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CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2013/2014

 

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Cineforum 2013/2014 | 8 aprile 2014

Post n°201 pubblicato il 07 Aprile 2014 da cineforumborgo
Foto di cineforumborgo

GLORIA

Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Gonzalo Maza
Fotografia: Benjamín Echazarreta
Montaggio: Soledad Salfate, Sebastián Lelio
Scenografia:Marcela Uribi
Interpreti: Paulina García (Gloria), Sergio Hernández (Rodolfo), Diego Fontecilla (Pedro), Fabiola Zamora (Ana), Coca Guazzini (Luz), Hugo Moraga (Hugo), Alejandro Goic (Gabriel), Liliana García (Flavia), Antonia Santa María (Maria), Luz Jiménez (Nana), Marcial Tagle (Marcial)
Produzione: Juan De Dios Larraín, Pablo Larraín, Sebastián Lelio, Gonzalo Maza per Fabula/Nephilim Producciones
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 104’
Origine: Cile, Spagna, 2013
Orso d'Argento per la migliore attrice (Paulina García), Premio della Giuria Ecumenica, Preis der Gilde Deutscher Filmkunsttheater al 63. Festival di Berlino (2013).

Un viaggio nel corpo di un Paese attraverso il corpo di una Donna: è “Gloria”, il film del cileno Sebastían Lelio, che ha la forma della commedia e però il passo del dramma, la leggerezza del tocco e la profondità del pensiero.
Presentato all’ultimo festival di Berlino, dove la protagonista Paulina García ha vinto con pieno merito l’Orso d’argento per la miglior attrice, racconta la vita quotidiana della cinquantottenne Gloria, separata da una decina d’anni ma decisa a godere ancora dei piaceri della vita. Per questo spesso va a ballare, in un locale frequentato anche da coetanei, nella speranza di qualche piacevole incontro. Niente di segreto né di peccaminoso: solo la voglia di non essere messa in disparte (dalla vita e dalla società) anche sfruttando l’energia che la sessualità può ancora offrire. Gloria ha un lavoro, una figlia, Ana (Fabiola Zamora), disposta a rischiare il proprio futuro in un legame non scontato (con un ragazzo svedese che scala montagne in giro per il mondo) e un figlio, Pedro (Diego Fontecilla) che invece ha problemi con l’ex moglie e probabilmente anche con la propria salute (a metà film lo vediamo senza più i suoi lunghi capelli e la mamma lo consola dicendo che ricresceranno). Quello che le manca è un compagno, che pensa di aver trovato in Rodolfo (Sergio Hernández), di poco più anziano di lei, come lei amante del ballo, benestante (è proprietario di un parco divertimenti dove gli adulti possono giocare alla guerra) e molto attratto sessualmente da Gloria.
Non è un fattore secondario quello del legame fisico che si instaura tra i due. Non lo è nelle scelte di messa in scena, quando i corpi nudi dei due attori spezzano all’improvviso le scelte visive tutto sommato ‘tradizionali’ del film. E non lo è nemmeno dal punto di vista narrativo, quando i toni della commedia (di costume o drammatica poco importa) fanno i conti con un ‘verismo’ se non inusitato almeno inaspettato. Perché il regista ha deciso queste improvvise accelerazioni sul piano estetico, questi squarci di realismo?
Direi proprio per sottolineare che la storia che sta raccontando non è pura ‘finzione’, ma rimanda a qualche cosa di più concreto e tangibile. Di più vero. Come appunto è il corpo di una donna non giovanissima, con i suoi segni e le sue pesantezze, il suo ventre segnato e i suoi seni morbidi, lontanissimo dall’immagine stereotipata delle donne da copertina ma vicinissimo a quella concreta della vita quotidiana.
Filmare con naturalezza e senza finti pudori Gloria mentre si spoglia, si sdraia nuda sul letto o ancora mentre fa l’amore con Rodolfo, ottiene l’effetto di accendere l’attenzione dello spettatore, di ricordargli che quello che sta vedendo non è il ‘solito’ film sulla terza età ma qualcosa di diverso: una specie di confessione in prima persona di chi non vuole accettare infingimenti o scorciatoie. È come se la protagonista si rivolgesse direttamente al pubblico dicendo: il mio corpo è così, l’amore lo faccio così, perché le persone vere hanno un corpo così e si amano così. E il corpo della Donna, con le sue voglie e i suoi pudori, diventa allora il grimaldello con cui entrare nel ‘corpo’ del Cile e delle sue tante contraddizioni. I giovani che cercano un’indipendenza quasi rabbiosa (la scena di Ana all’aeroporto che non vuole i saluti della madre), gli adulti che si accorgono dei propri errori (l’ex marito di Gloria che si pente di non essere stato presente a certi momenti della crescita dei figli) o che non sono capaci di liberarsi dal proprio passato (come appunto fa Rodolfo…) sono tutti aspetti di un comportamento collettivo che il coraggio e l’indipendenza (anche sessuale) di Gloria mette ancor più in evidenza.
Apparentemente Sebastían Lelio sembra voler raccontare solo il percorso di indipendenza e di affermazione di sé della sua protagonista, ma lo fa disseminando nel film tanti piccoli segnali che rimandano alla storia del suo Paese e alla sua ‘insoddisfazione’ sociale: le manifestazioni che si intravvedono alla televisione, gli accenni a un passato che nessuno vuole sottolineare (Rodolfo si limita a dire che ha lavorato per la Marina. Evidentemente ai tempi di Pinochet), lo stordimento del gioco d’azzardo e dell’alcol (che segnano indimenticabilmente la ‘fuga romantica’ di Gloria e Rodolfo) fino al gioco della guerra che la protagonista saprà ribaltare contro il suo pavido amante in un liberatorio pre-finale, sono tutti elementi di un mosaico più complesso, che rimanda a un Cile ancora segnato dalle ferite del proprio passato. E che il contrasto tra la vitalità del corpo e l’opacità del sociale non fa che ribadire. Con la ‘forza tranquilla’ di una donna che insegue solo il diritto a soddisfare le proprie umanissime voglie.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

L’Orso del passaparola, entrato papa e uscito cardinale dall’ultima riunione della giuria, è un film vitale e agrodolce, con un coraggio nel mostrare corpi sessantenni intenti ad amoreggiare che non si vedeva dai tempi di “Settimo cielo” (2009) di Andreas Dresen, tra l’altro giurato. Alla fine il premio - sacrosanto - è andato alla protagonista Paulina García, la Gloria del titolo, che incarna una sorta di mélange tra la Gena Rowlands di cassavetesiana memoria e la Carmen Maura più pesta e vendicativa. Ogni parallelo tra il personaggio principale e il Cile di oggi è sensato e di fatto incoraggiato dalla sceneggiatura, in particolare nel suo rapporto col passato, vale a dire il disastroso amante Rodolfo (Sergio Hernández), vile, bugiardo e guerrafondaio come il più smidollato dei maschi. E sarà proprio lui a subire la vendetta sublime di Gloria nella scena più memorabile e rapida di tutto il film. Tra famiglie disfunzionali, cene di compleanno apocalittiche e l’improvvisa, salvifica apparizione di un pavone (digitale), “Gloria” si apre e si chiude su una pista da ballo e nel finale risuona proprio la canzone eponima del titolo - quella di Umberto Tozzi, anche se in versione ispanica. Un bizzarro pendant musicale con la Gianna Nannini che porta sollievo nel film premiato con l’Orso d’oro, “Poziţia copilului” di Câlin Peter Netzer.
Simone Buttazzi, Rapporto Confidenziale

SEBASTIÁN LELIO
Filmografia:
4 (1995), Música de cámara (1996), Smog (2000), Fragmentos urbanos (2002), Carga vital (2003), La sagrada familia (2006), Navidad (2009), El año del tigre (2011), Gloria (2013)

 

Martedì 29 aprile 2014:
VIVA LA LIBERTÀ di Roberto Andò, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto

 

 

 

 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 1° aprile 2014

Post n°200 pubblicato il 31 Marzo 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

AMOUR

Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: brani (interpretati al pianoforte da Alexandre Tharaud): “Impromptu opus 90 - n°1” e “Impromptu opus 90 - n°3” di Franz Schubert; “Bagatelle opus 126 - n°2” di Ludwig van Beethoven; Prélude Choral “Ich ruf zu Dir, Herr Jesu Christ” di Johann Sebastian Bach/Ferruccio Busoni.
Montaggio: Monika Willi, Nadine Muse
Scenografia: Jean-Vincent Puzos
Costumi: Catherine Leterrier
Effetti: Geoffrey Kleindorfer, Yves Domenjoud, Olivier Gleyze, Christophe Domenjoud, Annick Bourgeois
Suono: Guillaume Sciama, Jean-Pierre Laforce
Interpreti: Jean-Louis Trintignant (Georges), Emmanuelle Riva (Anne), Isabelle Huppert (Eva), Alexandre Tharaud (Alexandre), William Shimell (Geoff), Ramón Agirre (marito della portiera), Rita Blanco (portiera), Carole Franck (infermiera), Dinara Droukarova (infermiera), Laurent Capelluto (poliziotto), Jean-Michel Monroc (poliziotto), Suzanne Schmidt (vicina), Damien Jouillerot (paramedico), Walid Afkir (paramedico)
Produzione: Stefan Arndt, Veit Heiduschka per Les Films du Losange/X-Filme Creative Pool/Wega Film, in coproduzione con France 3 Cinéma/Ard Degeto/Bayerischer Rundfunk/West-deutscher Rundfunk con la partecipazione di France Télévisions/Canal +/Ciné +/Orf Film/Fernseh-Abkommen
Distribuzione: Teodora Film/Spazio Cinema
Durata: 127’
Origine: Francia, Germania, Austria, 2012
Palma d'Oro al 65. Festival di Cannes (2012); Oscar 2013 come miglior film straniero; David di Donatello 2013 come miglior film dell'Unione Europea.

(...) vedendo questo doloroso e feroce film di Haneke sul binomio amore e morte (visto nella quarta età, fuori dal consumo ormai banale) non ci viene da piangere, se mai da pensare e stare in silenzio perché la storia non è suonata mai sul pedale del melodramma, anche se i due protagonisti sono musicisti in pensione, con un curriculum di raffinate serate culturali, come si vede all'inizio. Due ottantenni che vivono «reclusi» per scelta in un appartamento borghese parigino dove ogni tanto capita la figlia (straordinaria Isabelle Huppert, per lei non esistono piccoli ruoli) e qualche ex allievo. Poi il Male, sotto forma di un ictus, colpisce la donna attraverso un lento palesarsi, momento di cinema e tensione altissimi, funny game del miglior Haneke. Ma chi si ammala davvero è il marito che diventa ossessivo e patologico nei confronti della moglie inferma e tenta la grande magia di trasformare l'amore in tenerezza, dedizione tanto da rifugiarsi in alcune splendide sequenze oniriche (un incubo polanskiano ma anche una glossa a Hitchcock, alla mercé d'una semplice anticamera); il film si conclude con una magnifica trovata di regia che esclude appunto ogni lacrima e sostituisce il Tempo eterno, al tempo reale. Stringendo sempre più la visuale sociale, dalla piccola comunità de “Il nastro bianco” alla famiglia di “Funny Games” ai due anziani coniugi di questi sussurri senza grida (un'altra Palma a Cannes), Haneke, uno dei più serenamente cinici maestri austriaci, in pessimistica gara con Ulrich Sedl e Thomas Bernhard, ci dà lezione di vita & regia. Un finale di partita faticoso e senza uscite di sicurezza. Sul tema dell'amorosa constatazione che ogni affetto ha una fine, già trattato da maestri come Bergman ed ora in teatro da Paravidino col diario della madre Maria Pia morente, Haneke ci offre una riflessione rigogliosa espressa con un cinema europeo rigoroso, claustrofobico, discreto, dove nulla è per caso e ogni oggetto, ogni attimo rimanda al conto finale di una vita. E se la malattia è terminale, il dolore, dice l'autore, no, continua e si trasforma a volte in un esplosivo dramma da camera come questo che solo gli stolti potranno dire che è teatro (sulla rotta Strindberg-Ibsen-Bergman) e che i grandi reduci Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva interpretano con una misura che ha del miracoloso nella leggerezza del tocco tragico. Morale: è un film che fa bene, se ne esce liberati, riconcilia col cinema dopo tanto pop corn.
Maurizio Porro, Il Corriere della Sera

Il momento più difficile della vita, che naturalmente è la fine, in un film che tiene fede per due ore al suo titolo: “Amour”. Senza effetti di stile, ma con un linguaggio sorvegliatissimo che esalta la prova davvero magnifica dei protagonisti. E senza ricorrere a medici, letti d'ospedale, flebo, cateteri e altri elementi ricattatori, immancabili nella pornografia del dolore oggi dilagante. Anzi senza mai uscire dal vasto appartamento parigino in cui vivono gli anziani musicisti Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant. Se non nel prologo, un concerto visto dal palcoscenico, perché sono loro due a interessarci. Unica concessione al mondo esterno insieme a qualche giornale, alle visite della figlia (Isabelle Huppert) o di un ex-allievo ora famoso concertista, e a un piccione bizzarro che si ostina a entrare dalla finestra. Come la vita che resiste, malgrado tutto. Dopo film magnifici e terribili come “Funny Games”, “La pianista”, “Niente da nascondere”, “Il nastro bianco”, si poteva temere che il regista austriaco avrebbe riservato la stessa durezza agli ultimi mesi di questa coppia unitissima e devastata dalla malattia improvvisa di lei. Falso allarme. Haneke non è mai stato più delicato, anche se non fa sconti. Dal primo malore al ritorno a casa dopo l'operazione, al progressivo e inesorabile deteriorarsi della Riva (la grande protagonista di “Hiroshima mon amour”), fino al momento estremo, sullo schermo ci sono solo loro, i loro ricordi, i loro sentimenti, quella casa piena delle cose di una vita. Insomma i loro sentimenti, ma senza mai un'ombra di sentimentalismo (perfino la musica è usata con parsimonia ammirevole). Questione di sguardo: Haneke coglie bellezza, e tenerezza, e sentimenti indicibili, nei momenti più imprevisti (quel goffo abbraccio per alzare la moglie inferma e farla sedere sulla poltrona che diventa un paradossale pas de deux). Concentra decenni di routine e probabilmente di felicità coniugale in poche frasi, un campo lungo, un lampo di civetteria o di ironia (...). E difende la libera scelta dei malati e dei loro cari (...) senza fare proclami, ma con una discrezione e insieme un'empatia che dovrebbero proibire per sempre di etichettare il bellissimo “Amour”, dominato dall'insofferenza dei protagonisti per quel male che non solo li aggredisce ma invade la vita che gli resta, come un film «su» - sulla malattia, la vecchiaia, eccetera. Da vedere in originale naturalmente, per cogliere ogni vibrazione, ogni sfumatura, di questa partitura carezzevole e implacabile. Come lo sguardo che Haneke posa sui suoi due memorabili protagonisti.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

MICHAEL HANEKE
Filmografia:
Benny's Video (1992), Lumière et compagnie (1995), Das Schloss (1997), Funny Games (1997), Storie (2000), La pianista (2001), Il tempo dei lupi (2003), Niente da nascondere - Caché (2005), Funny Games (2007), Il nastro bianco (2009), Amour (2012),

Martedì 8 aprile 2014:
GLORIA di Sebastián Lelio, con Paulina García, Sergio Hernández, Diego Fontecilla, Fabiola Zamora, Coca Guazzini

 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 25 marzo 2014

Post n°199 pubblicato il 24 Marzo 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

MONSIEUR LAZHAR

Regia: Philippe Falardeau
Soggetto: Évelyne de la Chenelière (testo teatrale)
Sceneggiatura: Philippe Falardeau, Évelyne de la Chenelière
Fotografia: Ronald Plante
Musiche: Martin Léon
Montaggio: Francesca Chamberland
Scenografia: Emmanuel Fréchette
Interpreti: Mohamed Fellag (Bachir Lazhar), Sophie Nélisse (Alice L'Écuyer), Émilien Néron (Simon), Marie-Ève Beauregard (Marie-Frédérique), Vincent Millard (Victor), Seddik Benslimane (Abdelmalek), Louis-David Leblanc (Boris), Gabriel Verdier (Jordan), Marianne Soucy-Lord (Shanel), Danielle Proulx (signora Vaillancourt), Brigitte Poupart (Claire), Jules Philip (Gaston), Louis Champagne (concierge), Daniel Gadouas (Gilbert Danis), Francine Ruel (signora Dumas), Sophie Sanscartier (Audrée), Nicole-Sylvie Lagarde (psicologa), André Robitaille (commissario), Marie Charlebois (procuratore), Evelyne de la Chenelière (madre di Alice), Stéphane Demers (padre di Marie-Frédérique), Nathalie Costa (madre di Marie-Frédérique), Judith Baribeau (insegnante d'inglese), Jose Arandi (insegnante di judo), Emmanuelle Girard (insegnante), Gabrielle Thouin, Maxime Cadorette, Marion L'Espérance, Laurie Pominville, Jean-Luc Terriault, Carol-Anne Arbour, Enrik Cloutier, Samuel Chartier, Mandani Tall, Anne-Frederique Bernier, Marie Kim Filion, Fabiola Monty, Salome Ettien Miller (studenti classe di Bachir), Mariane Lalumière, Jessica Charbonneau, Marie-Félixe Allard (studenti), Bachir Bensaddek (impiegato postale), Héléna Laliberté (Martine Lachance), Vincent Giroux (pittore), Hélène Grégoire (custode)
Produzione: Luc Déry, Kim McCraw per MicroScope
Distribuzione: Officine Ubu
Durata: 94’
Origine: Canada, 2011

In una scuola elementare di Montreal una maestra s’impicca in classe; a trovarla è uno dei suoi alunni. Nello shock generale occorre cercare un supplente: è lo stesso Bachir Lazhar, un immigrato algerino di 55 anni, a presentarsi di sua sponte alla preside e, come un deus ex machina, ad aiutare la classe a fare i conti con l’idea del lutto e della morte. Ma anche Bachir deve affrontare un passato tragico di cui nessuno è a conoscenza.
Dramma collettivo e dramma personale a confronto. Bachir si nasconde mimeticamente nel dolore dei bambini. Gentile, spaesato, geloso della sua storia di cui non mette a parte nessuno, Bachir riesce a trasformare l’ostilità e la diffidenza iniziali dei suoi alunni in confidenza. Tale evoluzione viene descritta con una gradualità che caratterizza ogni snodo del film: niente è gratuito o pretestuoso, tutto è preparato e costruito con cura. Così, dall’ostico dettato su Balzac che i bambini seguono a fatica, si passa con naturalezza alla foto di classe, cui viene invitato anche Bachir a prendere parte, e in cui gli alunni sostituiscono goliardicamente la parola ‘cheese’ con ‘Bachir’. Allo stesso modo, il passato dell’algerino emerge con delicatezza e non diventa mai preponderante rispetto ai rapporti che si vengono a instaurare fra il supplente e gli alunni, o fra gli alunni stessi.
Le rappacificazioni, le simpatie, i sensi di colpa sono sempre tratteggiati dando più spazio ai silenzi che alle parole. Lo stesso personaggio della maestra suicida viene delineato a posteriori con leggerezza e sensibilità: una sola foto, qualche oggetto lasciato sulla scrivania, quell’aspetto angelico e rassicurante che si mescola con un egoismo che solo Bachir coglie. Ed è lui, infatti, che s’impegna a disseppellire il dolore degli alunni per curarlo definitivamente, contro alcuni genitori e la preside che vorrebbero farlo passare sotto silenzio.
Da qui una delle scene più intense e commoventi, in cui il bambino che porta su di sé tutte le colpe della scuola si sfoga, e rimargina senza volerlo le ferite di tutti. Regia raffinata e recitazione eccellente, in un film che affronta un tema noto - lo straniero che suscita diffidenza e poi ricuce uno strappo antecedente al suo arrivo - con una capacità di sintesi rara e densa di contenuti, che ha valso a “Monsieur Lazhar” una candidatura all’Oscar e altri prestigiosi riconoscimenti internazionali.
Chiara Apicella, Sentieri Selvaggi

Un inizio folgorante. Niente di meglio per catturare lo spettatore fin dall’inizio. Non facile, ma riesce in pieno a Philippe Falardeau nel suo “Monsieur Lazhar”, nominato agli Oscar 2013 come rappresentante del Canada.Viviamo la morte della maestra di una scuola elementare del Québec attraverso gli occhi di un alunno di 11 anni che la trova impiccata nella sua aula. A sostituirla arriverà un elegante signore algerino che dice di aver insegnato letteratura per 19 anni nel suo Paese. Un impatto difficile, per lui, per i ragazzi colpiti dall’evento tragico e per i genitori che forse sono i più scioccati e irrazionali di tutti. Genitori che per i sensi di colpa ormai soccombono ai figli su tutto e non permettono di farli contraddire dagli insegnanti, portandoli alla perdita della loro autorità. Scopriamo presto che l’incapacità di capire il gesto estremo così pubblico dell’insegnante per Bachir Lazhar, questo il nome dell’insegnante, è legata al fatto che la sua famiglia è stata vittima di una tragedia ad Algeri. Per lui è impossibile capire, vittima di una morte imposta, chi possa togliersi la vita, pur potendone disporre.
Monsieur Lazhar” è la storia dell’elaborazione di un lutto, attraverso la condivisione di un microcosmo variegato e problematico come quello di una scuola. Un processo in cui le ferite si creano e si suturano giorno dopo giorno nel corso di un anno scolastico, passando anche attraverso la disposizione dei banchi o l’amore per la lingua francese o un processo di formazione che porta dei bambini alla perdita dell’innocenza, ad incontrare la violenza e la morte possibilmente educandoli a non ritenerli dei tabù.
Bachir è interpretato in maniera davvero splendida da Mohamed Fellag, un attore e comico teatrale algerino. Una figura di enorme dignità ed eleganza, che diventa un albero solido su cui far sbocciare la crisalide in cui sono rinchiusi i suoi alunni e lasciarli diventare delle farfalle, ancora più reali per aver capito le dure leggi della morte e della violenza. Un punto di vista diverso, quello di un esiliato, un po’ fuori dal tempo, come il suo francese cristallino («parla come Balzac»), che pone una società matura e ossessionata dal politicamente corretto di fronte alle proprie forzate contraddizioni. Una scuola asettica in cui il contatto fisico è vietato e diventa a sua volta tabù fino ai limiti più ossessivi. Non a caso chi veramente riuscirà ad instaurare un rapporto pieno con lui saranno i suoi allievi, i bambini, attraverso la lora purezza tutto istinto.
Nonostante la neve cada insistente e ricopra tutto sarà un grigio inverno nel Québec. L’unico sprazzo di sole e di bianco saranno quelli predominanti nella lontana ed esotica Algeria che arriverà ai ragazzi dai racconti del professore e sarà per loro e per noi spettatori un mondo affascinante e misterioso. Come “Monsieur Lazhar”, un’altra conferma della ricchezza del cinema canadese degli ultimi anni.
Mauro Donzelli, ComingSoon.it

PHILIPPE FALARDEAU
Filmografia:
Congorama (2006), Monsieur Lazhar (2011)

Martedì 1° aprile 2014:
AMOUR di Michael Haneke, con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Alexandre Tharaud, William Shimell 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 18 marzo 2014

Post n°198 pubblicato il 17 Marzo 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

FRANKENWEENIE

Regia: Tim Burton
Soggetto: Tim Burton, Leonard Ripps
Sceneggiatura: Tim Burton, John August
Fotografia: Peter Sorg
Musiche: Danny Elfman
Montaggio: Chris Lebenzon, Mark Solomon
Scenografia: Rick Heinrichs
Effetti: Nvizible
Produzione: Tim Burton, Allison Abbate per Tim Burton Animation Co./Walt Disney Pictures
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
Durata: 87’
Origine: U.S.A., 2012

Ci sono sogni di bambini che si realizzano da adulti e sogni di adulti che si realizzano nell'età di mezzo. Dopo aver visto, due volte, il lungometraggio che Tim Burton ha tratto dal suo secondo corto, risalente a 28 anni fa, ci è sembrato questo il messaggio più bello che un film del genere, oltre a divertirle, può trasmettere alle nuove generazioni, assieme a quella dei padri e dei nonni.
Tra il giovane regista 26enne che aveva ancora viva la memoria della sua infanzia e del suo amato cane, e quello che oggi rivisita i suoi luoghi del cuore, che ha superato la fatidica soglia della maturità, ci sono una vita artistica e una filmografia di rara coerenza (con qualche sfilacciatura in tempi recenti).
Il corto live-action era interpretato da Barret Oliver (il Bastian de “La storia infinita”, all'epoca celeberrimo, che da tempo non recita più), Shelley Duvall, Daniel Stern, dal regista cormaniano Paul Bartel e da una giovane e platinata Sofia Coppola (nei titoli, chissà perché, Domino). Burton ne riprende disegni, elementi di scena e molto altro per questo suo debutto ala regia di un lungometraggio in stop-motion. Il primo “Frankenweenie” era già un bel film che lasciava intravedere tutto il talento del giovane regista, ma si percepiva che gli mancava qualcosa. Per questo la seconda versione era necessaria, non solo per rimpolpare lo scheletro originale, ma per sviluppare la storia come all'epoca non sarebbe stato possibile. Ecco dunque che non si parla più soltanto di Victor Frankenstein, il bambino solitario che ama i mostri e vive nella tipica villetta a schiera anni Cinquanta della Burbank (qua New Holland) in cui è cresciuto Tim Burton, destinato dal suo nome a ridare la vita a una creatura morta, buona ma incompresa e perseguitata dagli umani spaventati.
Stavolta c'è anche modo (e che modo!) di sviluppare un vero e proprio film dell'orrore che riproduce fedelmente molte scene (mulino incluso, ovviamente) dei film di Frankenstein di James Whale, di riprendere la gag della ‘moglie’ del mostro contestualizzandola in modo più efficace, di inserire altre creature che rimandano ai monster movies del periodo (la gigantesca tartaruga ‘giapponese’ di Toshiyaki, il topo mannaro, le celeberrime scimmiette di mare simil Gremlin e il gatto vampiro) e soprattutto di riproporre i volti e i manierismi degli immortali protagonisti di questo cinema.
Il primo film di Burton, il corto animato “Vincent”, era narrato dall'immenso Vincent Price, che per il regista interpretò il suo ultimo film, “Edward Mani di Forbice”. E' emozionante poterlo ritrovare oggi, ‘vivo’, nel ruolo del professor Rzykruski, visionario e ‘pericoloso’ insegnante di scienze dell'Est Europa, ‘volutamente’ sopra le righe come nei suoi personaggi migliori. E nel piccolo Edgar Gore (l'Igor del film) vediamo i grandi occhi e il modo di muovere le mani del grande Peter Lorre, così come Nassor ricorda Boris Karloff.
E' un'opera d'amore, questo “Frankenweenie”, e si sente: amore per gli amici perduti, per un'infanzia ricca di sogni e visioni (magari macabri, sì, ma ognuno ha i suoi), per il suo simpaticissimo bull terrier e per un padre e una madre amorevoli e comprensivi nei confronti di un figlio tanto strano. Dopo pochissimo ci si dimentica che stiamo guardando dei pupazzi minuscoli mossi con certosina pazienza e dedizione da appassionati artigiani, e che il film è, per di più, in bianco e nero. Non solo per la qualità assoluta dell'animazione, ma per il cuore che dipinge i colori del buio di tutte le sfumature dell'arcobaleno. Forse era proprio la magia che ci era mancata nella prima versione dal vivo di questo film, e che adesso, assieme a una storia per tutti, divertente e commovente, la Disney si è finalmente decisa a concedere al suo straordinario figliol prodigo.
Daniela Catelli, ComingSoon.it

Nel 1984 la mezz'ora in bianco e nero di “Frankenweenie” è stata l'ultima cosa realizzata da Tim Burton per gli studi Disney dove tornerà molti anni dopo (2007) con “Alice in Wonderland 3D”. Ma la storia del ragazzino Victor, genietto delle scienze che riesce a riportare in vita il suo adorato cane Sparky, era rimasta nel cuore del regista, anche perché il cortometraggio non aveva soddisfatto il suo autore convinto che solo la tecnica stop-motion, come lo aveva immaginato, potesse davvero rendere sullo schermo quella storia. E soprattutto l'universo di “Frankenweenie” racchiudeva gli incubi poetici che Burton disseminerà nei suoi film futuri, la malinconia dei bimbi solitari, il gioco con l'immortalità, la sfida visionaria dell'immaginazione che destruttura il mondo, e quella sua passione per il gotico a cui rende amoroso omaggio. Così a distanza di quasi vent'anni, Burton ha ritrovato quei suoi personaggi per una versione più lunga, in animazione e in un 3D straniato nel bianco e nero dedicato all'horror di Boris Karloff, Vincent Price e Christopher Lee ma anche di Mary Shelley, l'autrice di “Frankenstein”, dei Gremlins, dei Grizzly. (…...) La sua non è una banale operazione vintage-nostalgia. Piuttosto disegna un universo poetico riconoscibile e ancora diverso, nuovo, pieno di sorprese regalandoci un capolavoro di commuovente vitalità. In cui, ancora una volta, riesce a capovolgere il mondo con umorismo e leggerezza, rivelando la potenza dell'immaginario come luogo ineffabile di sovversione. L'importante è saper catturare il lampo giusto.
Cristina Piccino, Il Manifesto

TIM BURTON
Filmografia:
Frankenweenie (1984), Pee-Wee's Big Adventure (1985), Beetlejuice - Spiritello porcello (1988), Batman (1989), Edward mani di forbice (1990), Batman - Il ritorno (1992), Ed Wood (1994), Mars Attacks! (1996), Il mistero di Sleepy Hollow (1999), Planet of Apes - Il pianeta delle scimmie (2001), Big Fish - Le storie di una vita incredibile (2003), La fabbrica di cioccolato (2005), La sposa cadavere (2005), Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007), Alice in Wonderland (2010), Dark Shadows (2012), Frankenweenie (2012), Monsterpocalypse (2013), Big Eyes (2014)

Martedì 25 marzo 2014:
MONSIEUR LAZHAR di Philippe Falardeau, con Mohamed Fellag, Sophie Nélisse, Émilien Néron, Brigitte Poupart, Danielle Proulx


 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 11 marzo 2014

Post n°197 pubblicato il 10 Marzo 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

ZERO DARK THIRTY

Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Fotografia: Greig Fraser
Musiche: Alexandre Desplat
Montaggio: Dylan Tichenor, William Goldenberg
Scenografia: Jeremy Hindle
Arredamento: Lisa Chugg, Onkar Khot
Costumi: George L. Little
Effetti: Richard Stutsman, Chris Harvey, Image Engine Design
Interpreti: Jessica Chastain (Maya), Jason Clarke (Dan), Joel Edgerton (Patrick), Jennifer Ehle (Jessica), Mark Strong (George), Kyle Chandler (Joseph Bradley), Édgar Ramírez (Larry), Reda Kateb (Ammar), Harold Perrineau (Jack), Jeremy Strong (Thomas), J.J. Kandel (J.J.), Fares Fares (Hakim), Homayon Ershadi (Hassan Ghul), Yoav Levi (Abu Faraj Al-Libbi), Scott Adkins (John), Eyad Zoubi (Zied), Lauren Shaw (Lauren), Jessica Collins (Debbie), Tushaar Mehra (Abu Ahmed), Daniel Lapaine (Tim), Mark Duplass (Steve), James Gandolfini (Direttore CIA), Stephen Dillane (Consigliere National Security), John Barrowman (Jeremy), Chris Pratt (Justin - DEVGRU), Taylor Kinney (Jared - DEVGRU), Callan Mulvey (Saber - DEVGRU), Siaosi Fonua (Henry - DEVGRU), Phil Somerville (Phil - DEVGRU), Nash Edgerton (Nate - DEVGRU EOD), Mike Colter (Mike - DEVGRU), Fredric Lehne (The Wolf), Christopher Stanley (Ammiraglio Bill McCraven)
Produzione: Mark Boal, Kathryn Bigelow, Megan Ellison per Annapurna Pictures
Distribuzione: Universal Pictures International Italy
Durata: 157’
Origine: U.S.A., 2012
Oscar 2013 per miglior montaggio sonoro

Non è facile accostarsi a questo film serenamente, anzi non è possibile. È “Zero Dark Thirty”, titolo che si riferisce alla fascia oraria notturna con la quale in gergo gli incursori indicano le operazione segrete, realizzato dalla stessa regista Kathryn Bigelow che nel 2010 fu coperta di Oscar per “The Hurt Locker” sugli artificieri in Iraq, ancora una volta in tandem con il giornalista Mark Boal suo compagno nella vita (da un suo articolo aveva tratto spunto il film “Nella valle di Elah”). A sua volta candidato a cinque Oscar tra il quali quello a miglior film (……). Posticipata l’uscita in America dove si era sotto le elezioni presidenziali che hanno condotto alla conferma di Obama, il film di Bigelow si è trovato rapidamente al centro di un fuoco incrociato: accusato per aver mostrato senza mezzi termini l’uso della tortura da parte della Cia da chi ha eccepito sulla possibilità di accesso a dati recenti e segreti relativi alla sicurezza nazionale che, secondo gli accusatori, sarebbe stata consentita dall’amministrazione Obama, non è stato risparmiato neanche dalle critiche di chi ha invece sospettato che quell’esibizione includesse anche adesione e approvazione. “Zero Dark Thirty” ricostruisce con minuzia di riferimenti il lavoro d’indagine svolto da parte della Cia lungo il decennio che va dall’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle fino alla cattura e all’esecuzione nel maggio 2011, da parte dei reparti speciali, di Osama Bin Laden in Pakistan. Tutto ruota intorno al personaggio di Maya (Jessica Chastain), l’agente che all’inizio arriva in una delle prigioni segrete della Cia e viene immediatamente introdotta ad assistere all’interrogatorio di un prigioniero che ha avuto un ruolo nell’attentato terroristico di New York e di cui si ha ragione di credere che possieda informazioni che lo collegano a Bin Laden e dunque utili a inseguirne le tracce. Non è un interrogatorio: è tortura. Vengono usati gli stessi mezzi e metodi usati dagli apparati polizieschi delle dittature. Tutto ruota intorno al personaggio di Maya e al contrasto tra il suo essere donna, il suo contegno, i suoi modi, il suo aspetto così diversi e distanti dallo stereotipo, il suo carattere riservato introverso e solitario, e la tempra d’acciaio, la determinazione superiore a chiunque altro, che dimostrerà nel corso della lunga operazione, della lunga caccia, che condurrà infine, dieci anni dopo, a stringere il cerchio intorno a una casa-fortezza alla periferia di una cittadina pakistana. Dieci anni nel corso dei quali il terrorismo continua a colpire con attacchi e attentati gravissimi: a Madrid (11 marzo 2004), a Londra (7 luglio 2005), all’hotel Marriott di Islamabad (20 settembre 2008). Diversamente da quanto accaduto in passato (ma accade ancora: ne è esempio “Argo” che torna a fatti di oltre trent’anni fa e sulla base di documenti desecretati) per esempio sul Vietnam su cui il cinema intervenne solo con una certa distanza temporale, Bigelow (ma non è la sola) interviene a caldo su materie ancora incandescenti. E lo fa, come già in “The Hurt Locker”, con uno stile personale e ibrido, di finzione che dà un’impressione documentaristica. Ed è forse proprio questa sua intenzione di rappresentazione distaccata e obiettiva («fare un film moderno e rigoroso sull’antiterrorismo incentrato su una delle missioni più importanti e segrete della storia americana») a procurare commenti e reazioni che travalicano i consueti confini del fatto cinematografico.
Paolo D’Agostini, La Repubblica

Il film più controverso dell’anno negli Stati Uniti è anche un caso politico. “Zero Dark Thirty” racconta la caccia all’uomo più imponente del secolo come fosse la ‘recherche’ di una Nazione. Costretta a guardare dentro sé stessa, l’America scopre di essere capace delle cose peggiori per raggiungere il proprio scopo. Scopo che coincide con la rivendicazione di un ruolo (‘paladina della democrazia’) e di una identità: valori, credenze, rancori, vendette di una comunità che si radicalizza se minacciata, e per questo persegue ogni minaccia in modo spettacolare.
A colpire non sono le sequenze di tortura dei prigionieri di Al Qaeda, veri o presunti, ma la loro rappresentazione realistica. Il fatto che la regista, Kathryn Bigelow, non alluda ma chieda una identificazione totale con la protagonista Maya (Jessica Chastain). Analista della CIA in prima linea, fa dell’eliminazione di Osama bin Laden una missione quasi esistenziale. A inizio film, quando Jason Clarke sta per sottoporre l’uomo del ‘gruppo saudita’ al waterboarding (lo si immobilizza a terra reggendo i piedi in alto e gli si versa abbondante acqua sulla faccia: l’effetto è quello dell’annegamento), le viene chiesto se vuole assistere all’interrogatorio da una Tv a circuito chiuso. Lei rifiuta, va dentro, partecipa. Maya, nessun cognome e passato incerto, è una versione moderna di Ethan Edwards, il John Wayne di “Sentieri Selvaggi”; lei sola attraversa il tempo e lo spazio sempre in scena, gli altri (a eccezione di Clarke, che però da operativo finisce in ufficio) sono intercambiabili e spariscono. Quando cercano di relegarla in un angolo (come nella sala delle riunioni) riattraversa la soglia e torna centrale. E alla fine, ucciso Osama, è sola in un aereo vuoto con la carlinga che si chiude. Ethan Edwards restava fuori, lei è all’interno. Per John Ford l’eroe della wilderness non trova spazio una volta ricomposta l’armonia e fondata la civitas: per Bigelow e Mark Boal, ex giornalista embedded autore della sceneggiatura, Maya è invece rappresentazione simbolica costante e inevitabile. Regia e montaggio sublimi per un film epocale.
Mauro Gervasini, Film TV

KATHRYN BIGELOW
Filmografia:
The Loveless (1982), Il buio si avvicina (1987), Blue Steel - Bersaglio mortale (1990), Point Break - Punto di rottura (1991), Homicide: life on the street (1993), Wild Palms (1993), Strange Days (1995), Il mistero dell'acqua (2000), K-19 (2002), The Hurt Locker (2008), Zero Dark Thirty (2012)

Martedì 18 marzo 2014:
FRANKENWEENIE di Tim Burton

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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