CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2014/2015

 

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Cineforum 2014/2015 | 24 febbraio 2015

Foto di cineforumborgo

C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Titolo originale: The Immigrant
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray, Richard Menello
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: Chris Spelman
Montaggio: John Axelrad
Scenografia: Happy Massee

Arredamento: David Schlesinger
Costumi: Patricia Norris
Interpreti: Marion Cotillard (Ewa Cybulski), Joaquin Phoenix (Bruno Weiss), Jeremy Renner (Mago Orlando), Dagmara Dominczyk (Belva), Angela Sarafyan (Magda Cybulski), Jicky Schnee (Clara), Elena Solovej (Rosie Hertz), Maja Wampuszyc (Edyta Bistricky), Ilia Volok (Voytek Bistricky), Antoni Corone (Thomas MacNally), Dylan Hartigan (Roger), Joseph Calleja (Enrico Caruso), Kayla Molina (Sonya), Michael Morana (Michael il vagabondo)
Produzione: James Gray, Anthony Katagas, Greg Shapiro, Christopher Woodrow per Keep Your Head/Kingsgate Films/Wild Bunch/Worldview Entertainment
Distribuzione: BIM
Durata: 117’
Origine: U.S.A., 2013

C'è un grande regista americano da liberare dalla nicchia e da mettere in cornice. Si chiama James Gray. Ha alla spalle quattro film: “Little Odessa”, “'The Yard”, “I padroni della notte” e “Two Lovers”. Il quinto, “C'era una volta a New York” (......). Non è un caso che la denominazione originale, “The Immigrant”, echeggi l'omonimo capolavoro di Chaplin datato 1917: “C'era una volta a New York” è impastato e modellato di quel qualcosa che folgorava le pellicole mute. Già, il melodramma, che è poi, con la famiglia come tema e pendolo ispirativo, il fondamento del cinema di Gray: mélo, contaminato in passato dal thriller o dalla bizzarria di una commedia da alienazione comportamentale, che può, in questa dimensione totalizzante, esplodere e implodere, di emozioni, di dolore, di acuta sofferenza e dissipazione morale dove l'individuo e le regole della comunità non possono non entrare in conflitto. Attraverso una ricostruzione d'epoca esaltante, la macchina da presa arpeggia sui personaggi tuffandoli in un ingranaggio di depravazione, turpitudine, corruzione e sorprendenti scatti di generosità e non immacolato romanticismo. L'occhio di Gray commuove tra pietà, commiserazione e specchio di una normalità abietta dove le 'tortorelle' di Bruno sono in vetrina per i clienti sotto un tunnel di Central Park dopo la cacciata dall'Eden puzzolente del teatro bordello. E per la prima volta Gray sceglie un'eroina come metronomo della storia, come modello di chi lotta per sconfiggere un destino miserando: per Ewa l'interpretazione di Marion Cotillard è uno scandaglio recitativo di valenza indimenticabile con un volto-schermo sul quale scorre la linfa, l'essenza e l'umana cognizione del tradimento, della caduta e del riscatto. Joaquin Phoenix, l'attore feticcio di Gray, è un Bruno bipolare, aggressivo, disarmante, imprevedibile, innamorato, disposto al sacrificio grazie ad un talento che carica l'alter ego di un'energia ad orologeria, alla quale risponde il mago di un Jeremy Renner folletto intenso e dalla duplice marcia tra il seducente e l'ambiguo. La messa in scena di Gray, come nella sequenza dell'epilogo che cita ancora i finali del vagabondo chapliniano ma non con l'ausilio della tendina a cerchio che cattura l'immagine sino a farla sfumare bensì sdoppiando l'inquadratura e la sorte, possiede una maestria così rara nell'Hollywood del Terzo Millennio. “C'era una volta a New York” affascina e turba come l'Ellis Island che i migranti scambiavano per la porta del paradiso per entrare, invece, nei triboli di un inferno da poveracci.
Natalino Bruzzone, Il Secolo XIX

Molto intelligente, forse troppo, James Gray nei quattro lungometraggi passati ci ha abituato a film che di fatto non erano che il loro scheletro, uno scheletro segnatamente letterario. Di carne intorno non se n'è mai vista, nemmeno nel caso di “Two lovers” che pure tentava di rimpolparsi in qualche maniera.
In “The Immigrant”, finalmente, la carne c'è e si vede. Essa consiste, semplicemente, nel rivestimento kolossal del progetto, nello sfarzo scenografico della ricostruzione di una New York di poco dopo la Grande Guerra, nelle straordinarie luccicanze giallo oro delle luci di un Darius Khondji sempre più impudicamente esibizionista. Non è un caso che si parli di scheletri e di carne: è normale che si tratti di incarnazione per un regista come Gray, affezionatissimo a sottotesti apertamente religiosi. Qui veniamo al punto più interessante del film: il modo in cui entrano in gioco le onnipresenti Radici Ebraiche. Se fino ad ora una delle cose che appesantivano il cinema di Gray era la declinazione di queste radici nel senso di una specifica appartenenza etnica, ora la posta si alza e la questione si sposta più in generale sull'iconoclastia: nel conflitto tra essa e la cattolica iconolatria, “The Immigrant” tenta di individuare nientemeno che l'origine mitologica di quello che fu il (breve) secolo a stelle e strisce.
I due uomini tra cui è divisa la (cattolica) polacca Ewa appena sbarcata nella grande mela prendono in tutta evidenza ognuno una delle parti in gioco. L'ebreo Bruno, spietato impresario teatrale (e lenone) messo in crisi dal consolidarsi del cinema, non fa altro che nascondere. Orlando, illusionista che entra in scena con un primo numero in cui levita con le braccia aperte a mo' di crocifisso, e con un secondo che consiste nientemeno che in una resurrezione,rivela continuamente alla vista ciò che dovrebbe rimanere nascosto (e a un certo punto è proprio Ewa a farne le spese), o più in generale starsene acquattato nell'invisibile.
The Immigrant”, di fatto assomiglia più al primo che al secondo. Anzi, assomiglia di più all'interprete del primo, un Joaquin Phoenix che continua a essere superbo (anche se qui fa poco più che affinare il suo già rodato repertorio): un quid opaco e nebuloso (ogni kolossal lo è) che di punto in bianco scoppia e con poca diplomazia butta sul tavolo tutte le carte, che non riesce più a tenere nascoste, facendo riguadagnare la superficie al sostrato melodrammatico.
Lo zoccolo duro dei fans di Gray, forse, storceranno il naso davanti al suo relativo eclissarsi dietro (se non sotto) all'imponenza del progetto. È tuttavia Bruno stesso, e non a caso, a sacrificarsi affinché possa avere luogo lo Spettacolo: affinché, cioè, Ewa possa ricongiungersi con la sorella (trattenuta a Ellis Island al momento dello sbarco), l'immagine mancante sulla superficie dello Specchio.
Marco Grosoli, Gli Spietati

JAMES GRAY
Filmografia
:
Little Odessa (1994), The Yards (2000), I padroni della notte (2007), Two Lovers (2008), C'era una volta a New York (2013)

Martedì 3 marzo 2015:  NEBRASKA di Alexander Payne, con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk, Stacy Keach

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 17 febbraio 2015

Post n°221 pubblicato il 15 Febbraio 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO


Regia: Matteo Oleotto
Soggetto: Daniela Gambaro, Pier Paolo Piciarelli, Matteo Oleotto
Sceneggiatura: Daniela Gambaro, Pier Paolo Piciarelli, Matteo Oleotto, Marco Pettenello
Fotografia: Ferran Paredes Rubio
Musiche: Antonio Gramentieri,  Sacri Cuori
Montaggio: Giuseppe Trepiccione
Scenografia: Anton Spacapan Voncina, Vasja Kokeli
Costumi: Emil Cerar
Effetti: Paola Trisoglio, Stefano Marinoni, Visualogie
Suono: Emanuele Cicconi (presa diretta)
Interpreti: Giuseppe Battiston (Paolo), Teco Celio (Giustino), Rok Prasnikar (Zoran), Roberto Citran (Alfio), Marjuta Slamic (Stefania), Petar Musevski (Notaio), Riccardo Maranzana (Ernesto), Ivo Barisic (dottor Vrtovec), Jan Cvitokovic (Jure), Maurizio Fanin (Jozko), Mirela Kovacevic (barista), Ariella Reggio (Clara), Rossana Mortara (vigilessa), Doina Komissarov (Anita), Sylvain Chomet (guru delle freccette), Karolina Cernic, Marco Valdemarin, Pierpaolo Bordin, Giorgio Wenigg, Joze Bukovec, Bogdana Bratuz, Marc Biscontini, Paolo Boro, Luigi Spessot, Alessandro Gregorat, Alessandro Bressan, Ruggero Giraldi, Fabio Comelli, Enrico Luca, Erminio Amori, Massimo Devitor (coro)
Produzione: Igor Princic per Transmedia/Staragara in associazione con Arch Production & Transmedia Production
Distribuzione: Tucker Film
Durata: 106’
Origine: Italia, Slovenia, 2013
Premio FEDIC, Premio Schermi di Qualità, Premio del pubblico "Rarovideo" alla 28. settimana della critica (Venezia, 2013); menzione speciale della Settimana Internazionale della Critica a Giuseppe Battiston.

Come in un dipinto di Caravaggio un raggio di luce trapassa la finestra del bar in cui Paolo Bressan passa le sue giornate, trascinando il suo corpo disfatto tra un bicchiere di vino e l’altro, e lo illumina. Il messaggio di redenzione prefigura la rinascita e il cambiamento che sta per investire la sua vita. Zoran, la preziosa eredità di una zia slovena semi sconosciuta, entra nella sua vita come un angelo e con la sua disarmante semplicità lo sveglia dal torpore e gli concede la possibilità di essere un uomo nuovo.
Paolo Bressan, l’alcolizzato dai modi rudi bistrattato da tutti gli abitanti del paesino friulano, è il prescelto. Dopo un rovinoso divorzio, vive allo sbando e sperpera tutti i suoi risparmi al bar, senza alcun controllo sulla sua vita e nessun desiderio di cambiarla. Quando le responsabilità bussano alla sua porta hanno il volto di un ragazzino di quindici anni, occhialuto e ben istruito, ma introverso e completamente inadatto alla vita sociale. Paolo e Zoran sono agli antipodi per carattere ed educazione, ma il rapporto conflittuale con la società e l’incapacità di trovare un posto nel mondo, li spinge a trovare l’uno nell’altro i tasselli mancanti per crescere e diventare finalmente uomini. L'inevitabile scontro iniziale e l'oppressione da parte dello zio Paolo sul giovane Zoran, attraverso i numerosi tentativi di conquistare l'amore e la vittoria in un concorso internazionale di freccette, non solo si risolvono in profonda complicità e affetto reciproco, ma ribaltano il rapporto di potere tra i due.
Il percorso formativo di Paolo e Zoran non segue grandi viaggi o imprese titaniche, ma la vita semplice degli abitanti del paese friulano in cui si svolge la vicenda, e i tempi lenti in cui le giornate si susseguono l'una all'altra senza picchi emotivi, mentre ci si districa tra le attività abituali, come incontrarsi in un bar per bere insieme, cantare nel coro locale o giocare con le freccette. I personaggi si muovono lentamente alternando la disillusione alle piccole gioie che regalano i rapporti umani e Paolo e Zoran imparano a fare lo stesso, stando insieme e lasciandosi alle spalle i lutti e i fallimenti del passato. Senza la pretesa di creare una storia memorabile, Matteo Oleotto porta sullo schermo ciò che conosce meglio. Dipinge la sua terra con i colori e che gli sono più cari, come il verde cupo delle colline e il rosso robusto del vino, e intesse lo sfondo ideale per un piccolo dramma familiare, in cui l'ironia nera di Paolo trova il suo contrappunto nei buoni sentimenti di Zoran, e la fotografia statica e affatto invasiva li conduce per mano verso la maturità spirituale.
Valeria Brucoli, Sentieri Selvaggi

Per quasi un secolo il territorio di Gorizia ha assistito a frizioni e scontri tra italiani e sloveni. La città divisa in due dal confine paragonata a Berlino tra rancori e risentimenti mai sopiti. Ora anche la Slovenia fa parte dell'Unione europea, il confine è solo un ricordo. Tutto tranquillo, se non ci fosse Paolo Bressan. Paolo si presenta come un alcolista corpulento, con un passato da sciupafemmine che gli è costato l'essere mollato dalla moglie, un presente in cui sembra intento a sciupare se stesso, e un futuro che sembra già sciupato dal passato. Lavora, si fa per dire, presso la mensa di un centro per anziani, il suo chiodo fisso è l'improbabile riconquista della moglie, il suo incubo i vigili che lo puntano ogni sera perché sanno che guida ubriaco. Una speranza si accende quando una zia, slovena e praticamente sconosciuta, muore e a lui spetta un'eredità. Non sono soldi,  è Zoran, una ragazzotto con occhiali enormi che parla un italiano arcaico, imparato da tre vecchi libri. Paolo non vede l’ora di scaricarlo in comunità, ma deve aspettare che la burocrazia faccia il suo corso. Solo allora si accorge del particolare talento di Zoran: tira le freccette con abilità mostruosa.  E se si potesse cavarne un po’ di Euro? Va subito detto che il racconto è spensierato, da canzone da osteria che magnifica le sorti del vino e rende funebri quelle dell'acqua. Del resto è l'osteria il palcoscenico prediletto da Paolo. E qui però cominciano le difficoltà perché il nostro eroe è un autentico cialtrone, profittatore e anche antipatico, una sorta di italiano medio all'Alberto Sordi con accento veneto e sbronza molesta. E anche l'entusiasmo alcolico rischia di essere arma a doppio taglio, e alla lunga si rischiano solo i postumi. Così si sorride in diverse occasioni di fronte a “Zoran”, ma talvolta la commedia sembra viaggiare con il freno a mano tirato per un protagonista triste e infelice contrapposto a una macchietta in salsa slava. Matteo Oleotto ci si è messo d'impegno per questa sua opera prima realizzata nelle terre natie dove è tornato dopo parentesi di studi di cinema romani. Lui stesso afferma di essere rientrato per occuparsi delle vigne di famiglia. Ma, come si dice, aveva fatto i conti senza l'oste perché il sacro furore dell'arte lo ha spinto a realizzare il suo film.
Antonello Catacchio, Il Manifesto

MATTEO OLEOTTO
Filmografia:
Zoran, il mio nipote scemo (2013)

Martedì 24 febbraio 2015:
C'ERA UNA VOLTA A NEW YORK di James Gray, con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 10 febbraio 2015

Post n°220 pubblicato il 09 Febbraio 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

A PROPOSITO DI DAVIS

Titolo originale: Inside Llewyn Davis
Regia
: Joel Coen, Ethan Coen
Sceneggiatura
: Joel Coen, Ethan Coen
Fotografia
: Bruno Delbonnel
Musiche
: T-Bone Burnett, Marcus Mumford; la canzone: "Please Mr. Kennedy" (di Ed Rush, George Cromarty, T-Bone Burnett, Justin Timberlake, Joel e Ethan Coen) è interpretata da Justin Timberlake, Oscar Isaac e Adam Driver
Montaggio
: Joel Coen (Roderick Jaynes), Ethan Coen (Roderick Jaynes)
Scenografia
: Jess Gonchor
Arredamento
: Susan Bode
Costumi
: Mary Zophres
Effetti
: Framestore
Suono
: Skip Lievsay, Greg Orloff, Peter F. Kurland
Interpreti
: Oscar Isaac (Llewyn Davis), Carey Mulligan (Jean Berkey), John Goodman (Roland Turner), Garrett Hedlund (Johnny Five), Justin Timberlake (Jim Berkey), F. Murray Abraham (Bud Grossman), Stark Sands (Troy Nelson), Adam Driver (Al Cody), Jerry Grayson (Mel Novikoff), Robin Bartlett (Lillian Gorfein), Max Casella (Pappi Corsicato), Ethan Phillips (Mitch Gorfein), Jeanine Serralles (Joy), Steve Routman (dott. Marcus Ruvkun), Ricardo Cordero (Nunzio), Michael Rosner (Arlen Gamble), Stan Carp (Hugh Davis), Jake Ryan (Danny), Helen Hong (Janet Fung), Benjamin Pike (Dylan), Ian Jarvis (sig. Cromartie), Bonnie Rose (Dodi Gamble), Alex Karpovsky (Marty Green)
Produzione
: Scott Rudin, Ethan Coen, Joel Coen per Scott Rudin Productions/Mike Zoss Productions/StudioCana
Distribuzione
: Lucky Red
Durata
: 105
Origine
: U.S.A., 2012
Grand Prix al 66. Festival di Cannes (2013)

Greenwich Village, 1961. Tra i fumi di mille sigarette un cantante intona una canzone folk. Siamo in uno dei minuscoli locali che hanno reso celebre New York nel secolo scorso e questo momento è l’unico in cui la vita, il destino, la carriera di Llewyn Davis sembrano funzionare.
Poco dopo Llewyn è picchiato da un misterioso avventore, trova rifugio in una casa occasionale - uno dei tanti divani di passaggio di cui è pieno il suo quotidiano peregrinare - e viene umiliato da un’amica/amante che gli rinfaccia un approccio miserabile alla vita. E soprattutto perde un gatto. Che ritrova e riperde per specchiarsi infine in lui, simbolo dell’infinito ritorno, occhi spalancati sul mondo e capacità di ritornare sempre a casa.
Joel e Ethan Coen tornano con questo magnifico “A proposito di Davis” alle radici più profonde del loro cinema, a quella litania della sconfitta che distilla una concezione crudele del mondo con una massiccia dose di cupo umorismo yiddish.
Llewyn è una variante di Ed Crane, L’uomo che non c’era, e di Larry Gopnik, il Serious Man, tutti mirabilmente situati nel passato dorato della storia americana: gli anni cinquanta e sessanta. Ma se Crane costruiva la sua distruzione compiendo silenziosamente un’interminabile serie di scelte sbagliate e Gopnik affogava a causa dell’inspiegabile accanimento di un Dio insensibile, Llewyn è responsabile della propria rovina per eccesso di inedia, per incapacità di adattamento, per incuria, per superficialità.
Llewyn non è cattivo ma è refrattario a ogni confronto con il mondo. L’unica cosa che impara dall’esperienza è non far fuggire un gatto. Cammina in linea retta, si affanna più per casualità che per reale impulso al cambiamento, insegue un successo che - forse - anche lui sa di non meritare. Llewyn è fermo perché c’è sempre qualcuno che lo spinge a muoversi. È un personaggio che si definisce in levare: geloso del suo talento - il suo lavoro, quello con cui dice di pagarsi un affitto che non ha - ma incapace di compiere scelte (umane, emotive, professionali) che trasformino il suo percorso in una potenziale via di crescita.
Llewyn non è il bersaglio di un destino beffardo, non paga per scelte morali di cui ignora le conseguenze: è un uomo che si lascia vivere e si inventa vittima per non affrontare le responsabilità. Rifiuta la vita borghese - per lui è solo ‘esistere’ - ma non sa costruirsi alternative. È un inadatto che ignora le variabili che il destino gli offre mancando un riscatto personale che non otterrà mai.
I Coen però, a differenza dei film precedenti, smorzano gli angoli e sembrano concedere una languida empatia al loro protagonista. La splendida fotografia di Bruno Delbonnel diluisce i toni caustici in un abbraccio di colori desaturati. E l’incoerenza di Davis - l’uomo che non sceglie - diventa un morbido esempio di umana inadeguatezza, la culla di rimpianti destinati a durare nel tempo, un’anamnesi ambulante del fallimento.
Attraverso la parabola di un musicista - non abbastanza bravo, non abbastanza forte, non abbastanza tutto - si racconta il male di vivere di una normalità irrisa dall’impudente apparizione del Genio che alla fine scende, come un dolente e serissimo sberleffo, a indicare con chiarezza ciò che non siamo, ciò che non saremo.
Federico Pedroni, Cineforum

Nella galleria di perdenti mirabilmente tratteggiata, nella loro carriera, dai Coen, non ci si può sottrarre dal consegnare al loro ultimo nato, Llewyn Davis, un posto speciale. Siamo nel '61, in quel Greenwich Village che tanto ha dato al folk, anche se l'ambientazione precede quel vagito con il quale Bob Dylan cambiò un certo modo di fare musica. Llewyn è un musicista di talento ma è incompreso, è malinconico ma poco socievole, vaga da un divano all'altro cercando di sfuggire a una sfortuna che non lo vuole lasciar stare. (...) La scena più malinconica ed esemplificativa, in pieno stile Coen, è quella nel quale il protagonista, armato solo della sua chitarra, canta al possibile produttore la sua ballata struggente, sentendosi rispondere che con una simile roba di soldi non se ne fanno. La storia musicale dirà l'opposto, ma è chiaro il messaggio che Joel & Ethan lanciano su un certo modo di fare industria, quasi identificandosi con il destino del protagonista di questa Odissea in salsa americana. Il film finisce nello stesso vicolo da dove è partito, quasi a voler sottolineare la circolarità beffarda di certi destini che, come il Monopoli, ti fanno passare ineluttabilmente sempre dal via. Oltre a quella di Llewyn Davis, ottimamente restituita da Oscar Isaac, il film è un intelligente coacervo di figure indimenticabili, pur con rapide apparizioni nella storia. Colonna sonora da brividi, humour nero e pura poesia. I Coen al loro massimo splendore.
Maurizio Acerbi, Il Giornale

JOEL COEN, ETHAN COEN
Filmografia
:                    
Blood simple - Sangue facile (1984), Arizona Junior (1987), Crocevia della morte (1990), Barton Fink - E' successo a Hollywood (1991), Mister Hula Hoop (1994), Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998), Fratello, dove sei? (2000), L'uomo che non c'era (2001), Prima ti sposo, poi ti rovino (2003), Ladykillers (2004), Paris, je t'aime (1 ep.) (2006), Chacun son cinéma (1 ep.) (2007), Non è un paese per vecchi (2007), Burn after reading - A prova di spia (2008), A serious man (2009), Il Grinta (2010), A proposito di Davis (2012)

Martedì 17 febbraio 2015:
ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO di Matteo Oleotto, con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Rok Prasnikar, Roberto Citran, Marjuta Slamic

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 3 febbraio 2015

Post n°219 pubblicato il 02 Febbraio 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

STILL LIFE

Regia: Uberto Pasolini
Sceneggiatura: Uberto Pasolini
Fotografia: Stefano Falivene
Musiche: Rachel Portman
Montaggio: Tracy Granger, Gavin Buckley
Scenografia: Lisa Hall, Lisa Marie Hall
Costumi: Pam Downe
Interpreti: Eddie Marsan (John May), Joanne Froggatt (Kelly Stoke), Karen Drury (Mary), Andrew Buchan (Mr. Pratchett), Ciaran McIntyre (Jumbo), Neil D'Souza (Shakthi), Bronson Webb (custode dell'obitorio), Wayne Foskett (Garry), Hebe Beardsall (Lucy), Deborah Frances-White (Miss Pilger), Tim Potter (senzatetto), Paul Anderson (senzatetto)
Produzione: Uberto Pasolini, Felix Vossen, Christopher Simon per Redwave Films/Embargo Films, in associazione con Cinecittà Studios/Exponential Media/Beta Cinema/Rai Cinema
Distribuzione: BI
Durata: 87’
Origine: Gran Bretagna, Italia, 2012
Premio Orizzonti per la migliore regia, Premio Francesco Pasinetti per miglior film, Premio CiCinema d'Arte e d'Essai, Premio Cinematografico "Civitas Vitae Prossima" alla 70. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

South London. John May è un impiegato del Comune incaricato di rintracciare i parenti più retti di persone morte in solitudine. Per John non è solo un lavoro, ma - paradossalmente - è una ragione di vita. Quindi John si occupa anche di raggranellare quelle nozioni che gli permettano di scrivere un accalorato elogio funebre e di convincere amici e parenti del defunto a presenziare al funerale. Quando viene licenziato a causa di un ridimensionamento del personale, John dedica tutte le sue energie all’ultimo caso, quello del suo dirimpettaio alcolista morto in solitudine. E intraprende un viaggio che insinua poco a poco nella sua vita colori nuovi, abitudini nuove, atteggiamenti nuovi.
Nel suo secondo lungometraggio da regista dopo il divertente “Machan”, apprezzato alla 65ª Mostra del cinema di Venezia, Uberto Pasolini si riconferma un autore sensibile, capace di coniugare ironia e toni malinconici senza mai scadere nel macchiettismo o nell’autocompiacimento. John May, interpretato dall’eclettico Eddie Marsan, è uno di quei personaggi forti, che suscitano dal primo momento empatia e commozione grazie a pochi gesti rivelatori. Raccogliere le briciole dal tavolo di un bar al momento di andar via, sorridere con imbarazzo a un cane quasi fosse una persona, inseguire un furgoncino di gelati per avvertire dello sportello aperto e poi raccogliere un gelato dalla strada e trangugiarlo in solitudine. John veste sempre di grigio, mangia ogni giorno tonno in scatola, è solitario e non ama conversare con chi rivela scarso riguardo verso i defunti. Ma, estatico, si stende sull’erba di un cimitero, trova parole di conforto per chi si mostra fragile, conserva in un album le foto più rappresentative di chi è deceduto. Non ha amici reali, ma ne ha moltissimi che non l’hanno mai conosciuto, e questo lo rende al tempo stesso schivo e dolce, squallido ed eccentrico, degno di curiosità per chi riesce ad andare oltre il suo aspetto dimesso. Il dirimpettaio morto non a caso è il suo doppio speculare: alcolista, prepotente ma difficilmente dimenticabile, descritto da amici e parenti come qualcuno capace di fortissimi slanci e meschinità. Mentre John, nella sua routine da cui fatica a evadere, rivela il suo amore per la vita nei dettagli, nella dedizione verso il proprio lavoro, nella convinzione che ogni defunto meriti parole di nostalgia. Queste sfumature gli permettono di entrare in profonda sintonia con la figlia del dirimpettaio, un’altra anima delicata che sembra quasi inadatta al mondo dei vivi. E gli permettono altresì di trovare un riscatto nello splendido finale, che commuove aumentando di pochi decibel i toni sussurrati del film. Per accogliere quelli lirici, conservare la nitidezza delle altre inquadrature e - in un bisbigliato coup de théâtre - emozionare davvero.
Chiara Apicella, Sentieri Selvaggi

Che la vita di John May, timido e impacciato impiegato comunale, sia all’insegna della sobrietà e della solitudine, lo si può dedurre benissimo già a partire dal nome: comune e ordinario, come i gesti rituali che accompagnano le sue giornate. Il suo compito consiste nell’organizzare i funerali per chi non ha parenti reperibili, e lo svolge con meticolosa dedizione, ai limiti del maniacale. Fino a quando il suo ufficio sarà dislocato e si ritroverà senza lavoro, ma con la ferma intenzione di portare a termine l’ultimo incarico rimasto incompiuto.
Ci sono aggettivi che, quando riferiti a un film, molto spesso lasciano presagire il peggio. Quando si parla infatti di opera delicata, o leggera, o poetica, la tendenza comune è quella di correre ai ripari, nel timore di ritrovarsi sommersi da un buonismo stucchevole e senza rimedio. Nel caso di “Still Life”, in realtà, la situazione è fortunatamente diversa, nonostante i suddetti aggettivi gli siano stati ugualmente attribuiti, e pure in dosi massicce. Del resto c’è un precedente, e non da poco. Come noto infatti, nel 1997 Uberto Pasolini produsse il film fenomeno “Full Monty”, e questa sua opera seconda da regista (la prima era “Machan”) non si discosta poi molto da quell’idea di cinema: un tema di attualità riletto attraverso i crismi della leggerezza e del sorriso. Il suo è un film che tocca inevitabilmente corde sincere, e riesce a farsi vedere, sentire, e - perché no? - persino commuovere, perché ha il pregio di rimanere sempre sottovoce, senza mai esasperare i toni o le situazioni.
Una favola gentile e triste sulla coerenza di una vita improntata all’etica e al sacrificio, e sui mancati risarcimenti (sia materiali che umani) che ne conseguono. Certo, avere un gigante di attore come Eddie Marsan nei panni del protagonista è sicuramente un aiuto non indifferente, e il ritratto che emerge alla fine è davvero quello di un mondo condannato alla morte e alla solitudine, se pure chi è armato delle migliori intenzioni è costretto a farsi da parte. Ma è anche vero che in tutta questa pulizia (di scrittura, di messa in scena, di sguardo) manca probabilmente quel briciolo di personalità che avrebbe potuto elevare il tutto a un ben altro livello.
Anche così, “Still Life” rimane un prodotto gradevole (è forse un aggettivo proibito?), capace, immaginiamo, di conquistare un pubblico desideroso di mettere mano ai fazzoletti; e se lo fa, non lo si può certo considerare un difetto. Un film che si prefigge uno scopo, e lo raggiunge nel più semplice, facile e diretto dei modi. Come una linea retta che collega due punti, senza intoppi o deviazioni durante il percorso.
Giacomo Calzoni, Cineforum

UBERTO PASOLINI

FILMOGRAFIA

Machan (2008), Still life (2012)

Martedì 10 febbraio 2015:
A PROPOSITO DI DAVIS di Joel Coen, Ethan Coen, con Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Garrett Hedlund

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 27 gennaio 2015

Post n°218 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

 ALABAMA MONROE - UNA STORIA D'AMORE

Titolo originale: The Broken Circle Breakdown
Regia
: Felix Van Groeningen
Soggetto
: dalla pièce teatrale “The Broken Circle Breakdown” di Johan Heldenbergh e Mieke Dobbels
Sceneggiatura
: Carl Joos, Felix Van Groeningen
Fotografia
: Ruben Impens
Musiche
: TBCB Band, Bjorn Eriksson
Montaggio
: Nico Leunen
Scenografia
: Kurt Rigolle
Costumi
: Ann Lauwerys
Suono
: Jan Deca
Interpreti
: Veerle Baetens (Elise Vandevelde), Johan Heldenbergh (Didier Bontinck), Nell Cattrysse (Maybelle), Geert Van Rampelberg (William), Nils De Caster (Jock), Robby Cleiren (Jimmy), Bert Huysentruyt (Jef), Jan Bijvoet (Koen)
Produzione
: Dirk Impens per Menuet, in coproduzione con Topkapi Films
Distribuzione
: Satine Film
Durata
: 100’
Origine: Belgio, Olanda, 2012

Tutto l’amore del mondo e tutto il dolore che si può provare non in una, ma in molte vite. Tutta la passione, la bellezza, la tenerezza che può passare quasi fisicamente nella musica (nella sua esecuzione, più che nel suo semplice ascolto). E poi tutto lo strazio, lo sgomento, il senso di perdita irreparabile che nessuna musica potrà mai lenire. Anche se solo la musica, forse, può dare una forma (un’eco) al dolore più inesprimibile.
Se ogni melodramma si basa sulla coincidenza degli opposti, “Alabama Monroe” è un mélo perfetto e perfino diabolico per l’abilità con cui tende fino allo spasimo la corda dell’emozione premendo, appunto, su due pedali: quello del racconto e quello della musica, che del racconto peraltro è parte integrante. Anche se non si tratta di musica ‘alta’ ma di bluegrass, uno dei più popolari fra i generi musicali americani, spesso confuso col country ma più composito nelle origini, struggente nell’effetto. E rigorosamente acustico.
Benché siano belgi dalla testa ai piedi, i due protagonisti di “Alabama Monroe” (che molti davano per favorito all’Oscar contro “La grande bellezza”) fanno infatti parte di una band bluegrass. Lui suona, lei canta, e le loro esecuzioni sono il prolungamento naturale di quell’amore un po’ folle, nato per caso - come tutti gli amori - nella bottega in cui lei fa tatuaggi. Poi c’è la deliziosa Maybelle, che cresce libera tra polli e cavalli, e sembra pure lei il coronamento di quell’amore travolgente.
Anche se quando “Alabama Monroe” inizia Maybelle, sette anni, ha già il cancro. E mentre Didier e Elise fanno l’impossibile per starle accanto ‘rubando’ ogni possibile occasione di felicità perfino in ospedale, mentre l’intera band (tutti omaccioni a parte Elise) si mobilità per trasformare la guerra contro la malattia in un gioco strampalato e imprevedibile, questo film nato da una commedia scritta dallo stesso protagonista, Johan Heldenbergh, corre avanti e indietro nel tempo smontando e rimontando brandelli della storia fino a formare un quadro completo della vicenda. In cui poco a poco entrano l’amore e la musica, la passione carnale e la crudeltà della malattia, la meraviglia per quell’amore fiorito in età ormai matura (almeno per lui) e le differenze ineliminabili di cultura e mentalità.
Senza dimenticare la gratitudine per la bellezza di Elise, con il suo corpo istoriato di immagini come un codice miniato, e il rancore che alla lunga divide la coppia, alimentato dalla malattia e dalla disperazione.
Il tutto senza mai perdere di vista la dimensione collettiva, perché questa storia d’amore e morte incisa sulla pelle dei protagonisti è anche la storia di un gruppo - la band - che integra, accoglie e rielabora le vicissitudini di Elise e Didier, non solo in chiave musicale. Con qualche effetto di montaggio di troppo, nell’ultima parte, per non insospettire chi teme gli abusi del mélo. Ma anche con un’inventiva, una generosità, una capacità di sollecitare sentimenti tutt’altro che banali, davvero eccezionali.
Anche perché il film riesce a restare sempre accanto ai personaggi, senza mai giudicarli, nemmeno nei momenti più estremi. Come se fossero in qualche modo animali (e di animali, puledri, corvi, bufali, tigri, è punteggiato il loro percorso).
Mentre i due protagonisti, i memorabili Veerle Baetens e Johan Heldenbergh, ci ricordano come al cinema la presenza fisica, il semplice ‘esserci’ dei personaggi, vinca sempre sul linguaggio (sullo stile). E anche i più folli virtuosismi di regia si sciolgano come neve al sole di fronte alla semplice verità di un corpo, un gesto o uno sguardo.
Insomma un’autentica rivelazione, diretta da un regista belga 37enne di lingua fiamminga, che riesce nel piccolo miracolo di costruire un mondo completamente chiuso e autosufficiente intorno ai suoi due incredibili protagonisti. Un mondo in cui la musica bluegrass e il sentimento della vita che la contraddistingue costituiscono l’orizzonte espressivo e insieme esistenziale del film.
Ricordandoci una volta di più che il cinema trova l’universale proprio scavando nelle culture più locali, nelle comunità più particolari. Specialmente oggi, che la tendenza a chiudersi in gruppi definiti da scelte molto precise, è ormai un fenomeno che va ben oltre le mode per investire in profondità il tessuto della nostra società.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

 Alabama Monroe”, un grande, commovente film che colpisce al cuore. Elise è una lunga bionda di semplice bellezza, maestra di tatuaggi che invadono il suo corpo con farfalle e volti, e nastri e fiori, e anche un revolver proprio puntato sul sesso; Didier ha una bella faccia nascosta da una gran barba e una massa di capelli rossastri e suona il banjo in una band di omoni sdruciti, che cantano e usano solo gli strumenti a corda della musica bluegrass, di cui il pezzo più celebre, “Will the Circle Be Unbroken”, apre e percorre tutto il film (il cui titolo originale “The Broken Circle Breakdown” capovolge il senso della vecchia canzone). (...) Il film del regista belga Felix Van Groeningen era tra i cinque candidati all'Oscar per le opere straniere, il rivale più pericoloso per “La grande bellezza”, che comunque ha meritato la vittoria. Il titolo italiano “Alabama Monroe”, si riferisce al nome, Alabama, che Elise si dà dopo la morte di Maybelle, mentre Monroe è il nome del musicista americano che viene considerato il padre del bluegrass. I due protagonisti, Veerle Baetens (Elise) e Johan Heldenbergh (Didier), sono meravigliosi, pure come cantanti. Anche se nell'ultima parte si disperde in un accavallarsi di fatti e di perorazioni antiamericane poco convincenti, il film è indimenticabile, soprattutto per la forza straordinaria di una musica popolare che aderisce alla storia come la voce di un sapiente narratore.
Natalia Aspesi, La Repubblica

FELIX VAN GROENINGEN
Filmografia
:
Dagen zonder lief (2007), De helaasheid der dingen (2009), Alabama Monroe - Una storia d'amore (2012)

Martedì 3 febbraio 2015:
STILL LIFE di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre

 

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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