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CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2012/2013

 

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Cineforum 2012/2013 | 7 maggio 2013

Post n°173 pubblicato il 06 Maggio 2013 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

ARGO

 

Regia: Ben Affleck

Soggetto: Antonio J. Mendez (libro), Joshuah Bearman (articolo)

Sceneggiatura: Chris Terrio

Fotografia: Rodrigo Prieto

Musiche: Alexandre Desplat

Montaggio: William Goldenberg

Scenografia: Sharon Seymour

Costumi: Jacqueline West

Effetti: Barry McQueary, Method Studios

Suono: Erik Aadahl, Ethan Van der Ryn (montaggio), John Reitz, Gregg Rudloff, José Antonio García (II), (missaggio)

Interpreti: Ben Affleck (Tony Mendez), Bryan Cranston (Jack O'Donnell), Alan Arkin (Lester Siegel), John Goodman (John Chambers), Victor Garber (Ken Taylor), Tate Donovan (Bob Anders), Clea DuVall (Cora Lijek), Scoot McNairy (Joe Stafford), Rory Cochrane (Lee Schatz), Christopher Denham (Mark Lijek), Kerry Bishé (Kathy Stafford), Kyle Chandler (Hamilton Jordan), Chris Messina (Malinov), Zeljko Ivanek (Robert Pender), Titus Welliver (Jon Bates), Keith Szarabajka (Adam Engell), Bob Gunton (Cyrus Vance), Richard Kind (Max Klein), Richard Dillane (Ufficiale OSS Nicholls), Omid Abtahi (Reza Borhani), Page Leong (Pat Taylor), Sheila Vand (Sahar), Karina Logue (Elizabeth Ann Swift), Ryan Ahern (Sergente Sickmann), Bill Tangradi (Alan B. Golacinski), Jamie McShane (William J. Daugherty), Matthew Glave (Colonnello Charles W. Scott), Roberto Garcia (II), (Sergente William Gallegos), Christopher Stanley (Thomas L. Ahern, Jr.), Jon Woodward Kirby (Fred Kupke), Victor McCay (Malick), Matt Nolan (Peter Genco), J.R. Cacia (Brice), Bill Kalmenson (Hal Saunders), Rob Brownstein (Landon Butler), David Sullivan (Jon Titterton), Adrienne Barbeau (Nina), John Boyd (Lamont), Yuriy Sardarov (Rossi), Aidan Sussman (Ian Mendez), Ali Saam (Ali Khalkhali), Kelly Curran (Principessa Aleppa), Scott Elrod (Achilles Crux), Lindsey Ginter (Hedley Donovan), Tim Quill (Alan Sosa), Danilo Di Julio (Sergente Gauthier), Michael Parks (Jack Kirby), Barry Livingston (Bill Hickey), Taylor Schilling (Christine Mendez)

Produzione: Grant Heslov, Ben Affleck, George Clooney per GK Films/Smoke House/Warner Bros. Pictures

Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia

Durata: 120’

Origine: U.S.A., 2012

Oscar 2013 per: miglior film, sceneggiatura non originale e montaggio. Candidato anche per miglior attore non protagonista (Alan Arkin), colonna sonora, montaggio e missaggio sonoro.

 

Ritornare agli anni '70, rivivendoli come se si fosse lì in quel momento mentre li si sta ricreando e filmando, è un privilegio di pochi. Sono rari gli esempi nel cinema statunitense a cui è riuscita questa impresa. Tra gli esempi recenti ci sono “Munich” di Steven Spielberg, “American Gangster” di Ridley Scott e “Milk” di Gus Van Sant, questi ultimi due con la fotografia del grande Harris Savides. Ed anche “Argo”, dall'articolo “How the CIA used a fake Sci-Fi Flick to rescue American from Tehran” di Joshuah Bearman apparso sul numero di ‘Wired’ di aprile 2007, si aggiunge a questa lista di eletti.

 Non è solo la potenza e la velocità di un thriller politico d'altri tempi. Con lo sguardo di Ben Affleck quasi come un tardo Fred Zinnemann od Otto Preminger, o un John Schlesinger di quel decennio. Ma è proprio una malinconia che si respira per il desiderio folle e impossibile (lo stesso di “Sal” di James Franco) di poter essere lì allora quando quelle vicende sono ambientate e, ovviamente, lo scarto di non poterci essere. Il lavoro di Rodrigo Prieto certamente è immenso, trasporta lì dentro, in quei fatti realmente accaduti a Teheran quando il 4 novembre del 1979 durante la rivoluzione iraniana un gruppo di militanti entra nell'ambasciata statunitense portando via 52 ostaggi. Sei di loro riescono a fuggire trovando riparo nell'abitazione dell'Ambasciatore del Canada. sapendo che si tratta di una sistemazione provvisoria che non gli garantisce la sicurezza, il governo americano e quello canadese chiedono l'intervento della CIA che si rivolge al suo uomo migliore in azioni d'infiltrazione. Tony Mendez. L'uomo escogita così un piano inverosimile, che potrebbe accadere solo in un film, per consentire ai sei di lasciare il paese.

Tutti i colori del decennio. Quelli di Prieto comunicati dallo sguardo di Affleck. Come in simbiosi. “Argo” non è solo un thriller. E' un documentario, un film nel film, una rievocazione nostalgica che rimpiange appena la perdita di un cinema che non c'è più («John Wayne se ne è andato da sei mesi e questo è quello che resta dell'America») e con gli Studios dove ci sono Alan Arkin e John Goodman, tra la decadenza di uno dei più bei film di Robert Altman, “I protagonisti” e l'illusione di un cinema che non c'è ancora ma già pensato per stupire di “Matinée” di Joe Dante.

Innanzitutto in “Argo” si parte dal vero e si ritorna al vero. Dalle immagini della storia dello Scià Mohammad Reza Pahlavi in apertura, alle foto in chiusura in cui tornano non solo i volti dei veri personaggi protagonisti della vicenda ma anche di fatti accaduti come l'uomo impiccato ad una gru. La cosa strepitosa è come Affleck in “Argo” riesca a raccontare una vicenda vera come se fosse finta e, contemporaneamente, a far precipitare dentro un vortice di tensione senza un attimo di tregua. Basta vedere il bellissimo momento della lettura del copione del finto film mentre scorrono le immagini in tv. Tutti i segni dove la fuga è un impresa impossibile, dove la maschera cinematografica appena costruita rischia di sfaldarsi da un momento all'altro e di non reggere l'urto. E oltre quegli iniziali piano-sequenza nervosi nell'ambasciata, che annuncia quasi quella vibrazione di un persistente terremoto sensoriale che contagia per tutto il film, basta vedere la scena dei sei nel mercato con Tony Mendez, che fingono di essere la finta troupe ma camminano con la paura addosso, per vedere che razza di regista è oggi Ben Affleck. Qualche maligno dirà che è meglio come cineasta che come attore. Ma a noi interessa vedere soltanto la sua splendida prova con l'interpretazione di Tony Mendez, barba lunga, poche parole, e quel tarlo addosso della ricerca e della mancanza/distanza col figlio.

Già “Gone Baby Gone” era un ottimo esordio. Con “The Town” si è superato e ora con “Argo” è riuscito incredibilmente a fare ancora meglio. Solo Clint Eastwood fa a gara ogni volta a superare se stesso. E stavolta non giriamoci troppo attorno: “Argo” è un capolavoro. Basta vedere tutta la parte all'aeroporto. Sembra di stare lì e si soffre, si spera, ci si scoraggia e si esulta. E' un film ma sembra di stare allo stadio. Che straordinario regista è oggi Ben Affleck. Che si permette anche di fare ironia dicendo «perfino una scimmia impara a fare il regista in un giorno». «Argo vaffanculo!».

Simone Emiliani, Sentieri Selvaggi

 

BEN AFFLECK

Filmografia:

Gone baby gone (2007), The Town (2010), Argo (2012)

 

Arrivederci a…                    

Martedì 8 ottobre 2013!

 

 
 
 

Cineforum 2012/2013 | 23 aprile 2013

Post n°172 pubblicato il 22 Aprile 2013 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

L'ARTE DI VINCERE

 

Titolo originale: Moneyball

Regia: Bennett Miller

Soggetto: Michael Lewis, Stan Chervin

Sceneggiatura: Steven Zaillian, Aaron Sorkin

Fotografia: Wally Pfister

Musiche: Mychael Danna

Montaggio: Christopher Tellefsen

Scenografia: Jess Gonchor

Arredamento: Nancy Haigh

Costumi: Kasia Walicka-Maimone

Effetti: Robert Cole Rhythm & Hues

Interpreti: Brad Pitt (Billy Beane), Jonah Hill (Peter Brand), Philip Seymour Hoffman (Art Howe), Robin Wright (Sharon), Chris Pratt (Scott Hatteberg), Stephen Bishop (David Justice), Brent Jennings (Ron Washington), Ken Medlock (Grady Fuson), Tammy Blanchard (Elizabeth Hatteberg), Jack McGee (John Poloni), Vyto Ruginis (Pittaro), Nick Searcy (Matt Keough), Glenn Morshower (Ron Hopkins), Casey Bond (Chad Bradford), Nick Porrazzo (Jeremy Giambi), Kerris Dorsey (Casey Beane), Arliss Howard (John Henry), Reed Thompson (Billy giovane), James Shanklin (padre di Billy), Diane Behrens (madre di Billy), Takayo Fischer (Suzanne), Derrin Ebert (Mike Magnante), Miguel Mendoza (Ricardo Rincon), Adrian Bellani (Carlos Peña), Tom Gamboa (scout Martinez), Barry Moss (scout Barry), Artie Harris (scout Artie), Bob Bishop (scout Bob), George Vranau (scout George), Phil Pote (scout Pote)

Produzione: Michael De Luca, Rachael Horovitz, Brad Pitt per Michael De Luca Productions/Scott Rudin Productions/Specialty Films

Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia

Durata: 133’

Origine: U.S.A., 2012

 

Non è un film sul baseball. È un film sullo scontro fra passato e presente, fra tradizione e innovazione. È un film sul mito americano, sulla vita come sfida ma anche come attaccamento alle proprie radici. È un film sulla forza delle proprie idee, sul coraggio delle proprie convinzioni. È un film sull'individualismo, la testardaggine, l'ostinazione. Solo a questo punto si può anche dire che sia un film sullo sport. Ma diverso da tutti gli altri, perché lo sport come azione finisce fuori campo, fuori fotogramma: si vede pochissimo e non è certo il cuore della narrazione.

L'arte di vincere” di Bennett Miller (……) è un film eccentrico nel grande filone dei film sportivi, ma anche molto coerente con il bell'esordio di Miller di sette anni fa, “Truman Capote - A sangue freddo”. In fondo il tema è quasi il medesimo: l'ambizione di poter ‘dominare’ la realtà grazie al proprio armamentario intellettuale: Capote di fronte ai misteri del male, Billy Beane (il protagonista di “L'arte di vincere”, affidato a un convincentissimo Brad Pitt) di fronte a quelli dello sport, dove bisogna capire se le qualità di un giocatore sapranno integrarsi nel gioco di squadra e soprattutto se porteranno quella squadra alla vittoria.

General Manager degli Oakland Athletics, probabilmente la più povera delle squadre di baseball della Major League, Billy Beane ogni anno si trova a ricostruire la propria squadra, depauperata dai concorrenti che possono permettersi di pagare stipendi stratosferici ai giocatori. E lo fa pescando tra le seconde scelte, gli ‘scarti’, le promesse, basandosi soprattutto sull'intuito suo e dei suoi scout.

È quello che fanno tutti e che aveva spinto, all'inizio degli anni Ottanta, gli scout dei New York Yankees a presentarsi a casa sua per convincerlo a diventare un professionista: aveva tutte le qualità per essere una star del baseball, ma poi il campo le aveva smentite e dopo alcune stagioni sempre più deludenti, Beane aveva scelta la strada del general manager. Per questo forse non si fida molto dei suoi scout (un campionario di volti e di attori da far invidia alla più pura tradizione delle commedie americane. Viene in mente il tavolo dei giornalisti disillusi e saputelli di “Prima pagina”) e quando incontra per caso il giovane Peter Brand (Jonah Hill), economista laureato a Yale con la passione per il baseball che sa trasformare ogni azione in una statistica, a Beane si apre finalmente la possibilità di abbandonare il mondo delle ‘sensazioni’ e delle ‘intuizioni’ per imboccare quello di un diverso approccio statistico-sportivo. Inutile dire che avrà tutti contro: i suoi vecchi collaboratori, l'allenatore (una piccola straordinaria prova di Philip Seymour Hoffman, che col precedente film di Miller aveva vinto il suo primo Oscar), la stampa, gli esperti. All'inizio del campionato 2002 (la storia è naturalmente vera) le scelte di Beane sembrano campate in aria, ma quando riesce finalmente a far schierare la squadra che aveva in mente, allora gli Athletics infileranno la più lunga serie di vittorie consecutive di ogni stagione: venti, una dietro l'altra.

Vinceranno anche le world series? Billy Beane resterà a Oakland o passerà, con le sue idee rivoluzionarie, ad allenare squadre più ricche? Lo sportivo americano sa benissimo rispondere a queste domande, lo spettatore italiano lo scoprirà vedendo il film, ma l'esito non influisce per niente sulle qualità di un film che ha nella sceneggiatura di Steven Zaillian e Aaron Sorkin e nella prova collettiva degli attori le sue qualità più evidente (un piccolo gioiello di finezza psicologica la scena in cui Beane incontra l'ex moglie, interpretata da Robin Wright, nella lussuosissima casa del nuovo compagno). Ma che trova nella messa in scena di Bennett Miller la sua arma migliore: sfruttando al meglio la sua predisposizione per una classicità tradizionale, il film riesce a ‘inquadrare’ i suoi protagonisti in un mondo spoglio e trasandato (gli ufficetti, i lunghi corridoi degli stadi, gli abitacoli delle auto), dove gli oggetti quotidiani finiscono per trasmettere a chi li usa il medesimo spirito grigio e ordinario. E a fare di questi non-eroi, rappresentanti di un mondo provinciale e ‘perdente’, i paladini di una sfida che li obbligherà a misurarsi con l'’eterna’ ambizione yankee: l'arte di vincere.

Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

 

BENNETT MILLER

Filmografia:                        

Truman Capote - A sangue freddo (2005), L’arte di vincere (2011), Foxcatcher (2013)

 

Martedì 7 maggio 2013:

ARGO di Ben Affleck, con Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman, Victor Garber

 

 
 
 

Cineforum 2012/2013 | 16 aprile 2013

Post n°171 pubblicato il 15 Aprile 2013 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LÀ-BAS - EDUCAZIONE CRIMINALE

 

Regia: Guido Lombardi (II)

Sceneggiatura: Guido Lombardi (II)

Fotografia: Francesca Amitrano

Musiche: Giordano Corapi

Montaggio: Annalisa Forgione Beppe Leonetti

Scenografia: Maica Rotondo

Costumi: Francesca Balzano

Suono: Davide Mastropaolo, Leandro Sorrentino

Interpreti: Kader Alassane (Yssouf), Moussa Mone (Moses), Esther Elisha (Suad), Billy Serigne Faye (Germain), Fatima Traore (Asetù), Alassane Doulougou (Idris), Salvatore Ruocco (il capoclan), Franco Caiazzo (zi’ Peppe), Gaetano Di Vaio (gestore autolavaggio), Marco Mario de Notaris (chirurgo)

Produzione: Dario Formisano, Gaetano Di Vaio, Pietro Pizzimento, Gianluca Curti per Eskimo/Figlidelbronx/Minerva Pictures Group

Distribuzione: Istituto Luce

Durata: 100’

Origine: Italia, 2011

 

Scordatevi l’educazione sentimentale: “Là-bas” l’apprendistato è criminale. Siamo “laggiù", e per gli africani è l’Europa, la terra della fortuna, ovvero della disperazione. Poco importa, là-bas è un altrove, un posto lontano lontano, ma senza fiaba: non c’è il regno di Shrek, bensì la camorra sovrana. Dove? Per esempio, Castel Volturno, a circa 30 kilometri da Napoli. Quando? Per esempio, il 18 settembre di quattro anni fa, quando un commando della camorra irrompe in una sartoria di migranti africani: centinaia di proiettili esplosi, molti a segno. A terra rimangono sei ragazzi, più un altro ferito seriamente (Joseph Aymbora, testimone prezioso, è morto pochi giorni fa). Fin qui i fatti, poi arriva la finzione, “Là-bas”, ma non diresti: Yssouf (Kader Alassane), lo zio Moses, Germain, la bella Asetù e la prostituta Suad non sono strappati dalla carta patinata della sceneggiatura, ma da quella sporca della cronaca.

Perché “non c’è un lavoro vero per i clandestini, l’unica alternativa è tra lo sfruttamento e il crimine”, dice il regista Guido Lombardi, e come dargli torto? Yssouf potrebbe vendere fazzoletti ai semafori partenopei per pochi euro al giorno come fa Germain oppure entrare nel traffico di cocaina dello zio Moses, che l’ha attirato in Italia per ‘coltivarne’ le doti artistiche. Ma non ci saranno sculture per lui, e nemmeno quella già pronta avrà tempo per arrugginire sottoterra: il presente sono ovuli di cocaina da spacciare, l’alcol da provare per la prima volta, qualche bel vestito e un amore mai nato. E la strage, capitata mentre Lombardi (classe ’75) scriveva questa suo fortunato esordio, già in concorso alla Settimana della Critica di Venezia 2011 e insignito del Leone del Futuro - Premio Opera Prima “Luigi De Laurentiis”: beffa di sangue, i sei rimasti a terra - hanno concluso le indagini della magistratura - con lo spaccio non c’entravano nulla. Viceversa, Yssouf si trova invischiato suo malgrado nel traffico, ma poco importa: non è Caino, ma un ‘fratello’ orfano di speranza, condannato a (soprav)vivere e morire prima di altri, prima ‘degli altri’, i bianchi, i privilegiati.

Con stile verità e urgenza morale, Lombardi scrive e dirige in un altrove che non conosciamo, né vogliamo conoscere, perché “Qui tutti sono stronzi”, anzi, forse “Dio è bianco”. Che dire? Cinema impegnato, Gomorra virato in nero, antropologia a mano armata, darwinismo criminale, in un film piccolo ma necessario, imperfetto ma urgente, preso e costruito dal basso, immagine su immagine. La regia non brilla di eccessiva originalità, il budget non è alto e purtroppo si vede, la drammaturgia talvolta si inceppa tra lo spontaneismo della presa sul reale e una poetica fin troppo naif, ma “Là-bas” c’è qualcosa da scoprire. E non dimenticare.

Federico Pontiggia, Cinematografo.it

 

Là-bas”: l’Europa, l’Italia, Castel Volturno. Yssouf, giovane africano, raggiunge il Belpaese covando il sogno dell’arte, sperimenta la miseria dell’onestà, s’accovaccia sotto l’egida di un parente - gangster risoluto, zio amorevole - che lo invita a percorrere le sue stesse orme: da sfruttato a sfruttatore, da 10 euro al giorno a 100 all’ora. Dalla sopravvivenza alimentare all’esistenza criminale. “Là-bas” è l’istantanea di un circolo vizioso: Lombardi, all’opera prima, considera il magistero di Gomorra, adagia sulla materia brutalmente reale (perché reale è l’epilogo cruento) le dinamiche del genere, consapevole che le traiettorie del noir rivelano da sempre nuclei tragici quotidiani e universali.

Perché quel che vuole il genere, anche la realtà: la deriva di Yssouf è una strada intrapresa quasi ciecamente. Poi riappare l’etica, poi affiora la colpa. E le colpe. Che si pagano. Perché il mondo (non solo criminale) è un meccanismo implacabile: fagocita e omologa, nel nome della via semplice verso una felicità quantificabile in moneta. Là-bas si immerge nella realtà, ne rispetta l’impasto linguistico (si parla francese, inglese, napoletano, quasi per nulla italiano), asciuga la narrazione sino a farla aderire alla cronaca, facendo sopravvivere con parsimonia simboli incisivi: come quel ritorno finale, fuori dalle crudeli leggi del noir, differenza che è tangibile speranza. Saggio antropologico in vesti nere, cinema teso, verso il reale.

Giulio Sangiorgio, Film TV

 

GUIDO LOMBARDI

Filmografia:

Là-bas - Educazione criminale (2011)

 

Martedì 23 aprile 2013:

L’ARTE DI VINCERE di Bennett Miller, con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Chris Pratt

 

 

 
 
 

Cineforum 2012/2013 | 9 aprile 2013

Post n°170 pubblicato il 08 Aprile 2013 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LA KRYPTONITE NELLA BORSA

 

Regia: Ivan Cotroneo

Soggetto e sceneggiatura: Ivan Cotroneo, Monica Rametta, Ludovica Rampoldi

Fotografia: Luca Bigazzi

Musiche: Pasquale Catalano

Montaggio: Giogiò Franchini, Donatella Ruggiero (collaborazione)

Scenografia: Lino Fiorito

Costumi: Rossano Marchi

Suono: Emanuele Cecere (presa diretta)

Interpreti: Valeria Golino (Rosaria), Cristiana Capotondi (Titina), Luca Zingaretti (Antonio), Libero De Rienzo (Salvatore), Luigi Catani (Peppino), Vincenzo Nemolato (Gennaro), Monica Nappo (Assunta), Massimiliano Gallo (Arturo), Lucia Ragni (Carmela), Gennaro Cuomo (Federico), Sergio Solli (Vincenzo), Antonia Truppo (Valeria), Rosaria De Cicco (maestra Lina), Carmine Borrino (Elio), Nunzia Schiano (zia Spagnola), Fabrizio Gifuni (Matarrese)

Produzione: Nicola Giuliano, Francesca Cima per Indigo Film, in collaborazione con Rai Cinema

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 98’

Origine: Italia, 2011

 

C'è stato un tempo, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, in cui Napoli era luminosa, colorata, vivace, attraversata da mille influssi, avvolta dalle sue tante contraddizioni e contaminazioni, felicemente orgiastica, sicuramente verticale, proletaria e sotto-proletaria, una città con ancora un popolo, piena di bambini, di povertà e di mense, di vicoli malavitosi e impuniti, una Napoli ancora ingenua, sempre incurante del futuro, sorda al domani. Il cielo plumbeo che l'avrebbe attesa al varco dei decenni, fino a questo presente cupo e grigio, sembrava non potersi formare, sempre sciolto dalla pozione magica di incredulo ottimismo e molesto disfattismo. Questa è stata, un tempo, una città. Questa è la Napoli descritta da Ivan Cotroneo in “La kryptonite nella borsa” (……). È un film di strana bellezza perché si sostituisce alla nostalgia, portandoci nel cuore di un sentimento ancora pulsante. Quello di Cotroneo non è un viaggio nel tempo ma è il viaggio dentro l'emozione ancora viva di un momento specifico della vita, quando ancora bambini tutto sembra deforme e strano, ambiguo e alterno, e sempre senza una vera ragione. Non si può parlare di un film in costume (sebbene sia un film calato nella moda del tempo), non si può parlare di un film storico (sebbene sia ambientato agli inizi degli anni settanta), non si può parlare di un film nostalgico (anche se gira intorno al rimpianto per quel che eravamo), non si può parlare di un film politico (perché quel rimpianto contiene una domanda su ciò che siamo). Non si può parlare di tutto ciò perché nessuno, tantomeno meno il regista, sembra essere sopravvissuto alla devastazione che ne è seguita, all'apocalisse che tutto ha cancellato nei decenni a seguire Ed è questo azzeramento, questo tempo interrotto in un eterno presente, che rende “La kryptonite nella borsa” un film utopistico fino a quando cerca di trasformare in reale una visione emotiva del passato, un film fantascientifico fino a quando la formazione del giovane protagonista è delegata alla visione di un super eroe locale in calza maglia. Peppino è un bambino riccioluto, ha gli occhi chiari incorniciati da occhiali troppo spessi. Guarda gli adulti da dietro quegli occhiali, ma non li capisce. La mamma (Valeria Golino) è depressa perché il papà la tradisce, il papà (Luca Zingaretti) è distratto ma ha i sensi di colpa, i giovani zii (Capotondi e De Rienzo) sono presi da femminismo, sesso, droga e musica, i nonni sono increduli e spaesati. L'unico che sembra avere un po' di saggezza, è uno ‘scemo’, il cugino Gennaro che si crede Superman e che pagherà il suo sogno sotto le ruote di un bus. Questo supereroe, non più santo, porterà Peppino a vedere le cose dall'alto, dove soffia il vento. E da lassù anche a noi tutto sembra più bello. 

Dario Zonta, L’Unità

 

È sulla base di un proprio romanzo edito da Bompiani che lo sceneggiatore Ivan Cotroneo ha scelto di esordire nella regia. Ed è stata idea giusta perché, essendo scritto sul filo dell’autobiografia, “La kryptonite nella borsa contiene un mondo di riferimenti noti, cosa che deve aver semplificato al neo-autore il compito di ritrovare sullo schermo atmosfere, luoghi, colori, caratteri. Per altri aspetti però si tratta di un soggetto non facile: gioca su un doppio registro reale-surreale, è un po’ commedia di costume e un po’ storia intimista, ovvero un piccolo romanzo di formazione con tanti personaggi da raccontare. E’ riuscito Cotroneo a padroneggiare tutte queste fila?

Peppino (il simpatico Luigi Catani) è un bambino di nove anni che vive a Napoli circondato dall’affetto di genitori e parentado. A parte un cugino balzano che si crede Superman e vede pericolo kryptonite ovunque, il suo quadro familiare è dei più normali fino al giorno in cui la mamma cade in un inspiegabile stato depressivo. L’inconfessata verità è che Rosaria (Golino) si è scoperta tradita dal marito (un accattivante Zingaretti): ed essendo donna all’antica è l’intera sua scala di valori a crollarle addosso. Con la madre così ripiegata nella malinconia, Peppino si consola inventandosi un rapporto immaginario con il cugino Superman nel frattempo defunto; e intanto riceve un’educazione alternativa da due giovani zii (Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo) che, fra sesso libero e spinelli (siamo nel 1973), lo introducono allo spirito nuovo dei tempi. Nel finale, quando Rosaria riprende il suo posto in famiglia, ha maturato una forza. Impersonata con misura e grazia dalla Golino, è lei il cuore della storia, mentre Peppino resta figura di semplice osservatore, senza riuscire ad assumere statura di protagonista. Il che non aiuta il film a trovare il suo centro, conferendogli una certa frammentarietà. Tuttavia la cornice di una Napoli piccolo borghese innestata di magmatici fermenti ribellistici, il buon livello di recitazione, l’umanità dei personaggi, alcuni felici spunti di regia: sono elementi che rendono la visione gradevole e inducono ad attendere con fiducia un’opera seconda.

Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa

 

IVAN COTRONEO

Filmografia:

La kryptonite nella borsa (2011)

 

Martedì 16 aprile 2013:

LÀ-BAS - EDUCAZIONE CRIMINALE di Guido Lombardi, con Kader Alassane, Moussa Mone, Esther Elisha, Billy Serigne Faye, Fatima Traore

 

 

 
 
 

Cineforum 2012/2013 | 26 marzo 2013

Post n°169 pubblicato il 25 Marzo 2013 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LA GUERRA È DICHIARATA

 

Titolo originale: La guerre est déclarée

Regia: Valérie Donzelli

Sceneggiatura: Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm

Fotografia: Sébastien Buchmann

Montaggio: Pauline Gaillard

Scenografia: Gaëlle Usandivaras

Costumi: Elisabeth Mehu

Suono: André Rigaut      

Interpreti: Valérie Donzelli (Juliette), Jérémie Elkaïm (Roméo Benaïm), César Desseix (Adam Benaïm a 18 mesi), Gabriel Elkaïm (Adam Benaïm a 8 anni), Brigitte Sy (Claudia Benaïm, madre di Roméo), Elina Löwensohn (Alex, compagna di Claudia), Michèle Moretti (Geneviève, madre di Juliette), Philippe Laudenbach (Philippe, padre di Juliette), Bastien Bouillon (Nikos), Béatrice de Staël (Ghislaine Prat, pediatra), Anne Le Ny (dott.ssa Fitoussi, neuropediatra), Frédéric Pierrot (prof. Sainte-Rose), Elisabeth Dion (dott.ssa Kalifa), Marie Donzelli (Marine, assistente sociale), Claire Serieys (Clarisse)

Produzione: Edouard Weil per Rectangle Productions/Wild Bunch

Distribuzione: Sacher Distribuzione

Durata: 100’

Origine: Francia, 2011

 

C'erano tutti gli elementi per farne un film cupo e pessimista, dal tema della malattia alla biografia personale della regista-interprete, eppure “La guerra è dichiarata” è una delle commedie più coinvolgenti e contagiose viste negli ultimi tempi. Trentanove anni, studi di architettura prima di passare al cinema, conosciuta più per i suoi ruoli televisivi che cinematografici, Valérie Donzelli si fa notare al festival di Locarno del 2009 come regista (“La reine des pommes”, “La regina delle mele”, inedito in Italia) per esplodere nel 2011 aprendo la Semaine de la critique a Cannes con “La guerre est déclarée” (……).Cosa racconta il film ce lo dice senza tanti infingimenti la prima scena, dove un ragazzo di otto anni, accompagnato dalla mamma, si sottopone a una risonanza magnetica. Il risultato è positivo: nessun pericolo per il piccolo Adam. Tutto bene. Quello che lo spettatore capisce immediatamente è che, per sottoporsi a una visita così specifica, in passato il bambino qualche problema lo deve avere avuto. Quello che invece può non sapere è che la mamma e il figlio sono tali anche nella vita reale: lei è Valérie Donzelli, regista ma qui anche interprete, nel ruolo di Giulietta; lui è Gabriel Elkaïm, il bambino che la Donzelli ha avuto da Jérémie Elkaïm, che vedremo nelle scene immediatamente successive, nel ruolo di Romeo. Dopo la prima scena, infatti, il film torna indietro di una decina d'anni, durante una festa dove Romeo e Giulietta si incontrano, scherzano sui loro nomi shakespeariani, si innamorano e decidono di affrontare la vita (e i sogni di sfondare nel cinema) insieme. E fin da questo salto indietro, quando il piccolo Adam ancora non era nato, si capisce come il tono della messa in scena non sia quello del melodramma o del dramma tout court ma piuttosto quello della commedia. Un tono che la regia ottiene grazie a una libertà di linguaggio e di invenzioni sorprendente e dissacrante, usando per esempio tanti piccoli estratti dai film scientifici di Jean Painlevé per spiegare il colpo di fulmine che scatta nelle loro teste (in realtà sono fotogrammi sulla cristallizzazione dello zucchero, ma a chi interessa questo tipo di verità scientifica?). Oppure inquadra “L'origine della vita” di Courbet per ‘raccontare’ la nascita del loro figlio. Questa libertà narrativa continuerà per tutto il film, ma il vero colpo di genio è quello del ribaltamento del punto di vista. Quando la giovane coppia scopre che il figlio di 18 mesi ha un tumore al cervello, il film non adotta il punto di vista della vittima né segue l'odissea dei due genitori: racconta piuttosto la voglia di Romeo e Giulietta di reagire alla disgrazia. Non è uno scarto da poco: invece di mettersi dal punto di vista di chi soffre (e a ragione, verrebbe da aggiungere, vista la tragedia del figlio), sceglie di raccontare quello di chi reagisce, di chi lotta, di chi cerca in tutti i modi di non farsi schiacciare dal dolore. In questo modo l'inevitabile meccanismo di identificazione avviene non con la passività della tragedia ma con la volontà reattiva di chi non vuole cedere alla disperazione. Di ognuna delle varie ‘stazioni’ di questa laicissima via crucis, la Donzelli mette in evidenza i momenti di involontaria comicità (la pediatra che, dopo aver intuito la gravità della malattia per chiamare l'ospedale solleva la cornetta di un telefono giocattolo che ha sulla scrivania), senza preoccuparsi di essere scorretta o oltraggiosa (la serie di battute, sempre più allusive e ‘pesanti’ che i genitori si scambiano quando aspettano l'esito dell'operazione e esorcizzano il suo possibile fallimento immaginando ‘tragedie’ ancora più grandi). A volte arriva anche a far ricorso alla magia - per preparare un brindisi di Natale - e aggirare così una scelta estetica esclusivamente realista, che sarebbe state inevitabilmente cupa e depressiva. Invece alla fine, quando una gita sulla spiaggia come ne “I quattrocento colpi” di Truffaut (ma questa volta in compagnia della madre) testimonia definitivamente la guarigione, lo spettatore si sente felice e sollevato perché per tutto il film ha lottato anche lui un po' con i genitori, condividendo la loro grinta e la loro forza d'animo e ‘aiutandoli’ a tenere lontano disperazione e rassegnazione.

Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

 

Romeo e Giulietta, l’amore ai tempi della malattia. Belli, precari e innamorati, Giulietta (Valérie Donzelli) e Romeo (Jérémie Elkaïm) hanno un bambino, Adam. Improvvisamente, inizia a vomitare copiosamente, tiene la testa inclinata e non cammina più. Ha un tumore al cervello. Romeo e Giulietta iniziano la lotta: da Marsiglia a Parigi, tra chemioterapie e paure, dubbi e dolori. E’ “La guerre est déclarée” diretto dalla Donzelli e da lei interpretato al fianco di Elkaïm: sullo schermo e nella vita, perché il proiettore proietta la loro vera storia e l’Adam a 8 anni che compare nel film è davvero il loro figlio Gabriel.

Girato con una macchina fotografica digitale (Canon EOS), già candidato dalla Francia agli Oscar, la guerra è dichiarata all’Iraq, ma soprattutto alla malattia, e alle malattie collegate, perché la coppia rischia di scoppiare, se non nella filmografia nella biografia. Eppure, nonostante il vulnus per leitmotiv narrativo, le inquadrature lasciano tempo e modo a rinascita, speranza, libertà, per un altro mondo e un altro parto possibile: eros e thanatos, se vogliamo, ma il cinema dichiara guerra, e la vince, buttando il cuore oltre l’ostacolo, lo stile oltre il ricatto.

Sceneggiatura a quattro mani e una vita, dunque, ma fuori dalle strettoie della prima persona plurale e biografica: non è un filmino amatoriale - appunto, è ultra-stiloso - e nemmeno un cancer-movie lacrimevole, bensì un patchwork lucidamente, geometricamente impazzito di musical (colonna sonora cult), mélo  e romanticismo non pret-à-porter, con felici esternalità positive e pubbliche virtù. Ok, c’è qualche zona d’ombra (parenti stereotipati, Iraq e Fronte Nazionale in dialoghi risparmiabili), ma chi in Italia saprebbe fare altrettanto? Viva la Francia, e, per una volta, viva la Guerra!

Federico Pontiggia, Cinematografo.it

 

VALÉRIE DONZELLI

Filmografia:

La reine des pommes (2009), La guerra è dichiarata (2011)

 

Martedì 9 aprile 2013:

LA KRYPTONITE NELLA BORSA di Ivan Cotroneo, con Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Luigi Catani

 

 

 
 
 
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Data di creazione: 29/09/2007
 

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