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CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2009/10

 

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Cineforum 2009/2010 - 2 febbraio 2010

Post n°79 pubblicato il 01 Febbraio 2010 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

PRIDE AND GLORY - IL PREZZO DELL'ONORE

Titolo originale: Pride and glory
Regia: Gavin O'Connor

Soggetto: Gavin O'Connor, Gregory O'Connor, Robert Hopes

Sceneggiatura: Gavin O'Connor, Joe Carnahan

Fotografia: Declan Quinn

Musiche: Mark Isham

Montaggio: Lisa Zeno Churgin, John Gilroy

Scenografia: Dan Leigh

Arredamento: Ron von Blomberg

Costumi: Abigail Murray

Effetti: Randall Balsmeyer, John Stifanich, Big Film Design, Animal Makers

Interpreti: Edward Norton (Ray Tierney), Colin Farrell (Jimmy Egan), Jon Voight (Francis Tierney Sr.), Noah Emmerich (Francis Tierney Jr.), Jennifer Ehle (Abby Tierney), John Ortiz (Ruben Santiago), Frank Grillo (Eddie Carbone), Shea Whigham (Kenny Dugan), Lake Bell (Megan Egan), Carmen Ejogo (Tasha), Manny Perez (Coco Dominguez), Wayne Duvall (Bill Avery), Ramon Rodriguez (Angel Tezo), Rick Gonzalez (Eladio Casado), Maximiliano Hernández (Carlos Bragon), José Ramón Rosario (sindaco Arthur Caffey), Leslie Denniston (Maureen Tierney), Nikkole Salter (Trish Mercer), Popa Wu (reverendo Farraud), Raquel Jordan (Lisette Madera), Hannah Riggins (Caitlin Tierney), Ty Simpkins (Jimmy Egan Jr.), Christopher Michael Holley (detective Miller), Ryan Simpkins (Shannon Egan), Jessica Pimentel (Angelique Dominguez), Flaco Navaja (Tookie Brackett), Carmen LoPorto (Francis Tierney), Lucy Grace Ellis (Bailey Tierney)

Produzione: Gregory O’Connor per Avery Pix/New Line Cinema/O'Connor Brothers/Solaris

Distribuzione: Eagle Pictures

Durata: 130’

Origine: USA, 2008

Che succede quando un poliziotto sospetta che il fratello poliziotto, e il cognato poliziotto, siano complici di brutali spacciatori? Che succede se il padre, poliziotto, prima gli dice di scoprire le mele marce e poi lo scongiura di non farlo? Dal massacro di quattro agenti su cui indaga un Edward Norton autunnale e melanconico, parte un minaccioso noir che alterna riti domestici di una intera tribù in divisa completa di mogli e nipotini, a cacce metropolitane che culminano in momenti di tensione quasi insostenibile (come quando Colin Farrell agita un ferro da stiro su un neonato per strappare cruciali informazioni ai genitori). Fotografato con adrenalinico atletismo da Declan Quinn (lo stesso di “Rachel getting married”), recitato con assoli di brutalità e disperazione, orgoglio e amarezza, da una pattuglia di eccellenti protagonisti e comprimari (non solo l’infallibile Norton, anche Farrell, Jon Voight e Noah Emmerich contribuiscono ad armi pari alla palpitante drammaturgia), questo poliziesco - raramente film ebbe più titoli per esserlo - soprattutto nella prima ora, miscela violenza e sentimenti con una determinazione che ricorda quella di certi film di Cimino.
Mario Sesti, Film TV

(……) ingoiano l'orgoglio quotidianamente i poliziotti di Gavin e Gregory O'Connor, figli gemelli di uno sbirro di New York, co-sceneggiatori e rispettivamente regista e produttore di questa gonfia, livida, solida e massiccia police story, affidata alla fotografia corposa, materica, nervosa e metropolitana di Declan Quinn, il magnifico cinematographer dell'ultimo Demme (“Man from Plains” e “Rachel getting married”): sin dal testosteronico incipit alla partita serale di football della squadra del NYPD siamo precipitati in una lotta primordiale tra uomini che si scontrano per chi avrà il comando, il potere, la superiorità, la vittoria - e l'unica cosa che conta è la lealtà della propria squadra, non i colpi bassi inflitti per arrivare alla meta. Per le restanti due ore e un quarto di pellicola è come se non fossimo mai usciti da quel match - la strada è il campo da gioco, e i poliziotti giocano duro e sporco come il team rivale, quello degli spacciatori. O'Connor dirige senza mezzi termini, con una risolutezza e una decisione degne del miglior Friedkin 'urbano', e in mezzo a un cast di livello superlativo - dove alle grandi interpretazioni di un ritrovato Edward Norton e di un incredibilmente espressivo Jon Voight risponde la sorprendente bravura finalmente messa nella giusta luce di Noah Emmerich, a cui è affidato il ruolo con più sfumature - l'attore che 'capisce' e 'interpreta' meglio il 'pugno serrato' del regista è sicuramente Colin Farrell, che recita a morsi, aggredendo il personaggio, protagonista di un'interpretazione magnificamente fisica, animalesca, istintiva, implacabile (e che si teme altamente possa essere rovinosamente annullata dal doppiaggio italiano...), vero corpo sacrificale in un finale superbo che rimanda a “Training day” di Fuqua (che fu un po' il testo-matrice di queste nuove storie di poliziotti corrotti) come alla sorte di Montgomery Clift in “Improvvisamente l'estate scorsa” di Mankiewicz.
Eppure non c'è solo la spietatezza della strada, per questi poliziotti-amici-figli-padri-amanti-fratelli che si spalleggiano, si sorreggono, per poi tradirsi alle spalle, incastrarsi, picchiarsi a mani nude, le pistole appoggiate al bancone di un pub sfasciato mentre volano i calci e i pugni con un brano tradizionale irlandese che tiene il tempo dalle casse dello stereo del locale. Dubbi etici e incertezze morali di chiara derivazione lumettiana (con breve deviazione 'giornalistica' nella vicenda del viscido reporter a caccia di scandali nella Polizia): ognuno di loro ha la propria donna, la propria famiglia, le proprie disgrazie di esistenze disgregate, la propria casa da difendere dalle schegge della parallela vita in divisa che in tutti i modi sembrano voler penetrare attraverso le pareti domestiche - e quanto è bella allora quella sequenza sospesa al pranzo di Natale in cui lo stanco patriarca Jon Voight, una vita spesa al NYPD, si lascia andare a un commovente monologo su quanto vada fiero dei propri figli poliziotti... Nel finale, l'evanescente riflesso dei sopravvissuti dello stesso nucleo familiare che hanno preso la loro decisione, di nuovo riuniti alla luce del giorno, che finalmente ha preso il posto di una notte e di un'oscurità che per O'Connor pareva eterna.

Sergio Sozzo, Sentieri Selvaggi

GAVIN O’CONNOR
Filmografia:
In cerca d'amore (1999), Miracle (2004), Pride and glory - Il prezzo dell'onore (2008)

Martedì 9 febbraio 2010:
THE WRESTLER di Darren Aronofsky, con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Giovanni Roselli

 

 

 
 
 

Cineforum 2009/2010 - 26 gennaio 2010

Post n°78 pubblicato il 24 Gennaio 2010 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

IL MIO VICINO TOTORO

Titolo originale: Tonari No Totoro
Regia
: Hayao Miyazaki
Soggetto
: Hayao Miyazaki, Kubo Tsugiko
Sceneggiatura
: Hayao Miyazaki
Fotografia
: Mark Henley
Musiche
: Joe Hisaishi
Montaggio
: Takeshi Seyama
Scenografia
: Kazuo Oga
Effetti
: Kaoru Tanifuji
Produzione
: Tohru Hara, Eiko Tanaka per Tokuma Japan Communications Co. Ltd./Studio Ghibli/ Walt Disney Animation
Distribuzione
: Lucky Red
Durata
: 86'
Origine
: USA, Giappone, 1988

Un tuffo nel tempo, un’immersione nel mondo ormai sommerso dei cartoni animati interamente realizzati a mano: questo è, prima di tutto, “Il mio vicino Totoro” (con l’accento sulla prima o). Un risultato certo non intenzionale, bensì frutto di una distribuzione all’estero difficile e particolarmente tortuosa per quel che riguarda il nostro Paese, dove la più celebre creatura di Hayao Miyazaki giunge a ben 21 anni dalla sua nascita. Allora fu una scommessa straordinaria, una sorta di lascia o raddoppia per l’ancora giovane Studio Ghibli: era infatti parte di un double feature, un doppio spettacolo, assieme allo struggente “Una tomba per le lucciole” di Isao Takahata. Il successo al botteghino non fu quello sperato e si annunciarono tempi durissimi, ma poi un testardo industriale del peluche ottenne l’autorizzazione per lanciare sul mercato un morbido Totoro. Due anni dopo l’uscita in sala, arrivò così un clamoroso trionfo e da allora Totoro è il logo dello Studio Ghibli, una sorta di spirito protettore come lo è nel film per la sua foresta. “Il mio vicino Totoro” racconta infatti di una creatura magica, che abita un albero sacro nel bel mezzo di un bosco, in un paese vicino a Tokyo negli anni ‘50. Qui si trasferiscono la giovane Satsuke e la piccola Mei, insieme al padre, mentre la madre è ricoverata in un ospedale non troppo distante. Le due dimostrano uno straordinario entusiasmo per il mondo della campagna e per il folclore popolare, una purezza che le porta a conoscere il grande Totoro, paffuto e peloso, altri “totori” più piccoli, i minuscoli “nerini” (simili agli spiriti della fuliggine de “La città incantata”) e l’imponente e veloce Gattobus. La convivenza di creature mitiche e vita rurale è di una magia semplice ma irresistibile, come la morbidezza del tratto di Miyazaki, dai colori caldi e accompagnato dalle memorabili melodie del fidato Joe Hisaishi. Un capitolo fondamentale della Storia del Cinema non solo d’animazione, incluso tra i 100 migliori film di tutti di tempi da Akira Kurosawa, e finora ignobilmente misconosciuto in Italia. Meglio tardi che mai.Andrea Fornasiero, Film TV

A volte c’è qualcosa che rimane trattenuto tra la pancia e la gola, un’emozione allo stato liquido che si ferma sulla superficie degli occhi e non è libera di fluire, per arrivare alle mani, alle dita, alla carta. E’ quella commossa afasia che produce una vertigine prossima all’incredulità. Ed è ciò che capita, ogni volta, davanti a Miyazaki: la percezione splendida di un’impotenza, dell’incapacità di raccontare l’illuminazione e di riprodurre la bellezza che si è mostrata. A ogni visione il maestro giapponese appare sempre più come un arcano stregone, un uomo di un altro pianeta sceso sul mondo per svelarne il cuore e il mistero, quelle profondità invisibili agli occhi dei più, troppo poco abituati alla luce tenue e semplice che promana dalle cose. E film dopo film, questa luce appare con sempre maggiore chiarezza. Come se dagli inizi di Conan, Lupin e Nausicaa sino agli ultimi incanti di “Ponyo sulla scogliera”, il nostro sguardo fosse diventato via via più sensibile allo spettro cromatico di un universo in cui a ogni cosa viene restituito il suo senso esatto e magico. Ecco: “Il mio vicino Totoro” arriva finalmente nelle sale italiane, ventuno anni dopo la sua realizzazione. E di fronte al secondo lungometraggio di Miyazaki per lo Studio Ghibli, si ha la conferma della sensazione che fosse tutto chiaro sin da subito. Perché nel cinema di Miyazaki non c’è mai rottura, una netta inversione di segno. Ci sono semmai variazioni sottili, cambi di prospettiva e di lunghezza focali, che permettono di inquadrare lo stesso orizzonte di senso da angolazioni e con profondità differenti. Ma comunque è un gioco di rimandi, ritorni e approfondimenti: da “Nausicaa” a “Il castello errante di Howl”, da Totoro a Ponyo. Tutto in funzione di un’unica semplice, spiazzante verità: “la vita è luce che splende in mezzo alle tenebre”. Qui, dopo le battaglie e le rinascite di “Nausicaa della valle del vento” (1984), dopo i voli fantastici di “Laputa” (1986), Miyazaki sceglie di raccontare una storia più intima, apparentemente più semplice e modesta. Due ragazzine, Mei e Satsuki, si trasferiscono, con il padre, nelle campagne nei dintorni di Tokyo. Nonostante vivano l’ansia per la malattia della madre, ricoverata in un ospedale nelle vicinanze, le bambine sono affascinate dal nuovo ambiente e, con il coraggio dell’innocenza, si lanciano alla scoperta dei segreti della loro casa infestata dagli spiriti. Finché faranno la conoscenza di Totoro, l’enorme e pacioso spirito della crescita. La metafora è scoperta, come nelle favole. Miyazaki torna al passato, agli anni ’50, per gettare un ponte verso la tradizione, i miti e la saggezza di un popolo. Ma, al tempo stesso, sembra guardare al cinema di una volta, riscoprendo l’inquieta serenità contemplativa di Ozu. Il vuoto e il pieno, genitori e figli, lo spettro della perdita e la vita che si rinnova ancora. Il miracolo di un germoglio che spunta e lo sgomento della malattia. La pace e la tragedia. Il (bi)sogno di una famiglia. Bambine che piangono, si perdono e corrono incontro a nonne tenere e apprensive, fantasmi che soccorrono gli umani, leggenda e realtà che si danno il cambio nell’immobilità apparente del quadro. Il mondo gira sempre intorno al proprio asse, testimone instancabile di un ciclo eterno di nascita e morte. E il cinema è come il mondo, proiezione infinita delle nostre vite e dei nostri destini. Signori, siamo di fronte a Miyazaki. E ancora una volta, accompagnati dalla dolce perfezione di quei tratti di matita, compiamo il nostro meraviglioso viaggio nell’amorevole creazione di un piccolo dio umano, fin troppo umano.
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi

HAYAO MIYAZAKI
Filmografia:
Lupin III - Il castello di Cagliostro (1979), Nausicaä della valle del vento (1984), Laputa - Castello nel cielo (1986), Il mio vicino Totoro (1988), Kiki consegne a domicilio (1989), Porco Rosso (1992), On your mark (1995), Principessa Mononoke (1997), La città incantata (2001), Il castello errante di Howl (2004), I racconti di Terramare (2006), Ponyo sulla scogliera (2008)    

Martedì 2 febbraio 2010:
PRIDE AND GLORY - IL PREZZO DELL’ONORE di Gavin O’Connor, con Edward Norton, Colin Farrell, Jon Voight, Noah Emmerich, Jennifer Ehle     



 

 
 
 

Cineforum 2009/2010 - 19 gennaio 2010

Post n°77 pubblicato il 14 Gennaio 2010 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

 

MACHAN - LA VERA STORIA DI UNA FALSA SQUADRA

Titolo originale: Machan
Regia: Uberto Pasolini 

Soggetto e sceneggiatura: Ruwanthie De Chickera, Uberto Pasolini

Fotografia: Stefano Falivene

Musiche: Lakshman Joseph De Saram, Stephen Warbeck

Montaggio: Masahiro Hirakubo

Scenografia: Errol Kelly

Arredamento: Lal Harindranath, Johannes Pfaller

Costumi: Sandhiya Jayasuriya, Rob Nevis

Effetti: Fabrizio Pistone

Interpreti: Dharmapriya Dias (Stanley), Gihan De Chickera (Manoj), Dharshan Dharmaraj (Suresh), Namal Jayasinghe (Vijith), Sujeewa Priyalal (Piyal), Mahendra Perera (Ruan), Dayadewa Edirisinghe (Naseem), Mohamed Adamaly (medico pakistano), Christian Ebert (arbitro), Malini Fonseka (madre di Manoj) , Theertham Muthiah Ganeshan (poliziotto anziano), Sanjaya Hettiaratchchi (cugino di Piyal), Lalith Janakantha (cugino di Piyal), Nino Jayakodi (giovane afgano), Sarath Karunaratne (PK), Vajira Kodituwakku (bengalese), Dilip Kumara Koralage (poliziotto giovane), Mangala Pradeep Kumara (VD), Sitha Kumari (nonna di Manoj), Ravi Kumar (Neville), Hemasiri Liyanage (padre di Manoj), Saumya Liyanage (straniero arrabbiato), Stefan Mehren (ufficiale dell'Immigrazione, Ruwan Malith Peiris (indiano), Mahendra Perera (Ruan), Chathurika Pieris (Shalini), Pradeepan Puwabalasingham (AJ), Janaka Ranasinghe (afgano), Ronika Rannetthi (Esther), Pitchchei Selvaraj (Nesa), S. Selvsekaran (padre), Jayani Senanayake (Jasmine), Irangani Serasinghe (Magie), Kumara Thirimadura (Oaf), Pubudu Chathuranga, Peer Martiny, Achim Schelhas

Produzione: Uberto Pasolini, Prasanna Vithanage, Conchita Airoldi, Henning Molfenter e Mirjam Weber per Redwave Films/Studiourania/Babelsberg Film/Shakthi Films/Rai Cinema

Distribuzione: Mikado - Dolmen Home Video

Durata: 110’

Origine: Italia, Germania, Sri Lanka, 2008

Volontà, desideri, speranze, inventiva e fantasia. Coloro che stanno al di là delle nostre frontiere, coloro che abitano nelle zone povere del mondo - quelli che noi chiamiamo “extracomunitari” - sono come eravamo noi qualche generazione fa. E hanno quello che in Occidente non si trova più: la fame dei popoli giovani, i loro desideri totalizzanti, l’ingenuità e la tenerezza di chi crede nella possibilità di una vita migliore, nel sogno a poche ore di volo. Uberto Pasolini, finora conosciuto come produttore (sua la produzione di “Full Monty”, il maggior successo commerciale inglese di tutti i tempi) è andato in Sri Lanka per mettere in scena una storia realmente accaduta. Nella bidonville di Colombo un gruppo di amici, senza soldi e senza futuro, capisce che l’unico modo per ottenere il visto per emigrare in Europa è farsi invitare: allora si improvvisano giocatori di pallamano per rappresentare il loro paese in un torneo tedesco e senza aver giocato nemmeno una partita si propongono come la “Nazionale di Palla a Mano dello Sri Lanka”.
L’improbabile squadra atterra in Baviera, ma prima di tentare la fuga dovrà cimentarsi davanti a un pubblico di tifosi… Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2008, il film guarda il volto di ciascuno e ascolta attento: interpretato da attori alla loro prima esperienza cinematografica e da non-professionisti, ognuno dei 23 cingalesi si porta dietro la sua storia da raccontare. “Machan” potrebbe essere letto come uno di quei film che aspira all’etichetta di ‘realista’ e ‘impegnato’ mentre mette in scena la parabola ascendente della metafora sportiva (un gruppo disomogeneo e disorganizzato che trova nello sport l’unione e la forza necessaria per farcela). Ma la regia mantiene il controllo e fa un passo indietro: tentato da stereotipi caratteriali e dalle solite trappole narrative, il film invece rallenta piano e apre i suoi occhi, le braccia, i pori della pelle.
Quello che entra è quel poco di realtà che ci serve per non morire.

Silvia Colombo, Film TV

Dopo essere diventato famoso in tutto il mondo per aver prodotto il successo internazionale di “Full Monty” - ma vanno ricordati senz’altro anche i due gioielli diretti da Alan Taylor, “Palookaville” e “I vestiti nuovi dell’imperatore” - Uberto Pasolini ha deciso di esordire dietro la macchina da presa con la storia (vera) di un gruppo di cittadini dello Sri Lanka che si finge membro della inesistente nazionale di pallamano per poter uscire dal proprio paese e cercare lavoro in Germania, dove sono stati invitati a partecipare ad un torneo.
Diretto con stile asciutto, molto attento a non sovrapporre la presenza della macchina da presa sulla vicenda raccontata o sull’interpretazione degli attori, “Machan” si rivela fin dalle primissime scene un lungometraggio dal tocco molto gentile, che racconta il disagio strisciante dei vari protagonisti in maniera certo leggera ma non per questo meno drammatica; la condizione disagiata, anzi più che precaria, dei due personaggi che danno il via alla vicenda, viene raccontata secondo gli stilemi precisi dettati da una sceneggiatura molto “classica” nel suo sviluppo, ma non per questo meno efficace. Pasolini si rivela poi un direttore d’attori sorprendentemente attento, sensibile nel riuscire a far emergere personalità diverse e sfaccettate da figure interpretate da attori per la maggior parte non professionisti o di origine teatrale: basta sapere che l’interprete più conosciuto del film, famoso nel suo paese per svariate produzioni televisive e cinematografiche, si chiama Mahendra Perera, un nome che probabilmente al pubblico internazionale dice poco o nulla.

Preciso nelle caratterizzazioni, concreto nel racconto, “Machan” ha l’indiscutibile pregio di essere un lavoro che cresce di tono e di spessore emotivo, fino a diventare nell’ultima parte un’opera a tratti commovente. Dove il film avrebbe invece dovuto essere asciugato è nella prima mezz’ora di proiezione, che in certi momenti subisce dei vistosi ed inutili rallentamenti; per il resto però il film è decisamente godibile, ed evidenzia la sincerità degli intenti con cui è stati ideato e realizzato.

Adriano Ercolani, Coming Soon

UBERTO PASOLINI
Filmografia:
Machan (2008)

Martedì 26 gennaio 2010:
IL MIO VICINO TOTORO di Hayao Miyazaki  

 

 
 
 

Cineforum 2009/2010 - 12 gennaio 2010

Post n°76 pubblicato il 11 Gennaio 2010 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

TWO LOVERS
Regia: James Gray
Sceneggiatura: Richard Menello, James Gray

Fotografia: Joaquín Baca-Asay

Montaggio: John Axelrad

Scenografia: Happy Massee

Arredamento: Carol Silverman

Costumi: Michael Clancy

Interpreti: Joaquin Phoenix (Leonard Kraditor), Gwyneth Paltrow (Michelle Rausch), Vinessa Shaw (Sandra Cohen), Isabella Rossellini (Ruth Kraditor), Moni Moshonov (Reuben Kraditor), John Ortiz (José Cordero), Bob Ari (Michael Cohen), Julie Budd (Carol Cohen), Elias Koteas (Ronald Blatte), Samantha Ivers (Stephanie), Jeanine Serralles (Dayna)

Produzione: Donna Gigliotti, James Gray, Anthony Katagas per 2929 Productions/Tempesta Films

Distribuzione: BIM

Durata: 110’

Origine: USA, 2008

L'asimmetria, l'illusione, il conforto e i compromessi dell'amore. Leonard (Joaquin Phoenix) viene lasciato dalla fidanzata, torna a vivere (e lavorare) con i genitori, è sotto cure antidepressive, oscilla sull'orlo del suicidio. Un giorno, a poche ore di distanza, entra in contatto con due donne. Sandra (Vinessa Show) è la figlia di un amico di famiglia e mostra subito un interesse nei suoi confronti.
Michelle (Gwyneth Paltrow) è la bionda vicina di casa, una di quelle barbie sofisticate, volubili, problematiche, di cui è quasi impossibile non innamorarsi. “Two lovers” è essenzialmente tutto qui: un triangolo. Apparentemente Sandra tende verso Leonard, che tende verso Michelle, che a sua volta soffre per un uomo sposato. Ma i lati del triangolo non sono rigidi, si muovono come un elastico. Amare è importante, essere amati è confortante: Leonard si fidanza con Sandra, Michelle sembra cedere alle attenzioni di Leonard. Elementi esterni, drammi, influenze famigliari complicano l'intreccio. James Gray è delicato, ma non patetico. Racconta storie, pensieri, dubbi, sensazioni universali. È difficile non specchiarsi, almeno parzialmente, in qualcuno dei personaggi.
“Two lovers” è ambientato a New York, ma non nella Manhattan delle luci sfavillanti, delle feste, dei ristoranti chic, degli eccessi. Quella compare solo di sfuggita, come controcanto ambientale del vero teatro del racconto: una Brooklyn meravigliosamente anonima, popolare, notturna, con lavanderie a secco, silenziosi lungomare, case di mattoni e scale di sicurezza, dalle cui finestre ci si incontra come in “Colazione da Tiffany”. In tutto il film non si vede quasi un raggio di sole e la scelta non è casuale. La storia è di una semplicità quasi disarmante, così come sono semplici tutti i suoi protagonisti e i sentimenti che li muovono. Non solo i tre vertici del triangolo, ma anche i parenti: i genitori di Leonard e Sandra, anime della comunità ebraica locale, più amorevoli che stereotipati nel loro rapporto con i figli. Tutto è calibrato alla perfezione. Quello che avrebbe potuto essere un noioso drammone sentimentale si rivela invece una riuscita riflessione sulle relazioni umane, le contraddizioni e le diverse esigenze affettive che le caratterizzano, la speranza, il bisogno, l'ossessione. Su tutti quei meccanismi e quelle dinamiche che ci spingono verso un'altra persona o ce ne allontanano, senza che possiamo fare molto per impedirlo.

Luca Castelli, Il Mucchio

È una New York etnica, arcaica, dalla grana grossa e dalle ombre profonde quella che James Gray ama raccontare, una città di famiglie, di interni, di crepuscoli interminabili e notti ancora più lunghe. Tornando al quartiere dei suoi esordi (il film era “Little Odessa”, del 1995), ovvero la comunità russa di Brighton Beach, Gray passa dallo sfondo criminal poliziesco che ha caratterizzato i suoi film precedenti a una storia d'amore, un doppio triangolo giocato nei meandri confortevolmente ammuffiti e retrò di un vecchio condominio vicino al mare, dove Leonard (Joaquin Phoenix) torna a vivere con i genitori (Isabella Rossellini e Moni Monoshov) dopo essere stato abbandonato da una promessa sposa e aver tentato il suicidio buttandosi nelle gelide acque dell'Atlantico. Michelle (Gwyneth Paltrow) è la misteriosa vicina che viene ad abitare nello stabile, un'apparizione di un biondo accecante che ogni mattina prende la sopraelevata per emigrare verso il pianeta remoto e lussuoso di uno studio legale di Manhattan, dove lavora e intrattiene una storia d'amore infelice con un uomo potente e sposato (Elias Koteas). Amichevole, inavvicinabile, sprizzante pericolo da tutte le parti e fragilmente bisognosa allo stesso tempo, Michelle è l'antitesi dell'altra donna che appare improvvisamente nelle vita di Leonard: Sandra (Vinessa Shaw), la dolce, disponibile e rassicurante figlia del socio d'affari di papà che sogna di mettere in comune le rispettive tintorie e dare un futuro comune ai due «ragazzi».
Più o meno ispirato alle Notti Bianche di Dostoevski, “Two lovers” si muove quasi interamente in una dimensione di sogno, astratta dal tempo reale (siamo nel presente ma le location evocano più gli anni '40 o '50), accentuando quella componente anacronistica che fa del cinema di Gray un universo di non facile collocazione. Piace (molto) in Francia. Meno negli States o in Italia. In realtà è proprio questo essere così «altro» che determina il fascino della sua ricerca, il suo localismo ostinato, le discrezione nell'osservazione degli affetti, l'attenzione ai minimi dettagli del microcosmo che racconta (Rossellini che, per assicurarsi che stia bene, spia il figlio dalla fessura sotto la porta...). Al suo terzo lavoro con Gray (dopo “The Yards” e, nel 2007, “I padroni della notte”), Joaquin Phoenix è il personaggio centrale ma anche una vera e propria funzione dello sguardo (non a caso, l'hobby di Leonard è la fotografia). Il suo contemplare le due donne e intermittente intrecciarsi con loro, è contemplare la sua vita futura, indecisa tra l'incognita dell'avventura romantica e senza garanzie e il calore di un sentimento più discreto, ancorato in una zona di conforto senza pericoli. Dopo la tragedia greca de “I padroni della notte”, “Two lovers” ricompone un quadro (di accettazione) del mondo malinconico, ma meno disperato.

Giulia D’Agnolo Vallan, Il Manifesto

JAMES GRAY
Filmografia:

Little Odessa (1994), " The Yards (2000), I padroni della notte (2007), Two lovers (2008)

Martedì 19 gennaio 2010:
MACHAN di Uberto Pasolini, con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe

 

 

 
 
 

Cineforum 2009/2010 - 15 dicembre 2009

Post n°75 pubblicato il 15 Dicembre 2009 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

TUTTA COLPA DI GIUDA

Regia: Davide Ferrario
Sceneggiatura: Davide Ferrario
Fotografia: Dante Cecchin
Musiche: Fabio Barovero
Montaggio
: Claudio Cormio
Scenografia: Francesca Bocca
Costumi: Paola Ronco
Interpreti: Kasia Smutniak (Irena Mirkovic), Fabio Troiano (Libero Tarsitano), Gianluca Gobbi (don Iridio), Luciana Littizzetto (suor Bonaria), Cristiano Godano (Cristiano)
Produzione
: Davide Ferrario per Rossofuoco/Film Commission Torino Piemonte
Distribuzione
: Warner Bros. Pictures italia
Durata
: 102’
Origine
: Italia, 2009

Le prime immagini di questo film fanno un po’ temere il polpettone carcerario con afflati documentaristici: immagini sgranate da digitale leggero e frasi, più o meno fatte, pronunciate con fortuna alterna dai non-attori carcerati. Poi si capisce che si vira verso la fiction. Un musical realista (e questo ossimoro stilistico è la cifra principale del film) di veri detenuti di un braccio speciale, in cui si provano attività alternative, ricreative, di recupero. In particolare, Irena, una regista serba, viene chiamata per organizzare una rappresentazione della passione di Cristo, da cui il titolo del film. E all’inizio l’illustrazione di tutto questo rischia di essere un po’ piatta, con la regista teatrale off entusiasta e impaurita, il prete preoccupato dall’eccessiva modernità dello spettacolo, il direttore che cerca di evitare che ai detenuti si infonda troppa vitalità. E così via, fino ai comprimari tutti più o meno prevedibili, tra cui figura Cristiano Godano, il leader dei Marlene Kuntz, che sembra rifare se stesso sullo schermo, senza sforzo. Ma la prevedibilità varca di poco il confine del carcere. Spieghiamoci. Davide Ferrario lavora con poca sceneggiatura. È attento al peso delle questioni (religiose e sociali) che il suo film solleva e non cerca di risolverle, ma ci passa vicino con ironia. E non cerca ad esempio contrapposizioni troppo forti tra i carcerati, per evitare forse il macchiettismo di alcuni film corali, in particolare di quelli ambientati nelle prigioni, in cui al detenuto cattivo e senza scrupoli, fanno da contraltare i padri di famiglia, i “buoni”, i gay, i politici. Questi criminali sono invece “comuni” e possono anche confondersi l’uno con l’altro, sovrapporsi, avere momenti di lucidità e passione oppure rinchiudersi nell’apatia dell’attesa. Anche il ritmo del film lo conferma, ed è qui che il montaggio (latitante la sceneggiatura) fa forse il suo lavoro migliore. Viene evitato, ad esempio, il cliché dell’iniziale diffidenza “espiata” dalla successiva armonia; gli avvicinamenti e gli allontanamenti tra la regista e il gruppo di “attori” sono, al contrario, molto più sfumati e continui: la partecipazione segue vie e ritmi meno battuti. Ma si tratta comunque di una “commedia con musica” e alcuni appiattimenti e scorciatoie romanzesche (come l’ammutinamento finale) sono perciò necessari, peccati veniali per un lavoro che, come il sottotesto evangelico e pasquale, racconta di continue e solo in parte prevedibili rinascite.
Antonio Bibbò, Il Mucchio

Se uno non riconoscesse gli attori "veri" - Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Luciana Littizzetto - farebbe fatica a distinguere tra professionisti e non. Cioè a capire che tutti o quasi tutti gli altri sono veri detenuti del vero carcere di Torino dove il film è stato girato. Due cose, quindi, si segnalano subito di “Tutta colpa di Giuda”. La particolarità dell’ambientazione reale (ma dentro a un caso quantomai anomalo di "cinema-verità", contaminato addirittura con il musical cantato, coreografato, ballato); la cui riuscita deve molto all'esperienza accumulata da Ferrario nel tenere da una decina di anni corsi di formazione professionale prima a San Vittore e poi alle Vallette. Ciò che gli permette di avere e trasmettere una percezione molto vera della vita dentro l'universo carcerario, compresa quella degli operatori ad esso addetti. La seconda cosa che si fa subito notare è, appunto, la scommessa riuscita dell’amalgama tra attori di mestiere e attori dilettanti e improvvisati. Ferrario immagina, con autoironica citazione della propria esperienza, una regista teatrale d'avanguardia giovane e carina e non italiana (Smutniak) che accetta l'incarico di allestire con un gruppo di detenuti una recita pasquale che ha per tema la Passione di Gesù. Propostole da un cappellano animato da moderno attivismo e tollerato dal sornione scetticismo del direttore: ma il primo si rivelerà meno moderno e il secondo meno scettico delle prime apparenze. Ma Irena (è il nome della regista) trova davanti a sé uno scoglio tanto decisivo quanto paradossale, comico e infine liberatorio: la obbliga a liberarsi di diaframmi, sovrastrutture e grilli "artistici" per la testa. Nessuno in quel contesto, assolutamente nessuno è disposto a recitare il ruolo di Giuda. Perché allora, si dice Irena a partire da qui, non immaginare una storia di Gesù "alternativa"? Senza il tradimento, senza l’espiazione, senza la morte? I colpi di scena non vanno svelati ma è facile immaginare che non l'esito ma il percorso è ciò che veramente conta per tutti i partecipanti all’impresa. Qualcuno potrà dire che la carne al fuoco è tanta o troppa rispetto a una struttura così leggera. Ma il suggerimento e la suggestione sono emozionanti.
Paolo D’Agostini, La Repubblica

Non c'è che dire, Giuda non è mai stato molto popolare, tanto meno dietro le mura di un carcere... Ma da qui ad affermare che sia davvero “Tutta colpa di Giuda” (è il titolo del film-"commedia con musiche" di Davide Ferrario) ce ne corre: perché in quella prigione di Torino, dove la pellicola è stata girata, mettendo insieme attori professionisti e detenuti, si racconta una storia diversa. La storia di una Passione in cui l'accento viene posto sulla voglia di vivere. Una Passione blasfema, se volete, oltre la Croce. Una Passione in cui tutti vorrebbero interpretare il ruolo di Gesù, ma nessuno quello di Giuda. A organizzare la rappresentazione, fortemente voluta (ma in ben altro modo...) dal padre cappellano, è una giovane attrice-regista originaria della Serbia, sopravvissuta ai bombardamenti Nato del '99. Il suo desiderio è comunicare ai detenuti un senso perduto, una vitalità che si è persa dietro le sbarre. Si lavora, si litiga, si canta e si balla.
Ma poi, sul più bello, arriva l'agognato indulto,e gli attori se ne vanno,ognuno per la sua strada, prima ancora della recita ufficiale.
E la Passione senza Croce e senza Giuda? Pazienza, l'importante è provarci.
Luigi Paini, Il Sole 24 Ore

DAVIDE FERRARIO
Filmografia:
La fine della notte (1990), Anime fiammeggianti (1994), Estate in città (1996), Tutti giù per terra (1996), Partigiani (1997), Sul quarantacinquesimo parallelo (1997), Comunisti (1998), Figli di Annibale (1998), Guardami (1999), La rabbia (2000), Dopo mezzanotte (2003), Se devo essere sincera (2004), Ho visto Suzanne (2005), La strada di Levi (2006), L'oscura immensità (2007), Tutta colpa di Giuda (2009)     

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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