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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2014/2015

 

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Cineforum 2014/2015 | 16 dicembre 2014

Post n°215 pubblicato il 15 Dicembre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

JERSEY BOYS

Regia: Clint Eastwood
Soggetto
: Marshall Brickman, Rick Elice, dal musical omonimo
Sceneggiatura
: Marshall Brickman, Rick Elice
Fotografia
: Tom Stern
Musiche
: Bob Gaudio
Montaggio
: Joel Cox, Gary Roach 
Scenografia
: James J. Murakami
Arredamento
: Ronald R. Reiss
Costumi
: Deborah Hopper
Effetti
: The Aaron Sims Company
Interpreti
: John Lloyd Young (Frank Valli), Erich Bergen (Bob Gaudio), Vincent Piazza (Tommy DeVito), Michael Lomenda (Nick Massi), Christopher Walken (Angelo "Gyp" DeCarlo), Mike Doyle (Bob Crewe), Renée Marino (Mary), Erica Piccininni (Lorraine), Freya Tingley (Francine Valli), James Madio (Stosh), Jeremy Luke (Donnie), Steve Monroe (Barry Belson), Johnny Cannizzaro (Nick DeVito), Joey Russo (Joe 'Joey' Pesci), Grant Roberts (Johnny), Donnie Kehr (Norm Waxman), Francesca Fisher-Eastwood (cameriera)
Produzione
: Clint Eastwood, Graham King, Robert Lorenz per Malpaso/GK Films/Warner Bros./Ratpac Entertainment
Distribuzione
: Warner Bros. Entertainment Italia
Durata
: 134’
Origine: U.S.A., 2014

Eastwood laughs! Eastwood ride e lo fa nel modo in cui nessuno se lo aspetta, adattando un musical come fosse una commedia, senza tirarsi indietro davanti a nessuno degli stereotipi che gli capitano a tiro (a cominciare dall’identità italo-americana dei quattro protagonisti) e giocando con le convenzioni cinematografiche con una libertà che forse nessuno sospettava. Soprattutto in un regista di 84 anni! Ma è una specie di inevitabile conseguenza proprio di quella ‘classicità’ che in tanti avevano ammirato nelle sue regie precedenti e che qui si concretizza nella più evidente (anche se sottintesa) delle caratteristiche del cinema classico hollywoodiano: mettersi in gioco ogni volta su un soggetto diverso, misurando la propria professionalità - e la propria abilità - là dove ti porta l’occasione produttiva. Hawks poteva passare dalle storie del West a quelle dell’antico Egitto, perché si dovrebbe chiedere a Eastwood di ripetersi ogni volta con il ‘solito’ film crepuscolare e testamentario?
Che abbia scelto una strada insolita (per quello che il pubblico si aspetta) lo capisci dalla prima inquadratura, quando l’attore che entra in scena si mette a dialogare direttamente con il pubblico per spiegare l’atmosfera che si respirava nel 1951 a Belleville, New Jersey, sostituendosi a quello che in passato sarebbe stato affidato a una voce fuori campo più impersonale e più tradizionalmente narrativa. Non qui, dove Tommy DeVito (l’attore Vincent Piazza) impone subito il proprio protagonismo e il proprio punto di vista: è lui l’artefice del futuro quartetto vocale The Four Seasons ma anche il ‘grimaldello’ per capire i legami con una tradizione locale fatta di amicizie ‘pericolose’ (soprattutto quella di un boss locale interpretato con la solita gigionesca bravura da Christopher Walken), tentazioni illegali (all’inizio, entra ed esce dalla prigione) e valori ‘eterni’ (l’amicizia, la famiglia, il patto di mutuo soccorso). E questo imporsi al centro della scena è tanto più sorprendente se pensiamo che poco dopo la metà del film DeVito sparirà dalla storia. Senza troppi problemi di coerenza o di realismo.
Il fatto è che a Eastwood in questo caso non interessa un’idea tradizionale di ‘realismo cinematografico’ quanto (probabilmente) sperimentare un modo diverso di raccontare, più debitore dell’operetta - con i suoi recitativi e il venir in primo piano degli attori sulla scena - e più vicino alle commediole adolescenziali che andavano per la maggiore negli anni Cinquanta, ‘correlativo oggettivo’ (per riprendere una battuta geniale del film) di quell’impasto tra sentimentalismo zuccheroso e aspirazioni romantiche che faceva sognare la gioventù dell’epoca e che la regia si incarica di sottolineare lasciando molto spazio ai volti delle fan in visibilio di fronte alle esecuzioni canore (e tra le quali si nasconde, nei panni di una cameriera, anche la figlia del regista, Francesca).
Certo, il film racconta anche come Tom De Vito e suo fratello Nick (Johnny Cannizzaro) convincano l’aspirante barbiere Frankie Castelluccio poi trasformatosi in Frankie Valli (John Lloyd Young) a sfruttare la sua voce in falsetto, della svolta ‘artistica’ e professionale che coincide con l’ingresso del prolifico Bob Gaudio (Erich Bergen) e della nascita del quartetto The Four Seasons - loro le canzoni “Big girls don’t cry” (che sarebbe stata ispirata da una battuta di “L’asso nella manica”), “Walk like a man”, “Rag doll”, “Bye bye Baby”. Oltre alla celeberrima “Can’t take my eyes off you”, creata però quando i due fratelli DeVito se n’erano andati - ma in fondo più che la storia di un percorso musicale Eastwood racconta le disavventure, le storie sentimentali, le invidie e i tradimenti di quattro ragazzi del Jersey, che ‘tra le altre cose’ scalarono nei primi anni Sessanta le classifiche discografiche. E se nella seconda parte dei suoi 134 minuti, il ritmo del film sembra rallentare è perché un certo realismo documentario prende il sopravvento sul tono più scanzonato e colorato degli inizi.
Certo, Eastwood non si sarebbe probabilmente sentito così libero di giocare con gli stereotipi (anche suoi, visto che si vede giovanissimo in tv ai tempi di “Rawhide”) se la musica raccontata fosse stata quella che più ama, dal jazz al country al blues. Quando li aveva affrontati in passato (in film come “Bird”, “Honkytonk Man” o “Piano Blues”) il tono era stato ben diverso, più ‘vero’ ed ‘emotivo’. Qui il fatto di partire da un musical per la scena (“Jersey Boys” di Marshall Brickman e Rick Elice, da cui riprende alcuni dei protagonisti originali, come John Lloyd Young, Erich Bergen o Erica Piccininni, che interpreta la giornalista che fa perdere la testa a Frankie) ha favorito in Eastwood soprattutto il gusto dello scherzo e dell’ironia. E di un piccolo sberleffo finale: dirigere un musical dove la prima scena davvero coreografata con balli e canti arriva solo sui titoli di coda.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

CLINT EASTWOOD
Filmografia
:
Breezy (1971), Lo straniero senza nome (1974), Assassinio sull'Eiger (1975), Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976), L'uomo nel mirino (1977), Bronco Billy (1980), Firefox - Volpe di fuoco (1982), Honkytonk Man (1983), Coraggio... fatti ammazzare (1983), Il cavaliere pallido (1985), Gunny (1986), Bird (1988), Cacciatore bianco, cuore nero (1990), La recluta (1990), Gli spietati (1992), Un mondo perfetto (1993), I ponti di Madison County (1995), Potere assoluto (1997), Mezzanotte nel giardino del bene e del male (1997), Fino a prova contraria (1998), Space cowboys (2000), Debito di sangue (2002), Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004), Flags of our fathers (2006), Lettere da Iwo Jima (2006), Changeling (2008), Gran Torino (2008), Invictus (2009), Hereafter (2010), J. Edgar (2011), A star is born (2013), Jersey Boys (2014)

Martedì 13 gennaio 2015:
LE MERAVIGLIE di Alice Rohrwacher, con Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 9 dicembre 2014

Post n°214 pubblicato il 08 Dicembre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

GIOVANE E BELLA

 

Titolo originale: Jeune & jolie
Regia
: François  Ozon
Sceneggiatura
: François  Ozon
Fotografia
: Pascal  Marti
Musiche
: Philippe  Rombi; le canzoni "L'amour d'un garcon" (di Burt Bacharach, Hal David, F. Hardy), "À quoi ça sert" (di F. Hardy), "Premiere rencontre" e "Je suis moi" (entrambe di (Michel Berger) sono eseguite da Françoise Hardy.
Montaggio
: Laure  Gardette
Scenografia
: Katia  Wyszkop
Costumi
: Pascaline  Chavanne
Interpreti
: Marine Vacth (Isabelle), Géraldine Pailhas (Sylvie), Frédéric Pierrot (Patrick) Fantin Ravat (Victor), Johan Leysen (Georges), Charlotte Rampling (Alice), Nathalie Richard (Véronique), Djédjé Apali (Peter), Lucas Prisor (Félix), Laurent Delbecque (Alex), Jeanne Ruff (Claire), Serge Hefez (psicoanalista), Carole Franck (poliziotta), Olivier Desautel (poliziotto), Akéla Sari (Mouna), Stefano Cassetti (uomo dell'hotel), Patrick Bonnel (uomo in Mercedes), Rachel Khan (tecnico di laboratorio), Gurvan Cloâtre (ragazzo in albergo), Iliana Zabeth (Iliana), Charlotte-Victoire Legrain (Charlotte)
Produzione
: Eric Altmayer, Nicolas Altmayer per Mandarin Cinéma/Mars Films/France 2 Cinéma/Foz
Distribuzione
: BIM
Durata
: 94’
Origine: Francia, 2013

 

Giovane, bella… e doppia: se non si può essere seri a 17 anni, si può comunque fare sul serio. Chiedere alla diciassettenne Isabelle, figlia svogliata e prostituta (escort?) convinta sotto lo pseudonimo Lea. Domanda esibita, attualmente molto in voga anche a Roma, quartiere Parioli: lo fa per soldi, noia, desiderio sessuale o volontà di potenza? Anche qui non ci è dato sapere, eppure Isabelle/Lea sa staccarsi dalla cronaca spiccia, dalla mera istantanea del reale, come il film che la accoglie: “Giovane e bella”, diretto dal più ondivago ma ingiustamente sottovalutato dei registi francesi, François Ozon.
La concorrenza era spietata all’ultimo festival di Cannes, eppure “Jeune et jolie” (titolo originale) un premio l’avrebbe meritato, se non altro per la splendida protagonista Marine Vacth, una Laetitia Casta in magro ma con molto più peso scenico. Una Lolita illetterata, una forza carnale della natura, la sua Isabelle, di cui Ozon ci dice tutto in una inquadratura d’iniziazione: il suo primo ragazzo la sorprende sdraiata sulla spiaggia, con l’ombra della mano le accarezza il seno. Lei è luce, gli altri potranno continuare a toccarla, previo pagamento, ma rimarranno come quella mano: ombra. Satelliti. 
Isabelle non la tieni, sotto il parka - già, non si prostituisce per iPhone, ricariche telefoniche e ammennicoli firmati come a Roma e L’Aquila - è una sex bomb, ai libri preferisce il letto, a due piazze: non è una nuova “Bella di giorno”, ma una bella di mezzogiorno, quando smonta dal liceo e monta in camera d’albergo. La clientela non le manca, e si capisce, ma Isabelle è pericolosa, la petite mort che promette può ingigantirsi.
Ma la vera vittima del suo libero arbitrio non è una persona, bensì una classe sociale, meglio, la condizione dell’essere borghese, in primis quella della sua famiglia BoBo (bourgeois bohémien), tutta segreti, bugie e qualche cannetta. Già, da smascherare non è la sua doppia identità, piuttosto la doppiezza dei suoi ‘cari’, e Ozon lo fa con chirurgica precisione, senza parole al vento né fragorosi colpi di scena: le madri sfarfalleggiano, i patrigni hanno le intenzioni, se non le mani, lunghe, l’unico a salvarsi è il fratellino, che osserva muto e curioso la sua soeur fatale.
È quest’ultima la posizione etica di Ozon, il suo sguardo senza accenti gravi su una ragazza che troppo frettolosamente si taccerebbe di immoralità: invece no, Isabelle non è solo ars amandi, padroneggia l’arte rara di stare al mondo in armonia con se stessi, il proprio corpo, la propria testa. Il cuore? Chiedete troppo, lo stesso Ozon si astiene: né santa né puttana Lea, e il regista non subisce la fascinazione del peccato, non mette su un peep show voyeuristico (il sesso c’è: esplicito, non pornografico) e la liberazione sessuale post-sessantottina non rifinisce sullo stendardo. Giovane e bella: così è se vi pare, le domande hanno la meglio sulle risposte. Almeno quelle riguardanti Isabelle, perché non finisce qui: senza l’aureola da Giovanna d’Arco delle marchette, nondimeno Isabelle è la sintesi di un teorema antiborghese scostante e ambiguo, sottile e disturbante, che s’insinua dentro e non se ne va.  
Le quattro stagioni di Isabelle e le quattro canzoni di François Hardy per mettere alla berlina la borghesia liberal, aperta e ‘trasgressiva’ e poi cercare l’innocenza perduta nella braccia di Charlotte Rampling, una bella non più giovane. Film attualmente impossibile dalle nostre parti per misura, sguardo e raziocinio, ricorda ai salotti più o meno buoni qualcosa di scomodo: per vendersi ancora bisogna non essersi venduti del tutto. Sappiamo dalle cronache, la madre di Lea non è l’unica a non averlo capito: meglio, a far finta di non averlo capito. Vogliamo fare lo stesso? Da vedere, subito.
Federico Pontiggia, Il Fatto Quotidiano

 

Scandito sull'arco di quattro stagioni contrappuntate da altrettante canzoni di Françoise Hardy - assurta al successo nel lontano 1962 con il titolo simbolo del disagio adolescenziale “Tous les garcons e le filles” - “Giovane e bella” di François Ozon racconta il romanzo di formazione, non solo sessuale, di Isabelle (...). Pur mettendo alla prova lo spettatore - che introdotto nelle alcove dei lussuosi hotel in cui la minorenne intrattiene i suoi maturi clienti rischia di sentirsi, pur incolpevolmente, sollecitato a un ruolo di voyeur - Ozon dimostra una straordinaria finezza di approccio. E in una sospensione di giudizio che non si traduce mai in indifferenza, registra questa storia di giovinezza rapita con sensibilità e limpidezza di stile. Quanto alla ventiduenne Marine Vacth, modella di Lagerfeld e Chloe, con la sua imperfetta bellezza, la sua scostante riservatezza e le sue inattese tenerezze, è una Isabelle tanto conturbante quanto imperscrutabile.
Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa

 

FRANÇOIS OZON
Filmografia
:
Sitcom (1998), Amanti criminali (1999), Gocce d'acqua su pietre roventi (1999), Sotto la sabbia (2000), 8 donne e un mistero (2002), Swimming pool (2003), CinquePerDue - Frammenti di vita amorosa (2004), Il tempo che resta (2005), Angel - La vita, il romanzo (2006), Un lever de rideau (2006), Ricky - Una storia d'amore e libertà (2009), Il rifugio (2009), Potiche - La bella statuina (2010), Nella casa (2012), Giovane e bella (2013), Une nouvelle amie (2014)

 

Martedì 16 dicembre 2014:
JERSEY BOYS di Clint Eastwood, con John Lloyd, Erich Bergen, Vincent Piazza, Michael Lomenda

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 2 dicembre 2014

Post n°213 pubblicato il 01 Dicembre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

IL VENDITORE DI MEDICINE

Regia: Antonio Morabito
Soggetto: Antonio Morabito
Sceneggiatura: Antonio Morabito, Michele Pellegrini Amedeo Pagani
Fotografia: Duccio Cimatti
Musiche: Andrea Guerra
Montaggio: Francesca Bracci
Scenografia: Isabella Angelini
Costumi: Sabrina Beretta
Suono: Jürg Lempen
Interpreti: Claudio Santamaria (Bruno), Isabella Ferrari (capo area), Evita Ciri (Anna), Marco Travaglio (prof. Malinverni), Roberto De Francesco (dott. Foli), Ignazio Oliva (dott. Sebba), Giorgio Gobbi (Filippo), Vincenzo Tanassi (Alberto Petri), Leonardo Nigro (Fabio), Ippolito Chiarello (dott. Buontempone), Alessia Barela (dott.ssa Miceli), Paolo De Vita (venditore sessantenne), Pierpaolo Lovino (Stefano Pavolini), Beniamino Marcone (informatore giovane), Roberto Silvestri (giudice)
Produzione: Amedeo Pagani per Classic Srl/Peacock Film, in coproduzione con RSI Radiotelevisione Svizzera/SRG SSR, in collaborazione con Rai Cinema, in associazione con Cinecittà Luce/Eutheca/Dinamo Film
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Durata: 105’
Origine: Italia, Svizzera, 2013


Raccontare una discesa. Senza indugi o compromessi. Aprendo così una finestra su un mondo vicino alla vita e alla salute di tutti. Ma che il cinema e i media evitano o affrontano solo quando scattano le manette o le inchieste. Il venditore di medicine è quel tipo in giacca e cravatta con una valigetta di pelle, che almeno una volta tutti abbiamo intravisto nello studio del nostro medico di famiglia. E' l'anello, debole, tra il camice bianco e l'industria del farmaco, ma anche il pezzo necessario affinché in mosaico sia completo. Un informatore scientifico deve promuovere, ma allo stesso tempo convincere, il medico che le nuove (o vecchie) molecole prodotte dall'azienda farmaceutiche che rappresenta, qui l'immaginaria Zafer, siano delle miracolose novità. Migliori delle pillole dei concorrenti e, chiaramente, necessarie per curare gli assistiti. Insomma deve sapere proporre il farmaco e, magari, anche 'lisciare' per bene il medico. Una 'ape regina' lo chiamano gli informatori, se è uno che fa tante prescrizione delle tue medicine. Più quest'ultimo 'firma' le ricette rosa e più il 'venditore' è bravo e l'azienda fattura. Bruno (Claudio Santamaria) è un informatore in gamba. O almeno lo era. Ora è tutto più difficile alla Zafer. C'è aria di licenziamento e chi non regge allo stress e al fallimento si spara un colpo in macchina. Ha il fiato sul collo della sua capa (Isabella Ferrari). Bisogna vendere di più, le 'api regine' devo essere spremute per bene, incentivate con cene e regali, ma solo se il rapporto tra il 'dono' e le prescrizione è 1 a 11. Altrimenti, sei fuori dalla Zafer. E Bruno per tenere tutto in piedi - un matrimonio, una vita agiata, un posto di lavoro, un briciolo di carriera, decide di tentare il tutto per tutto. Di agganciare un oncologo ospedaliero (Marco Travaglio) difficile da convincere, con i prodotti della Zafer hanno già fallito in parecchi, ma che potrebbe rimettere in carreggiata la sua vita. E' la sua ultima spiaggia.
Se c'è un modo o una chiave per scardinare il solito già visto nel raccontare al cinema gli scandali e il malaffare dell'Italia di oggi, ovvero la commedia corale (popolare?) o gli RVM dei talk show politici, "Il venditore di medicine" di Antonio Morabito ("Non son l'un per cento-Anarchici a Carrara") sembra aver trovato una strada personale e molto controcorrente. In giro di pellicole (italiane) così coraggiose non se ne vedono.
Morabito, anche sceneggiatore con Michele Pellegrini e il produttore Amedeo Pagani, sceglie una strada in salita. Il soggetto è una materia delicata, il comparaggio e l'etica medica, la disinvolta corruzione dei camici bianchi di fronte alle avances di 'Big Pharma', i colossi dell'industria del farmaco. Il protagonista, è un antieroe che cerca di uscire da una situazione ormai incontrollabile, in uno spaccato del Paese che non lascia margine a macchiette o compromessi. Corrotti e corruttori si muovono con la stessa avidità di medicine e menefreghismo. Ci si becca la denuncia del medico idealista che non vuole sentir parlare di regali, ma si esce assolti dal processo. Non c'è lo schematismo di certo cinema politico (viene in mente" L'industriale" di Montaldo). Bruno è determinato a non perdere, ma si chiude dietro le spalle ogni principio, anche quando prova ad aiutare l'amico malato. La sponda di Morabito aspira ad essere, più che l'impegno della denuncia civile (Petri, Rosi e Volonté), il cinema resistente che arriva d'Oltralpe. Viene in mente il bravo regista francese Philippe Lioret ("Tutti i nostri desideri", "Welcome"). Morabito non molla mai la strada maestra, ci sbatte in faccia i meccanismi di un sistema che non vediamo ma che spesso sappiamo di subire a nostra insaputa. Il suo è uno stile, la macchina da presa è sempre attenta ad ogni sussulto, che scarnifica l'immagine fino ad arrivare al nervo. Lo fa 'usando' un disperato ingranaggio di questo sistema, costretto fino alla fine a lottare solo per sopravvivere. Quella di Bruno è una tragica discesa che non ammette nessuna illusoria consolazione, perché non è così che il destino risponde. Allo sguardo dello spettatore non rimane altro che provare a risalire dal budello di scuri e lunghi corridoi dell'animo umano in cui è sceso, ma la luce alla fine delle scale appare sempre più fioca.
Francesco Maggi, Sentieri Selvaggi


Non è un'atroce caricatura, è tutto vero. Vista la potenza di Big Pharma e il ramificato intreccio di interessi se ne parla poco. Ma ci sono inchieste che lo provano, e all'inizio di questo primo film di finzione del documentarista Antonio Morabito, echeggiano intercettazioni inequivocabili e ripugnanti. La materia c'è insomma, c'è il coraggio di trattarla senza sconti (...), non mancano nemmeno le note ironiche (...). Più incerto è il taglio che dovrebbe trasformare il tutto in racconto avvincente. Il film infatti sembra soprattutto evitare il già noto. Anni fa Santamaria sarebbe stato un 'mostro' alla Sordi. Negli Usa sarebbe un killer dai modi soavi tipo Kevin Spacey, etc. Qui invece la sua doppiezza genera schizofrenia (la moglie incinta e ingannata; l'amico malato, aiutato di nascosto). Ma non è un problema del film. È il sintomo di uno smarrimento, estetico e morale, più generale. Come dare a personaggi simili umanità e complessità senza farsene complici? Per anni la risposta è stata la commedia all'italiana. Oggi urgono nuove ricette. Ma in fondo per un film sui farmaci essere un sintomo non è male.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero


ANTONIO MORABITO
Filmografia:
Cecilia (1999), Non son l’un per cento (2006), Il venditore di medicine (2013)


Martedì 9 dicembre 2014:
GIOVANE E BELLA di François Ozon, con Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 25 novembre 2014

Post n°212 pubblicato il 24 Novembre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

 

LUNCHBOX

Titolo originale: Dabba
Regia: Ritesh Batra
Sceneggiatura: Ritesh Batra
Fotografia: Michael Simmonds
Musiche: Max Richte
Montaggio: John F. Lyons
Scenografia: Shruti Gupte
Interpreti: Irrfan Khan (Saajan Fernandez), Nimrat Kaur (Ila), Nawazuddin Siddiqui (Shaikh), Denzil Smith (signor Shroff), Bharati Achrekar (signora Deshpande), Nakul Vaid (marito di Ila), Yashvi Puneet Nagar (Yashvi), Lillete Dubey (mamma di Ila
Produzione: Anurag Kashyap, Guneet Monga, Arun Rangachari per Sikhya Entertainment/Dar Motion Pictures/NFDC, Roh Films/Asap Films/Cine Mosaic
Distribuzione: Academy Two
Durata: 105’
Origine: India, Francia, Germania, 2013


Quello dei Dabbawallahs ("Dabba" è il titolo originale del film) è uno dei tanti ‘miracoli’ di Mumbai, la città più densamente popolata dell'India: sono i trasportatori che ogni giorno consegnano circa 200.000 pasti caldi direttamente dai fornelli delle abitazioni nelle periferie fino alle scrivanie degli uffici del centro. Un sistema di consegna impeccabile, studiato anni fa anche dall'Università di Harvard, che è rimasto praticamente immutato dalla fine dell'800 e che consente a impiegati e studenti di mangiare ogni giorno il cibo preparato a casa: una staffetta di più di cinquemila fattorini che si muovono tra biciclette e treni locali, un sistema perfetto nel caos dei milioni di abitanti che a loro volta si muovono da casa al lavoro, che mediamente contempla un solo errore ogni milione di consegne. E proprio questo lunchbox, quell'uno su un milione che viene consegnato per errore all'indirizzo sbagliato, fornisce all'esordiente regista Ritesh Batra, il pretesto per raccontare questa sorprendente storia di amore ‘epistolare’ che è molto di più di una commedia sentimentale in agrodolce. "The Lunchbox", premiato dal pubblico a Cannes alla Settimana della Critica, prodotto e sviluppato in collaborazione con il TorinoFilmLab, è un piccolo miracolo di poesia e semplicità, che parla di cibo, di solitudine e di sentimenti che si risvegliano; e di come il caso, il destino e soprattutto la speranza di un amore possano rimettere in moto il desiderio di vita. Ila (Nimrat Kaur) è una casalinga che riversa tutta la sua passione nelle ricette che prepara per il marito che invece la trascura. Ma per errore il suo paniere viene recapitato ogni giorno sulla scrivania di Saajan (Irrfan Khan), impiegato alle soglie della pensione dopo 35 anni di lavoro all'ufficio reclami, vedovo e solitario.
La frustrazione di Ila per la mancanza di attenzioni del marito, che non sembra neanche accorgersi che il cibo che mangia non è preparato da sua moglie, la spinge a scrivere a questo sconosciuto che invece sembra apprezzare le sue ricette e la sua cucina, per ringraziarlo di questa soddisfazione involontaria che gli ha provocato facendole tornare a casa il cestino completamente ripulito. Tra Ila e Sajjan comincia uno scambio di lettere, che porta i due a confessarsi le loro solitudini, le loro paure, le nostalgie per i sogni andati. Nella grande città, tra milioni di individui che ogni giorno si accalcano l'uno sull'altro, scontrandosi senza mai incontrarsi, senza mai fermarsi a pensare alla propria vita, un uomo e una donna che non si sono mai visti, che una possibilità su un milione ha messo per caso in contatto, condividono invece un'intimità che la metropoli rende impossibile e si soffermano a pensare a cosa ne sarà delle proprie vite. E grazie al miraggio di un amore ricominciano a sperare. Un film assolutamente off-Bollywood, fuori dai canoni colorati e variopinti del chiassoso cinema di genere indiano, una commedia sentimentale totalmente inedita nel suo rigore formale e soprattutto nel non abbandonarsi mai, neanche per un momento, ad alcun cliché o al facile romanticismo, inevitabile di solito nelle commedie rosa di genere di produzione internazionale.
«La strada del cuore passa attraverso lo stomaco», ma questa non è una commedia culinaria che segue la moda del momento: le riflessioni sull'esistenza che si scambiano per lettera i due protagonisti, il risveglio delle loro speranze imprigionate nella solitudine di un matrimonio incolore o dalla gabbia invisibile di un passato perduto, sono sorprendentemente profonde, mai banali, come le righe che i due si scrivono, e che raggiungono dei momenti di delicatezza e poesia non comuni nella loro semplicità. I due straordinari protagonisti, misurati, intensi nella loro austera serietà, sono sempre credibili anche quando la storia assume i contorni della favola: sentono le stesse canzoni, vedono le stesse immagini, vivono le stesse situazioni, condividono senza conoscersi, ed è il potere della condivisione e il desiderio di essa che li risveglia, ancora prima dell'amore, che rimane inespresso, solo evocato, perché «dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle».
La metropoli sullo sfondo è l'altra protagonista, con i suoi ritmi e la sua frenesia, le persone in continuo movimento, le molteplici realtà all'interno di Mumbai, mondi diversi uniti da un filo sottile: nella versione originale i protagonisti parlano in inglese o in hindi a seconda della classe sociale, e questo li rende ancora più distanti, e rende ancora più miracoloso il loro trovarsi. «A volte il treno sbagliato ti porta alla stazione giusta», la fiducia nel caso e nel destino, che ci lascia con la possibilità di credere che tutto possa accadere nella vita, che si possa ritornare a sperare, sono la vera forza del film: il desiderio di cambiamento, di tornare ad essere felici, che grazie ad un piccolo miracolo avviene dentro di noi, è più importante di qualsiasi scontato happy ending. Si esce dal cinema con pudica commozione, voglia di un piatto di agnello speziato con naan, e di cercare sull'atlante il Bhutan, dove «invece del prodotto interno lordo, hanno la felicità interna lorda».
Alessandro Antinori, Movie Player


Un piccolo film indiano. (……) un film, delicato e gustoso, esattamente come i manicaretti che fanno da motore a questa storia d'amore e di riscatto. Ambientato in una Mubai contemporanea, caotica ed indifferente, sospesa tra modernità e tradizione, il film ci racconta l'incontro del destino tra una giovane moglie prigioniera del suo infelice matrimonio ed un impiegato di mezza età, vedovo e «prigioniero» a sua volta del ricordo della sua vita precedente. Come avviene l'incontro? Lo dice il titolo: "Lunchbox", le ‘gavette’ per il pranzo che a Mubai sono un'istituzione da oltre cent'anni. Madri e mogli a casa preparano i pasti per i loro cari che poi, nei lunchbox, è affidano ai dabbawallahs, un esercito di fattorini che attraverso bici, treni e carretti li recapitano ancora caldi sulle scrivanie degli uffici o sui banchi di scuola, per poi riconsegnarli vuoti alle casalinghe nel pomeriggio. Un sistema infallibile, ma che in questo caso il destino vuole fallace. Così che il pranzo destinato al marito della giovane e bella Ila finisce sulla scrivania di Saajan! Da vedere.
Gabriella Gallozzi, L’Unità


RITESH BATRA
Filmografia:
Lunchbox (2013)


Martedì 2 dicembre 2014:
IL VENDITORE DI MEDICINE di Antonio Morabito, con Claudio Santamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio

 

 

 

 

 

 
 
 

CIneforum 2014/2015 | 18 novembre 2014

Post n°211 pubblicato il 17 Novembre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

 

VIA CASTELLANA BANDIERA

Regia: Emma Dante
Soggetto: dal romanzo omonimo di Emma Dante (ed. Rizzoli)
Sceneggiatura: Emma Dante, Giorgio Vasta, Licia Eminenti (collaborazione)
Fotografia: Gherardo Gossi
Musiche: Fratelli Mancuso
Montaggio: Benni Atria
Scenografia: Emita Frigato
Costumi: Italia Carroccio
Suono: Paolo Benvenuti, Simone Paolo Olivero
Interpreti: Emma Dante (Rosa), Alba Rohrwacher (Clara), Elena Cotta (Samira), Renato Malfatti (Saro Calafiore), Dario Casarolo (Nicolò), Carmine Maringola (Filippo Mangiapane), Sandro Maria Campagna (Santo), Elisa Parrinello (Concetta), Giuseppe Tantillo (Salvatore), Daniela Macaluso (Maria Grazia), Marcella Colaianni (Patrizia), Giacomo Guarneri (Natale)
Produzione: Marta Donzelli, Gregorio Paonessa, Mario Gianani, Lorenzo Mieli, Elda Guidinetti, Andres Pfaeffli, Marianne Slot per Vivo Film/Wildside/Ventura Film/Slot Machine con Rai Cinema in coproduzione con Rsi Radiotelevisione Svizzera/Srg Ssr, in collaborazione con Istituto Luce Cinecittà
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Durata: 90'
Origine: Italia, Svizzera, Francia, 2013
Coppa Volpi a Elena Cotta per la migliore interpretazione femminile, premio Francesco Pasinetti a Elena Cotta e Alba Rohrwacher come migliori attrici, premio Lina Mangiacapre, menzione speciale del premio Giovani Giurati del Vittorio Veneto Film Festival e premio Soundtrack Stars per la miglior colonna sonora alla 70. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2013)

Quando nel celebre racconto di Melville, Bartleby lo scrivano decide senza motivo di fermarsi, rispondendo a ogni ordine che gli viene dato la stessa identica frase - «preferirei di no» - il mondo intorno va nel panico. Perché l'avrà fatto? Cosa ci starà dicendo? L'effetto è quello dell'immediato cataclisma. Basta che per un momento, nel susseguirsi degli eventi ripetitivi della quotidianità, vi sia un piccolo atto di sottrazione e rottura, che tutto da un momento all'altro crolla.
Succede questo in "Via Castellana Bandiera", bell'esordio cinematografico della regista di teatro Emma Dante: due macchine, guidate da due donne, si incontrano in una stretta via della periferia di Palermo. Non c'è spazio, una delle due deve tornare indietro, ma entrambe 'preferirebbero di no'. Nessuna ha intenzione di cedere. Passano i secondi, i minuti, le ore... persino i giorni. Che si fa?
Lo stallo attorno cui si costruisce tutto il film diventa uno spazio di tensione dialettica a metà tra l'impasse che paralizza negativamente e il momento di verità in cui tutti gli attori in campo mettono in discussione le loro vite. Via Castellana Bandiera è teatro di un evento indecidibile: può andare in una qualunque direzione eppure nulla si muove. Molte persone compaiono sulla scena, si muovono attorno alle macchine, si conoscono, succedono tante cose, nascono amicizie, rivelazioni, ma tutto rimane - anche per convenienza di qualcuno - bloccato.
Ma Emma Dante non si limita a questo, perché non si capirebbe il suo film senza la riflessione sul femminile che lo attraversa. Alla guida delle due macchine ci sono due donne: giovane, lesbica, appena entrata in una crisi di coppia l'una; anziana, muta e cocciuta l'altra. Sono diversissime eppure i loro destini si legano l'un l'altro. Tra le due inizia 'una lotta di puro prestigio', come direbbe Hegel, senza alcun motivo eppure anche senza pietà. Non dormono, non mangiano, si scrutano. Quando una fa la pipì in mezzo alla strada anche l'altra la segue. Quando una butta il cibo in segno di sfida, anche l'altra ripete lo stesso gesto. Perché questo sono le lotte di puro prestigio: si è nemici ma ci si specchia anche l'uno nell'altro. Le due donne sono cocciute («vediamo chi ha le corna più grandi») ma in questo gioco di sguardi silenzioso si riconoscono anche. Se però Emma Dante avesse davvero voluto fare un western, avrebbe dovuto spingere più convintamente sulla plasticità dello stallo, deprivarlo fino in fondo di profondità, storia, motivazioni. Invece non resiste alla tentazione di dirci che Sonia è già stata lì, che Samira sta rielaborando un lutto. Lo stallo viene riportato a una causa, a una biografia, a un motivo. Ci viene spiegato, in poche parole. Come si vede persino un po' didascalicamente nella frase di Giorgio Caproni che chiude un film comunque convincente: «Constatazione. Non c'ero mai stato, m'accorgo che c'ero nato».
Pietro Bianchi, Cineforum

(......) tradurre per il cinema "Via Castellana Bandiera" (romanzo scritto dalla stessa Dante, edito da Rizzoli nel 2009) è già di per sé un'idea che poteva presentare più di qualche insidia; "impazienza", la stessa che - immaginiamo - ha condizionato la regista siciliana nel mettere in scena quella che, a tutti gli effetti, è una metafora neanche troppo velata sul pantano in cui ci troviamo da qualche tempo: una domenica pomeriggio qualsiasi, nel caldo torrido di Palermo, due autovetture si ritrovano muso contro muso in un budello di strada, Via Castellana Bandiera appunto. Rosa e Clara (Dante e Rohrwacher) da una parte, la numerosissima famiglia Calafiore dall'altra, con al volante l'anziana Samira (Elena Cotta): basterebbe che una delle due macchine facesse qualche metro in retromarcia per permettere all'altra di procedere, ma non se ne parla. Rosa e Samira hanno deciso di sfidarsi in un duello che non prevede prigionieri, e la situazione di stallo assume con il passare dei minuti contorni sempre più grotteschi, poi drammatici.
Il film di Emma Dante sorprende per la ricerca mai artificiosa di un linguaggio che si mischia, anche esteticamente, al territorio, reso quanto mai naturale dalla prova di tutti gli interpreti secondari, quasi tutti provenienti dalla Compagnia Sud Costa Occidentale della regista, più le due 'scoperte' Renato Malfatti (il carismatico e massiccio genero di Samira), nella vita parcheggiatore dell'Arenella, e Dario Casarolo (minorenne palermitano che interpreta il nipote della donna).
Un atipico western governato dal gentil sesso, con gli uomini convinti di poterne manovrare le gesta (al punto di organizzare anche delle scommesse 'pilotate' sull'esito della sfida...): il muro contro muro, però, non si risolverà così facilmente. Perché da una parte c'è quello che la stessa Dante definisce un 'frangiflutti', Samira, muta per tutto il film (ma resa fortemente espressiva dalla gestualità e dagli sguardi dell'ottima Elena Cotta, premiata con la Coppa Volpi a Venezia), monolite al di sopra di ogni cosa, immobile anche di fronte al corso degli eventi, portatrice di un ostruzionismo (quello del quartiere) che prende le mosse da una 'questione di principio'; dall'altra una donna, Rosa, tornata controvoglia (e per sbaglio) nei vicoli della propria infanzia, bloccata in una situazione - anche sentimentale, con Clara - che la vede impossibilitata a scegliere: davanti a lei c'è il crash, alle spalle un precipizio (letteralmente). Basterebbe fare una piccola "manovra", ma retrocedere da un'impuntatura - a volte - è più facile a dirsi che a farsi. Bellissimo il finale, camera fissa sulla via popolata dalla corsa affannata e sgraziata dell'intero quartiere, contrappuntata da "Cumu è sula la strata" dei fratelli Mancuso: chapeau.
Valerio Sammarco, Cinematografo.it

EMMA DANTE
Filmografia:      
Via Castellana Bandiera (2013)

Martedì 25 novembre 2014:
LUNCHBOX di Ritesh Batra, con Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui, Denzil Smith

 

 
 
 
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Data di creazione: 29/09/2007
 

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