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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2016/2017

 

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Cineforum 2016/2017 | 21 febbraio 2017

Foto di cineforumborgo

TRUMAN - UN VERO AMICO È PER SEMPRE

Titolo originale: Truman
Regia: Cesc Gay
Sceneggiatura: Cesc Gay, Tomàs Aragay
Fotografia: Andreu Rebés
Musiche: Nico Cota, Toti Soler
Montaggio: Pablo Barbieri
Scenografia: Irene Montcada
Costumi: Anna Güell
Interpreti: Ricardo Darín (Julián), Javier Cámara (Tomás), Dolores Fonzi (Paula), Eduard Fernández (Luis), Àlex Brendemühl (veterinario), Pedro Casablanc (dottore), José Luis Gómez (produttore), Javier Gutiérrez (impiegato pompe funebri), Elvira Mínguez (Gloria), Oriol Pla (Nico), Nathalie Poza (donna), Àgata Roca (donna), Susi Sánchez (donna adozione), Francesc Orella (attore al ristorante), Ana Gracia (attrice al ristorante), Silvia Abascal (Mónica), Kira Miró (attrice)
Produzione: Diego Dubcovsky per Impossible Films/Trumanfilm/Bd Cine, in co-produzione con Dek&S Films/Telefe
Distribuzione: Satine Film
Durata: 108'
Origine: Spagna, Argentina, 2015

Julián, un affascinante attore argentino che vive da lungo tempo a Madrid, riceve una visita inaspettata dal suo amico Tomás che vive in Canada. I due, insieme al fedele cane Truman, passeranno quattro giorni intensi e indimenticabili, anche per il difficile momento che sta attraversando Julián.
Se esiste un modo per raccontare cosa si muove nel cuore di uomo quando sa che il suo tempo sta per scadere, cosa pensa e cosa architetta affinché nulla rimanga irrisolto quando non ci sarà più, Cesc Gay di sicuro lo ha trovato. La sua storia si apre sulla vita di Julián nel momento stesso in cui l’attore argentino decide di smettere di lottare contro la malattia che lo sta consumando, per trascorrere le ultime settimane che gli sono concesse nella ricerca di qualcuno che si occupi del suo cane Truman e nel tentativo di riallacciare i rapporti slabbrati con i parenti e gli amici più cari. Uno di questi è Tomás, l’amico di una vita trasferitosi da tempo in Canada, che un giorno a sorpresa si presenta alla porta di Julián per stargli accanto qualche giorno e accompagnarlo nel suo rocambolesco viaggio alla ricerca dei sentimenti dimenticati.
Tomás è un uomo pragmatico e responsabile, diversissimo da Julián, seduttore instancabile che ha sempre vissuto all’insegna della leggerezza e che ora, alla fine dei suo giorni, si trova con un solo e inseparabile compagno: il fedele bullmastiff Truman.
Ma come spesso accade le differenze caratteriali avvicinano le persone, perché solo insieme riescono a trovare quell’equilibrio quasi magico che gli rende la vita più sopportabile. Per questo la visita inaspettata di Tomás è portentosa per Julián, ed è grazie a lui, alla sua presenza discreta ma costante, che l’uomo riesce ad affrontare tutte le questioni in sospeso della sua vita, dalle più leggere alle più gravi, senza mai perdere l’humor che lo contraddistingue.
Il talento di Cesc Gay è proprio questo, la straordinaria capacità di affrontare le situazioni più drammatiche che offre la vita trovando un equilibrio tra commozione e umorismo, di non perdere la compostezza del racconto lasciandosi andare alle emozioni più profonde. “Truman - Un vero amico è per sempre” asseconda questa tendenza dall’inizio alla fine, senza cadere mai nel pietismo, ma mantenendo sempre la medesima dignità, nella vita come nella morte. In questo senso i due attori Ricardo Darín e Javier Cámara sono stati fondamentali per rendere vive sulla scena le intenzioni di Gay, ma anche Truman, il cane di Julián che ha completato il terzetto, ha avuto un ruolo importantissimo nel mantenere l’equilibrio tra i due amici, scandire i tempi comici e alleviare il peso delle scene più drammatiche. In questo film non c’è nulla che non funzioni, è un meccanismo perfetto che racchiude tutti gli ingranaggi che muovono l’essere umano, gli slanci dell’emozione come le pause della riflessione, e li fa girare al tempo deciso della vita.
Valeria Brucoli, Sentieri Selvaggi

La sana capacità di non dirsi tutto. L'amicizia vera, quella 'che non chiede il conto', è anche questo. Nel cinema contemporaneo raccontare l'amicizia maiuscola è un po' fuori moda: più facile è offrirla da contorno per temi diversi, magari più urgenti e attuali, come il terrorismo, le diversità, le disfunzionalità familiari. (…...)
Cesc Gay, invece, decide di andare controcorrente, o meglio fuori moda, e puntare tutto sulla narrazione pura e 'semplice' di due amici e degli intensi quattro giorni che trascorrono insieme. Ciò accade in “Truman”, bellissimo esemplare spagnolo di cinema 'lieve e profondo' che si è meritato tutti e cinque i premi Goya intascati lo scorso febbraio (…...). Erroneamente “Truman” può essere incluso nella lista dei cosiddetti 'cancer movie', quel cinema del dolore che solo chi è a secco di lacrime può permettersi. Il suo pregio, invece, è quello di invertire i valori tra la malattia e l'amicizia trattando la prima come il pretesto per raccontare la seconda. (…...) Diretto con solidità ma soprattutto scritto benissimo, “Truman” sembra un mantra ciclico che alterna pensieri, parole e azioni secondo i principi di una (ormai perduta) coerenza; per questo ogni chiacchierata tra i due uomini è sempre anticipata da un pensiero e seguita da un'azione che la mette in pratica, ma senza la banalità dell'aspettativa. C'è infatti quell'elemento che sfugge alla logica e si chiama 'umanità' profonda, laddove si 'tocca' l'imponderabile. Se di fronte ad alcune scene è impossibile trattenere le lacrime, in altre si sorride o addirittura si arriva a ridere, perché ogni dettaglio è trattato con una delicatezza e un'ironia sconfinate. Verrebbe da dire che quel 'trattenersi' emozionale espresso nel film lo allontana dalla tradizionale esplosione isterico/sentimentale - nel bene o nel male - che caratterizza il cinema iberico, avvicinandolo alla modalità di alcune nuove cinematografie sudamericane, più inclini al pudore espressivo sia rispetto al passato e certamente rispetto alla loro antica madrepatria. Insomma, il 49enne catalano Gay sembra più un giovane autore cileno o argentino che un erede di Almodòvar. E l'accoppiata Darín-Camára è perfetta, con l'attore argentino forse in una delle sue migliori performance cinematografiche degli ultimi anni.
Anna Maria Pasetti, Il Fatto Quotidiano

CESC GAY
Filmografia:
Krampack (2000), V.O.S. (2009), Una pistola en cada mano (2012), Truman - Un vero amico è per sempre (2015)

Martedì 28 febbraio 2017:
LA CORTE di Christian Vincent, con Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Eva Lallier, Corinne Masiero, Sophie-Marie Larrouy

 
 
 

Cineforum 2016/2017 | 14 febbraio 2017

Foto di cineforumborgo

LA ISLA MÍNIMA

Regia: Alberto Rodríguez
Sceneggiatura: Rafael Cobos López, Alberto Rodríguez
Fotografia: Alex Catalán
Musiche: Julio de la Rosa
Montaggio: José Manuel García Moyano
Scenografia: Pepe Domínguez
Costumi: Fernando García
Effetti: Morefec, Juan Ventura
Interpreti: Raúl Arévalo (Pedro), Javier Gutiérrez (Juan), Antonio de la Torre (Rodrigo), Nerea Barros (Rocío), Salva Reina (Jesús), Jesús Castro (Quini), Manolo Solo (reporter)
Produzione: Mercedes Cantero, Mercedes Gamero, Mikel Lejarza, José Sánchez-Montes per Atípica Films/Atresmediacine/Sacromonte Films
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 105'
Origine: Spagna, 2014

Spagna, 1980. In un piccolo villaggio del profondo sud, in cui il tempo sembra essersi fermato, si è insediato un serial killer responsabile della scomparsa di molte adolescenti delle quali nessuno sembra interessarsi. Ma quando due giovani sorelle spariscono durante le festività annuali, la madre spinge per un'indagine e due detective della omicidi, Juan e Pedro, arrivano da Madrid per cercare di risolvere il mistero. Entrambi hanno una vasta esperienza nei casi di omicidio, sebbene differenti nei metodi e nello stile, ma ben presto si trovano a dover fronteggiare ostacoli per i quali non sono preparati. Intrappolati da una rete di intrighi alimentata dall'apatia e dalla natura introversa della gente del posto, i due investigatori si rendono conto che niente è come sembra in questa isolata e opaca regione e l'indagine incontra difficoltà inaspettate. E se vogliono fermare la persona responsabile della scomparsa delle sorelle, prima che altre ragazze facciano la stessa fine, dovranno mettere da parte le rispettive divergenze professionali.
La palude è luogo inospitale per eccellenza. In una regione-acquitrino nell’estremità meridionale della Spagna, angolo rurale alla foce del Guadalquivir, scompaiono due ragazze. Sul loro conto voci maligne che parlano di promiscuità sessuale, frasi a mezza bocca che rompono l’omertà esistenziale degli abitanti della zona.
Siamo nel 1980: la democrazia spagnola è in fasce, creatura fragile e ancora scossa dalla fine, solo all’apparenza morbida, della dittatura franchista. Ad indagare sulle giovani vengono mandati due poliziotti da Madrid, entrambi figli di quel tempo di transizione: uno, Pedro, rappresenta la nuova Spagna, decisa a rompere anche brutalmente con consuetudini troppo buie per essere dimenticate con un semplice schiocco delle dita; l’altro, Juan, è il passato prossimo della nazione, impersona i soprusi della polizia franchista, cerca con disincanto amaro di costruirsi nuove certezze.
Presto il ritrovamento dei cadaveri delle giovani donne innesca un precipitare degli eventi: la scoperta dell’esistenza di un serial killer che da anni uccide con inaudita violenza ragazze adescate attraverso la promessa di una fuga sempre sognata, la fretta di insabbiare - di dimenticare letteralmente il male - che si legge negli occhi di uomini e donne già provati da un’instabilità latente, la labirintica secca in cui la verità sembra incagliarsi a ogni attimo. Tutto contribuisce a tessere un fragile legame tra i due uomini che condividono una sete di verità capace di sfumare parzialmente le irriducibili differenze.
La isla mínima” di Alberto Rodríguez è un raro esempio di noir europeo che riesce a rassodare i canoni del genere attraverso una chiara ricognizione sul passato che esplicita il suo valore simbolico senza lasciare che soffochi la narrazione. L’indagine dei due investigatori diventa ben presto un viaggio nel cuore di tenebra di un paese allo stesso tempo ansioso di dimenticare e incapace di rimuovere. È nelle difficoltà relazionali con la gente del luogo, nella diffusa mancanza di fiducia - nelle istituzioni e, più in generale, nell’altro -, nel machismo ormai depotenziato di un mondo che non esiste più, nell’incapacità di decifrare il presente e i suoi mutamenti, che l’inchiesta continuamente s’incaglia e si affossa.
Protagonista assoluta della storia diventa così la limacciosa geografia dei luoghi: i totali dall’alto del labirinto d’acqua della palude - che ricordano a tratti le ambientazioni southern di “Texas Killing Fields” di Ami Canaan Mann o della prima stagione di “True Detective” - riducono gli attori in campo a formiche costrette a un infinito andirivieni senza meta e senza redenzione. La necessità di scoprire il colpevole si fonde all’obbligo di costruire un nuovo tessuto sociale comune, identitario, collettivo da cui poter ripartire. L’aria pesante traspare dalla messinscena livida e puntuale e la soluzione del caso si affida a flebili tracce fornite da un giornalista disilluso, anima profonda di un paese che non è ancora divenuto Stato.
La isla mínima” è un giallo morale che scandaglia l’anima profonda di un tempo di transizione, rinunciando a ogni pulsione rasserenante per mettere in scena un quadro torbido come quell’acqua di palude che sembra non scorrere mai.
Federico Pedroni, Cineforum

Andalusia, 1980. Nelle zone più paludose del Sud della Spagna, là dove vive una comunità ‘a parte’, opera un serial killer di ragazze. A due detective di Madrid il compito di stanarlo. Sorprendentemente, i poliziotti metropolitani non raccolgono molte simpatie tra le paludi, i fiumi e le terre riarse della zona. Non solo, i caratteri dei due, Juan e Pedro, a contatto stridono e rivelano incomprensioni e visioni della società profondamente divergenti (l'ombra sinistra del franchismo incombe sulle coscienze di molti). Un poliziesco con tutti i sacri crismi, tanto che a volte sembra di trovarsi nel cuore di quelle indagini impastoiate di superstizioni e folklore contadino tipico di tanti thriller ambientati nel profondo country degli Stati del Sud degli Usa. I clichés (caratteri disturbati degli anti-eroi, particolari su oggetti che saranno in seguito di importanza fondamentale, i caratteri di contorno con tanti tipi bizzarri - e armati - a colorare) sono ossequiati con stile e maniera, in più il regista andaluso Alberto Rodríguez sfrutta una natura splendida (tutti nella provincia di Siviglia, parchi nazionali compresi) e carica l'atmosfera di inquietudini arcane (uccelli, fiumi fangosi, tramonti di fuoco, campi enormi di sterpaglie, impressionanti vedute aeree). Se poi tocca questioni storiche e sociali ben più grandi, il cineasta lo fa con competenza e scioltezza, mentre tutt'altro che puerile appare il suo soffermarsi sui problemi ontologici della fotografia, dell'immagine e gli equivoci della visione (un Antonioni più pulp?). Tanti i Goya (gli Oscar nazionali) vinti (ben 10, tra cui film, regia, premi tecnici e al protagonista Javier Gutierrez e alla rivelazione Nerea Barros), mentre San Sebastian lo ha segnalato sempre per Gutierrez e per la splendida fotografia di Alex Catalàn.
Massimo Lastrucci, Ciak

ALBERTO RODRÍGUEZ
Filmografia:
7 Virgenes (2005), After (2009), Gruppo 7 (2012), La isla mínima (2014)

Martedì 21 febbraio 2017:
TRUMAN - UN VERO AMICO E' PER SEMPRE di Cesc Gay, con Ricardo Darín, Javier Cámara, Dolores Fonzi, Eduard Fernández
 

 
 
 

Cineforum 2016/2017 | 7 febbraio 2017

Foto di cineforumborgo

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

Regia: Jaco van Dormael
Sceneggiatura: Thomas Gunzig, Jaco van Dormael
Fotografia: Christophe Beaucarne
Musiche: An Pierlé
Montaggio: Hervé de Luze
Scenografia: Sylvie Olivé
Arredamento: Pascalle Willame
Costumi: Caroline Koener
Effetti: Eric De Wulf, Emilien Lazaron, Digital Graphics
Interpreti: Pili Groyne (Éa), Benoît Poelvoorde (Dio), Catherine Deneuve (Martine), François Damiens (François), Yolande Moreau (Moglie di Dio), Laura Verlinden (Aurélie), Serge Larivière (Marc), Didier de Neck (Jean-Claude), Romain Gelin (Willy), Marco Lorenzini (Victor)
Produzione: Jaco Van Dormael, Olivier Rausin, Daniel Marquet per Terra Incognita Films/Après Le Déluge/Caviar Films/Climax Films/Juliette Films, in co-produzione con Juliette Films/Caviar/Orange Studio/Voo Et Betv/RTBF/BNP Paribas Fortis Film Finance/Belga Productions
Distribuzione: I Wonder Pictures/Unipol Biografilm Collection
Durata: 113’
Origine: Belgio, Francia, Lussemburgo, 2015

Dio esiste. È una persona in carne e ossa come tante e vive a Bruxelles, ma non è un uomo come ci si aspetta. Con la sua famiglia è codardo e odioso. Ha una figlia un po' ribelle che un giorno, stanca di stare chiusa nel loro piccolo appartamento, decide e di vendicarsi manomettendo il computer del padre. Con il suo gesto rivela a tutte le persone la propria data di morte, provocando un caos totale.
Non abbiamo mai amato il cinema di Jaco Van Dormael e quindi siamo doppiamente felici di confessarvi che, vedendo “Dio esiste e vive a Bruxelles”, ci è cascata più volte la mandibola e ancora la stiamo cercando.
E’ un film stupefacente, pieno di trovate e di gag, con un tema altissimo e un sottotesto profondo e dolente, insomma: è quasi un capolavoro, e usiamo il ‘quasi’ solo per prudenza. (……)
Tutto inizia in un appartamento buio e triste dal quale si accede a un gigantesco archivio, con un tavolino da lavoro e un computer perennemente acceso e connesso. È’ la casa di Dio - e non è una battuta! Lì vivono Dio, un ubriacone incazzoso che gioca con i destini dell'umanità, e sua moglie, una casalinga corpulenta e malinconica eternamente impegnata nei lavori domestici. Con loro c'è una figlia, Ea: un'adolescente ribelle che non sopporta il padre e rimpiange il fratello maggiore, quel Gesù che anni prima ha mollato la famigliola ed è sceso in terra a spassarsela.
Nei primi venti minuti, guidati dalla voce fuori campo di Ea, vediamo Dio - sempre in vestaglia e con una bottiglia di birra in mano - giocherellare con il mondo che ha creato. Per esempio: a quale animale dominante affidare le sorti del pianeta? La giraffa? Troppo ingombrante. Lo struzzo? Troppo stupido. L'uomo? Potrebbe funzionare... Poi Dio si dedica al suo passatempo preferito: inventare le regole, e più sono assurde più sono divertenti. Che dice, ad esempio, la regola 2.327? Che se ti casca una fetta di pane con burro e marmellata, cadrà dal lato della marmellata! Insomma, Dio è un sadico arrogante e la figlia lo detesta. Per cui, un bel giorno, mette a segno un doppio colpo. Prima entra, da provetta hacker, nel computer di papà e spedisce a tutti gli esseri umani un sms che annuncia data e ora della morte di ciascuno. Poi scappa attraverso un cunicolo che parte dalla lavatrice di casa e sbuca in una lavanderia a gettoni di Bruxelles. Appena giunta sulla Terra, contatta i sei apostoli che ha scelto prima di fuggire: sono sei cittadini belgi - e già questo, ammettetelo, fa ridere - uno più squinternato dell'altro, che aiuteranno la figliola di Dio a scrivere una nuova Bibbia (“Le tout nouveau testament” è il titolo originale). Il padre la insegue, ma appena arriva a Bruxelles si ficca nei guai: non ha documenti, dice a tutti di essere Dio e lo pigliano per matto. Alla fine lo arrestano e gli danno il foglio di via per l'Uzbekistan. Intanto conosciamo i sei apostoli: un maniaco sessuale, una ragazza senza un braccio, un aspirante serial killer e così via. La più strepitosa è, per distacco, Catherine Deneuve: la moglie frustrata di un riccastro che, una volta conosciuta Ea, caccia il marito di casa e si fidanza con un gorilla…
Dio esiste e vive a Bruxelles” dura 113 minuti e contiene come minimo 113 idee folgoranti: non c'è una sequenza nella quale van Dormael e il suo sceneggiatore Thomas Gunzig non si inventino qualcosa, dal punto di vista visivo e da quello narrativo. I temi seminati qua e là sono enormi. Del tipo; chi è Dio? Quale influsso ha nelle nostre vite? Perché sua figlia è la prima blasfema, la più feroce contestatrice del suo potere? Ma anche: cosa succede, nella vita delle persone, quando scoprono senza possibilità di errore in quale anno, in quale giorno, a che ora moriranno? Si reimpossesseranno della propria libertà, per il tempo - poco o tanto - rimasto? O cadranno nell’abulia, provocando il crollo della convivenza civile? Il film di van Dormael, nella sua apparenza spensierata e a tratti fragorosamente spassosa, descrive un universo parallelo nel quale gli apostoli diventano 18 e le regole vengono rovesciate nell’opposto di sé stesse. Vedendolo vi divertirete, ma poi vi ritroverete alle prese con mille domande dalle risposte assai difficili.
Alberto Crespi, L’Unità

E se Dio fosse uno di noi? Ma uno dei peggiori di noi: cinico, bastardo e fancazzista, assente in famiglia e svogliato sul lavoro? Certo, l’uggia di Bruxelles, dove l’onnipotente vive, non aiuta; lo ammette anche la piccola Ea, secondogenita dell’insopportabile divinità, cui il fratellone J.C. - che le parla tramite icona - suggerisce di ribellarsi. E di scrivere un Nuovo testamento suo. È sufficiente procurarsi gli apostoli; magari sei, per arrivare a un totale di 18, come una squadra di baseball, che poi è lo sport favorito della mite e svaporata moglie di Dio (la coppia Benoît Poelvoorde/Yolande Moreau è inarrivabile). Il soggetto esplosivo del quinto film del belga Jaco Van Dormael parte da qui, ed è solo l’inizio: la vera rivoluzione di Ea è nel donare all’umanità quel libero arbitrio che la fede appanna, così si insinua nell’antidiluviano computer del babbo e invia a ogni essere umano un sms con la data della propria morte. Più del reclutamento dei sei autori del nuovissimo testamento, raccontato per capitoli ora leziosi e jeunettiani, ora dolcemente surrealisti (uno su tutti: quello che coinvolge Catherine Deneuve e un gorilla), è irresistibile l’apocalisse tutta individuale che van Dormael orchestra: la catastrofe è in noi e, non appena conosciamo la nostra data di scadenza, il mondo entra nel caos. Non resta che rifondarlo, in una neo-genesi femminista che rimette il destino dell’umanità in mano alle donne.
Ilaria Feole, Film Tv

JACO VAN DORMAEL
Filmografia:
Toto le Héros - Un eroe di fine millennio (1990), Lumière et compagnie (1995), L'ottavo giorno (1996), Mr. Nobody (2009), Dio esiste e vive a Bruxelles (2015)

Martedì 14 febbraio 2017:
LA ISLA MÍNIMA di Alberto Rodriguez, con Raúl Arévalo, Javier Gutiérrez, Antonio de la Torre, Nerea Barros, Salva Reina
 

 
 
 

Cineforum 2016/2017 | 31 gennaio 2017

Post n°308 pubblicato il 27 Gennaio 2017 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

CAROL

Regia: Todd Haynes
Soggetto: dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith (ed. Bompiani)
Sceneggiatura: Phyllis Nagy
Fotografia: Edward Lachman
Musiche: Carter Burwell
Montaggio: Affonso Gonçalves
Scenografia: Judy Becker
Arredamento: Heather Loeffler
Costumi: Sandy Powell
Interpreti: Cate Blanchett (Carol Aird), Rooney Mara (Therese Belivet), Kyle Chandler (Harge Aird), Jake Lacy (Richard Semco), Sarah Paulson (Abby Gerhard), Cory Michael Smith (Tommy Tucker), Carrie Brownstein (Genevieve Cantrell), John Magaro (Dannie McElroy), Kevin Crowley (Fred Haymes), Trent Rowland (Jack Taft), Nik Pajic (Phil McElroy), Michael Haney (John Aird), Ann Reskin (Florence), Jeremy Parker (Dorothy), Sadie Heim (Rindy Aird), Kennedy Heim (Rindy Aird), Amy Warner (Jennifer Aird), Wendy Lardin (Jeanette Harrison), Pamela Haynes (Roberta Walls), Greg Violand (Jerry Rix), Jim Dougherty (mr. Semco), Ken Strunk (Cal, barman del Ritz), Colin Botts (Ted Grey), Douglas Scott Sorenson (Charles)
Produzione: Elizabeth Karlsen, Christine Vachon, Stephen Woolley per Number 9 Films/Killer Films, in associazione con StudioCanal/Hanway Films/Goldcrest/Dirty Films/Infilm/Larkhark Films Limited
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 118'
Origine: U.S.A., 2015
Premio per la miglior interpretazione femminile a Rooney Mara (ex-aequo con Emmanuelle Bercot per "Mon Roi" di Maïwenn) al 68. Festival di Cannes (2015).

New York, anni Cinquanta. Carol Aird è una donna elegante, sofisticata e benestante, in trattativa con il marito per il divorzio e l'affidamento della figlia. Therese Belivet, invece, si sta affacciando nell'età adulta, indecisa sul percorso da intraprendere nella vita. Le due donne si incontrano per caso in un grande magazzino di Manhattan e da quel momento nasce un'amicizia molto speciale. Mentre le pratiche per il divorzio di Carol vanno avanti, lei e Therese partono per un viaggio nel cuore degli Stati Uniti. La magica atmosfera della vacanza farà nascere tra le due una intensa storia amorosa che porterà Carol a rischiare tutto quello che ha di più caro per combattere contro le convenzioni sociali che condannano il loro amore proibito...
La tormentata storia d’amore tra la matura e sofisticata Carol e la giovane e inesperta Therese, nella New York degli anni ’50. Basterebbero queste poche righe, il nome del regista e quello delle interpreti, perché sia tutto già chiaro. Il film si compone, si materializza davanti ai nostri occhi prima ancora di esser proiettato, visto, ripensato. Il che la dice lunga sulla consapevolezza stilistica e la coerenza di un autore, Todd Haynes, che lavora intorno agli stilemi e ai codici formali di un cinema che chiamiamo ‘classico’ per convenzione, ma che, ovviamente, dietro la sua chiara riconoscibilità, conserva intatti i germi di una vitalità profonda e irresistibile. E sulla statura di due interpreti, Cate Blanchett e Rooney Mara (quest’ultima premiata come miglior attrice al 68° Festival di Cannes), ormai in grado di far coincidere la tecnica e la ‘verità’, di cancellare la perfetta convenzione attoriale con la devastante carica emotiva della loro presenza.
Carol” è il film perfetto. Perché ci dà l’illusione di essere lì da sempre. Quasi al riparo, sotto le volute del plot, le dinamiche delle sue passioni trattenute a stento, dietro il décor curato e i trucchi impeccabili, nell’architettura controllata di un set già perfetto per la posa, già posato. Ci lusinga con le sue linee familiari, in cui tutti i riferimenti e tutti i ricordi sono come dissolti. Ma, al tempo stesso, ci confonde con le sue luci che si mescolano in tonalità inaspettate, con i suoi infiniti riflessi che stabiliscono sempre nuovi rapporti tra le immagini e il mondo. E ci invita a seguirlo lungo strade inconsuete, sorprendenti, come quelle affascinanti del road movie che, a un certo punto, si delinea tra i contorni.
Carol” è un film perfetto perché coniuga l’eleganza corretta del linguaggio con l’emozione più autentica - quel magico gioco di sguardi finale, in quel tempo sospeso di un normalissimo campo controcampo. Perché accorda la precisione narrativa, la scansione dei suoi effetti drammatici alla verità dei personaggi e delle interpretazioni. Perché, attraverso la stilizzazione delle forme, lascia emergere, comunque, tutta la sostanza di un mondo e di un tempo basati sulle apparenze. Perché, dietro la sua maschera da mélo lesbo, racconta di differenze di classe, di aspirazioni e disperazioni. “Carol” è un film perfetto. Quindi non si tratta di stabilire se sia riuscito o meno, se sia bello e quanto lo sia. Il problema, semmai, è capire quanto questo ossessivo lavoro sulle forme del classico abbia un’effettiva urgenza. Haynes si appropria di Patricia Highsmith e la porta altrove, lungo quel percorso nascosto che va da Sirk a Wong Kar-wai. Lontano dal paradiso, certo, ma molto vicino al cielo. Lì dove tutto è dominato, chiaro, concepito. Dove le strutture e le essenze appaiono nella loro purezza, senza imperfezioni, senza corruzioni, senza turbamenti, nonostante l’apparente e scabrosa materia lavica che scorre nel profondo e affiora in superficie. Il suo sguardo procede per piccole oscillazioni, variazioni dal modello. E come accade per tutti coloro che lavorano sui prototipi e le loro repliche (Fincher), nessuna oscillazione, nessuna variazione è in grado di mandare in crisi la tenuta complessiva del prodotto o di metterne in discussione la funzionalità. C’è sempre un qualcosa, una valvola di sfogo, un sistema di sicurezza, un piano di raffreddamento che impedisce l’ebollizione e l’esplosione del meccanismo. Così nella sua affascinante superficie vintage, “Carol” ci appare quasi uno splendido oggetto di design. Capace di coniugare marchio autoriale, estetica, consapevolezza progettuale, funzione, ma pur sempre costruito su un bisogno indotto. È solo un’ombra, un tarlo che nulla toglie. Ci inchiniamo davanti all’oggetto, ma un passo indietro.
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi

Una perfetta Cate Blanchett (...), (...) una Rooney Mara che gareggia in bravura (...). Che bel melodramma, meravigliosamente recitato da due protagoniste in stato di grazia (...). Un film elegante, raffinato, intenso, che richiama la cinematografia d'epoca. Non a caso, dietro la macchina da presa, Todd Haynes ricorda Douglas Sirk, maestro del mélo vecchio stile. Il regista, qui, fa un uso interessante del colore, sfruttando al meglio anche una emotiva colonna sonora che contribuisce a rendere ben tangibili le atmosfere del passato. Aggiungeteci, poi, una sceneggiatura (di Phyllis Nagy) priva di cali di tensione, capace di esaltare, in ogni situazione, la dignità delle due donne, senza venir meno allo spirito del romanzo di Patricia Highsmith (...). Una storia che incoraggia a ricercare sempre la propria felicità, suggellata da un finale che invoglia lo spettatore, coinvolto emotivamente, a gridare ad una delle due protagoniste: «Girati!»"
Maurizio Acerbi, Il Giornale

TODD HAYNES
Filmografia:
Superstar: The Karen Carpenter Story (1987), Poison (1991), Safe (1995), Velvet Goldmine (1998), Lontano dal paradiso (2002), Io non sono qui (2007), Mildred Pierce (2011), Carol (2015)

Martedì 7 febbraio 2017:
DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES di Jaco Van Dormael, con Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens
 

 
 
 
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