte da Giambattista Basile (XVII secolo)
Sceneggiatura
: Edoardo Albinati, Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso
Fotografia
: Peter Suschitzky
Musiche
: Alexandre Desplat
Montaggio
: Marco Spoletini
Scenografia
: Dimitri Capuani
Costumi
: Massimo Cantini Parrini
Effetti
: Bruno Albi Marini, Leonardo Cruciano Workshop
Suono
: Maricetta Lombardo - (presa diretta), Leslie Shatz
Interpreti
: Salma Hayek (regina), John C. Reilly (re), Christian Lees (Elias), Jonah Lees (Jonah), Alba Rohrwacher (circense), Massimo Ceccherini (circense), Laura Pizzirani (madre di Jonah), Franco Pistoni (negromante), Giselda Volodi (dama di corte), Giuseppina Cervizzi (dama di corte), Jessie Cave (Fenizia) ("La Regina"), Toby Jones (re), Bebe Cave (Viola), Guillaume Delaunay (l'orco), Eric MacLennan (medico), Nicola Sloane (damigella), Vincenzo Nemolato (figlio dei circensi), Giulio Beranek (figlio dei circensi), Davide Campagna (figlio dei circensi) ("La Pulce"), Vincent Cassel (re), Shirley Henderson (Imma), Hayley Carmichael (Dora), Stacey Martin (la giovane Dora), Kathryn Hunter (strega), Ryan McParland (lacchè), Kenneth Collard (arrotino), Renato Scarpa (arrotino) ("Le due vecchie")
Produzione
: Matteo Garrone, Jeremy Thomas, Jean Labadie, Anne-Laure Labadie per Archimede/Le Pacte, con Rai Cinema, Recorded Pictures
Distribuzione
: 01 Distribution
Durata
: 125'
Origine
: Francia, Italia, 2014
Nastro d'Argento 2015 per: miglior scenografia, costumi e sonoro in presa diretta.

Le fantasiose e grottesche vicende di una regina gelosa che perde il marito, di due sorelle misteriose che accendono la passione di un re e di un re ossessionato da una pulce gigante che porta alla morte della sua giovane figlia...
Una regina è disposta a tutto pur di avere un figlio. Una principessa, suo malgrado, è destinata a trascorrere il resto dei suoi giorni con un orco. Una povera vecchia non riesce a sottrarsi alla menzogna pur di trascorrere una notte con il re, ma un sortilegio cambierà per sempre la sua vita.
Sospeso tra il baratro di crepacci inospitali e le insidie di labirinti di pietra, incastonato in un passato epico e ipotetico, “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone (in concorso a Cannes 2015) riporta il cinema d’autore (italiano) a misurarsi con il fiabesco e con il fantastico, trovando l’impossibile alchimia tra kolossal e profondità di sguardo che, recentemente, era riuscita forse al “Faust” di Sokurov e al capolavoro postumo di Aleksej German, “E’ difficile essere un Dio”. Partendo da “Lo Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile (raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636), il regista di “Gomorra” e “Reality” sorprende ancora una volta per la capacità di rapportarsi a qualcosa di precedentemente alieno, superando gli steccati del genere e ragionando su un medioevo che rimanda comunque alle pulsioni quanto mai attuali di un presente regolato da ossessioni e perversioni. “Da ogni desiderio scaturisce una conseguenza, da desideri così violenti ogni azione sarà altrettanto violenta”: gemelli monozigoti di madri diverse (una è la regina, l’altra una serva), re allevatori di pulci, re sessuomani, donne disposte a farsi scorticare vive con l’illusione di poter tornare giovani, i racconti di Garrone si inabissano in acque popolate da draghi marini e si deformano pur di entrare nel buio di caverne dove la minaccia veste i panni di mostruose e fameliche madri.
Come fu per “Gomorra”, la dispersione del punto di vista consente alle tre storie di svilupparsi autonomamente e di sfiorarsi in un paio di occasioni (un funerale e un’incoronazione), consentendo alla narrazione di farsi passo dopo passo Racconto, portando in superficie le viscere di un’umanità ferina contrapposta all’ingenuità e alla violenza di bestie inconsapevoli. Orsi ammaestrati, pulci giganti, negromanti, nani e circensi, carne e sangue, mentre ‘fuori’ la maestosità degli ambienti rende impossibile delimitare l’orizzonte: è un cinema, quello di Garrone, che porta all’esterno la micragnosità e le bassezze dell’uomo. Proprio come Basile, “ossessionato da un fascino dell’orrido per cui non ci sono orchi né streghe che bastino, da un gusto dell’immagine lambiccata e grottesca in cui il sublime si mischia col volgare e il sozzo” (Italo Calvino, “Introduzione alla Fiabe italiane”, Torino, Einaudi, 1956).
Recitato in inglese e interpretato da un cast internazionale (tra i tanti, Salma Hayek, Vincent Cassel e Toby Jones), “Il racconto dei racconti” - musicato magistralmente da Alexandre Desplat (alla seconda collaborazione con il regista dopo “Reality”) - si muove tra atmosfere barocche e gotiche, costringe lo sguardo a misurarsi con riferimenti pittorici dichiarati (i “Capricci” di Goya) e suggestioni dei giorni nostri (si respirano momenti à la “Game of Thrones”) ma, soprattutto, riporta Garrone a misurarsi con il macabro e il grottesco (“L’imbalsamatore”), senza dimenticare il controllo e il calcolo dietro cui si nascondevano lucide follie: “Primo amore”.
Valerio Sammarco, Cinematografo.it

(...) così ricco di echi e risonanze moderne da lasciare sbalorditi. Tre storie di inganno e disperazione, di crescita e trasformazione, che saltano a piè pari le semplificazioni e la retorica spettacolare imperanti nel fantasy per scegliere una strada molto d'autore. E molto 'italiana', malgrado il cast e la produzione internazionali. (...) perché italiano è l'approccio con cui Matteo Garrone, attento da sempre alle suggestioni dell'horror e del fantastico (“L'imbalsamatore” e “Primo amore” sono solo i casi più vistosi), restituisce nuovo senso a quello che una volta si chiamava il meraviglioso. Grande attenzione alla dimensione artigianale degli effetti speciali, dunque, con trucchi anche ottici e 'mostri' fatti (in parte) a mano, a evitare quel tono falso e insopportabile dei film girati al computer e ormai tutti uguali. Nessuna concessione ai codici dominanti del fantastico (scene, costumi, musica, taglio del racconto, ritmo dell'azione: tutto ha un'impronta personale), a vantaggio della magia dell'insieme. (...) il regista di “Gomorra” guarda (...) a un cinema che per una volta non gioca sui nostri riflessi condizionati ma punta davvero alla meraviglia, all'incanto delle forme e dei colori, allo stupore per un mondo ancora dominato dalla metamorfosi (il mondo magico non distingue tra umano, animale o vegetale). E pesca i suoi riferimenti con disinvoltura totale, magari accostando castelli medievali e caschi da palombaro che sembrano usciti da un libro di Verne. Ma soprattutto punta sulla forza ancor oggi travolgente di intrecci, personaggi e sentimenti davvero eterni (con qualche lieve fatica solo in certi snodi).
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

MATTEO GARRONE
Filmografia:

Silhouette (1995), Bienvenido espirito (1997), Terra di mezzo (1997), Un caso di forza maggiore (1997), Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni (1998), Ospiti (1998), Estate Romana (2000), L'imbalsamatore (2002), Primo amore (2004), Gomorra (2008), Reality (2012), Il racconto dei racconti - Tale of Tales (2014)

 

 
 
 
 
 
Successivi »
 
 
 

INFO


Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 
 

ULTIME VISITE AL BLOG

caseificioampa2generazioneottantap1delseveral1black.whalenocturnal.admissionles_mots_de_sablegiostradivitaoscardellestellemakavelikalubopoCiampirtcineforumborgolacey_munro
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom