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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2014/2015

 

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Cineforum 2014/2015 | 28 ottobre 2014

Post n°208 pubblicato il 27 Ottobre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

IL PASSATO

Titolo originale: Le passé
Regia: Asghar Farhadi
Sceneggiatura: Asghar Farhadi
Fotografia: Mahmoud Kalari
Musiche: Evgueni Galperine, Youli Galperine
Montaggio: Juliette Welfling
Scenografia: Claude Lenoir
Costumi: Jean-Daniel Vuillermoz
Interpreti: Bérénice Bejo (Marie), Tahar Rahim (Samir), Ali Mosaffa (Ahmad), Pauline Burlet (Lucie), Elyes Aguis (Fouad), Jeanne Jestin (Léa), Sabrina Ouazani (Naïma), Babak Karimi (Shahryar), Valeria Cavalli (Valeria), Aleksandra Klebanska (Céline), Jean-Michel Simonet (medico), Pierre Guerder (giudice), Anne-Marion de Cayeux (avvocato), Eléonora Marino (Marie), Jonathan Devred (agente all’aeroporto), Sylviane Fraval (infermiera)
Produzione: Alexandre Mallet-Guy per Memento Films Production/France 3 Cinéma/Bim Distribuzione
Distribuzione: Bim
Durata: 130’
Origine: Francia, Italia, 2013
Premio per la miglior interpretazione femminile a Bérénice Bejo al 66. Festival di Cannes (2013)

Ahmad (Ali Mosaffa) è sceso da un aereo che viene da Teheran. Dietro una grande vetrata lo aspetta la moglie Marie (Bérénice Bejo). Lui le si avvicina, lei gli dice qualcosa, ma il cristallo non lascia passare alcun suono. Eppure i due si intendono, o credono di intendersi, come se ognuno comprendesse l'altro anche senza ascoltarlo. Su questo silenzio carico di senso, e di vite vissute insieme, si apre “Il passato”. Scritto con Massoumeh Lahidji, il terzo film del quarantenne Asghar Farhadi è ambientato in una anonima periferia parigina. Tornato in Iran da anni, Ahmad è richiamato in Francia da Marie. La donna vuole che firmi l'atto di divorzio. Non glielo ha detto, ma è incinta di Samir (Tahar Rahim). A Samir, peraltro, Lucie (Pauline Burlet), figlia di Marie, non perdona il tentato suicidio della moglie. La ragazza è certa che sia stato il suo tradimento a portare la donna alla disperazione. Lucie non è figlia di Ahmad, ma a lui Marie chiede di convincerla ad accettare il suo matrimonio con Samir. Il passato è un intrico di nodi narrativi, psicologici, emotivi. Man mano che il racconto procede, la sceneggiatura porta in superficie memorie taciute, angosce non dette, domande non sciolte. Perché in quasi tutti i personaggi femminili si nasconde ora una paura, ora un inganno? Perché Marie non ha prenotato una camera d'albergo per Ahmad? Forse per obbligarlo a dormire a casa sua, nella speranza di ritrovare con lui un'intimità perduta, come immagina Samir, geloso? E da dove nasce, davvero, l'odio di Lucie per l'amante di sua madre? Fosse stato scritto e girato da un autore affilato ed essenziale come François Ozon, il film si sarebbe ‘asciugato’ sempre più. Cioè, il suo racconto si sarebbe sviluppato per così dire in verticale, dalla superficie della storia alla profondità delle vite. Farhadi e Lahidji procedono invece per accumulo, in orizzontale. Ai fatti aggiungono fatti. La loro attenzione si sposta progressivamente da personaggio a personaggio, come se stessero costruendo una ragnatela di sentimenti e risentimenti in cui impaniare Ahmad, Marie, Samir, Lucie e tutti gli altri. Poi però, altrettanto progressivamente, svelano le memorie, rendono esplicite le angosce, sciolgono le domande. È il passato, appunto, il peso che grava su tutti: un passato da cui dovrebbero prendere congedo, ma che sembra duro e impenetrabile come il cristallo che all'inizio separa e unisce Ahmad e Marie.

Roberto Escobar, L’Espresso

Un iraniano venuto a Parigi per divorziare dalla moglie francese, che non vede da anni, scopre che la moglie non gli ha detto tutto. Anzi che lei stessa, ansiosa di voltar pagina, sa poco di quanto sta accadendo nella vita delle sue due figlie, del suo nuovo compagno, del figlioletto di lui. E soprattutto che nessuno può stabilire con certezza la catena di cause ed effetti che hanno portato tutti in quella situazione apparentemente senza uscita. E’ un riassunto ipersemplificato dell’appassionante “Il passato”, nuovo film dell'iraniano Asghar Farhadi, il talento più prepotente della nuova generazione (e esportabile, anche se non fa certo un cinema facile), già premio Oscar per il magnifico “Una separazione”. Sulla carta era la classica trappola: cast internazionale, lingua e cultura lontane (Parigi e le sue vestigia però restano intelligentemente sullo sfondo, tutto si svolge in una più neutra casetta di periferia). Ma Farhadi, come aveva già ampiamente dimostrato in “Una separazione” conosce l'arte di elaborare nodi così complicati che più cerchi di scioglierli più si aggrovigliano. E la dolorosa matassa familiare di “Le passé”, con quella Francia così cosmopolita e insieme così chiusa, finisce per assumere un'inattesa valenza 'politica', oltre che esistenziale naturalmente. Nel quadro, già abbastanza labirintico, presto infatti si inseriscono ulteriori complicazioni. C'è un'altra moglie in coma, per ragioni che resteranno da chiarire; un figlio che deve nascere; una figlia grande che accusa la madre (ma nasconde a sua volta colpe solo sue); un figlio piccolo che non sa più quale sia la sua casa (solo i grandi registi usano con tanta misura e efficacia i bambini); più una tonnellata di rimpianti e cose non dette, e forse non dicibili, che separano ulteriormente l'iraniano e la sua ex-moglie. Ma mentre tutti si accapigliano su torti e responsabilità di ognuno, l'unico a sforzarsi di capire (e far capire) le ragioni di tutti sembra essere proprio quell'ex-marito venuto da lontano. Anche se a volte ottiene l'effetto contrario. Metafora perfetta, e forse non così casuale, di quei mediatori che cercano di costruire la pace nei Balcani o in Medio Oriente. Come per ricordarci che le guerre, di ogni dimensione, nascono sempre per le stesse cattive ragioni. E che mettendo sotto la lente di ingrandimento una famiglia (anzi tre) possiamo capire meglio il mondo in cui viviamo. Anche se Farhadi si guarda bene dal sottolineare questa lettura per concentrarsi sui suoi personaggi, sui loro sforzi, sui loro bisogni più profondi. Ovvero sull'impossibilità di conoscere quel passato, anche recente, di cui tutti, ogni giorno, nostro malgrado restiamo prigionieri.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

ASGHAR FARHADI
Filmografia:                      
Chahar Shanbeh Souri (2006), About Elly (2009), Una separazione (2011), Il passato (2013)

Martedì 4 novembre 2014:
SOLO GLI AMANTI SOPRAVVIVONO di Jim Jarmusch, con Tom Hiddleston, Tilda Swinton, Mia Wasikowska, John Hurt

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 21 ottobre 2014

Post n°207 pubblicato il 15 Ottobre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

SONG ‘E NAPULE

Regia: Manetti Bros. (Antonio e Marco Manetti)
Soggetto: Giampaolo Morelli
Sceneggiatura: Antonio Manetti, Marco Manetti, Michelangelo La Neve
Fotografia: Francesca Amitrano
Musiche: Aldo De Scalzi. Pivio
Canzoni: “A' verità” (musica: Francesco Liccardo, Rosario Castagnola; testi: Francesco Liccardo, Sarah Tartuffo, Alessandro Garofalo) è interpretata da Franco Ricciardi; “Song'e Napule” (di C. Di Risio e F. D'Ancona) è interpretata da Giampaolo Morelli.    
Montaggio: Federico Maria Maneschi
Scenografia: Noemi Marchica
Costumi: Daniela Salernitano
Effetti: Palantir Digital Media
Suono: Simone Costantino (presa diretta)
Interpreti: Alessandro Roja (Paco Stillo/Pino Dinamite), Giampaolo Morelli (Lollo Love), Serena Rossi (Marianna), Paolo Sassanelli (commissario Cammarota), Carlo Buccirosso (questore Vitali), Peppe Servillo (Ciro Serracane), Antonio Pennarella (Ezio Sanguinella), Juliet Esey Joseph (Giuletta), Antonello Cossia (Torrione), Ciro Petrone (Pastetta), Franco Ricciardi (Scornaienco/Mazza di Ferro), Ivan Granatino (Nello), Marco Mario de Notaris (Attilio), Roberta Liguori (Antonietta Scornaienco), Antonio Buonuomo (assessore Amitrano), Pasquale Riccio (Luca)
Produzione: Luciano, Lea e Dania Martino per Devon Cinematografica con Rai Cinema
Distribuzione: Microcinema
Durata: 114’
Origine: Italia, 2013

Per suonare la tastiera nella band di Lollo Love bisogna ‘tenere il cuore’, mica conoscere gli ‘scarabocchi’ sul pentagramma. Innesto di musicarello su struttura poliziottesca, “Song ‘e Napule” fa sua la convinzione del cantante neomelodico interpretato da Giampaolo Morelli, che odia i session man opportunisti e spopola con la canzone “Cuoricina” a Napoli e provincia, dando la precedenza alla passione cinefilo-bis rispetto alla correttezza anestetizzata di troppi titoli nostrani. Del resto a produrre è la Devon Cinematografica dei fratelli Sergio e Luciano Martino, scomparso lo scorso agosto, padri di una precisa idea di cinema di cui i Manetti inseguono da sempre le tracce.
 Da oggi nelle sale con Microcinema, il loro ultimo lavoro infila situazioni volutamente arcinote di un certo gusto Settanta (inseguimento su Giulia originale compreso) sul canovaccio di una commedia con al centro il più classico dei suoi luoghi: il matrimonio. Nello specifico quello tra Ciro Piscetta e Antonietta Scornaienco, figlia di ‘Mazza di ferro’ Scornaienco, boss della Camorra legato da vecchissima amicizia a ‘O Fantasma, letale superlatitante sul quale la polizia vuole mettere le mani proprio in occasione delle trashissime nozze. Chiave di volta dell’operazione sarà Paco Stillo, pianista diplomato al conservatorio e poliziotto suo malgrado da un paio d’anni, che dovrà infiltrarsi, con il nome d’arte di Pino Dynamite, nella band di Lollo Love, chiamata ad intrattenere gli ospiti della festa.
Ancorato alla realtà di Napoli, ai semafori bruciati, all’allergia per la raccolta differenziata, a una diffusa rilassatezza dei costumi, il film ispeziona con occhio attento la condizione socio-culturale di una città-Paese colma di giovani inchiodati da contratti capestro o impossibilitati a inseguire i propri sogni. Che il tema del lavoro ai tempi della crisi interessi i due registi emerge fin dalla sequenza precedente ai titoli di testa con Paco a colloquio col questore Vitali, l’impagabile Carlo Buccirosso, al fine di essere arruolato in Polizia su segnalazione di un fantomatico assessore. Tra la vergogna della raccomandazione e quella di farsi mantenere dai genitori, il candido ragazzo sceglie la prima, assiste ad una sfuriata del questore sull’“andazzo generale” e poi è subito arruolato: «Che faccio lo sgarbo al figlio della mamma che conosce l’assessore Puglisi?!» sillaba il miglior caratterista in circolazione. Niente di più realistico.
Dietro l’estetica da fumetto cult, i tagli di inquadratura coatti e il corteggiamento di certi codici televisivi, “Song ‘e Napule” mantiene fluidità e compattezza nonostante la durata non indifferente, forte di un cast affiatato e di una bella galleria di personaggi-macchietta interpretati da attori in vena di divertirsi. Su tutti Giampaolo Morelli, anche autore del soggetto, efficacissimo nei panni di Lollo Love, guaglione per bene che smentisce la vulgata secondo cui dietro agli artisti neomelodici si nasconda in realtà la camorra. Ai Manetti piacerà anche la blaxploitation, ma stando al loro ultimo titolo sembrano cresciuti più con la commedia all’italiana che con Jack Hill e Melvin Van Peebles.
Marco Chiani, Il Fatto Quotidiano

Con un magistrale assolo di Carlo Buccirosso nei panni del questore, ci si cala in “Song'e Napule”, il nuovo film dei Manetti Bros, presentato fuori concorso lo scorso autunno alla festa del Cinema di Roma. A metà tra musicarello e poliziottesco, stracarico di citazioni e riferimenti (dal pianista di “Rita la Zanzara” al biliardino de “Il Postino” fino al matrimonio di “Ricomincio da tre” e poi “Napoli spara”, “Gomorra”), è l’ultimo film prodotto dallo scomparso Luciano Martino, maestro e amico dei fratelli Manetti. “Song ‘e Napule”, il titolo-slang, richiama sia l'appartenenza alla tribù partenopea sia il versante musicale, quell'universo neomelodico affrontato con grande simpatia (questa è l'idea iniziale del film, opera di Giampaolo Morelli ossia l'ispettore Coliandro della tv) e anche la capitale del mezzogiorno viene ripresa con sguardo complice e affettuoso, mai banale, e tutto il corredo di barbieri, baristi, camionisti, portieri e commesse si destreggiano con battute ed espressioni vernacolari di sapienza antica. Paco, timido antieroe per vocazione e poliziotto per caso, ha il volto di Alessandro Roja, il Dandi di “Romanzo Criminale”. (...) Nella colonna sonora i cantanti di successo dell'hinterland vesuviano Rosario Miraggio e Pino Moccia mentre tutte le canzoni di Lollo Love (cantate realmente da Giampaolo Morelli) sono state scritte e arrangiate dagli Avion Travel e anche Serena Rossi e Franco Ricciardi, con ruoli di rilievo nella storia, si danno al canto, con un paio di brani a testa. A chiudere il cerchio c'è Peppe Servillo, stavolta solo attore: proprio lui è 'O Fantasma.
Flaviano De Luca, Il Manifesto

MANETTI BROS.
Filmografia:
E-Generazione (1994), Torino Boys (2000), Zora la vampira (2000), Piano 17 (2005), L'arrivo di Wang (2011), Paura (2012), Song'e Napule (2013)

Martedì 28 ottobre 2014:
IL PASSATO di Asghar Farhadi, con Bérénice Bejo, Tahar Rahim, Ali Mosaffa, Pauline Burlet

 

 

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 14 ottobre 2014

Post n°206 pubblicato il 13 Ottobre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LEI

Titolo originale: Her
Regia: Spike Jonze
Sceneggiatura: Spike Jonze
Fotografia: Hoyte Van Hoytema
Musiche: Arcade Fire, Owen Pallett; la canzone “The Moon Song” (musica di Karen O, parole di Karen O e Spike Jonze) è interpretata da Scarlett Johansson e Joaquin Phoenix.
Montaggio: Eric Zumbrunnen, Jeff Buchanan
Scenografia: K.K. Barrett
Arredamento: Gene Serdena
Costumi: Casey Storm
Interpreti: Joaquin Phoenix (Theodore), Scarlett Johansson (voce di Samantha), Amy Adams (Amy), Rooney Mara (Catherine), Olivia Wilde (Ragazza dell'appuntamento al buio), Chris Pratt (Paul), Matt Letscher (Charles), Luka Jones (Mark Lewman), Gracie Prewitt (Jocelyn), Laura Kai Chen (Tatiana), Portia Doubleday (Isabella), Robert Benard (Michael Wadsworth)
Produzione: Spike Jonze, Megan Ellison, Vincent Landay, Daniel Lupi per Annapurna Pictures
Distribuzione: Bim
Durata: 126’
Origine: USA, 2013

In un futuro assai prossimo, l'introverso e sensibile Theodore Twombly si guadagna da vivere come estensore di lettere d'amore per individui dal cuore arido. Abbandonato dalla moglie, alla quale era legato sin dagli anni della prima giovinezza, egli è avvinto da una depressione lieve ma penetrante, che lo consegna ad una solitudine apparentemente senza riparo. E' in codeste ambasce ch'egli pensa di alleviare la propria pena tramite un sistema operativo: una voce seduttrice priva di corpo, dal nome Samantha, che con la sua intelligenza artificiale però profondamente umana gli fornisce quel nutriente supporto di cui tanto abbisogna. E' così che il nostro, auricolare e smartphone nel taschino, non è più solo in alcun luogo; anzi, è in compagnia della presenza ideale. La dolcezza, le premure divengono la misura di vita di Theodore; ma, un bel giorno, egli scopre che la fantasmatica presenza da lui ritenuta propria esclusiva, si collega con 8316 persone e si è innamorata di ben 641 di esse...
Nativo del Maryland, classe 1969, Spike Lee è tra le figure più eclettiche nella scena dello spettacolo contemporaneo: autore di video musicali, attore in parti minori (“The Game”, 1997, di David Fincher) e poi coprotagonista (in “Three Kings”, 1999, di David O. Russell), esordisce nella regia con il singolare “Essere John Malkovich” (1999), opera prima tra le più apprezzate del decennio, riflessione su identità e ruolo del divismo percorsa da lampi di genio. In seguito, “Il ladro di orchidee” (2002) e “Nel paese delle creature selvagge” (2009) lascian perplessi, inficiati come sono da un compiaciuto intellettualismo e dall'effetto noto come mise en abyme. Molte speranze si appuntavano, quindi, su questo suo quarto lungometraggio: presentato all'ultima edizione del Festival di Roma, esso ha ottenuto unanime plauso critico ed un premio, quello a Scarlett Johansson, migliore interprete femminile grazie alla sua voce.
Intendiamoci, non è che il tema della relazione virtuale tra uomo e donna computerizzata sia nuovo (……). In passato, quando ancora la tecnologia non ci attorniava, al posto dell'OS l'uomo fragile in cerca d'oggetto più docile d'una donna vera, aveva scelto di tutto (……). Cos'è, allora, a fare di “Lei” un gioiello, un film che nel tempo resterà? Diciamo innanzitutto d'una coppia d'interpreti, Joaquin Phoenix e la già citata Johansson, che fornisce una prestazione superba (nella versione doppiata, pleonastica a nostro avviso, Micaela Ramazzotti dà comunque il meglio); poi l'ambientazione, una Los Angeles futuribile fusa al computer con Shanghai, priva di traffico e innervata di grattacieli di vetro immersi in una luce rosata. Ma il vero atout è il blend agrodolce del racconto, che unisce preoccupazioni umanistiche a un senso di melanconia che pare illustrar quella riflessione di Pessoa, ‘ho nostalgia di tutto, anche delle cose che non ho vissuto’. S'esce dalla visione con un filo di groppo alla gola, tuttavia leggeri: quasi la speranza, alla fine, riuscisse a prender il volo, deprivata di più o meno avanzate zavorre emotive.
Francesco Troiano, Tempi Moderni

Lei”, nuovo film di Spike Jonze, un Oscar per la sceneggiatura originale (di Jonze stesso), 5 nomination, racconta una storia d'amore di un futuro vicino, tra un uomo fragile e un oggetto più maneggevole di una donna vera: qui un OS, in altri film del passato anche bambole gonfiabili, cloni, replicanti, creature del computer, mentre nella realtà di oggi dilagano gli amori tra persone vere che basta un clic per liberarsene. Theodore sta subendo un doloroso divorzio imposto dalla moglie (…...) Internet gli fa conoscere l'OS Samantha, che con la sua intelligenza, artificiale eppure umanissima, invade il gelo della sua vita dominata dalla depressione e dal vuoto. La voce seduttrice in lingua originale è quella di Scarlett Johansson, miglior attrice (fantasma) al Festival di Roma, nella versione italiana è quella di Micaela Ramazzotti, brava quanto la diva americana, e allo spettatore giova ricordare quanto le due cineinvisibili, nella realtà siano belle. Basta un auricolare e uno smartphone che spunta dal taschino della camicia e Theodore non è più solo ma in due, ovunque. (…...) Sulla faccia melanconica e inquieta di Joaquin Phoenix passano tutte le emozioni perdute e ritrovate, la gioia, la speranze, le lacrime, la paura. Ma si riflettono anche i sentimenti di quella magica voce che tenterà persino di farsi inutilmente corpo attraverso una surrogata non all'altezza di ciò che Samantha è diventata nell'immaginazione di Theodore. E qui si può filosofeggiare come si vuole: il virtuale sta sostituendo il reale? Il corpo sta diventando un ingombro non solo difficile da gestire, ma anche soggetto a invecchiamento? Solo gli uomini preferiscono un OS femmina alle donne vere, o anche le donne vere preferirebbero un OS con la voce di George Clooney, al loro magari ombroso compagno di vita? Gli OS maschi potrebbero simpaticamente sostituire quel tipo di umano che tende a buttare dalle scale la sua signora? E quanto agli eventuali patti di convivenza, sarebbero riconosciuti anche quelli tra voce maschile e maschio reale, eventualmente tra due OS dello stesso sesso? E chi farà i bambini, ammesso che siano necessari? “Lei” si svolge in un futuro molto vicino, almeno per quel che riguarda il veloce, feroce progresso disumanamente tecnologico, in cui sistemi operativi efficienti come Samantha possono collegarsi con 8316 persone e innamorarsi di 641. Ma per il resto, una meraviglia. Il 2019 di “Blade Runner” (fra 5 anni!) pigiato di replicanti sporchi e cattivi postatomici, mentre la fantascienza di Jonze è come una fiaba di universale benessere, in una Los Angeles fusa al computer con Shanghai e Pudong, una mega città di stupefacenti grattacieli di vetro immersi in colori rosati e dorati, dalle strade pulite e prive di automobili; altro che crisi e disoccupazione, tutti lavorano e vivono in ben arredati appartamenti di gran design, tutti sono alla moda e apparentemente felici. Certo in preda alla solitudine e prigionieri dell'elettronica. Ma non è detto che sia peggio del presente caos.
Natalia Aspesi, La Repubblica

SPIKE JONZE
Filmografia: Essere John Malkovich (1999), Il ladro di orchidee (2002), Nel paese delle creature selvagge (2009), Mourir auprès de toi (2011), Lei (2013)

Martedì 21 ottobre 2014:
SONG 'E NAPULE di Manetti Bros., con Alessandro Roja, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Paolo Sassanelli, Carlo Buccirosso

 
 
 

Cineforum 2014/2015 | 7 ottobre 2014

Post n°205 pubblicato il 05 Ottobre 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE

Regia: Pier Francesco Diliberto ‘Pif’
Soggetto e sceneggiatura: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani
Fotografia: Roberto Forza
Musiche: Santi Pulvirenti; la canzone “Tosami Lady” (musica e testi di Santi Pulvirenti) è interpretata da Domenico Centamore
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Scenografia: Marcello Di Carlo
Costumi: Cristiana Ricceri
Effetti: Paola Trisoglio, Stefano Marinoni, Visualogie
Suono: Luca Bertolin
Interpreti: Cristiana Capotondi (Flora), Pierfrancesco Diliberto ‘Pif’ (Arturo), Ginevra Antona (Flora bambina), Alex Bisconti (Arturo bambino), Claudio Gioè (Francesco), Ninni Bruschetta (Fra Giacinto), Barbara Tabita (Maria Pia), Rosario Lisma (Lorenzo), Teresa Mannino
Produzione: Mario Gianani e Lorenzo Mieli per Wildside Media con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 90’
Origine: Italia, 2013

"Tranquillo. Ora siamo in inverno: la mafia uccide solo d'estate. È come coi cani: basta che non gli dai fastidio". In questa rassicurazione di un papà palermitano a suo figlio c'è tutto il compromesso sordo che una città ha fatto con la vita e c'è la reazione civica che ha mosso “La mafia uccide solo d'estate”. Esordio alla regia di Pif (Pierfrancesco Diliberto), ex inviato de Le Iene, dopo aver debuttato in concorso al Torino Film Festival arriva nelle sale il 28 novembre.
Coi toni della tragicommedia, che mai perdono di vista il rispetto per i tanti drammi fotografati, Pif racconta la mafia alle nuove generazioni e illustra cosa voglia dire crescere a stretto contatto con un fenomeno criminale così ingerente, presente in maniera inevitabile e stringente in ogni momento della quotidianità. ‘Mafia’, è la prima parola che sillaba il piccolo Arturo, protagonista del film, attraverso i cui occhi vediamo Palermo.
"Ma come è possibile che a Palermo la mafia entrasse così prepotentemente nella vita delle persone e in pochi dicevano qualcosa?" si è chiesto Pif ormai adulto e quarantunenne, guardando indietro alla sua infanzia. Da qui l'esigenza di mettersi dietro la macchina da presa: "Essere un bambino a volte conviene. Perché imiti i tuoi modelli, cioè gli adulti. E se per loro non ci sono problemi, non ci sono neanche per te. I problemi arrivano quando, un giorno, il bambino capisce che la mafia non uccide solo d'estate".
Le date salienti dell'esistenza di Arturo sono puntellate dagli eventi e dalle esecuzioni di Cosa nostra. La notte in cui è stato concepito? Il 10 dicembre 1969, quella della strage di Viale Lazio. Il suo battesimo? Lo stesso giorno in cui venne inaugurata la giunta di Vito Ciancimino, successivamente condannato per associazione mafiosa e definito "la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica".
Quando inizia ad andare alle elementari (intepretato dal bravo Alex Bisconti) e si innamora della compagna di classe Flora (Ginevra Antona), i suoi primi turbamenti amorosi coincidono con quelli del boss Filippo Marchese.
In questa cavalcata negli anni, il piccolo Arturo viene colto da una folgorazione per Giulio Andreotti, allora presidente del consiglio: è questa la trovata più riuscita e acuta del film, che regala delle chicche di intelligente umorismo. Andreotti, in maniera indiretta, dai tiggì o dal talk show ‘Bontà loro’ di Maurizio Costanzo, con le sue affermazioni taglienti diventa il consigliere dell'ingenuo Arturo. Lo ispira anche quando da giornalista in erba riesce a intervistare Carlo Alberto Dalla Chiesa: uno dei momenti più toccanti.
Crescendo Arturo ha il volto di Pif, che è anche voce narrante (a volte il suo timbro nasale e gracchiante è davvero difficile da sostenere). La sua innamorata Flora da adulta è interpretata da Cristiana Capotondi.
Seguendo le loro altalene sentimentali intanto partecipiamo a una vera e propria cronologia della morte, a tanti morti violente per mano mafiosa.
La mafia uccide solo d'estate è disarmonico, presenta qualche stonatura stilistica (vedi la scena degli spermatozoi) e narrativa, soprattutto quando si sofferma sulle vicende tra Arturo e Flora adulti. Ma di certo è un film utile e a suo modo coraggioso, che con gusto dileggia i boss mafiosi.
L'applauso finale che si alza lieve sui titoli di coda è soprattutto per le tante vittime di Cosa nostra, più o meno celebri. A loro ogni applauso: Cesare Terranova, Gaetano Costa, Giovanni Falcone, Mario Francese, Boris Giuliano, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici...
Simona Santoni, Panorama

Si possono raccontare vent'anni di mafia con il sorriso sulle labbra? E si può, con toni da commedia, rendere omaggio ai grandi eroi dell'antimafia che hanno pagato, con la vita, il coraggio di essere, fino in fondo, servitori dello Stato? Detto così, sembrerebbe un sacrilegio bello e buono. Invece, “La mafia uccide solo d'estate” è una delle operazioni più riuscite e intelligenti fatta dal cinema italiano, in questi ultimi anni. E il merito va tutto a Pif, nome d'arte di Pierfrancesco Diliberto, volto noto televisivo che ai successi ottenuti sul piccolo schermo (da 'Le lene' a 'll testimone') può aggiungere, ora, anche questo rimarchevole debutto nella regia cinematografica. Attraverso la storia di Arturo, concepito il 10 dicembre 1969 mentre stanno uccidendo Michele Cavataio, si ripercorrono anni di esplosioni, attentati, omicidi eccellenti. Dando un volto umano ai protagonisti dell'antimafia, che la sceneggiatura mette sulla strada di Arturo, innamorato senza speranza della piccola Flora. E' il commissario Boris Giuliano, per dire, a fargli scoprire una pastarella dolce e tocca al giudice Rocco Chinnici, vicino di casa della piccola Flora, condividere i patemi amorosi del bimbo. Così come è Dalla Chiesa a concedere, ad Arturo, un'intervista per il giornale locale, pochi giorni prima dell'attentato in cui perse la vita. Scene di vita quotidiana, che strappano risate, spazzate via dalle immagini di repertorio delle loro morti. (...) Qualche sbavatura da opera prima, ma questo è un film del quale andare fieri.
Maurizio Acerbi, Il Giornale

PIER FRANCESCO DILIBERTO ‘PIF’
Filmografia:    
La mafia uccide solo d’estate (2013)

Martedì 14 ottobre 2014:
LEI di Spike Jonze, con Joaquin  Phoenix, Scarlett  Johansson, Amy  Adams, Rooney  Mara, Olivia  Wilde

 

 
 
 

Il programma! :-)

Post n°204 pubblicato il 19 Settembre 2014 da cineforumborgo
 

CINEFORUM 2014/2015
PROGRAMMA


07/10/2014  “LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE” di Pierfrancesco Diliberto (Pif)
14/10/2014  “LEI” di Spike Jonze
21/10/2014  “SONG 'E NAPULE” di Manetti Bros.
28/10/2014  “IL PASSATO” di Asghar Farhadi
04/11/2014  “SOLO GLI AMANTI SOPRAVVIVONO” di Jim Jarmusch
11/11/2014  “DIETRO I CANDELABRI” di Steven Soderbergh
18/11/2014  “VIA CASTELLANA BANDIERA” di Emma Dante
25/11/2014  “LUNCHBOX” di Ritesh Batra
02/12/2014  “IL VENDITORE DI MEDICINE” di Antonio Morabito
09/12/2014  “GIOVANE E BELLA” di François Ozon
16/12/2014  “JERSEY BOYS” di Clint Eastwood
13/01/2015  “LE MERAVIGLIE” di Alice Rohrwacher
20/01/2015  “VENERE IN PELLICCIA” di Roman Polanski
27/01/2015  “ALABAMA MONROE” di Felix Van Groeningen
03/02/2015  “STILL LIFE” di Uberto Pasolini
10/02/2015  “A PROPOSITO DI DAVIS” di Joel Coen, Ethan Coen
17/02/2015  “ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO” di Matteo Oleotto
24/02/2015  “C'ERA UNA VOLTA A NEW YORK” di James Gray
03/03/2015  “NEBRASKA” di Alexander Payne
10/03/2015  “DALLAS BUYERS CLUB” di Jean-Marc Vallée
17/03/2015  “SMETTO QUANDO VOGLIO” di Sydney Sibilia
24/03/2015  “IDA” di Pawel Pawlikowski
31/03/2015  “GRAND BUDAPEST HOTEL” di Wes Anderson
07/04/2015  “LOCKE” di Steven Knight
14/04/2015  “IN ORDINE DI SPARIZIONE” di Hans Petter Moland
21/04/2015  “LA SEDIA DELLA FELICITÀ” di Carlo Mazzacurati
05/05/2015 …FILM A SORPRESA!

 
 
 
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Data di creazione: 29/09/2007
 

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