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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2014/2015

 

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Cineforum 2014/2015 | 27 gennaio 2015

Post n°218 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

 ALABAMA MONROE - UNA STORIA D'AMORE

Titolo originale: The Broken Circle Breakdown
Regia
: Felix Van Groeningen
Soggetto
: dalla pièce teatrale “The Broken Circle Breakdown” di Johan Heldenbergh e Mieke Dobbels
Sceneggiatura
: Carl Joos, Felix Van Groeningen
Fotografia
: Ruben Impens
Musiche
: TBCB Band, Bjorn Eriksson
Montaggio
: Nico Leunen
Scenografia
: Kurt Rigolle
Costumi
: Ann Lauwerys
Suono
: Jan Deca
Interpreti
: Veerle Baetens (Elise Vandevelde), Johan Heldenbergh (Didier Bontinck), Nell Cattrysse (Maybelle), Geert Van Rampelberg (William), Nils De Caster (Jock), Robby Cleiren (Jimmy), Bert Huysentruyt (Jef), Jan Bijvoet (Koen)
Produzione
: Dirk Impens per Menuet, in coproduzione con Topkapi Films
Distribuzione
: Satine Film
Durata
: 100’
Origine: Belgio, Olanda, 2012

Tutto l’amore del mondo e tutto il dolore che si può provare non in una, ma in molte vite. Tutta la passione, la bellezza, la tenerezza che può passare quasi fisicamente nella musica (nella sua esecuzione, più che nel suo semplice ascolto). E poi tutto lo strazio, lo sgomento, il senso di perdita irreparabile che nessuna musica potrà mai lenire. Anche se solo la musica, forse, può dare una forma (un’eco) al dolore più inesprimibile.
Se ogni melodramma si basa sulla coincidenza degli opposti, “Alabama Monroe” è un mélo perfetto e perfino diabolico per l’abilità con cui tende fino allo spasimo la corda dell’emozione premendo, appunto, su due pedali: quello del racconto e quello della musica, che del racconto peraltro è parte integrante. Anche se non si tratta di musica ‘alta’ ma di bluegrass, uno dei più popolari fra i generi musicali americani, spesso confuso col country ma più composito nelle origini, struggente nell’effetto. E rigorosamente acustico.
Benché siano belgi dalla testa ai piedi, i due protagonisti di “Alabama Monroe” (che molti davano per favorito all’Oscar contro “La grande bellezza”) fanno infatti parte di una band bluegrass. Lui suona, lei canta, e le loro esecuzioni sono il prolungamento naturale di quell’amore un po’ folle, nato per caso - come tutti gli amori - nella bottega in cui lei fa tatuaggi. Poi c’è la deliziosa Maybelle, che cresce libera tra polli e cavalli, e sembra pure lei il coronamento di quell’amore travolgente.
Anche se quando “Alabama Monroe” inizia Maybelle, sette anni, ha già il cancro. E mentre Didier e Elise fanno l’impossibile per starle accanto ‘rubando’ ogni possibile occasione di felicità perfino in ospedale, mentre l’intera band (tutti omaccioni a parte Elise) si mobilità per trasformare la guerra contro la malattia in un gioco strampalato e imprevedibile, questo film nato da una commedia scritta dallo stesso protagonista, Johan Heldenbergh, corre avanti e indietro nel tempo smontando e rimontando brandelli della storia fino a formare un quadro completo della vicenda. In cui poco a poco entrano l’amore e la musica, la passione carnale e la crudeltà della malattia, la meraviglia per quell’amore fiorito in età ormai matura (almeno per lui) e le differenze ineliminabili di cultura e mentalità.
Senza dimenticare la gratitudine per la bellezza di Elise, con il suo corpo istoriato di immagini come un codice miniato, e il rancore che alla lunga divide la coppia, alimentato dalla malattia e dalla disperazione.
Il tutto senza mai perdere di vista la dimensione collettiva, perché questa storia d’amore e morte incisa sulla pelle dei protagonisti è anche la storia di un gruppo - la band - che integra, accoglie e rielabora le vicissitudini di Elise e Didier, non solo in chiave musicale. Con qualche effetto di montaggio di troppo, nell’ultima parte, per non insospettire chi teme gli abusi del mélo. Ma anche con un’inventiva, una generosità, una capacità di sollecitare sentimenti tutt’altro che banali, davvero eccezionali.
Anche perché il film riesce a restare sempre accanto ai personaggi, senza mai giudicarli, nemmeno nei momenti più estremi. Come se fossero in qualche modo animali (e di animali, puledri, corvi, bufali, tigri, è punteggiato il loro percorso).
Mentre i due protagonisti, i memorabili Veerle Baetens e Johan Heldenbergh, ci ricordano come al cinema la presenza fisica, il semplice ‘esserci’ dei personaggi, vinca sempre sul linguaggio (sullo stile). E anche i più folli virtuosismi di regia si sciolgano come neve al sole di fronte alla semplice verità di un corpo, un gesto o uno sguardo.
Insomma un’autentica rivelazione, diretta da un regista belga 37enne di lingua fiamminga, che riesce nel piccolo miracolo di costruire un mondo completamente chiuso e autosufficiente intorno ai suoi due incredibili protagonisti. Un mondo in cui la musica bluegrass e il sentimento della vita che la contraddistingue costituiscono l’orizzonte espressivo e insieme esistenziale del film.
Ricordandoci una volta di più che il cinema trova l’universale proprio scavando nelle culture più locali, nelle comunità più particolari. Specialmente oggi, che la tendenza a chiudersi in gruppi definiti da scelte molto precise, è ormai un fenomeno che va ben oltre le mode per investire in profondità il tessuto della nostra società.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

 Alabama Monroe”, un grande, commovente film che colpisce al cuore. Elise è una lunga bionda di semplice bellezza, maestra di tatuaggi che invadono il suo corpo con farfalle e volti, e nastri e fiori, e anche un revolver proprio puntato sul sesso; Didier ha una bella faccia nascosta da una gran barba e una massa di capelli rossastri e suona il banjo in una band di omoni sdruciti, che cantano e usano solo gli strumenti a corda della musica bluegrass, di cui il pezzo più celebre, “Will the Circle Be Unbroken”, apre e percorre tutto il film (il cui titolo originale “The Broken Circle Breakdown” capovolge il senso della vecchia canzone). (...) Il film del regista belga Felix Van Groeningen era tra i cinque candidati all'Oscar per le opere straniere, il rivale più pericoloso per “La grande bellezza”, che comunque ha meritato la vittoria. Il titolo italiano “Alabama Monroe”, si riferisce al nome, Alabama, che Elise si dà dopo la morte di Maybelle, mentre Monroe è il nome del musicista americano che viene considerato il padre del bluegrass. I due protagonisti, Veerle Baetens (Elise) e Johan Heldenbergh (Didier), sono meravigliosi, pure come cantanti. Anche se nell'ultima parte si disperde in un accavallarsi di fatti e di perorazioni antiamericane poco convincenti, il film è indimenticabile, soprattutto per la forza straordinaria di una musica popolare che aderisce alla storia come la voce di un sapiente narratore.
Natalia Aspesi, La Repubblica

FELIX VAN GROENINGEN
Filmografia
:
Dagen zonder lief (2007), De helaasheid der dingen (2009), Alabama Monroe - Una storia d'amore (2012)

Martedì 3 febbraio 2015:
STILL LIFE di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 20 gennaio 2015

Post n°217 pubblicato il 19 Gennaio 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

VENERE IN PELLICCIA

Titolo originale: La Vénus à la fourrure
Regia
: Roman Polanski
Soggetto
: dalla pièce teatrale omonima di David Ives, tratta dal romanzo omonimo di Leopold von Sacher-Masoch (ed. ES, coll. Classici dell'eros)
Sceneggiatura
: David Ives, Roman Polanski
Fotografia
: Pawel Edelman
Musiche
: Alexandre Desplat
Montaggio
: Margot Meynier, Hervé de Luze
Scenografia
: Jean Rabasse
Arredamento
: Philippe Cord'homme
Costumi
: Dinah Collin
Interpreti
: Emmanuelle Seigner (Vanda), Mathieu Amalric (Thomas)
Produzione
: Robert Benmussa, Alain Sarde per R.P. Productions/A.S. Films/Monolith Films con Polish Film Institute, in associazione con Manon 3 e Mars Films, con la partecipazione di Canal + e Ciné +
Distribuzione
: 01 Distribution
Durata
: 96’
Origine: Francia, 2013

Si potrebbe parlare e scrivere di Roman Polanski per ore, tanto è essenziale, preciso e millimetrico il suo cinema. Più passa il tempo maggiore è la forza dei suoi dispositivi a orologeria, macchine infinitamente accurate. Questa ingegnosità, l'ingegneria cinematografica di un autore che tende all'essenziale senza mai essere perfetto, riguarda anche e soprattutto gli elementi della messa in scena che fatalmente coincidono con l'essenza stessa dei principi narrativi: unità di luogo e di tempo, stretta dialettica di personaggi. (...) Questa rincorsa all'essenzialità, questo spogliarsi di tutti gli orpelli inutili al fine di mostrare la precisa natura dei rapporti tra le classi sociali e tra i sessi, tutti rapporti di potere, è arrivata con “Venere in pelliccia” ad una efficacia che si trasforma, del tutto consapevolmente, in parodia, sottilmente sottesa ad ogni gesto, ad ogni parola detta e recitata, ad ogni sguardo lanciato. Non riusciamo a immaginare un passo più in là nella definizione di questo dispositivo, a meno che Polanski non voglia arrivare alla forma monologante, come una confessione definitiva, e fors'anche farsesca, che possa coincidere una volta di più e una volta per tutte con il sé che attraversa ogni sua opera. (...) “Venere in pelliccia”, dunque, è un Polanski allo stato puro, e non interessa se il dispositivo narrativo così sofisticato, cede in qualche punto, mostrando il limite di una messa in scena ardita per quanto semplice. Il film inizia con un ‘carrello’ che avanza nel mezzo di un viale alberato in quel di Parigi mentre il cielo si fa scuro annunciando un temporale già compreso dalla musica di Alexandre Desplat (uno dei maggiori e più importanti autori di musica per film dei nostri giorni) che introduce il tema, l'ambiente e l'atmosfera. Poco dopo questo carrello polanskiano entra in un teatro sguarnito in un giorno dedicato al casting della ‘venere in pelliccia’. Il regista è sul palco piegato al telefono, disperato per lo scarsissimo livello delle pretendenti. Sta per chiudere baracca quando ‘una di loro’, sguaiata, fradicia, tatuata, sboccata irrompe nella scena pregando di poter essere provinata. Inizia il duello, condotto da Polanski con la maestria di chi tira di fioretto: un passo avanti e due indietro, attacchi ed esitazioni, schivate e affondi. Un balletto, una sfida, una meraviglia. La sguaiata pretendente al trono della Venere conquista posizioni e si cala nel ruolo riuscendo, con un'abilità sospetta che tradisce le sue origini macchiettistiche, a rovesciare le parti e, sotto l'egida di un Masoch indispettito dalla modernità, si trasforma da dominata in signora assoluta. Una magia, un incanto, un esercizio di intelligenza e ironia. Protagonista assoluta di questa performance è Emmanuelle Seigner, musa e sposa di Polanski, perfetta e irridente maschera di un masochismo al contrario che si fa beffe dell'uomo e del regista, vittima delle sue stesse idiosincrasie. E come sempre quando si vede un film di Roman Polanski, tutto è normale ma niente lo è. E questa è una sensazione che pochissimi registi al mondo riescono a trasmettere. Questo stare perfettamente in bilico tra il verosimile e l'immaginato, come fosse la traduzione possibile di uno stato mentale. Così quando la Venere sparisce alla fine del film, chiunque ha diritto di credere che non sia mai apparsa in carne e ossa, ma fruizione libera di una mente aperta.
Dario Zonta, L'Unità

Dopo i quattro memorabili contendenti di “Carnage”, Polanski fa ancora economia e, sempre ispirato dal teatro che da sempre è sua linfa vitale, li riduce a due, classici contendenti: un uomo e una donna, anzi un regista e un'aspirante attrice. Il mondo esterno non esiste nel film in cui il regista sedimenta e metaforizza il suo da sempre acceso erotismo: siamo nella platea vuota di un teatro, il regista si appresta ad uscire, fuori piove, ma una ragazza, un po' cialtrona e anche stracciona, si fa avanti chiedendo audizione per la parte di Wanda in “Venere in pelliccia” (zibellino tartaro!). (...) Tratto dalla commedia di David Ives, in scena a Broadway dal 2010, ora edita nei Bur Rizzoli, il film è una bella boccata di aria chiusa, alla Polanski, gioco al massacro che ricorda i suoi sadomasochismi non sospetti (“Cul de sac”, “Luna di fiele”) e cita il finale di “Che?”, la scena in cui la donna nuda sta in piedi soverchiando l'uomo. Nulla di volgare, siamo nella zona protetta dal genio registico e dal gusto claustrofobico degli ambienti e dei sentimenti: in 90', il regista confeziona un thriller d'amore e odio in cui le posizioni si ribaltano di continuo. Emmanuelle Seigner brava nella metamorfosi di vecchio rancore, ma la scoperta è Mathieu Amalric che si trasforma in un Polanski giovane, facendo in modo che il sudoku degli affetti si faccia più inestricabile con una terza presenza invisibile.
Maurizio Porro, Il Corriere della Sera

ROMAN POLANSKI
Filmografia:
Due uomini e un armadio (1958), La caduta degli angeli (1959), Il grasso e il magro (1961), I mammiferi (1962), Il coltello nell'acqua (1962), Le più belle truffe del mondo (1963) (“La collana di diamanti”), Repulsione (1965), Cul-de-sac (1966), Per favore non mordermi sul collo (1967), Rosemary's Baby (1968), Macbeth (1971), Che? (1972), Weekend of a Champion (1972), Chinatown (1974), L'inquilino del terzo piano (1976), Tess (1979), Pirati (1986), Frantic (1988), Luna di fiele (1992), La morte e la fanciulla (1994), Gli angeli (1996), La nona porta (1999), Il pianista (2002), Oliver Twist (2005), Chacun son cinéma (2007) (“Cinéma Erotique”), L'uomo nell'ombra (2010), Carnage (2011), Venere in pelliccia (2013)

Martedì 27 gennaio 2015:
ALABAMA MONROE di Felix Van Groeningen, con Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse, Geert Van Rampelberg

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 13 gennaio 2015

Post n°216 pubblicato il 12 Gennaio 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LE MERAVIGLIE

Regia: Alice Rohrwacher

Sceneggiatura: Alice Rohrwacher

Fotografia: Hélène Louvart

Musiche: Piero Crucitti

Montaggio: Marco Spoletini

Scenografia: Emita Frigato

Costumi: Loredana Buscemi

Effetti:  Ghost SFX S.r.l.

Suono: Christophe Giovannoni

Interpreti: Maria Alexandra Lungu (Gelsomina), Sam Louwyck (Wolfgang), Alba Rohrwacher (Angelica), Sabine Timoteo (Cocò), Agnese Graziani (Marinella), Luis Huilca Logroño (Martin), Eva Morrow (Caterina), Maris Stella Morrow (Luna), Margarethe Tiesel (rappresentante «Second Life»), Andre M. Hennicke (Adrian), Monica Bellucci (Milly Catena), Carlo Tarmati (Carlo Portarena)

Produzione: Carlo Cresto-Dina, Karl "Baumi" Baumgartner, Tiziana Soudani, Michael Weber per Tempesta con Rai Cinema, in coproduzione con Amka Films Productions/Pola Pandora Film Produktions/RSI/Radiotelevisione Svizzera SRG SSR/ZDF/Das Kleine Fernsehspiel
Distribuzione:
Bim
Durata:
111’
Origine:
Italia, Svizzera, Germania, 2014
Grand Prix al 67. Festival di Cannes (2014); premio speciale per il successo internazionale all'edizione 2014 dei Nastri d'Argento.

(……) Diverso da ogni cosa girata nell'ultimo decennio di alti e bassi della nostra Cinecittà, (……) “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher ha qualità alte e anche una certa dose di fortuna: (……) E poi c'è la giovinezza. Esordiente due anni fa con l'ottimo “Corpo celeste”, a 33 anni Alice compete al festival più importante del mondo. Dopo la bellezza puntiamo sulla meraviglia. (...). Poco convinte le ragazzine, equilibrista la mamma, duro, un po' ossessivo lui. Nella dedizione ferrea, un po' bizzarra, di questa azienda familiare (conservazione delle arnie, fabbricazione del miele, vendita al mercato, svaghi pochi), raccontata nel punto di vista prima sottomesso, poi ribelle, della figlia adolescente Gelsomina, irrompono due eventi: il concorso a premi per la miglior azienda naturale indetto dal programma “Il paese delle meraviglie” di una tv locale, e l'affidamento di Martin, delinquentello a rischio riformatorio attratto da Gelsomina. Le due tentazioni, il denaro e l'amore, si combinano nel finale, nelle grotte etrusche che, invenzione geniale, ospitano il set del premio tv con una suadente Monica Bellucci, fata dai capelli 'come la schiuma del mare' (la malia dello spettacolo, che ricorda “Lo sceicco bianco” di Sordi). Non diciamo chi vince, ma è l'occasione in cui il padre, sconsolato, avverte che 'non si può comprare tutto, il mondo sta per finire'. La forza onirica, ancestrale, di queste grotte, delle loro ombre e delle voci antiche, passa nella fotografia di Hélène Lovart come il cuore magico del film. Come ogni poeta, Alice non si preoccupa del politico, si occupa delle sue immagini, raggiunte sempre con uno stile motivato che richiama Bellocchio e Bertolucci, Monicelli e Fellini: il lavoro con le api, la scoperta del set tv tra le fonti termali, il cammello anelato da Wolfgang che vaga straniante nell'orto, le due api che escono dalla bocca di Gelsomina come prova di coraggio al concorso tv. A questo film di Alice Rohrwacher corrisponde in fondo un sentimento del tempo, quel sentimento che attraversa, filo invisibile, la nostra storia come un legame biologico indissolubile con le origini, un sentimento sempre vivo 'sotto traccia', anche se lo evitiamo. E' un film che potrebbe sollecitare l'intervento di grandi studiosi del destino della Storia nell'era della tecnica, come Emanuele Severino. Ma dovrebbe attirare anche i coltivatori diretti. E gli apicultori. Forse persino le api...
Silvio Danese, Nazione - Carlino - Giorno

La famiglia, nonostante tutto. «Proprio quella che nel Sessantotto tanto volevano spaccare, ora è la loro arca di Noé, è il loro unico riparo. Loro sono una famiglia». Parole di Alice Rohrwacher che sull'ultimo numero de “Lo straniero” ha raccontato il suo film, “Le meraviglie”, in competizione (...) a Cannes. Sulla Croisette due anni fa con la sua opera prima alla Quinzaine, “Corpo celeste”, Alice è balzata a sorpresa nella sezione più prestigiosa della kermesse con un film capace di affrontare con intelligenza, sensibilità e maturità temi cruciali per l'uomo di oggi, come i legami familiari, appunto, il territorio, il mutamento del paesaggio agricolo, la tradizione. Coraggiosamente prodotto da Carlo Cresto-Dina, Karl Baumgarten, Tiziana Soudani e Michael Weber (...). Meno purezza e meno ideali vorrebbe forse Gelsomina, la protagonista (Maria Alexandra Lungu), una ragazzina, la prima di quattro sorelle che vivono di ciò che producono in un casale di campagna con la madre italiana (interpretata da una dolcissima Alba Rohrwacher, diretta per la prima volta da sua sorella), il padre tedesco, apicoltore (Sam Louwyck), e un'amica (Sabine Timoteo). Non sono dei veri contadini, ma hanno tagliato i ponti con la città, e non sono degli hippies perché si spaccano la schiena dalla mattina alla sera. Sono una famiglia dove i genitori cercano di proteggere le quattro figlie da una probabile 'fine del mondo' e l'unica strada è restare uniti. (...) A volte le figlie restano sopraffatte dalla rigidità del padre, talora la madre si ribella alla durezza di un uomo testardo nel conciliare i suoi ideali con una realtà che spinge in direzione opposta. Ma poi ci si ritrova tutti in un lettone che è come una scialuppa di salvataggio. Le speciali regole familiari saltano con l'arrivo di un turbolento ragazzino tedesco affidato ai genitori di Gelsomina perché venga rieducato in un ambiente sano e con quello di una fata della tv (Monica Bellucci) che tra le campagne porta un gioco a premi destinato a risolvere molti problemi economici del vincitore. E così le meraviglie del piccolo schermo si sovrappongono a quelle vissute e sognate fino a quel momento: la natura, le api, un cammello. Alice Rohrwacher racconta tutto questo con forza e semplicità al tempo stesso. Le bastano una manciata di minuti per trascinarci nelle vicende di quella famiglia, che assomiglia alla sua, e per cominciare a raccontarci del passato e del futuro di un Paese, osservandolo e interrogandolo come pochi in Italia sanno fare.
Alessandra De Luca, Avvenire

ALICE ROHRWACHER
Filmografia
                         
Corpi celesti (2011), Le meraviglie (2014)

Martedì 20 gennaio 2015:
VENERE IN PELLICCIA di Roman Polanski, con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 16 dicembre 2014

Post n°215 pubblicato il 15 Dicembre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

JERSEY BOYS

Regia: Clint Eastwood
Soggetto
: Marshall Brickman, Rick Elice, dal musical omonimo
Sceneggiatura
: Marshall Brickman, Rick Elice
Fotografia
: Tom Stern
Musiche
: Bob Gaudio
Montaggio
: Joel Cox, Gary Roach 
Scenografia
: James J. Murakami
Arredamento
: Ronald R. Reiss
Costumi
: Deborah Hopper
Effetti
: The Aaron Sims Company
Interpreti
: John Lloyd Young (Frank Valli), Erich Bergen (Bob Gaudio), Vincent Piazza (Tommy DeVito), Michael Lomenda (Nick Massi), Christopher Walken (Angelo "Gyp" DeCarlo), Mike Doyle (Bob Crewe), Renée Marino (Mary), Erica Piccininni (Lorraine), Freya Tingley (Francine Valli), James Madio (Stosh), Jeremy Luke (Donnie), Steve Monroe (Barry Belson), Johnny Cannizzaro (Nick DeVito), Joey Russo (Joe 'Joey' Pesci), Grant Roberts (Johnny), Donnie Kehr (Norm Waxman), Francesca Fisher-Eastwood (cameriera)
Produzione
: Clint Eastwood, Graham King, Robert Lorenz per Malpaso/GK Films/Warner Bros./Ratpac Entertainment
Distribuzione
: Warner Bros. Entertainment Italia
Durata
: 134’
Origine: U.S.A., 2014

Eastwood laughs! Eastwood ride e lo fa nel modo in cui nessuno se lo aspetta, adattando un musical come fosse una commedia, senza tirarsi indietro davanti a nessuno degli stereotipi che gli capitano a tiro (a cominciare dall’identità italo-americana dei quattro protagonisti) e giocando con le convenzioni cinematografiche con una libertà che forse nessuno sospettava. Soprattutto in un regista di 84 anni! Ma è una specie di inevitabile conseguenza proprio di quella ‘classicità’ che in tanti avevano ammirato nelle sue regie precedenti e che qui si concretizza nella più evidente (anche se sottintesa) delle caratteristiche del cinema classico hollywoodiano: mettersi in gioco ogni volta su un soggetto diverso, misurando la propria professionalità - e la propria abilità - là dove ti porta l’occasione produttiva. Hawks poteva passare dalle storie del West a quelle dell’antico Egitto, perché si dovrebbe chiedere a Eastwood di ripetersi ogni volta con il ‘solito’ film crepuscolare e testamentario?
Che abbia scelto una strada insolita (per quello che il pubblico si aspetta) lo capisci dalla prima inquadratura, quando l’attore che entra in scena si mette a dialogare direttamente con il pubblico per spiegare l’atmosfera che si respirava nel 1951 a Belleville, New Jersey, sostituendosi a quello che in passato sarebbe stato affidato a una voce fuori campo più impersonale e più tradizionalmente narrativa. Non qui, dove Tommy DeVito (l’attore Vincent Piazza) impone subito il proprio protagonismo e il proprio punto di vista: è lui l’artefice del futuro quartetto vocale The Four Seasons ma anche il ‘grimaldello’ per capire i legami con una tradizione locale fatta di amicizie ‘pericolose’ (soprattutto quella di un boss locale interpretato con la solita gigionesca bravura da Christopher Walken), tentazioni illegali (all’inizio, entra ed esce dalla prigione) e valori ‘eterni’ (l’amicizia, la famiglia, il patto di mutuo soccorso). E questo imporsi al centro della scena è tanto più sorprendente se pensiamo che poco dopo la metà del film DeVito sparirà dalla storia. Senza troppi problemi di coerenza o di realismo.
Il fatto è che a Eastwood in questo caso non interessa un’idea tradizionale di ‘realismo cinematografico’ quanto (probabilmente) sperimentare un modo diverso di raccontare, più debitore dell’operetta - con i suoi recitativi e il venir in primo piano degli attori sulla scena - e più vicino alle commediole adolescenziali che andavano per la maggiore negli anni Cinquanta, ‘correlativo oggettivo’ (per riprendere una battuta geniale del film) di quell’impasto tra sentimentalismo zuccheroso e aspirazioni romantiche che faceva sognare la gioventù dell’epoca e che la regia si incarica di sottolineare lasciando molto spazio ai volti delle fan in visibilio di fronte alle esecuzioni canore (e tra le quali si nasconde, nei panni di una cameriera, anche la figlia del regista, Francesca).
Certo, il film racconta anche come Tom De Vito e suo fratello Nick (Johnny Cannizzaro) convincano l’aspirante barbiere Frankie Castelluccio poi trasformatosi in Frankie Valli (John Lloyd Young) a sfruttare la sua voce in falsetto, della svolta ‘artistica’ e professionale che coincide con l’ingresso del prolifico Bob Gaudio (Erich Bergen) e della nascita del quartetto The Four Seasons - loro le canzoni “Big girls don’t cry” (che sarebbe stata ispirata da una battuta di “L’asso nella manica”), “Walk like a man”, “Rag doll”, “Bye bye Baby”. Oltre alla celeberrima “Can’t take my eyes off you”, creata però quando i due fratelli DeVito se n’erano andati - ma in fondo più che la storia di un percorso musicale Eastwood racconta le disavventure, le storie sentimentali, le invidie e i tradimenti di quattro ragazzi del Jersey, che ‘tra le altre cose’ scalarono nei primi anni Sessanta le classifiche discografiche. E se nella seconda parte dei suoi 134 minuti, il ritmo del film sembra rallentare è perché un certo realismo documentario prende il sopravvento sul tono più scanzonato e colorato degli inizi.
Certo, Eastwood non si sarebbe probabilmente sentito così libero di giocare con gli stereotipi (anche suoi, visto che si vede giovanissimo in tv ai tempi di “Rawhide”) se la musica raccontata fosse stata quella che più ama, dal jazz al country al blues. Quando li aveva affrontati in passato (in film come “Bird”, “Honkytonk Man” o “Piano Blues”) il tono era stato ben diverso, più ‘vero’ ed ‘emotivo’. Qui il fatto di partire da un musical per la scena (“Jersey Boys” di Marshall Brickman e Rick Elice, da cui riprende alcuni dei protagonisti originali, come John Lloyd Young, Erich Bergen o Erica Piccininni, che interpreta la giornalista che fa perdere la testa a Frankie) ha favorito in Eastwood soprattutto il gusto dello scherzo e dell’ironia. E di un piccolo sberleffo finale: dirigere un musical dove la prima scena davvero coreografata con balli e canti arriva solo sui titoli di coda.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

CLINT EASTWOOD
Filmografia
:
Breezy (1971), Lo straniero senza nome (1974), Assassinio sull'Eiger (1975), Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976), L'uomo nel mirino (1977), Bronco Billy (1980), Firefox - Volpe di fuoco (1982), Honkytonk Man (1983), Coraggio... fatti ammazzare (1983), Il cavaliere pallido (1985), Gunny (1986), Bird (1988), Cacciatore bianco, cuore nero (1990), La recluta (1990), Gli spietati (1992), Un mondo perfetto (1993), I ponti di Madison County (1995), Potere assoluto (1997), Mezzanotte nel giardino del bene e del male (1997), Fino a prova contraria (1998), Space cowboys (2000), Debito di sangue (2002), Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004), Flags of our fathers (2006), Lettere da Iwo Jima (2006), Changeling (2008), Gran Torino (2008), Invictus (2009), Hereafter (2010), J. Edgar (2011), A star is born (2013), Jersey Boys (2014)

Martedì 13 gennaio 2015:
LE MERAVIGLIE di Alice Rohrwacher, con Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 9 dicembre 2014

Post n°214 pubblicato il 08 Dicembre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

GIOVANE E BELLA

 

Titolo originale: Jeune & jolie
Regia
: François  Ozon
Sceneggiatura
: François  Ozon
Fotografia
: Pascal  Marti
Musiche
: Philippe  Rombi; le canzoni "L'amour d'un garcon" (di Burt Bacharach, Hal David, F. Hardy), "À quoi ça sert" (di F. Hardy), "Premiere rencontre" e "Je suis moi" (entrambe di (Michel Berger) sono eseguite da Françoise Hardy.
Montaggio
: Laure  Gardette
Scenografia
: Katia  Wyszkop
Costumi
: Pascaline  Chavanne
Interpreti
: Marine Vacth (Isabelle), Géraldine Pailhas (Sylvie), Frédéric Pierrot (Patrick) Fantin Ravat (Victor), Johan Leysen (Georges), Charlotte Rampling (Alice), Nathalie Richard (Véronique), Djédjé Apali (Peter), Lucas Prisor (Félix), Laurent Delbecque (Alex), Jeanne Ruff (Claire), Serge Hefez (psicoanalista), Carole Franck (poliziotta), Olivier Desautel (poliziotto), Akéla Sari (Mouna), Stefano Cassetti (uomo dell'hotel), Patrick Bonnel (uomo in Mercedes), Rachel Khan (tecnico di laboratorio), Gurvan Cloâtre (ragazzo in albergo), Iliana Zabeth (Iliana), Charlotte-Victoire Legrain (Charlotte)
Produzione
: Eric Altmayer, Nicolas Altmayer per Mandarin Cinéma/Mars Films/France 2 Cinéma/Foz
Distribuzione
: BIM
Durata
: 94’
Origine: Francia, 2013

 

Giovane, bella… e doppia: se non si può essere seri a 17 anni, si può comunque fare sul serio. Chiedere alla diciassettenne Isabelle, figlia svogliata e prostituta (escort?) convinta sotto lo pseudonimo Lea. Domanda esibita, attualmente molto in voga anche a Roma, quartiere Parioli: lo fa per soldi, noia, desiderio sessuale o volontà di potenza? Anche qui non ci è dato sapere, eppure Isabelle/Lea sa staccarsi dalla cronaca spiccia, dalla mera istantanea del reale, come il film che la accoglie: “Giovane e bella”, diretto dal più ondivago ma ingiustamente sottovalutato dei registi francesi, François Ozon.
La concorrenza era spietata all’ultimo festival di Cannes, eppure “Jeune et jolie” (titolo originale) un premio l’avrebbe meritato, se non altro per la splendida protagonista Marine Vacth, una Laetitia Casta in magro ma con molto più peso scenico. Una Lolita illetterata, una forza carnale della natura, la sua Isabelle, di cui Ozon ci dice tutto in una inquadratura d’iniziazione: il suo primo ragazzo la sorprende sdraiata sulla spiaggia, con l’ombra della mano le accarezza il seno. Lei è luce, gli altri potranno continuare a toccarla, previo pagamento, ma rimarranno come quella mano: ombra. Satelliti. 
Isabelle non la tieni, sotto il parka - già, non si prostituisce per iPhone, ricariche telefoniche e ammennicoli firmati come a Roma e L’Aquila - è una sex bomb, ai libri preferisce il letto, a due piazze: non è una nuova “Bella di giorno”, ma una bella di mezzogiorno, quando smonta dal liceo e monta in camera d’albergo. La clientela non le manca, e si capisce, ma Isabelle è pericolosa, la petite mort che promette può ingigantirsi.
Ma la vera vittima del suo libero arbitrio non è una persona, bensì una classe sociale, meglio, la condizione dell’essere borghese, in primis quella della sua famiglia BoBo (bourgeois bohémien), tutta segreti, bugie e qualche cannetta. Già, da smascherare non è la sua doppia identità, piuttosto la doppiezza dei suoi ‘cari’, e Ozon lo fa con chirurgica precisione, senza parole al vento né fragorosi colpi di scena: le madri sfarfalleggiano, i patrigni hanno le intenzioni, se non le mani, lunghe, l’unico a salvarsi è il fratellino, che osserva muto e curioso la sua soeur fatale.
È quest’ultima la posizione etica di Ozon, il suo sguardo senza accenti gravi su una ragazza che troppo frettolosamente si taccerebbe di immoralità: invece no, Isabelle non è solo ars amandi, padroneggia l’arte rara di stare al mondo in armonia con se stessi, il proprio corpo, la propria testa. Il cuore? Chiedete troppo, lo stesso Ozon si astiene: né santa né puttana Lea, e il regista non subisce la fascinazione del peccato, non mette su un peep show voyeuristico (il sesso c’è: esplicito, non pornografico) e la liberazione sessuale post-sessantottina non rifinisce sullo stendardo. Giovane e bella: così è se vi pare, le domande hanno la meglio sulle risposte. Almeno quelle riguardanti Isabelle, perché non finisce qui: senza l’aureola da Giovanna d’Arco delle marchette, nondimeno Isabelle è la sintesi di un teorema antiborghese scostante e ambiguo, sottile e disturbante, che s’insinua dentro e non se ne va.  
Le quattro stagioni di Isabelle e le quattro canzoni di François Hardy per mettere alla berlina la borghesia liberal, aperta e ‘trasgressiva’ e poi cercare l’innocenza perduta nella braccia di Charlotte Rampling, una bella non più giovane. Film attualmente impossibile dalle nostre parti per misura, sguardo e raziocinio, ricorda ai salotti più o meno buoni qualcosa di scomodo: per vendersi ancora bisogna non essersi venduti del tutto. Sappiamo dalle cronache, la madre di Lea non è l’unica a non averlo capito: meglio, a far finta di non averlo capito. Vogliamo fare lo stesso? Da vedere, subito.
Federico Pontiggia, Il Fatto Quotidiano

 

Scandito sull'arco di quattro stagioni contrappuntate da altrettante canzoni di Françoise Hardy - assurta al successo nel lontano 1962 con il titolo simbolo del disagio adolescenziale “Tous les garcons e le filles” - “Giovane e bella” di François Ozon racconta il romanzo di formazione, non solo sessuale, di Isabelle (...). Pur mettendo alla prova lo spettatore - che introdotto nelle alcove dei lussuosi hotel in cui la minorenne intrattiene i suoi maturi clienti rischia di sentirsi, pur incolpevolmente, sollecitato a un ruolo di voyeur - Ozon dimostra una straordinaria finezza di approccio. E in una sospensione di giudizio che non si traduce mai in indifferenza, registra questa storia di giovinezza rapita con sensibilità e limpidezza di stile. Quanto alla ventiduenne Marine Vacth, modella di Lagerfeld e Chloe, con la sua imperfetta bellezza, la sua scostante riservatezza e le sue inattese tenerezze, è una Isabelle tanto conturbante quanto imperscrutabile.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa

 

FRANÇOIS OZON
Filmografia
:
Sitcom (1998), Amanti criminali (1999), Gocce d'acqua su pietre roventi (1999), Sotto la sabbia (2000), 8 donne e un mistero (2002), Swimming pool (2003), CinquePerDue - Frammenti di vita amorosa (2004), Il tempo che resta (2005), Angel - La vita, il romanzo (2006), Un lever de rideau (2006), Ricky - Una storia d'amore e libertà (2009), Il rifugio (2009), Potiche - La bella statuina (2010), Nella casa (2012), Giovane e bella (2013), Une nouvelle amie (2014)

 

Martedì 16 dicembre 2014:
JERSEY BOYS di Clint Eastwood, con John Lloyd, Erich Bergen, Vincent Piazza, Michael Lomenda

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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