CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2014/2015

 

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Cineforum 2014/2015 | 5 maggio 2015

Foto di cineforumborgo

BIRDMAN O L'IMPREVEDIBILE VIRTÙ DELL'IGNORANZA

Titolo originale: Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)
Regia
: Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura
: Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris Jr., Armando Bo
Fotografia
: Emmanuel Lubezki
Musiche
: Antonio Sanchez (III)
Montaggio
: Douglas Crise, Stephen Mirrione
Scenografia
: Kevin Thompson
Arredamento
: George DeTitta Jr.
Costumi
: Albert Wolsky
Effetti
: Louis Craig, Adam Howard, Ara Khanikian, Spectral Motion Inc., Rodeo FX
Suono
: Martin Hernández (IV) (montaggio), Aaron Glascock (montaggio), Jon Taylor (missaggio), Frank A. Montaño (missaggio), Thomas Varga (missaggio)
Interpreti
: Michael Keaton (Riggan Thomson), Zach Galifianakis (Jake), Edward Norton (Mike), Andrea Riseborough (Laura), Amy Ryan (Sylvia), Emma Stone (Sam), Naomi Watts (Lesley), Lindsay Duncan (Tabitha), Merritt Wever (Annie), Jeremy Shamos (Ralph), Bill Camp (Matto), Damian Young (Gabriel), Stefanie Bari (Sophie), Frank Ridley (sig. Roth), Benjamin Kanes (Birdman giovane), Joel Garland (Jimmy), Natalie Gold (Clara), Katherine O'Sullivan (Katherine)
Produzione
: Alejandro González Iñárritu, John Lesher, Arnon Milchan, James W. Skotchdopole per New Regency Pictures/M. Productions/Le Grisbi Productions
Distribuzione
: Twentieth Century Fox Italy (2015)
Durata
: 119’
Origine
: U.S.A., 2014
Golden Globe 2015 per miglior attore protagonista (Michael Keaton) per la categoria commedia/musical e sceneggiatura; Oscar 2015 per miglior film, regia, sceneggiatura originale e fotografia.

Un film tutto dialoghi brillanti e trascinanti piani sequenza contro la retorica dell’azione e degli effetti speciali (che però fanno capolino in sottofinale...). Un cast di attori (formidabili) che recitano la parte di attori, entrando e uscendo di continuo dal ruolo, con mille allusioni alle loro vere carriere. E un regista che è nato in Messico ma firma un film americano fino al midollo.
Non solo per cast e ambientazione, ma perché il teatro-nel-teatro, da Cukor a Scorsese, da Cassavetes a Bob Fosse, è uno dei sottogeneri più antichi e capaci di rinnovarsi del cinema Usa. Tanto che Alejandro Gonzalez Iñárritu e i suoi eccellenti cosceneggiatori (Nicolas Giacobone, Alexander Dinelaris Jr., Armando Bo) se ne sono impadroniti per fare un film molto contemporaneo che attraverso gli attori e le loro nevrosi guarda all’era dei social network, dei supereroi, del cinema digitale, dell’infantilizzazione di massa, insomma a tutti noi. Con un divertimento, una cattiveria, una capacità di suonare tutte le corde dello spettacolo di oggi, che sono una prova continua di intelligenza e coraggio.
Se la storia dei film scelti per aprire i grandi festival e costellata di disastri, Barbera non poteva trovare di meglio di “Birdman” (in concorso, giustamente). Una black comedy acida e spiazzante che rinnova il genere proiettandolo sullo sfondo della cultura pop di oggi. E dunque ecco un attore non più giovane (Michael Keaton, due volte Batman), che deve il suo successo a un assurdo costume da supereroe, tornare in teatro con una commedia tratta da Carver per vedere se vale davvero qualcosa. Come attore e forse anche come uomo, visto che la moglie lo ha lasciato, la figlia che ora lavora con lui è un’ex tossica, tutto ciò per cui ha vissuto o creduto di vivere fino a quel momento appare improvvisamente vuoto, inutile, fasullo. Come quel cane di collega con cui divide la scena. Così cane che durante le prove gli piomba un proiettore addosso e per poco non lo ammazza...
Ma forse non è un incidente, è un trucco del divo in crisi, anche produttore e regista, che può sopportare tutto ma non un guitto negato. E riprende le prove con un attore alla sua altezza. Anzi forse più bravo, visto che lui è ‘solo’ un divo di Hollywood in declino. Mentre l’altro (Edward Norton) è una star di Broadway. Uno che i critici stimano e rispettano. Uno che col suo solo nome fa triplicare i biglietti. Ma non è meno folle di lui se in pieno spettacolo esce improvvisamente dalla parte per aggredirlo, accusandolo di incompetenza e viltà. Perché in fondo la vita non esiste e soprattutto non conta. Conta solo ciò che accade in scena, è lì che si gioca davvero la nostra verità profonda. O almeno questo tendono a credere gli attori. Ma non siamo tutti un po’ attori nella vita di ogni giorno? E se un attore raggiunge l’eccitazione sessuale solo in scena, sarà un grande artista o deve iniziare a preoccuparsi?
Girato a passo di carica da un regista che conosce come nessuno l’arte di passare da una scena all’altra, affollato di coprotagonisti di lusso, con una menzione speciale per Emma Stone nel ruolo della figlia di Keaton (anche lei, fidanzata di Spider-Man, sa di cosa si parla), e potenziato dalle percussioni entusiasmanti ma mai invadenti di Antonio Sanchez (……).
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

Alejandro Iñárritu è il regista messicano di “Amores Perros”, “21 grammi” e “Babel”. Ha cinquant'anni, ha fatto relativamente pochi film: cinque in quindici anni, con questo. E capisci perché, quando vedi “Birdman”. Film così non si fanno in un minuto né in un giorno. Ci vogliono sangue e sudore. (...) Diciamolo subito: difficile mettere insieme in un film tanto virtuosismo tecnico - il film è tutto girato in piano sequenza, come “Nodo alla gola” di Hitchcock, con riprese uniche senza stacchi dove tutto deve essere perfetto - e tanta tensione emotiva nella recitazione, tanta verità umana e tanta follia cinematografica. E ancora, dialoghi affilati come coltelli, luccicanti di ironia, ma anche follemente dolorosi. Vedi gli attori, e ti sembra di essere insieme a loro: guardi gli occhi di Emma Stone fissi dopo che l'ha appena detta grossa, vedi affiorare un tic sulla faccia di Michael Keaton e sembra quasi involontario, senti il sudore, la paura, l'umiliazione, l'esaltazione, l'incertezza che vivono i personaggi come se fossero tue. E c'è un'altra cosa straordinaria nel film: ogni momento sembra risolvere le domande che ti vorticavano in testa. Ogni momento sembra dare la risposta. E poi viene distrutto dal momento successivo. Si procede per equilibri precari, tutto sembra giusto e poi diventa sbagliato. Proprio come nella vita. Iñárritu è un grande poeta del divenire, della vita in perenne disequilibrio. E ha trovato gli interpreti perfetti nel cast che ha diretto. “Birdman”' racconta, con la sua storia di un attore schiacciato dalla paura dell'insuccesso e dell'anonimato, con quella commedia che va in scena mentre le vite di tutti vanno a pezzi, racconta che non c'è ragione o torto, che non ci sono buoni o cattivi. Che tutti siamo disperati e vitali, egoisti e meravigliosi, a dibatterci in questo stagno che comunque di noi non avrà pietà. Lo facciamo cercando amore, rispetto e dignità, nei modi più ridicoli.
Luca Vinci, Libero

ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU
Filmografia
:
Amores perros (2000), Powder Keg (2001), 11 settembre 2001 (2002) ("Messico"), 21 grammi - Il peso dell'anima (2003), Babel (2006), Chacun son cinéma (2007) ("Anna"), Biutiful (2010), Birdman o L'imprevedibile virtù dell'ignoranza (2014)

Arrivederci a martedì 6 ottobre!

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 21 aprile 2015

Foto di cineforumborgo

LA SEDIA DELLA FELICITÀ

 

Regia: Carlo Mazzacurati
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Carlo Mazzacurati
Fotografia: Luca Bigazzi
Musiche: Mark Orton
Montaggio: Clelio Benevento
Scenografia: Giancarlo Basili
Costumi: Maria Rita Barbera
Suono: Alessandro Palmerini (fonico)
Interpreti: Valerio Mastandrea (Dino), Isabella Ragonese (Bruna), Giuseppe Battiston (Padre Weiner), Katia Ricciarelli (Norma Pecche), Raul Cremona (Mago Kasimir), Marco Marzocca (fioraio), Milena Vukotic (Armida Barbisan), Roberto Citran (pescivendolo), Mirco Artuso (Bepin Lievore), Roberto Abbiati (Giani), Lucia Mascino (Elisa), Natalino Balasso (Volpato), Maria Paiato (sorella del pescivendolo), Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando
Produzione: Angelo Barbagallo per Bibi Film con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 90’
Origine: Italia, 2013

 

Quando Carlo Mazzacurati (scomparso il 22 gennaio scorso a 58 anni) ha girato questo film, l'estate scorsa, probabilmente sapeva che sarebbe stato il suo ultimo. La malattia che poi l'ha condannato aveva già dato segnali inequivocabili, nonostante la tenacia e il coraggio con cui il regista padovano l'aveva contrastata e la dedica «a Emilia e Marina» (cioè alla moglie e alla figlia) sono un'ulteriore prova della sua consapevolezza. Eppure “La sedia della felicità” ha poco del ‘film testamentario’, se non il fatto che ripercorre una serie di temi centrali nella sua carriera di regista (ma proprio per questo non certo nuovi). Piuttosto, possiede una leggerezza e una delicatezza, autoironiche e vagamente malinconiche, che conquistano e affascinano, e si rivelano come la vera, preziosa ‘eredità’ che ha voluto lasciarci. Soprattutto rispetto a un cinema italiano che oggi appare spesso o troppo vacuo o troppo pretenzioso. Non è così per questo film che recupera lo spunto del romanzo russo “Le dodici sedie” di Il'ja Il'f e Evgenij Petrov (già portato al cinema da Nicolas Gessner e Mel Brooks) e lo declina all'interno di quella provincia veneta che da sempre ha accompagnato la sua carriera cinematografica. Lo ammetteva volentieri anche lo stesso regista di sentirsi spaesato al di fuori di quel mondo e di quella cultura. E non è un caso che dopo un inizio ‘romano’ abbia - caso abbastanza unico in Italia - abbandonato la capitale del cinema per tornare a stabilirsi nella sua Padova (così come è significativo che il suo film più sincero e per alcuni versi più riuscito, “Un'altra vita”, racconti lo smarrimento di un non-eroe proprio di fronte alla scoperta del lato oscuro di Roma). Qui la provincia diventa una specie di atteggiamento mentale, un modo di vivere e di comportarsi che non ha bisogno delle tradizionali carrellate sulla campagna devastata dai capannoni industriali o sulle cartoline ricordo di angoli folcloristici. Si fa fatica a ritrovare Jesolo, da cui muovono i due protagonisti del film, o riconoscere i diversi luoghi delle loro peregrinazioni: la ‘provincia’ di questo film è quella che stuzzica gli antropologi, quella dei modi di comportarsi, delle reazioni spesso fantasiose (e sempre divertenti) che ti mettono all'improvviso di fronte a un mondo che non avresti immaginato. (…...) Il romanzo e le versioni cinematografiche precedenti giocavano molto del loro interesse sulle complicazioni della trama e della ricerca. Mazzacurati e i suoi cosceneggiatori, Doriana Leondeff e Marco Pettenello, puntano invece tutto sulle caratterizzazioni dei vari personaggi, specchi di un mondo ‘marginale’ e ‘provinciale’ (…...) ma anche campioni di un'umanità sorprendentemente surreale, come i gemelli affidati a un doppio Antonio Albanese o i teleimbonitori Silvio Orlando e Fabrizio Bentivoglio (piccoli, esilaranti camei di attori che avevano interpretato in passato i film di Mazzacurati). Ne esce un viaggio che è solo apparentemente una ricerca del Graal con sfumature gialle; in realtà è il ritratto di un mondo che dietro le stranezze e le ridicolaggini mostra la faccia malinconica e umanissima di un'Italia dimenticata o relegata ai margini e che, però, possiede una sua dolcezza e una sua tenerezza pur nella stranezza e nell'incongruenza. Mazzacurati, attraverso la fotografia di Luca Bigazzi e la fiducia del produttore Angelo Barbagallo, filma ogni situazione con la comprensione ‘renoiriana’ di chi sa che tutti hanno le loro ragioni. E lo fa con una leggerezza di tocco contagiosa e soprattutto fiduciosa nelle persone. Ottenendo di regalarci una commedia che per simpatia e originalità esce finalmente fuori dai ‘soliti’ schemi, e insieme ci lascia il ritratto di un mondo dove - come fanno i due protagonisti - si può vivere senza abdicare al proprio ottimismo e alla propria generosità.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

 

Termina con il sorriso aperto e chiaro di Bruna (Isabella Ragonese) e Dino (Valerio Mastandrea), “La sedia della felicità”. «Per una volta ho voluto girare un film che mi piacesse anche come spettatore», aveva detto Carlo Mazzacurati qualche mese prima della morte, avvenuta il 22 gennaio scorso. E aveva inteso: un film che non mescolasse tristezza e ironia, ma fosse per intero una commedia. D'altra parte, aveva aggiunto, per far ridere occorre partire da una catastrofe. Quale catastrofe sta dunque sullo sfondo della strana storia di un'estetista e di un tatuatore che se ne vanno in giro per il Veneto alla ricerca d'una sedia imbottita di gioielli, come facevano nella Russia degli anni Venti i protagonisti di “Il mistero delle dodici sedie” (Mel Brooks, 1970)? Giunti al Lido di Jesolo da chissà dove - la parlata ne indica l'estraneità al cosiddetto Nordest - l'una e l'altro sentono la crisi, come si dice. Dino ha da pensare all'assegno che gli tocca versare alla ex moglie, e Bruna combatte con tale Volpato (Natalino Balasso), un fornitore dai modi spicci e poco rispettoso del codice, sia civile sia penale. Quando i tempi sono grami, i più furbi vincono, appunto. E i furbi pullulano, lungo la strada di Bruna e Dino, a cominciare da Padre Weiner (Giuseppe Battiston), un grosso prete losco che come loro rincorre la sedia misteriosa, con la sua felicità. Chiuso a fatica nella sterminata tonaca nera, da niente si lascia fermare, tanto meno dal rispetto che si dovrebbe alle cassette per le elemosine. Se il sorriso di “La sedia della felicità” viene da una catastrofe, a questa catastrofe appartiene anche l'infingardaggine di Padre Weiner, insieme con quelle dei molti altri personaggi: ristoratori che campano sul lavoro nero, pescivendoli razzisti, maghi gabbamondo (Raul Cremona). Sarebbe potuto esser tragico, questo film, proprio come nel 2007 è stato “La giusta distanza”. Invece, a partire dalla catastrofe e dal suo realismo, il racconto ha il coraggio di scegliere la strada della leggerezza e del paradosso. Quando li lasciamo, Bruna e Dino si sono affrancati dalla pianura e camminano verso una vetta, nell'aria trasparente e lieve delle Alpi. Con sé hanno il loro tesoro, e una felicità che non stava (solo) nascosta in una sedia. Quanto a Padre Weiner, accade talvolta che preti e orsi si innamorino, e che volentieri si perdano insieme nei boschi. Così ha immaginato nel suo ultimo film Carlo Mazzacurati, sorridendo.
Roberto Escobar, L’Espresso

CARLO MAZZACURATI
Filmografia:
Vagabondi (1979), Notte italiana (1987), Il prete bello (1989), Un'altra vita (1992), Il toro (1994), Vesna va veloce (1996), L'estate di Davide (1998), La lingua del Santo (1999), Ritratti - Mario Rigoni Stern (1999), A cavallo della tigre (2001), L'amore ritrovato (2004), La giusta distanza (2007), La Passione (2010), Sei Venezia (2010), Medici con l'Africa (2012), La sedia della felicità (2013)

 

Arrivederci a martedì 5 maggio!

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 14 aprile 2015

Post n°230 pubblicato il 14 Aprile 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

IN ORDINE DI SPARIZIONE

Titolo originale: Kraftidioten
Regia
: Hans Petter Moland
Sceneggiatura
: Kim Fupz Aakeson
Fotografia
: Philip Øgaard
Musiche
: Kaspar Kaae, Kåre Vestrheim, Brian Batz
Montaggio
: Jens Christian Fodstad
Scenografia
: Jørgen Stangebye Larsen
Costumi
: Anne Pedersen
Effetti
: Haukur Karlsson
Interpreti
: Stellan Skarsgård (Nils), Bruno Ganz (Papa), Pål Sverre Valheim Hagen (Il Conte), Birgitte Hjort Sørensen (Marit), Jakob Oftebro (Aron Horowitz), Kristofer Hivju (Strike), Anders Baasmo Christiansen (Geir), Sergej Trifunovic (Nebojsa), Tobias Santelmann (Finn), Atle Antonsen (Reddersen), Goran Navojec (Stojan), Jon Øigarden (Karsten), David Sakurai (Kinamann), Jan Gunnar Røise (Jappe), Miodrag Krstovic (Dragomir), Kåre Conradi (Ronaldo), Leo Ajkic (Radovan), Hildegun Riise (Gudrun), Bjørn Moan (Fred Remi), Nils-Fredrik Tveter (Gabriel), Martin Furulund (Sverre), Gard B. Eidsvold (Emanuel)
Produzione
: Finn Gjerdrum, Stein B. Kvae per Paradox Film 2 in coproduzione con Zentropa Entertainments/Zentropa International Sweden
Distribuzione
: Teodora Film
Durata
: 116’
Origine: Norvegia, Svezia, Danimarca, 2014

(……) Protagonista della pellicola è un convincente Stellan Skarsgard nei panni di un piccolo imprenditore svedese immigrato in Norvegia che, dopo aver vinto il premio per il Cittadino dell'Anno per il suo impegno a favore della comunità in cui vive, apprende che il figlio è morto per overdose. Ben presto Nils Dickman (tra il significato inglese del cognome e il titolo originale del film - “Kraftidioten” - gli indizi che i personaggi del film non abbiano tutte le rotelle a posto si sprecano) scopre che in realtà il ragazzo è stato ucciso da una banda di spacciatori capitanati dal Conte, giovane magnate dell'industria dolciaria che, in realtà, gestisce un lucroso giro di droga. Dickman comincia a eliminare uno dopo l'altro gli scagnozzi del Conte scatenando una guerra tra quest'ultimo e i criminali serbi, a loro volta guidati dall'anziano padrino Papa Bruno Ganz, ingiustamente sospettati dei delitti. I serbi, che si spartiscono il mercato dello spaccio con i norvegesi, non la prendono bene. La sete di vendetta di Dickman dà vita a una reazione a catena incontrollabile.
Hans Petter Moland non teme le tinte forti. Se dovessimo scegliere tre colori per riassumere la visione di “In Order of Disappearance” punteremmo sul bianco delle sterminate distese di neve in cui la storia si svolge, sul rosso del sangue e sul nero della notte in cui Nils agisce calandosi nei panni di una sorta di Ispettore Callaghan (ma forse sarebbe più appropriato “Il giustiziere della notte”). Il regista esplora il cambiamento della psiche di un uomo tranquillo, cresciuto nella democratica e civile società nordica, trasformatosi improvvisamente in assassino senza scrupoli a seguito del dolore per la perdita del figlio. La violenza grafica è abbondantemente presente in una pellicola che si apre su toni decisamente dark e drammatici per imboccare ben presto la via della dark comedy. Moland riesce a gestire alla perfezione il doppio registro su cui la suo opera si muove, mantenendo alta la tensione e giocando, allo stesso tempo, sullo humour nero di cui il film è permeato. La trovata più divertente è rappresentata dai cartelli che scandiscono la narrazione indicando le varie morti del personaggio con nome e croce. Per altro, a seconda della religione del defunto, la forma della croce cambia. A sostenere “In Order of Disappearance” ci pensano, inoltre, i dialoghi brillanti firmati da Kim Fupz Aakeson. Tra i passaggi più esilaranti c'è un'acuta riflessione dei killer scandinavi sul legame tra welfare e assenza di sole («Nei paesi caldi non esiste il welfare. Non ne hanno bisogno. Gli basta una banana e sono felici» chiosa uno dei criminali citando anche la temperata Italia), una digressione di Skarsgård sui soprannomi dei malviventi e una battuta fulminante sulla Sindrome di Stoccolma.
La galleria di personaggi che popola “In Order of Disappearance” è alquanto variegata. C'è l'isterico Conte, ossessionato dall'alimentazione sana e dalla lotta agli additivi. C'è la sua ex moglie (la Birgitte Hjort Sørensen di “Borgen”), che lo tormenta per i soldi del mantenimento e la custodia del figlio, i suoi scagnozzi segretamente gay e poi c'è la banda dei serbi, che osservano con stupore i civili comportamenti dei norvegesi senza comprenderli fino in fondo. Ci sono un killer doppiogiochista giappodanese, una coppia di agenti di stomaco debole e poi c'è il Dickman di Skarsgård, che semina morte alla guida di uno spazzaneve e arrotol01a i cadaveri nella rete di pesca per permettere ai pesci di mangiarli una volta gettati in acqua. La confezione del film è assai curata. Regia, fotografia e montaggio evidenziano al meglio le bellezze del paesaggio norvegese. Quanto al testa a testa tra i due mostri sacri Stellan Skarsgård e Bruno Ganz, per chi volesse saperlo, sono bravi quanto ci si possa immaginare e anche di più.
Valentina D’Amico, MoviePlayer

(……) Ci sono moltissimi elementi interessanti in questo noir su sfondo innevato che viene dal profondo Nord dove ormai sembrano allignare tutti i gialli che si rispettino. E non si tratta solo di ambientazione. Ci sono magnifiche pennellate come la considerazione legata al welfare in relazione al clima. Il welfare c'è se fa freddo e non esiste nei paesi caldi. Quindi si impone una scelta: o il sole o lo stato assistenziale. E già siamo di fronte a un punto di vista eccentrico e intrigante, come quello che ricorda come alcuni banditi incarcerati (in Norvegia, si intende) ne abbiano approfittato per farsi curare dal dentista visto che, oltre ai contributi previdenziali, i carcerati hanno anche buone cure odontoiatriche. Altro aspetto singolare sono le due bande malavitose. Quella del conte è composta da un branco di nevrotici con uno psicopatico al comando, quella di Papa, il serbo, è improntata alla tradizione, ai valori famigliari e di sangue, e la faccenda riguarda anche l'habitat: villa trendy e high tech quella del conte, un hangar old fashion con mobili d'epoca quello di Papa. Poi ci sono gli attori: Stellan Skarsgård offre un convincente ritratto di Nils (...), mentre Bruno Ganz si trova a suo agio nel cesellare il vecchio Papa che sembra uscito da altri tempi, e in coppia fanno sembrare totalmente inappropriato Pål Sverre Hagen che tratteggia la figura del conte come una macchietta. Poi ci sono quei cartelli mortiferi che coniugano ogni religione, l'ironia soffusa anche sui campi da sci e i brividi diffusi che rendono il film godibilissimo.
Antonello Catacchio, Il Manifesto

HANS PETTER MOLAND
Filmografia
:
De Beste Gar Forst (2002), Molta gente vive in Cina (2002), Beautiful Country (2004), En Ganske Snill Mann (2010), When bubbles burst (2012), In ordine di sparizione (2014)

Martedì 21 aprile 2015:
LA SEDIA DELLA FELICITÀ di Carlo Mazzacurati, con Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Giuseppe Battiston, Katia Ricciarelli

 

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 7 aprile 2015

Post n°229 pubblicato il 07 Aprile 2015 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LOCKE


Regia: Steven Knight
Sceneggiatura
: Steven Knight
Fotografia
: Haris Zambarloukos
Musiche
: Dickon Hinchliffe
Montaggio
: Justine Wright
Costumi
: Nigel Egerton
Interpreti
: Tom Hardy (Ivan Locke), Ruth Wilson (Katrina), Olivia Colman (Bethan), Andrew Scott (Donal), Tom Holland (Eddie), Bill Milner (Sean), Ben Daniels (Gareth), Danny Webb (Cassidy), Silas Carson (Dott. Gullu), Alice Lowe (Sister Margaret), Lee Ross (PC Davids), Kirsty Dillon (moglie di Gareth)
Produzione
: Charles Auty, Stephen Fuss, Guy Heeley, Sarah Micciche, Paul Webster, Lesley Wise per Shoebox Films/IM Global
Distribuzione
: Good Films
Durata
: 85’
Origine: Gran Bretagna, 2013


Tutto in una notte, tutto in una macchina. All'opera seconda dopo “Redemption”, l'inglese Steven Knight ci riconsegna il grado zero del grande cinema: uno straordinario interprete, Tom Hardy; un'eccellente sceneggiatura (Knight era stato candidato all'Oscar per gli script de “La promessa dell'assassino” di Cronenberg e “Piccoli affari sporchi” di Frears); una fedelissima attinenza alle unità aristoteliche - diciamo così - di tempo, luogo e azione; una fascinosa regia interamente giocata nell'abitacolo di una BMW X5, ma lungi dall'essere claustrofobica; l'emozione per unico effetto speciale. (...) Quattro giorni di prove, riprese per otto notti, tre macchine da presa digitali Red Epic montate nell'X5, l'autostrada M1 tra Birmingham e Londra 'ricreata' sulla North Circular, “Locke”' è stato presentato fuori concorso all'ultima Mostra di Venezia: il Leone d'Oro l'ha vinto “Sacro Gra”, ma il Raccordo non vale l'M1, quel film questo. Avrebbe dovuto stare in competizione e - per noi - vincerla. Sì, “Locke” è una bomba, a implosione: sull'exemplum del suo omonimo, il filosofo empirista inglese John Locke, Ivan non perde la calma, ma pianifica, organizza, intima e rassicura. E' un uomo di ferro, pardon, calcestruzzo, ma la sua vita si sta distruggendo: prima di mettersi in auto, dice, aveva una moglie e un lavoro, ora non più, eppure non molla. Deve andare in ospedale da Bethan, per non incorrere nello stesso misfatto del padre, che lo abbandonò in fasce (analogia con l'altro Locke): lucidissimo con la moglie e 'l'altra', commosso con i due figli, la rabbia la riserva per il genitore, che osserva dallo specchietto retrovisore come un fantasma che solo lui intuisce. Ma in quell'auto c'è soprattutto la realtà, quella che va in frantumi per una debolezza: bruttina stagionata, fragile e problematica, Ivan non ama Bethan, ma un bicchiere di troppo, la volontà di farla felice e il guaio è stato fatto. Ivan non si sottrae, ma Locke è un monito piano, geometrico sulle conseguenze delle nostre azioni: se volete, un potente contraccettivo, un 'Pericolo!' stampigliato in rosso sulle nostre velleità extraconiugali, perché - dice Katrina - «la differenza tra mai e una sola volta è la differenza tra il bene e il male». I pro-family sottoscriverebbero, s'intende, ma il film è per tutti quelli che amano il cinema, ovvero lirica su strada, apologo al volante, soggettive, luci e asfalto on the road. Tom Hardy è un mostro di empatia (in Italia uno così non l'abbiamo), Steven Knight non sbaglia nulla, “Locke” mette le quattro frecce alla nostra umanità: fate l'autostop e salite a bordo, ne vale la pena.
Federico Pontiggia, Il Fatto Quotidiano


Era chissà perché fuori concorso ma “Locke”, il titolo migliore dell’ultima Mostra di Venezia, meritava molto di più di qualche benevolo report seguito dall’incertezza sulle prospettive di programmazione italiana. Meno male che il problema adesso sia risolto e il pubblico possa accedere a un film indipendente e a micro-budget, sommesso e teso, ironico e disperato, un thriller morale che sembra studiato (e lo è), virtuosistico (e lo è), claustrofobico (e lo è) eppure riesce a evidenziare i rischi dell’assunzione di responsabilità davanti a quegli eventi che come un vento di tempesta possono squassare all’improvviso le nostre fragili esistenze. E’ lo stesso meccanismo, fatte le debite differenze, usato da Shakespeare fino a Thomas Hardy, quello che il regista britannico Steven Knight, già sceneggiatore nominato agli Oscar per “Piccoli affari sporchi” e “La promessa dell’assassino”, applica concentrandosi su un personaggio bloccato fisicamente e mentalmente e congegnando una scommessa sulle potenzialità del primo piano o close-up, storica e cruciale prerogativa del cinema. Eccellente, in questo senso, è la prestazione di Tom Hardy (uno dei duri più camaleontici dello schermo) che nel corso di 85 serratissimi minuti di one-man-show deve usare la propria faccia e la propria voce (doppiata credibilmente da Fabrizio Pucci) come catalizzatrici di una scarica micidiale di emozioni e decisioni affine a quella prodotta da film di genere come “In linea con l’assassino”, “Buried - Sepolto” o anche “Gravity”, ma servita da contrappunti umanistici ben più densi e lancinanti.
Preferiamo, di conseguenza, rivelare il minimo di un intreccio che potrebbe definirsi un processo di rinascita in cui gli spasimi, gli sguardi, i toni prendono il posto delle affettazioni drammaturgiche, le scene madri e le spiegazioni di routine. Il capomastro Ivan Locke lascia il cantiere in piena notte e si mette alla guida di una Bmw: è diretto a Londra perché la telefonata di una donna l’ha distolto dall’onerosa mansione che l’attende il giorno dopo. Nell’unità di tempo e luogo richiesta dal contesto - il morbido scivolamento dell’auto sul nastro autostradale, le ipnotiche e intermittenti luci esterne (fotografate con tre macchine digitali dal superbo operatore Zambarloukos) e le svarianti angolazioni di ripresa all’interno dell’abitacolo - una serie di squilli ininterrotti via Bluetooth sul display digitale di feroci rimostranze o amare incomprensioni da parte d’interlocutori speciali o occasionali, ci faranno capire cosa è successo, cosa succede e cosa potrà succedere prima che sorga l’alba. Le fondamenta di cemento armato delle cui pose è superspecialista in edilizia, sembrano, così, metaforicamente sgretolarsi nel vissuto di Ivan, nonostante il suo sangue freddo, al diapason delle voci lontane che ora stupefatte, ora infuriate, ora imploranti, ora straziate l’assediano man mano che le ore e i chilometri passano.
Valerio Caprara, Il Mattino


STEVEN KNIGHT
Filmografia
:
Redemption - Identità nascoste (2013), Locke (2013)


Martedì 14 aprile 2015: 
IN ORDINE DI SPARIZIONE di Hans Petter Moland, con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz, Pål Sverre Valheim Hagen, Birgitte Hjort Sørensen

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 31 marzo 2015

Foto di cineforumborgo

GRAND BUDAPEST HOTEL


Regia: Wes Anderson
Soggetto
: Stefan Zweig (racconti), Wes Anderson, Hugo Guinness
Sceneggiatura
: Wes Anderson
Fotografia
: Robert D. Yeoman
Musiche
: Alexandre Desplat
Montaggio
: Barney Pilling
Scenografia
: Adam Stockhausen
Arredamento
: Anna Pinnock
Costumi
: Milena Canonero
Effetti
: Look! Effects Inc.
Interpreti
: Ralph Fiennes (Gustave H), Tony Revolori (Zero), F. Murray Abraham (Mr. Moustafa), Mathieu Amalric (Serge X.), Adrien Brody (Dmitri), Willem Dafoe (Jopling), Jeff Goldblum (Deputato Kovacs), Harvey Keitel (Ludwig), Jude Law (giovane scrittore), Bill Murray (M. Ivan), Edward Norton (Henckels), Saoirse Ronan (Agatha), Jason Schwartzman (M. Jean), Léa Seydoux (Clotilde), Tilda Swinton (Madame D.), Tom Wilkinson (l'autore), Owen Wilson (M. Chuck), Larry Pine (Mr. Mosher), Giselda Volodi (sorella di Serge), Florian Lukas (Pinky), Karl Markovics (Wolf), Volker Zack Michalowski (Günther), Neal Huff (Tenente), Bob Balaban (M. Martin), Fisher Stevens (M. Robin), Wallace Wolodarsky (M. Georges), Waris Ahluwalia (M. Dino), Milton Welsh (caporale Franz Müller), Paul Schlase (Igor), Hendrik von Bültzingslöwen (Ernst), Rainer Reiners (Mendl), Sabine Urig (Laetizia), Daniel Steiner (Anatole), Gabriel Rush (Otto)
Produzione
: Wes Anderson, Scott Rudin, Steven Rales, Jeremy Dawson per American Empirical Pictures/Indian Paintbrush/Scott Rudin Productions/Studio Babelsberg
Distribuzione
: 20th Century Fox Italia
Durata
: 100’
Origine
: Gran Bretagna, Germania, 2014
David di Donatello 2014 come miglior film straniero; Nastro d'Argento 2014 a Milena Canonero per i migliori costumi; Golden Globe 2015 come miglior film per la categoria commedia/musical; Oscar 2015 per miglior colonna sonora (Alexandre Desplat) e per i migliori costumi (Milena Canonero)


La passione di Wes Anderson per le case di bambola con tanti personaggi dentro - tutti attori che per amor suo accettano paghe al minimo sindacale, qui se ne contano almeno sedici - trova nel grande albergo di inizio Novecento un nuovo terreno di gioco. Mancava alla collezione, che oltre a varie civili abitazioni già vanta la nave dell’oceanografo Steve Zissou e gli scompartimenti del “Treno per il Darjeeling”. Stavolta, come nelle operette e nei film di Ernst Lubitsch, costruisce attorno al Grand Budapest Hotel (modernissimo e già dotato di spa, che allora si chiamavano terme e avevano le piastrelline bianche e azzurre) un’intera Ruritania. Insomma, un immaginario staterello dell’est Europa (……) atto ad ambientarvi storie d’amore e di avventura. Un passaggio alla Berlinale, primo tra i venti film che quest’anno gareggiano per l’Orso d’oro, era un atto dovuto.
La Ruritania qui si chiama Repubblica di Zubrowka. Oltre al grande albergo pitturato in rosa confetto (verrebbe voglia ogni tanto di allungare la mano per controllare se i cornicioni sono di zucchero come sembrano), ha una pasticceria, un carcere con divise a righe, treni variamente sorvegliati perché siamo tra la prima e la Seconda guerra mondiale. Un monastero, sul cocuzzolo di una montagna, farà da sfondo a una delle sequenze più movimentate, il cattivo sugli sci e gli inseguitori con lo slittino. Le signore ricche vengono coccolate dal concierge Ralph Fiennes, che conosce ogni segreto del mestiere. Tra loro c’è Tilda Swinton, ottantenne pettinata come Marge Simpson (o come Elsa Lanchester in “La moglie di Frankenstein”, tranne che per la ciocca bianca). La sua morte improvvisa, e un testamento corredato da una scatola di emendamenti, danno il via alla storia.
“Gente che va e gente che viene”, come nel “Grand Hotel” diretto nel 1932 da Edmund Goulding, con Greta Garbo che si innamora del ladro gentiluomo entrato in camera sua per derubarla. E’ chiaro che Wes Anderson non aveva in mente soltanto “Il mondo di ieri” e i racconti di Stefan Zweig quando ha scritto il copione. Ed è chiaro che l’albergo - bomboniera fuori e dentro coloratissimo, uno splendore di rosso e oro e prugna per le divise - era un luogo perfetto per farci vivere uno sveglio ragazzino, che nei film del regista (……) non mancano mai. Moustafa, ribattezzato Zero per la sua scarsa esperienza, comincia a lavorare come fattorino e si disegna i baffi con la matita nera, per sembrare un po’ più adulto. Sarà il primo a redarguire il suo ancor più giovane sostituto, per non essere rimasto fermo e muto come una statua: solo da un certo grado della gerarchia il personale di servizio può rivolgere la parola al cliente.
Al Wes Anderson Bingo - una specie di tombola con le fissazioni del regista al posto dei numeri, il primo che ne azzecca cinque prende il premio - avremmo già vinto da un pezzo. Anche senza aggiungere i cappelli stravaganti, la presenza di Bill Murray e di Owen Wilson, di Jason Schwartzman e di Adrien Brody, di Willem Dafoe e di Edward Norton. E le inquadrature dall’alto, le simmetrie, le composizioni da fumetto, i campi lunghi, i dialoghi anti realistici, le gag in controtempo. E i bagagli, i pacchetti, le lettere scritte in corsivo sullo schermo, le riprese da dietro una finestra. Lo amiamo per questo: ha uno stile riconoscibile fin dai titoli di testa, ora con una piccola modifica. In “The Grand Budapest Hotel” sembra avere definitivamente dato l’addio al carattere tipografico Futura (già tradito in “Moonrise Kingdom”). I colori si spengono nelle scene con Moustafa adulto e barbuto, che racconta la sua storia. L’albergo è stato ristrutturato e riarredato negli anni del socialismo reale: beige, soffitti bassi, terribili poltrone in finta pelle, sale da pranzo con tovaglie gialline, ascensori che paiono montacarichi.
Mariarosa Mancuso, Il Foglio

 

Una favola appassionante, che Wes Anderson (...) racconta nel suo stile originale e personalissimo, giocando con i modi del cinema, della letteratura e del fumetto, senza mai perdere ironia e leggerezza, con ritmo ed equilibrio miracolosi (...) mescolando contaminazioni letterarie e citazioni cinematografiche, da “Vogliamo vivere!” di Ernst Lubitsch a “Grand Hotel” di Edmound Goulding, a “Love Me Tonight” di Rouben Mamoulian, Anderson ambienta, nell'immaginaria regione alpina di Zubrowka, tra il lusso decadente dell'albergo dove Gustave H presta servizio e i panorami innevati di un est europeo dove niente è come sembra, un giallo popolato da grandi attori che hanno accettato anche ruoli minuscoli, ma cruciali, con un gusto che contagia l'intera pellicola.
Fulvia Caprara, La Stampa

 

WES ANDERSON
Filmografia
:
Un colpo da dilettanti (1996), Rushmore (1998), I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004), Hotel Chevalier (2007), Il treno per il Darjeeling (2007), Fantastic Mr. Fox (2009), Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (2012), Grand Budapest Hotel (2014)

 

Martedì 7 aprile 2015:
LOCKE di Steven Knight, con Tom Hardy, Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Tom Holland

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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