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CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2011/2012

 

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Cineforum 2011/2012 - 7 febbraio 2012

Post n°132 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

WE WANT SEX

 

Titolo originale: Made in Dagenham

Regia: Nigel Cole

Sceneggiatura: William Ivory

Fotografia: John de Borman

Musiche: David Arnold

Montaggio: Michael Parker

Scenografia: Andrew McAlpine

Arredamento: Anna Lynch-Robinson

Costumi: Louise Stjernsward

Effetti: Chris Reynolds, Sheila Wickens

Interpreti: Sally Hawkins (Rita O'Grady), Bob Hoskins (Albert Passingham), Miranda Richardson (Barbara Castle), Geraldine James (Connie), Rosamund Pike (Lisa Hopkins), Andrea Riseborough (Brenda), Daniel Mays (Eddie O'Grady), Jaime Winstone (Sandra), Kenneth Cranham (Monty Taylor), Rupert Graves (Peter Hopkins), John Sessions (Harold Wilson), Roger Lloyd-Pack (George), Richard Schiff (Robert Tooley)

Produzione: Laurie Borg, Elizabeth Karlsen, Stephen Woolley per Number 9 Films

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 113’

Origine: Gran Bretagna, 2010

 

Eccolo il miglior film della stagione. Una sciccheria, una delizia. Questo sì da non perdere. Una commedia di purissima stoffa inglese in zona “Full Monty” o “Grazie, signora Thatcher”. Per carità, non fatevi fuorviare dallo spiritoso titolo, volutamente malizioso. “We want sex” è soltanto una parte dello striscione inalberato dalle tenaci protagoniste: gli manca la quarta parola, Equality, piegata dal vento. Quindi non ‘Vogliamo sesso’, come potrebbe sperare un frettoloso fan di Tinto Brass, ma ‘Vogliamo la parità dei sessi’. Soprattutto in senso salariale. Il regista Nigel Cole è uno che maneggia bene l'umorismo e usa con estrema cura i guanti bianchi, come dimostrano almeno due dei suoi film precedenti, “Calendar girls” e “L’erba di Grace”.

La storia (vera) si svolge a Dagenham, nell'Essex, contea orientale dell'Inghilterra, nel maggio del 1968. Nella fabbrica della Ford, accanto ai 55 mila operai uomini, sgobbano 187 donne, addette alla cucitura dei sedili. È un'ala fatiscente, dove fa un caldo infernale, tanto che spesso volano via le camicette e restano i reggiseni. Un lavoro faticoso, ma considerato non qualificato, per antica consuetudine pagato la metà di quello dei maschi. Finché un bel giorno la giovane e battagliera madre di famiglia Rita O'Grady (Sally

Hawkins, che attrice!) è la prima a tuonare il suo basta, subito spalleggiata dalle più ardite tra le colleghe, come Connie, Brenda e Sandra.

L'ambiguo capo della commissione interna Mont Taylor le ostacola, fingendo di appoggiarle, al contrario del compiaciuto, anche se non proprio cuordileone, sindacalista Albert (Bob Hoskins).

Pretendiamo la parità e la chiederemo al ministro del Lavoro Barbara Castle (Miranda Richardson). O sarà sciopero a oltranza.

Si ride spesso, anche se in un paio di scene le lacrime sono in agguato, mala regia, secca e senza fronzoli, è pronta a mutare rotta appena si sfiora la commozione. Se non è un capolavoro, poco ci manca, grazie anche a un cast straordinario, per talento e simpatia.

P.S. Finalmente quando si parla di Escort s'intendono le auto e basta.

Massimo Bertarelli, Il Giornale

 

Sembrava lotta di classe, invece era guerra dei sessi. Proprio così, solo che quella volta non si combatteva in casa ma in fabbrica (che poi era ‘la’ fabbrica: la Ford). E a battersi per ottenere pari diritti e compenso era un pugno di operaie giovani, agguerrite, incredibilmente unite. Ma soprattutto abbastanza inesperte da infischiarsene della politica e di strategie sindacali. Dunque destinate, oggi sembra incredibile, alla vittoria. Il tutto nel fatidico 1968, che in Inghilterra evidentemente fu tutta un'altra cosa.

Applaudito al festival di Roma sotto il titolo furbacchione di “We want sex” (in originale si chiamava “Made in Dagenham”, che non fa venire esattamente l'acquolina in bocca), il nuovo film diretto dal regista di “Calendar Girls” e “L'erba di Grace”, Nigel Cole, è un perfetto esempio di quelle commedie sociali nelle quali gli inglesi sono maestri (ma per favore lasciamo in pace Ken Loach, che ha ben altre ambizioni).

La formula è collaudata. Prendi un gruppo colorito e decisamente, orgogliosamente minoritario (disoccupati, pensionati, emigranti). Cucigli addosso una vicenda di lotta e riscatto, meglio se vera. Scegli attori (qui attrici) irresistibili, che nel Regno Unito non sono certo una rarità, e il gioco è fatto. Le operaie toste e simpatiche di “We want sex” hanno il merito supplementare di essere guidate dalla carismatica Sally Hawkins, un metro e mezzo di grinta e dolcezza che riesce a fare la guerra in fabbrica senza neanche mandare a rotoli la famiglia. Conquistandosi per giunta le simpatie di una ministra, l'unica che capisce cosa passa per la testa di quelle operaie confinate nell'ala più fatiscente della fabbrica e decise a ottenere parità salariale, cosa assolutamente inaudita all'epoca (Miranda Richardson con chioma alla Thatcher, ma il personaggio che interpreta si chiamava Barbara Castle). Per poi conquistare alla causa, potenza della solidarietà femminile, perfino la moglie del grande capo, che da brillante laureata, ingioiellata e frustrata (serve gli aperitivi al maritino) scavalca d'un balzo le rigide differenze di classe britanniche per portare conforto alle operaie in sciopero. Tanto da andare a trovare la leader nella sua casa di ringhiera, prestandole perfino un tailleurino rosa di Biba, nome mitico di quegli anni, per non sfigurare con la ministra.

Naturalmente ogni licenza è permessa: “We want sex” (il titolo nasce da uno striscione srotolato a metà) non è un documentario, anche se sui titoli di coda sfilano le vere operaie, ieri e oggi (ed erano molto meno allegre delle loro interpreti). L'essenziale è non dimenticare mai lo sguardo maschile, nelle sue varie declinazioni, su quella lotta e sul mondo che svela. E un film che affida il lato migliore di quello sguardo a Bob Hoskins, il delegato sindacale incantato dal coraggio e dalla faccia tosta delle sue colleghe, è un film che si fa amare da tutti. Senza distinzioni di sesso e di età.

Fabio Ferzetti, Il Messaggero

 

NIGEL COLE

Filmografia:

Cold feet (1998), L'erba di Grace (2000), Calendar girls (2003), Sballati d'amore (2005), We want sex (2010)

 

Martedì 14 febbraio 2012:

BIUTIFUL di Alejandro González Iñárritu, con Javier Bardem, Maricel Álvarez, Eduard Fernández

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 31 gennaio 2012

Post n°131 pubblicato il 29 Gennaio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

UOMINI DI DIO

 

Titolo originale: Des hommes et des dieux

Regia: Xavier Beauvois

Sceneggiatura: Etienne Comar, Xavier Beauvois

Fotografia: Caroline Champetier

Montaggio: Marie-Julie Maille

Scenografia: Michel Barthélémy

Costumi: Marielle Robaut

Interpreti: Lambert Wilson (Christian), Michael Lonsdale (Luc), Olivier Rabourdin (Christophe), Philippe Laudenbach (Célestin), Jacques Herlin (Amédée), Loïc Pichon (Jean-Pierre), Xavier Maly (Michel), Jean-Marie Frin (Paul), Abdelhafid Métalsi (Nouredine), Sabrina Ouazani (Rabbia), Abdallah Moundy (Omar), Olivier Perrin (Bruno), Farid Larbi (Ali Fayattia), Adel Bencherif (terrorista), Roschdy Zem , Goran Kostic

Produzione: Pascal Caucheteux, Etienne Comar per Why Not Productions/Armada Films/France 3 Cinéma

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 120’

Origine: Francia, 2010

 

C'è un paragone che incombe su “Uomini di Dio”, ed è quello con il celebre documentario “Il grande silenzio” di Philip Groning. Un paragone letale al box-office, perché non sono poi molti gli spettatori disposti ad entrare metaforicamente in convento per tutta la durata di un film. Ebbene, “Uomini di Dio” non è un documentario, e non è un film punitivo. È un apologo civile e religioso in forma di film, girato con un pudore degno di Robert Bresson, ma anche con una tensione emotiva e narrativa degna, qua e là, di un thriller. Se un titolo classico torna alla memoria, è “Missione in Manciuria”, opera ultima e altissima di John Ford. Là in scena c'erano 7 donne (“7 Women” era il titolo originale), qui ci sono 8 uomini. Un passo indietro. “Uomini di Dio” ha vinto, con il titolo originale “Des hommes et des dieux” (alla lettera ‘di uomini e di dei’), il Gran Premio della giuria all'ultimo festival di Cannes. Avrebbe meritato la Palma d'oro, inopinatamente regalata al film thailandese “Lo zio Bonmee…” (……), ma questa è un'altra storia. Rappresenterà la Francia all'Oscar. È diretto da Xavier Beauvois, regista originale e anomalo, spesso attivo anche come attore, pochissimo conosciuto in Italia. Racconta un episodio storico: nel 1996 alcuni monaci francesi, che servivano Dio e gli uomini in un monastero a Thibirine, sull'Atlante algerino, vennero uccisi da un commando di terroristi islamici. Messa così, potrebbe sembrare un instant movie, un film-verità su un fatto di cronaca sulla falsariga dell'hollywoodiano “Fair Game” (……). Niente di tutto questo. Xavier Beauvois non è un cineasta capace di far film sull'onda emotiva di un evento. Tale onda deve sedimentare, diventare riflessione, farsi messinscena. Dopo una lunga elaborazione, la storia dei martiri di Thibirine diventa una storia a molti livelli. Il primo livello è apparentemente documentaristico. Beauvois ci porta dentro il monastero e ci fa condividere la quotidianità dei monaci. Che è fatta di preghiere e di canti (musiche stupende), ma anche di colazioni mattutine e di pranzi molto parchi, di piccole ripicche e di innocenti gelosie. Sono 8 uomini, in fondo, prima che 8 monaci. Li capeggia padre Cristian (Lambert Wilson), ma è forte l'autorità morale di padre Luc (Michel Lonsdale): sono loro i leader di questa ‘famiglia’. Una volta che gli spettatori si sono insediati nel convento, Beauvois ci racconta il contesto: fuori dalle mura c'è un villaggio dell'Atlante, povero e rigorosamente musulmano. E qui c'è la prima sorpresa: il convento è perfettamente integrato nella comunità che lo circonda. Uno dei monaci è un medico e tutti i paesani, uomini donne e ragazzi, si fanno volentieri curare da lui. Pur nella differenza religiosa, i monaci detengono nel villaggio un'autorità ancora più alta, fatta di umanità e di rispetto. Ma tutt'intorno al villaggio c'è l'Algeria, e alla metà degli anni '90 la situazione politica precipita e anche il convento viene investito dall'intolleranza. ‘Guerrieri’ islamici armati fino ai denti cominciano a visitare periodicamente i monaci, minacciandoli, tentando di impedir loro qualsiasi contatto con la popolazione. Da religioso e morale, il film si fa politico. E la domanda, per i monaci, è: rimanere e lottare - con le armi della preghiera, s'intende - o fuggire? Il finale è quello che sappiamo, ma il modo in cui Beauvois lo gira è mirabile. “Uomini di Dio” è una toccante riflessione su come la religione possa, da fonte d'amore, trasformarsi in odio. Il titolo italiano è paradossalmente illuminante: sono uomini di Dio i monaci, ma si credono uomini di Dio anche i terroristi che li uccidono. Sono sempre gli uomini a far parlare gli dei in base ai loro desideri, alla loro bontà o alla loro crudeltà. Sono gli uomini a decidere, a fare la storia. Gli dei hanno altro a cui pensare.

Alberto Crespi, L’Unità

 

I religiosi si dividono nel cinema in due gruppi ben definiti: macchiette e sublimi. I preti da commedia sono i soliti, bonari o buffi, con difetti troppo umani (avarizia, golosità, tendenza al sonno, bile). Assai peggiori i sacerdoti drammatici. I registi che pure li hanno scelti come protagonisti, magari in una ricerca di originalità o di spiritualità, ne sono intimiditi e li conoscono poco: finiscono per proporre personaggi rigidi, extraterrestri, privi di ogni umanità. Ci sono eccezioni, naturalmente; ma risultano rare la santa letizia o la bontà naturale dei religiosi di Roberto Rossellini in “Paisà”, in “Roma città aperta”, in “Francesco giullare di Dio”. “Uomini di Dio” di Xavier Beauvois (……) appartiene al genere sublime. L'ispirazione è a un episodio autentico degli anni Novanta nel conflitto algerino. Sull'altopiano di Thibirine un piccolo gruppo di trappisti francesi vive rispettato, in pace con la popolazione musulmana, finché l'integralismo non conquista la politica e non arriva sino a loro. Si trovano a dover decidere: lasciare il convento in cerca d'un posto più sicuro, restare affrontando anche il rischio estremo. Per rimanere fedeli a se stessi e ai propri doveri, per una strana specie d'inerzia, non fuggono: e vengono uccisi in un massacro che il film non mostra. La materia del racconto è piuttosto la vita quotidiana dei frati, il loro legame con la popolazione in mezzo alla quale vivono: ed è qui che si esercita il sublime, insieme con la singolare convinzione che quell'integralismo che domina tanta parte del mondo sia qualcosa di imposto e sovrapposto, comunque di innaturale e disumano.

Lietta Tornabuoni, L’Espresso

 

XAVIER BEAUVOIS

Filmografia:

Nord (1991), N'oublie pas que tu vas mourir (1995), Selon Matthieu (2000), Le petit lieutenant (2005), Uomini di Dio (2010)

 

Martedì 31 gennaio 2012:

WE WANT SEX di Nigel Cole, con Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 24 gennaio 2012

Post n°130 pubblicato il 23 Gennaio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

L'ILLUSIONISTA

 

Titolo originale: The Illusionist

Regia: Sylvain Chomet           

Soggetto: Jacques Tati (sceneggiatura)

Sceneggiatura: Sylvain Chomet (adattamento)

Musiche: Sylvain Chomet

Montaggio: Sylvain Chomet

Produzione: Bob Last, Sally Chomet per Django Films/Cineb/Pathé Pictures International

Distribuzione: Sacher Distribuzione

Durata: 80’

Origine: Francia, Gran Bretagna, 2010

 

In “The Illusionist” c'è quello sguardo nostalgico a un'animazione del passato proprio come il capolavoro Disney dello scorso anno, “La principessa e il ranocchio”. I colori pastellati, i tratti grafici che materializzano luogi e (in questo caso) 'paesaggi perduti', rimandano certamente all'ottimo precedente film di Sylvain Chomet, “Appuntamento a Belleville”. In questo film però c'è soprattutto la presenza/ombra di Jacques Tati. “The Illusionist” è infatti basato su una sceneggiatura del comico francese e lo stesso protagonista ha proprio le sue fattezze. Si tratta di una specie di Hulot invecchiato e più malinconico, che non è più il corpo estraneo che agisce nella società ipertecnologizzata di “Playtime”, ma che tende sempre di più ad agire in sottrazione, come se avesse l'intenzione di volersi dissolvere. La figura dell'illusionista appare quasi la versione cartoon del Tati degli esordi nel music-hall e del suo ultimo film, “Parade”, del 1974. Rappresenta l'esemplare di un mondo che sta per scomparire e si arrangia esibendosi in sordidi teatri davanti a un pubblico sempre meno numeroso. A volte fa i suoi numeri nel garden-party o nei bar. In un villaggio scozzese conosce Alice, ragazza giovane e innocente che si è subito entusiasmata per i suoi numeri di magia e lo segue anche ad Edimburgo quando decide di lavorare in un piccolo teatro locale. Lui gli fa dei regali (le scarpe, un vestito), facendoglieli apparire davanti come dei numeri di magia. Ma sa benissimo che questi effetti illusionistici sono destinati a finire presto.

“The Illusionist” è un grandioso saggio sull'arte e, al tempo stesso, sulla fine di un'epoca. La figura dell'illusionista è ormai marginale. C'è un momento in cui il protagonista si deve esibire sul palco dopo un celebrato gruppo rock dove il leader si scatena buttandosi per terra. Lui cerca di entrare più volte in scena ma è costretto a ritardare il suo ingresso perché il pubblico chiede il bis. Appare quasi la reincarnazione di Calvero di “Luci della ribalta” e si porta dietro anche quella coerenza nei movimenti del corpo, nel rapporto contrastato con gli oggetti, nell'utilizzo di brandelli di frasi proprio del cinema di Tati. C'è poi dentro anche la storia melodrammatica, straordinaria e straziante, tra il protagonista e Alice. Un gioco magico, ipnotico e funereo simile a quello tra Benigni e il figlio nel campo di concentramento di “La vita è bella”, in cui la realtà, ben visibile, viene continuamente mascherata. Anche davanti l'esibizione nella vetrina di un negozio, in cui l'illusionista è costretto a lavorare. Ad un certo punto Tati diventa in carne ed ossa quando il protagonista, per non farsi vedere da Alice, si nasconde dietro a un carrello di vestiti ed entra in un cinema dove proiettano “Mon oncle”. Lì forse prende forma in pieno questo progetto mai realizzato e quindi, questo film 'perduto', ambientato nel 1959 in cui Chomet sembra idealmente proseguire e terminare questo suo lavoro. Con un rispetto e una grazia assoluti. Con una nostalgia incontrollabile di un'opera immensa ed estremamente triste.

Simone Emiliani, Sentieri Selvaggi

 

Dopo aver raccontato personaggi in sella a una bicicletta nel suo sfavillante esordio, quello di “Appuntamento a Belleville”, ecco che Sylvain Chomet torna al cinema con un film a cavallo. Dove i protagonisti sono a cavallo tra due epoche e due fasi della vita, a cavallo tra passato e presente per la sua storia produttiva e narrativa e per la tecnica d’animazione che presenta, per il suo essere frutto dell’unione tra due sensibilità artistiche.

Partendo da una sceneggiatura mai realizzata da Jacques Tati, Chomet è riuscito prima di tutto nella non facile impresa di omaggiare la poetica e la figura del grande autore francese senza cadere nell’agiografia o nella macchietta, preservando al tempo stesso la sua identità artistica. L’illusionista del film, quindi, non è Tati, ma è la versione di Tati che un suo ammiratore e conoscitore ha filtrato attraverso le proprie convinzioni, sensibilità, sguardi.

Ma non è nell’omaggio, nostalgico, affettuoso e misurato, che “L’illusionista” trova il suo senso e il suo valore. Perché nostalgici, affettuosi e misurati sono soprattutto il tono generale di una storia e le sue modalità di declinazione. Una storia che parla di ruoli e di pertinenza temporale, di dignità e di coraggio: quella dignità e quel coraggio necessari per far fronte, appunto, al proprio ruolo e alla sua necessaria modificazione col passare del tempo.

E allora ecco che la vicenda di un uomo che vede la sua professione diventare obsoleta di fronte allo scalpitare caciarone del progresso, che trova un nuovo senso esistenziale nell’incontro con una giovane che diviene come una figlia, e il successivo rendersi conto della progressiva obsolescenza anche di questa nuova impresa, non è racconto di uno sterile rimpianto di ciò che è cambiato e inevitabilmente perduto, ma di serena accettazione del cambiamento.

Un’accettazione che non è mai rifiuto o diniego di ciò che era, né un aggrapparvisi passatista, né tantomeno un progressismo cieco e incontrollato. Perché solo dalla consapevolezza di ciò che è stato che si può guardare coscientemente a ciò che deve venire, come testimonia il percorso di una ragazza che impara sulla sua pelle che, se i maghi non esistono, una magia esiste e si deve cogliere: quella di una vita che a volte è amara, a volte dolce, ma che prosegue il suo cammino e non si può, né si deve, fermare. La magia insita nella capacità di guardare indietro con affetto e positiva nostalgia senza negare né agli altri né a se stessi le meravigliose incognite del futuro.

Federico Gironi, Coming Soon

 

SYLVAIN CHOMET

Filmografia:

 

Appuntamento a Belleville (2003), Paris, je t’aime ("7e Arrondissement ") (2006), L’illusionista (2010)

 

 

Martedì 31 gennaio 2012:

UOMINI DI DIO di Xavier Beauvois, con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin

 

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 17 gennaio 2012

Post n°129 pubblicato il 12 Gennaio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

GORBACIÒF

 

Regia: Stefano Incerti

Soggetto e sceneggiatura: Diego De Silva, Stefano Incerti

Fotografia: Pasquale Mari

Musiche: Teho Teardo

Montaggio: Marco Spoletini

Scenografia: Lino Fiorito

Costumi: Ortensia De Francesco

Interpreti: Toni Servillo (Gorbaciòf), Mi Yang (Lila), Geppy Gleijeses (l'avvocato), Gaetano Bruno (l'arabo), Al Yamanouchi (padre di Lila), Antonio Buonomo (direttore del supermarket rapinato), Agostino Chiummariello (direttore della fabbrica), Salvatore Ruocco (guardia del carcere malmenata), Francesco Paglino (rapinatore), Salvatore Striano (rapinatore), Nello Mascia (Vanacore)

Produzione: Luciano Martino, Edwige Fenech, Massimo Vigliar, Angelo Curti, Sergio Pelone per Devon Cinematografica/Immagine e Cinema/Surf Film/Teatri Uniti/The Bottom Line, in collaborazione con Rai Cinema

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 85’

Origine: Italia, 2010

 

Stefano Incerti è stato uno dei primi registi italiani a registrare il malessere crescente del paese con il suo film d'esordio “Il verificatore” del '95. Poche parole e un'indagine poetica sul campo. “Gorbaciòf” ce lo ha ricordato come a voler sottolineare che non solo è cresciuto quello stato di malessere allora solo annunciato, ma è diventato dilagante. Il film non si concentra però su un'analisi sociale, non vuole compiere ulteriori indagini giornalistiche (come era “Il verificatore” anche questo è un distillato e anche piuttosto sofisticato): punta su un personaggio e ancor prima su un attore, Toni Servillo, su come si è formata la sua icona, come a connotarne gli aspetti più inquietanti, diventato quasi simbolico di un mondo, di un modo di fare cinema, di un clima criminale che si può anche sottintendere, di una lunga stagione teatrale con tutta la creatività e il fermento che la circonda. Lo usa come fosse la consacrazione di una antica maschera italiana, con le sue fattezze, le sue reazioni, la cura con cui è seguito nel suo incedere, nei suoi abiti clamorosamente fuori dal made in ltaly, da italiano inventato eppure così verosimile, con un ghigno perenne sul viso che non si può più togliere, come se un sortilegio (o la chirurgia plastica? o le convenienze? o il suo supremo distacco con il mondo) glielo avessero stampato per sempre.

Gorbaciòf (Servillo), così chiamato per la macchia sulla fronte, quasi un sardonico rovesciamento della Storia, è il contabile del carcere di Poggioreale a Napoli con la passione del gioco d'azzardo. Si tratta di una versione alquanto poetica dell'Italia, paese ridotto in ceppi con l'unica speranza del gratta e vinci. Nella bisca clandestina però si gioca grosso e chi punta più di tutti senza poterselo permettere è il padrone cinese del ristorante che ospita la bisca. Gorbaciòf è innamorato di sua figlia (Mi Yang) e quando si tratta di risanare un grosso debito del padre, preleva dei soldi dalla cassa, in un vortice discendente. Le banconote che passano di mano si contano e si ricontano, si ripongono e si rimettono in cassaforte, si gettano e spariscono dal tavolo da gioco: tutto un mondo basato sulle transazioni di denaro, dove l'uomo è annientato. Resta quel sogno da far east che tanto cinema ci ha portato, così che lo stesso Incerti dice di essere stato influenzato da quei cineasti con i loro larghi tempi sottintesi, tanto da cancellare la dimensione italiana. Ma la staticità sospesa del film, nonostante l'intreccio fortemente drammatico ci fa concentrare senza che ce ne accorgiamo proprio sul nostro stato delle cose.

Silvana Silvestri, Il Manifesto

 

Ancora una storia estratta dal sottomondo napoletano, in cui peraltro la pertinenza dell'ambientazione è meno decisiva della calibratura del dispositivo stilistico. Con “Gorbacìof”, infatti, Stefano Incerti dimostra d'essere un autore di fatto anziché d'etichetta: già titolare di una filmografia eclettica nella forma e nella sostanza (“Prima del tramonto”, “L'uomo di vetro”, “Complici del silenzio”), il quarantacinquenne concittadino ha lavorato insieme al cosceneggiatore Diego De Sìlva per asciugare quanto più possibile la via crucis dell'eroe negativo e renderne in questo modo universale la catarsi. Certo sarebbe inutile negare che il film si affidi soprattutto alla monumentale performance di Toni Servillo, in grado di fornire al protagonista tutte le spettrali, sfuggenti e struggenti sfumature che la regia ha amputato dall'azione e dal dialogo. Resta il fatto che proprio in base all'equilibrio drammaturgico “Gorbaciòf” riesce a inserire una sincera qualità di riflessione personale in un contesto che non lesina affondi thrilling e melò. Servillo è dunque Pacileo detto Gorbaciòf (a causa della vistosa voglia sulla fronte), di professione contabile dei reclusi a Poggioreale che ogni notte si dedica al gioco d'azzardo mantenendo l'identico, totale e pressoché disumano controllo su voce, espressione e gesto. Il piacere dello spettatore è ovviamente garantito dal migliore attore italiano su piazza che arriva addirittura a rasentare la maniera (giacchetta strizzata con gli spacchi, camminata impostata, mossette impercettibili) pur di conferire alla presenza di Pacileo un quid inesplicabile di fierezza e grottesco. Quando ha problemi di liquidità preleva quanto basta dalla cassaforte del carcere e restituisce il denaro in tempi ragionevoli, rispettando il gioco di sponda istituito con gli altri personaggi immersi come lui nel limbo criminoso dell'odiosamata metropoli. Finché l'ingenua quanto incoercibile passione per una giovane cinese, figlia del titolare del ristorante nel cui retro si giocano cifre impressionanti, non lo condurrà alla sfaldatura della propria corazza e all'ingresso in una strada senza uscita. Se Servillo resta il bonus vincente della progressione narrativa in fondo prevedibile, Incerti ha il merito di tenere sempre vive la ricerca, la selezione e la messa in evidenza delle emozioni che s'irradiano da un quartiere riconoscibile, realistico come quello del Vasto a ridosso della stazione ferroviaria per via quasi esclusivamente visionaria. A tale fine vanno segnalati altri punti di forza del film come l'eccezionale credibilità di Nello Mascia e la diabolica incarnazione di Geppy Gleijeses (un po' sulla scia dell'avvocato interpretato da Sean Penn in “Carlito's Way”) senza dimenticare componenti tutt'altro che secondarie come la fotografia di Pasquale Mari, il montaggio di Marco Spoletini, la scenografia di Lino Fiorito e i costumi di Ortensia De Francesco. Tornando a quello che dicevamo in partenza, è nell’aspirazione a questo tipo d'armonia che un regista può creare in proprio e dimostrare personalità senza attribuirsi salvacondotti di argomento o di tendenza.

Valerio Caprara, Il Mattino

 

STEFANO INCERTI

Filmografia:

Il verificatore (1995), I Vesuviani ("Il diavolo nella bottiglia") (1997), Prima del tramonto (1999), La vita come viene (2001), Stessa rabbia, stessa primavera (2003), L'uomo di vetro (2007), Complici del silenzio (2008), Gorbaciòf (2010)

 

Martedì 24 gennaio 2012:

L’ILLUSIONISTA di Sylvain Chomet

 

 
 
 

Cineforum 2011/2012 - 10 gennaio 2012

Post n°128 pubblicato il 09 Gennaio 2012 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA

Titolo originale: Le gamin au vélo
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Fotografia: Alain Marcoen
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Scenografia: Igor Gabriel
Costumi: Maïra Ramedhan-Lévy
Interpreti: Cécile de France (Samantha), Thomas Doret (Cyril), Jérémie Renier (Guy Catoul), Fabrizio Rongione (libraio), Egon Di Mateo (Wes), Olivier Gourmet (proprietario del bar)
Produzione: Jean-Pierre & Luc Dardenne, Denis Freyd, Andrea Occhipinti per Les Films Du Fleuve/Archipel 35/Lucky Red/France 2 Cinéma/RTBF/Belgacom
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 87’
Origine: Belgio, Francia, Italia, 2011

(……) “Il ragazzo con la bicicletta” è un gran bel film. Meno tosto e deprimente degli ultimi firmati dai fratelli belgi, da “L'enfant” a “Il matrimonio di Lorna”, ma altrettanto severo nello stile adottato, pure riscaldato da un finale lieve che ne fa una sorta di fiaba moderna, con riferimenti, magari involontari,
al nostro Pinocchio. Girato d'estate, più colorato del solito, punteggiato perfino da un telegrafico tema musicale che torna tre volte, “Il ragazzo con la bicicletta” racconta, nella misura aurea di 87 minuti, la ‘guarigione’ di un selvatico dodicenne abbandonato in un centro d'accoglienza per l'infanzia.
«Voglio mio padre» urla il biondo, nervoso e ribelle Cyril. Il suo pensiero fisso è la bicicletta con le forcelle rosse che il genitore, resosi irreperibile, ha già provveduto a vendere per tirar su qualche euro. Prigioniero di una violenza che si porta dentro, il ragazzino sembra destinato a diventare un piccolo criminale; infatti, irretito in un giardino che somiglia a un bosco delle favole, si farà convincere da un giovane pusher, una
specie di Lucignolo, a rapinare un poveraccio con la mazza da baseball. Molto Dardenne. Ma per fortuna c'è Samantha, la parrucchiera dai capelli biondi, un po' fatina buona, che non vuole darla vinta al corso ‘naturale’ delle cose. Attratta matematicamente da quel bambino scontroso che si infligge graffi e lividi di fronte al disimpegno del padre immaturo, la donna mette in gioco tutta se stessa, anche i propri denari, per
salvarlo. I Dardenne non spiegano ‘psicologicamente’ il perché: lei lo fa e basta.
L'esordiente quattordicenne Thomas Doret e l'attrice professionista Cécile de France (era la sopravvissuta allo tsunami in “Hereafter”) sono i due magnifici interpreti di un film che incanta e appassiona sin dalla prima inquadratura. Lui, perlopiù vestito di rosso, quasi a suggerire il furore che ne anima ogni gesto, è un fucile ad aria compressa: scappa, picchia, ruba, mente, ansima sulla bicicletta che gli fregano in continuazione. Ma in fondo è solo in cerca di un po' di pace. Sarebbe criminale svelare il finale vagamente ‘miracoloso’ che i Dardenne, bordeggiando appunto la fiaba, hanno impresso a una cruda storia dei nostri tempi. La trovata spiazza e rassicura, senza per questo risultare ricattatoria, intrecciando lieto fine e sguardo morale sul perdono.
Michele Anselmi, Il Riformista

C’è una ferita evidente che attraversa il cinema dei fratelli Dardenne da “La promesse” in poi. Ed è la frattura che si è prodotta in profondità nel rapporto tra i padri e i figli. Che siano ragioni sociali, storiche, individuali, poco importa, ma quel che conta è che questa frattura non è mai un conflitto generazionale, quanto uno scontro inevitabile di solitudini, che produce tradimenti, abbandoni, perdoni difficili. Come se i figli fossero chiamati a scontare con la rabbia e la fatica le colpe dei padri. “Le gamin au vélo” non fa eccezione, iscrivendosi proprio in questa linea ‘familiare’. Cyril è un dodicenne, ostinatamente alla ricerca del padre, scomparso dopo averlo affidato ‘provvisoriamente’ a un centro d’accoglienza per ragazzi, e della sua bicicletta, un regalo venduto chissà a chi. All’inseguimento delle sue ossessioni, Cyril s’imbatte in Samantha, una parrucchiera che mostra una preoccupazione sincera per il ragazzo e che accetta di tenerlo a casa sua durante i fine settimana. Ma la costruzione di un amore, come cantava qualcuno, è qualcosa di estremamente complicato. Ecco, come sempre. E il fatto che il padre sia qui interpretato ancora una volta da Jérémie Renier conferma ancor più l’impressione di trovarsi di fronte a un unico film. Il ragazzo de “La promesse”, diventato (a fatica) padre ne “L’enfant” e uscito dal carcere, ricade nello stesso errore, abbandonando nuovamente il figlio. Forse perché segnato anch’egli da catene e colpe familiari, da cui era stato costretto a fuggire. E’ come se, in altri, termini, attraverso il corpo ‘onnipresente’ di Renier, i Dardenne stessero raccontando un’unica storia che si ricompone film dopo film. Quasi Renier fosse il loro Jean-Pierre Leaud/Antoine Doinel, chiamato a crescere (senza genitori, se non adottivi) e a sbagliare sullo schermo, ma quasi standone a margine, mentre in primo piano continuano a farsi i quattrocento colpi. E’ dunque Renier il corpo specchio in cui si riflettono tutti i protagonisti, di ieri e di oggi, e in cui incarnare l’anima di un cinema votato a raccontare proprio lo ‘sviluppo’ e il cambiamento, cioè il momento fondamentale di passaggio in cui si sfida la propria originaria solitudine e natura imperfetta, per aprirsi all’altro. Perché, alla fine, nel cinema mai consolatorio dei Dardenne, la speranza di una pace riconquistata è sempre irrinunciabile. Ma se tutto questo si pone a conferma di un percorso poetico coerente, è pur vero che “Le gamin au vélo” testimonia un cambiamento sempre più evidente dello stile dei Dardenne. Certo, c’è ancora l’attenzione spasmodica per i corpi degli attori, alla ricerca delle fisicità ribelle, disperata e liberatoria dei personaggi (e il piccolo Thomas Doret nei panni di Cyril in questo senso è davvero straordinario, riuscendo a coinvolgere anche Cécile De France con la sua furia indomabile). Ma tra la macchina da presa e i corpi passa sempre più aria, molta di più che ne “Il matrimonio di Lorna”. Perché i Dardenne non hanno più bisogno di far sentire il loro respiro, il loro fiato sul collo dei personaggi, il peso (e magari la consolazione) della loro presenza. E in tutta quest’aria, riescono a far scorrere velocemente tutta una gamma di sensazioni e di toni, che fino ad oggi avevano preferito tenere a distanza, nella loro radicalità, alla lunga insostenibile. Un senso di libertà e leggerezza. Come una corsa in bicicletta. 
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi
 
JEAN-PIERRE E LUC DARDENNE
Filmografia:
Le chant du rossignol (1978), Lorsque le bateau de Léon M. descendit la Meuse pour la première fois (1979), Pour que la guerre s'achève les murs devaient s'écrouter (1980), R... ne répond plus (1981), Leçons d'une université volante (1982), Regard Jonathan/Jean Louvet son oeuvre (1983), Il court... il court le monde (1987), Falsch (1987), Je pense à vous (1992), La promesse (1996), Rosetta (1999), Il figlio (2002), L'enfant - Una storia d'amore (2005), Chacun son cinéma (2007) ("Dans l'obscurité"), Il matrimonio di Lorna (2008), Il ragazzo con la bicicletta (2011)

Martedì 17 gennaio 2012:
GORBACIÒF di Stefano Incerti, con Toni Servillo, Mi Yang, Geppy Gleijeses

 
 
 
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Data di creazione: 29/09/2007
 

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