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CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2009/10

 

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Cineforum - 24 novembre 2009

Post n°73 pubblicato il 17 Novembre 2009 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

THE HURT LOCKER

Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Fotografia: Barry Ackroyd
Musiche: Marco Beltrami, Buck Sanders
Montaggio: Bob Murawski, Chris Innis

Scenografia: Karl Júlíusson

Arredamento: Amin Charif El Masri

Costumi: George L. Little

Effetti: Richard Stutsman

Interpreti: Jeremy Renner (sergente William James), Anthony Mackie (sergente JT Sanborn), Brian Geraghty (Owen Eldridge), Guy Pearce (sergente Matt Thompson), Ralph Fiennes (caposquadra mercenari), David Morse (colonnello Reed), Evangeline Lilly (Connie James), Christian Camargo (colonnello John Cambridge), Suhail Al-Dabbach (Black Suit Man), Christopher Sayegh (Beckham), Nabil Koni (professor Nabil), Sam Spruell (Charlie), Sam Redford (Jimmy), Feisal Sadoun (Feisal), Barrie Rice (Chris), Justin Campbell (sergente Carter), Malcolm Barrett (sergente Foster)

Produzione: Kathryn Bigelow, Mark Boal, Nicolas Chartier, Greg Shapiro per Voltage Pictures/First Light/Kingsgate Films

Distribuzione: Videa CDE

Durata: 127’

Origine: USA, 2008

Quando la bomba comincia a emergere dal terriccio il sergente maggiore James emette una specie di mugolio di piacere. Le dita scavano esperte e quasi avide, scostano il pietrisco, accarezzano il metallo, dipanano i cavi fino a snidare il detonatore, che in pochi secondi finisce a terra. Missione impossibile. Missione compiuta. Il sergente maggiore James, artificiere in Iraq, fa uno dei lavori più pericolosi del mondo e dei più eccitanti. A casa era solo un redneck, un bifolco, una testa calda. "Spazzatura", come sentenzia il suo secondo, stufo di subire le sue pericolose mattane. Ma lì al fronte è il dio del coraggio. Uno che ha disinnescato più di 800 bombe da quando è in servizio, e colleziona strani pezzetti di plastica e metallo. "Roba che stava per ammazzarmi", dice sarcastico ai compagni, con ogni evidenza più ansiosi di lui di portare a casa la pelle.
«La furia della battaglia provoca una dipendenza fortissima e spesso letale, perché la guerra è una droga», ammonisce una citazione in apertura. E il film fa di tutto per ricreare quella paradossale ebbrezza da adrenalina, con la maestria che ci si può aspettare dalla regista di “Point Break” e “Strange days” che mixa con efficacissima furia tempi morti e accelerazioni fulminee, riprese studiatissime da cinema di guerra e altre convulse in stile reportage.

Intanto però la guerra va avanti. Militari e civili muoiono come mosche. Ogni casa, ogni bancarella, ogni auto che passa può nascondere un nemico o il fantasma di un nemico, anche più pericoloso quando non sei sicuro di nulla. E perfino un povero ragazzino, ormai cadavere, può essere imbottito di plastico e diventare un "corpo bomba" (scena insostenibile che per la prima volta fa vacillare il sergente sordo alla morte, trascinandolo in un crescendo di temerarietà e di errori). Ma cosa vuole raccontare esattamente Kathryn Bigelow con questo film incalzante ed ellittico, adrenalinico e sapientemente ambiguo, ispirato ai reportage sul campo del giornalista sceneggiatore Mark Boal (già coautore di “Nella valle di Elah” di Paul Haggis) e diviso in blocchi indipendenti come "stazioni" di un unico percorso?

In superficie l'itinerario del sergente James segue il classico schema della presa di coscienza.
Dall'invulnerabilità iniziale dalla sua illusione alla cognizione del dolore. Nessuna denuncia increspa il racconto. Per la Bigelow la guerra è un fatto, l'Iraq non è diverso da altri conflitti, quello di “The hurt locker” è un trip anzitutto interiore come si capisce nell'epilogo, quando il sergente incontra la propria natura profonda. Per questo, anche, il film è destinato a scatenare equivoci e discussioni. Dietro lo stile smagliante qualcuno vede retorica patriottarda. Per altri il sergente James è l'iperbole del soldato (del maschio) "condannato" alla guerra. La Bigelow, saggiamente, non spiega nulla, ma mostra un fenomeno (gli dà forma), con forza e coerenza. Come fa il buon cinema, sempre, di qualsiasi colore.

Fabio Ferzetti, Il Messaggero

«La furia della battaglia provoca spesso una dipendenza letale (……) La guerra è una droga». Parole che introducono una “ordinaria” scena di terrore di strada a Baghdad. Tratto dai reportage iracheni del giornalista Marc Boal, “The hurt locker” apre con un’azione militare che pare uno sbarco lunare. Sul set giordano di Amman a ricreare l’Iraq, Thompson (Pearce), capo di una squadra di artificieri dell’esercito statunitense, cerca di disinnescare l’ennesimo ordigno. Tornerà a casa cadavere. Quel che resta di lui è in una scatoletta, tra le tante, in una stanza spoglia. Ai due membri della squadra, Sanborn (Anthony Mackie) e Eldridge (Brian Geraghty) si aggiunge allora il sergente maggiore James (Jeremy Renner, bravissimo): motivato alla follia e incurante delle procedure. La tensione è potente, nonostante l’andamento episodico dell’azione. Bigelow sa come dare grandiosità alla violenza, e grazie al super 16 raggiunge un tocco quasi documentaristico. Ci sono solo due star: una che muore subito e l’altra (Fiennes) spesa come un cameo. Non c’è una storia principale, non c’è uno sventolare di bandiere su cui commuoversi (vedi “Nella valle di Elah”, con soggetto sempre di Boal), né abbastanza teoria sul punto di vista (come in “Redacted”). Quindi è spiazzante, anche per la critica. Molto più facile liquidare con formule precotte («la regista testosteronica di “Point break”») che sforzarsi di guardare (dentro) un film che si conficca nella realtà della guerra. Che è sporca - questo è dato per scontato - ma che qualcuno, con più o meno convinzione, deve fare. Bigelow, per restituirne la verità, assume proprio quel punto di vista. È un’idea, sono immagini, che danno fastidio a priori e inficiano il giudizio. “The hurt locker” invece gioca di continuo sulla sottilissima linea tra l’essere coraggiosi e drogati di adrenalina. E riporta tutto alla questione della scelta. Salvare vite, sparare, persino avere figli (attenzione alle differenze di genere, nelle scelte). E magari, a film visto, votare chi ritirerà le truppe. Altro che Rambo a Baghdad.
Raffaella Giancristofaro, Film TV

KATHRYN BIGELOW
Filmografia:
The loveless (1982), Il buio si avvicina (1987), Blue steel - Bersaglio mortale (1990), Point break - Punto di rottura (1991), Homicide: life on the street (1993), Wild palms (1993), Strange days (1995), Il mistero dell'acqua (2000), K-19 (2002), The hurt locker (2008)

Martedì 1° dicembre 2009:
SACRO E PROFANO di Madonna, con Eugene Hutz, Holly Weston, Vicky McClure, Richard E. Grant, Stephen Graham

 

 
 
 

Cineforum - 17 novembre 2009

Post n°72 pubblicato il 11 Novembre 2009 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

FROZEN RIVER - FIUME DI GHIACCIO

Titolo originale: Frozen River
Regia: Courtney Hunt

Soggetto e sceneggiatura: Courtney Hunt

Fotografia: Reed Morano

Musiche: Shahzad Ismaily, Peter Golub

Montaggio: Kate Williams (II)

Scenografia: Inbal Weinberg

Arredamento: Jasmine E. Ballou

Costumi: Abby O'Sullivan

Interpreti: Melissa Leo (Ray Eddy), Misty Upham (Lila Littlewolf), Michael O'Keefe (Trooper Finnerty), Mark Boone Junior (Jacques Bruno), Charlie McDermott (T.J.), James Reilly (Ricky), Dylan Carusona (Jimmy), Jay Klaitz (Guy Versailles), Michael Sky (Billy Three Rivers), John Canoe (Bernie Littlewolf), Nancy Wu (Chen Li), Adam Lukens (Mitch), Betty Ouyang (Li Wei), Craig Shilowich (Matt)

Produzione: Chip Hourihan, Heather Rae per Cohen Media Group/Frozen River Pictures/Harwood Hunt Productions/Off Hollywood Pictures

Distribuzione: Archibald Enterprise Film

Durata: 97’

Origine: USA, 2008

Ignorato agli Oscar come l'altro magnifico “Gran Torino”, ma premiato al Sundance e al Noirinfestival, “Frozen River” è un finto giallo in cui il colpevole è la società americana, e come Eastwood tratta, in modi diversi, il problema della coabitazione morale e razziale. Una madre e moglie coraggio, piantata dal marito che si è giocato al casinò anche la casa, per sopravvivere con i due figli, in una gelata terra di nessuno tra il Canada e New York, incontra una ragazza indiana Mohwak che le propone per guadagnare denaro veloce un traffico di clandestini nel bagagliaio dell’auto. Uno schifo l'idea e i personaggi, ma lei è bianca e non sospetta, supporta il viaggio da farsi sul San Lorenzo, un fiume ghiacciato e pattugliato anche il giorno di Natale. Dapprima ritrosa, poi convinta in fretta dal bisogno, la donna si fa uno sconto etico, accetta, promuove con istinto liberal l illecita causa anche a rischio di finire on ice. Finale con nota di speranza femminile, mentre gli uomini ci fanno tutti pessima figura. Girato sotto zero in 24 giorni, il film si apre e si richiude di continuo alle congetture, diventa sempre diverso, si altera di colore e penetra nel dolore di due donne diversissime ma che formano una coppia straordinaria, trovando un punto di contatto e solidarietà, la stessa espressa dai cittadini di Plattsburgh durante le riprese. Ispirata dalla cronaca l’autrice e sceneggiatrice Courtney Hunt, con discrezione rara, sceglie l’amaro sapore del cinema americano anni ‘70 coniugandolo all’introspezione di un film all’europea in cui lo sguardo si conficca dentro a sentimenti sotterranei, il nero dei paesaggi della notte si prolunga nell’inconscio della platea, promuove denunce sociali annotate sui due caratteri di donne extra strong. Mentre il mondo cane intorno si deturpa a vista, anche nei desideri dei piccini in attesa della casa prefabbricata, la forza dell’amore materno vince sui troppi comandamenti che la società infrange di continuo: Melissa Leo (sergente in un serial) ha strepitosa misura in un dolore mai gridato e Misty Upham sta al passo esprimendosi con occhi e silenzi.
Maurizio Porro, Il Corriere della Sera

E’ un paesaggio di frontiera quello che Courtney Hunt ritrae nel suo primo lungometraggio, “Frozen River”, vincitore del premio della giuria al Sundance Film Festival, è una terra di nessuno, nascosta e dimenticata, il territorio Mohawk al limite tra l’America e il Canada, una distesa di ghiaccio arida e incolore, lasciata morire nella sua dolorosa marginalità. Una donna bianca, Ray (la bravissima Melissa Leo che riesce ad imprimere sul suo corpo la stanchezza e il disordine che soffoca l’esistenza della protagonista del film), attraversa quest’America livida e sporca, bagnata da una luminosità spettrale e tagliente, destinata a rimanere imprigionata nella sua esclusione, e continua a percorrere il territorio Mohawk, traghettando dal Canada agli Stati Uniti clandestini cinesi e pakistani per riuscire a pagarsi quel sogno strappato via, non solo a lei ma anche ai suoi due figli, dal marito con il vizio del gioco scomparso con i risparmi della famiglia destinati all’acquisto di una casa prefabbricata, grazie alla quale tentare, pur senza riuscire più a crederci, di fuggire dallo squallore che ha piagato il corpo e l’esistenza di Ray. Nella sua ruvidezza spoglia e secca, e in un’immediatezza che riesce a dare consistenza fisica alle frustrazioni e alla miseria, mentre tutto il dolore, impossibile da esprimere, la fragilità e le paure soffocate che scuotono l’animo di Ray invadono lo schermo attraverso la lacrima che scorre sul suo volto, “Frozen River” insegue la corsa affannata di questa donna coraggiosa e disperata che, insieme a Lila (Misty Upham), la ragazza Mohawk chiusa un incredulo smarrimento alla quale è stato sottratto il figlio e con la quale Ray fa entrare in America i clandestini, continua a muoversi attraverso la distesa di ghiaccio che la circonda, spinta da un’urgenza che non le lascia la possibilità di confrontarsi con le implicazioni morali o di volgere il suo sguardo verso le possibili conseguenze dei suoi gesti. Con pochi e decisi tratti, in una potente e dimessa essenzialità, senza mai cercare un falso rifugio nella commiserazione, ma semplicemente lasciando pulsare il battito vitale che anima Ray, Courtney Hunt riesce a dare un’incredibile compattezza al suo film, lasciando vivere in tutta la sua contraddittoria complessità l’universo interiore di Ray e la disperazione di Lila e guarda crescere la tacita intesa che, senza bisogno di parole, scorre tra queste due donne - entrambe madri che lottano per riuscire a dar l’illusione di un futuro ai loro figli - dure e distanti, chiuse nelle loro paure e nel tentativo di respingere ogni contatto, ogni calore, eppure così intimamente connesse nella condivisione della stessa emarginazione, dello stesso abbandono nel quale sono costrette a trascinarsi.
Francesca Bea, Sentieri Selvaggi

COURTNEY HUNT
Filmografia:
Frozen River - Fiume di ghiaccio (2008)

Martedì 24 novembre 2009:
THE HURT LOCKER di Kathryn Bigelow, con Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty, Guy Pearce, Ralph Fiennes, David Morse, Evangeline Lilly

 

 
 
 

Cineforum - 10 novembre 2009

Post n°71 pubblicato il 04 Novembre 2009 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA

Titolo originale: Burn after reading
Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Soggetto e sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Musiche: Carter Burwell
Montaggio: Roderick Jaynes (Joel e Ethan Coen)
Scenografia: Jess Gonchor
Arredamento: Nancy Haigh
Costumi: Mary Zophres
Effetti: Big Film Design
Interpreti: Brad Pitt (Chad Feldheimer), George Clooney (Harry Pfarrer), Tilda Swinton (Katie Cox), John Malkovich (Osbourne Cox), Frances McDormand (Linda Litzke), Richard Jenkins (Ted Treffon), Matt Walton (Del)
Produzione: Joel Coen, Ethan Coen, Tim Bevan, Eric Fellner per Working Title Films/Mike Zoss Productions
Distribuzione: Medusa
Durata: 95’
Origine: USA, Gran Bretagna, Francia, 2008

Se si considera che il mondo moderno ha sopportato i disastri del nazifascismo, l'Olocausto, la bomba atomica e i gulag staliniani, non possiamo certo dire di star attraversando il momento peggiore della storia contemporanea: ma il più stupido, sì. E suona proprio così il desolato messaggio che spunta tra le matte risate di “Burn after reading - A prova di spia” dei fratelli Joel e Ethan Coen. Anche se loro parlano degli Usa è come se parlassero di noi. L’intero occidente vive in una società, di cui lo schermo si offre qui come specchio, dove regnano l’individualismo, l’ignoranza, il populismo d’affari, la smania di arricchirsi, la cancellazione inconsapevole o meno di ogni principio e delle conseguenti norme di comportamento. Brutalmente licenziato per alcolismo dalla Cia, l’analista Osborne Cox (John Malkovich) si sfoga scrivendo le sue memorie, ma perde il computer disc in palestra. Lo ritrovano l’impiegata Liza (Frances McDormand), che sogna di sottoporre il suo corpo sgraziato a ogni tipo di intervento migliorativo, in compagnia dell'allenatore Chad (Brad Pitt), zuzzurellone e inconsistente. Insieme i due tentano ingenuamente di vendere i segreti di Cox ai russi, ma si capisce subito che non andranno lontano; e dei guai in cui sta incappando Liza è sempre più preoccupato il maturo boss del «gym», Ted (Richard Jenkins), innamorato di lei. Un flirt con la stessa donna lo imbastisce anche il vagheggino Harry (George Clooney), un agente federale amante di Katie moglie di Cox (un’arcigna Tilda Swinton), sposato tuttavia con una scrittrice di libri per bambini (Elizabeth Marvel) che sembra l’unica persona normale del branco. Su ciò che succede riflettono, con la pretesa di gestire la situazione e senza peraltro capirci niente, due alti papaveri della Cia (impietosamente raffigurati nella loro improntitudine da David Rasche e J.K. Simmons) definiti da David Ansen su Newsweek «la parodia del coro greco». In precipitosa discesa sul piano inclinato della scemenza universale ci attende una conclusione in cui non resterà che fare il conto dei morti ammazzati. Sono d'accordo con Ansen, che ben lontano dai giudizi «mixed» di buona parte dei suoi colleghi critici si compromette confessando che di un film in genere considerato minore ha assaporato ogni minuto.
Basterebbe a farne un piccolo classico la miracolosa perfezione della fattura, che riesce a tirare i molteplici fili del racconto sottolineando la fatalità del loro intrecciarsi fino a diventare dei nodi scorsoi. Questo saggio impeccabile di arte della commedia non starebbe comunque in piedi senza la partecipazione di attori addestrati a un tipo di gioco lieve e arrischiato, che dalla farsa arriva a sfiorare la tragedia. Impossibile dare la palma a questo o a quell'interprete, ma la sorpresa è soprattutto la coraggiosa spregiudicatezza del divo Brad Pitt nell’affrontare un personaggio di imbecillotto. E'd’obbligo tuttavia osservare che nella composizione del folto cast non c'è una figura che risulti scialba o indifferente, come nei leggendari incunaboli di Frank Capra. Vedi, cito un esempio per tutti, l’avvocato divorzista incarnato da J.R. Horne, un mostro di ipocrita ambiguità. Se vogliamo cogliere le motivazioni profonde di “A prova di spia”, niente di più perspicuo che citare i fin troppo frequentati versi del Tasso: «Così all’egro fanciul porgiamo aspersi - di soave licor gli orli del vaso - succhi amari ingannato intanto ei beve - e dall’inganno suo vita riceve». A conferma che la commedia lascia lo spettatore con l’amaro in bocca, più che mai sconfortato sul presente e con scarse speranze per l’avvenire.
Tullio Kezich, Il Corriere della Sera

Arlington, Georgetown, periferia di Washington D.C., in pochi chilometri si sviluppa la trama più scombinata del genere delle spy-story, quella di “Burn after reading”, ultima fatica dei fratelli Coen. Geniacci un po' indolenti assurti al grado di grandi maestri dopo gli Oscar un po' generosi per il sopravvalutato “Non è un paese per vecchi” (forse un risarcimento per quelli mancati in precedenza da capolavori come “Fargo” o “Il grande Lebowski”), si concedono un film defatigante, una commedia sulla Cia post 11 settembre, esilarante e graffiante. Nel cast il loro usato sicuro (Richard Jenkins, George Clooney, protagonista della trilogia dell'idiota, e Frances Mc Dormand, Oscar per “Fargo”, loro musa e moglie di Joel), due assi come Tilda Swinton e John Malkovich, la coppia più infelice del mondo, e un Brad Pitt da antologia. È proprio lui la ciliegina sulla torta: Chad, il suo istruttore di fitness ossigenato, volenteroso ma incredibilmente tonto ci rivela un talento comico insospettabile. Ha mosse ed espressioni da cinema muto, una modulazione vocale straordinaria apprezzabile solo in lingua originale. Con questa orchestra, la sinfonia buffa è servita. Il plot è un gioco a incastri che parte da documenti trafugati dalla Cia da una moglie cinica e bara che finiscono nelle mani sbagliate, quelle di due poveri ingenui ma belli che tentano il colpaccio con un ricatto. Una guerra di spie improbabile e rutilante in cui è sempre l'Agenzia a fare la figura dell'idiota, sempre un passo indietro a tutto e a tutti. Una summa della comicità visiva e scritta dei Coen, forse non il loro film migliore, ma di sicuro il più divertito e divertente. E checché ne dicano loro, forse il più politico con la sua raffinata e anarchica demenzialità.
Boris Sollazzo, DNews

JOEL E ETHAN COEN
Filmografia:
Blood Simple - Sangue facile (1984), Arizona junior (1987), Crocevia della morte (1990), Barton Fink - E' successo a Hollywood (1991), Mister Hula Hoop (1994), Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998), Fratello, dove sei? (2000), L'uomo che non c'era (2001), Prima ti sposo, poi ti rovino (2003), Ladykillers (2004), Paris, je t'aime (2006), Chacun son cinéma (2007), Non è un paese per vecchi (2007), Burn after reading - A prova di spia (2008), Hail Caesar (2009), A serious man (2009)

Martedì 17 novembre 2009:
FROZEN RIVER - FIUME DI GHIACCIO di Courtney Hunt, con Melissa Leo, Misty Upham, Michael O'Keefe, Mark Boone Jr., Charlie McDermott 

 
 
 

Cineforum 10 novembre

Post n°70 pubblicato il 04 Novembre 2009 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA

 

Titolo originale: Burn after reading
Regia
: Joel Coen, Ethan Coen
Soggetto e sceneggiatura
: Joel Coen, Ethan Coen
Fotografia
: Emmanuel Lubezki
Musiche
: Carter Burwell
Montaggio
: Roderick Jaynes (Joel e Ethan Coen)
Scenografia
: Jess Gonchor
Arredamento
: Nancy Haigh
Costumi
: Mary Zophres
Effetti
: Big Film Design
Interpreti
: Brad Pitt (Chad Feldheimer), George Clooney (Harry Pfarrer), Tilda Swinton (Katie Cox), John Malkovich (Osbourne Cox), Frances McDormand (Linda Litzke), Richard Jenkins (Ted Treffon), Matt Walton (Del)
Produzione
: Joel Coen, Ethan Coen, Tim Bevan, Eric Fellner per Working Title Films/Mike Zoss Productions
Distribuzione
: Medusa
Durata
: 95’
Origine
: USA, Gran Bretagna, Francia, 2008

Se si considera che il mondo moderno ha sopportato i disastri del nazifascismo, l'Olocausto, la bomba atomica e i gulag staliniani, non possiamo certo dire di star attraversando il momento peggiore della storia contemporanea: ma il più stupido, sì. E suona proprio così il desolato messaggio che spunta tra le matte risate di “Burn after reading - A prova di spia” dei fratelli Joel e Ethan Coen. Anche se loro parlano degli Usa è come se parlassero di noi. L’intero occidente vive in una società, di cui lo schermo si offre qui come specchio, dove regnano l’individualismo, l’ignoranza, il populismo d’affari, la smania di arricchirsi, la cancellazione inconsapevole o meno di ogni principio e delle conseguenti norme di comportamento. Brutalmente licenziato per alcolismo dalla Cia, l’analista Osborne Cox (John Malkovich) si sfoga scrivendo le sue memorie, ma perde il computer disc in palestra. Lo ritrovano l’impiegata Liza (Frances McDormand), che sogna di sottoporre il suo corpo sgraziato a ogni tipo di intervento migliorativo, in compagnia dell'allenatore Chad (Brad Pitt), zuzzurellone e inconsistente. Insieme i due tentano ingenuamente di vendere i segreti di Cox ai russi, ma si capisce subito che non andranno lontano; e dei guai in cui sta incappando Liza è sempre più preoccupato il maturo boss del «gym», Ted (Richard Jenkins), innamorato di lei. Un flirt con la stessa donna lo imbastisce anche il vagheggino Harry (George Clooney), un agente federale amante di Katie moglie di Cox (un’arcigna Tilda Swinton), sposato tuttavia con una scrittrice di libri per bambini (Elizabeth Marvel) che sembra l’unica persona normale del branco. Su ciò che succede riflettono, con la pretesa di gestire la situazione e senza peraltro capirci niente, due alti papaveri della Cia (impietosamente raffigurati nella loro improntitudine da David Rasche e J.K. Simmons) definiti da David Ansen su Newsweek «la parodia del coro greco». In precipitosa discesa sul piano inclinato della scemenza universale ci attende una conclusione in cui non resterà che fare il conto dei morti ammazzati. Sono d'accordo con Ansen, che ben lontano dai giudizi «mixed» di buona parte dei suoi colleghi critici si compromette confessando che di un film in genere considerato minore ha assaporato ogni minuto.

Basterebbe a farne un piccolo classico la miracolosa perfezione della fattura, che riesce a tirare i molteplici fili del racconto sottolineando la fatalità del loro intrecciarsi fino a diventare dei nodi scorsoi. Questo saggio impeccabile di arte della commedia non starebbe comunque in piedi senza la partecipazione di attori addestrati a un tipo di gioco lieve e arrischiato, che dalla farsa arriva a sfiorare la tragedia. Impossibile dare la palma a questo o a quell'interprete, ma la sorpresa è soprattutto la coraggiosa spregiudicatezza del divo Brad Pitt nell’affrontare un personaggio di imbecillotto. E'd’obbligo tuttavia osservare che nella composizione del folto cast non c'è una figura che risulti scialba o indifferente, come nei leggendari incunaboli di Frank Capra. Vedi, cito un esempio per tutti, l’avvocato divorzista incarnato da J.R. Horne, un mostro di ipocrita ambiguità. Se vogliamo cogliere le motivazioni profonde di “A prova di spia”, niente di più perspicuo che citare i fin troppo frequentati versi del Tasso: «Così all’egro fanciul porgiamo aspersi - di soave licor gli orli del vaso - succhi amari ingannato intanto ei beve - e dall’inganno suo vita riceve». A conferma che la commedia lascia lo spettatore con l’amaro in bocca, più che mai sconfortato sul presente e con scarse speranze per l’avvenire.

Tullio Kezich, Il Corriere della Sera

 
 
 

Cineforum - 3 novembre 2009

Post n°69 pubblicato il 28 Ottobre 2009 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

LA CLASSE - ENTRE LES MURS

Titolo originale: Entre les murs
Regia: Laurent Cantet
Soggetto: François Bégaudeau (romanzo)
Sceneggiatura: Laurent Cantet, François Bégaudeau, Robin Campillo
Fotografia: Pierre Milon, Catherine Pujol, Georgi Lazarevski
Montaggio: Robin Campillo, Stéphanie Léger
Scenografia: Sabine Barthélémy, Hélène Bellanger
Costumi: Marie Le Garrec
Interpreti: François Bégaudeau (François), Nassim Amrabt (Nassim), Laura Baquela (Laura), Cherif Bounaïdja Rachedi (Cherif), Juliette Demaille (Juliette), Dalla Doucoure (Dalla), Arthur Fogel (Arthur), Damien Gomes (Damien), Louise Grinberg (Louise), Qifei Huang (Qifei), Chien-wei Huang (Wei), Franck Keïta (Souleymane), Henriette Kasaruhanda (Henriette), Lucie Landrevie (Lucie), Agame Malembo-Emene (Agame), Rabah Naït Oufella (Rabah), Carl Nanor (Carl), Esméralda Ouertani (Sandra), Burak Özyilmaz (Burak), Eva Paradiso (Eva), Angélica Sancio (Angélica), Boubacar Touré (Boubacar), Justine Wu (Justine), Samantha Soupirot (Samantha), Atouma Dioumassy (rappresentante degli studenti), Nitany Gueyes (rappresentante degli studenti), Vincent Caire (Vincent), Olivier Dupeyron (Olivier), Patrick Dureuil (Patrick), Frédéric Faujas (Fred), Dorothée Guilbot (Rachel), Cécile Lagarde (Cécile), Anne Langlois (Sophie), Yvette Mournetas (Yvette), Vincent Robert (Hervé), Anne Wallimann-Charpentier (Anne), Fatoumata Kanté (madre di Souleymane), Abdoul Drahamane Sissoko (supervisore), Adeline Fogel (madre di Arthur), Sezer Özyilmaz (madre di Burak), Wenlong Huang (padre di Wei), Cheick Baba Doumbia (fratello di Souleymane), Marie-Antoinette Sorrente (addetta alle pulizie), Silma Aktar (addetta alle pulizie), Aline Zimierski (staff delle cucine), Stéphane Longour (supervisore), Olivier Pasquier (amministratore), Julie Athenol (consigliere), Céline Spang (delegata), Marie-Laure Bulliard (delegata), Robert Demaille (delegato), Lingfen Huang (madre di Wei), Khalid Amrabt (padre di Nassim), Jean-Michel Simonet (preside)
Produzione: Caroline Benjo, Carole Scotta per Haut et Court/France 2 Cinéma/Canal+/Cinécinéma/Cncsofi-cinéma 3/Cofinova 4
Distribuzione: Mikado
Durata: 128’
Origine: Francia, 2008

Qualcuno ha scritto che “La classe” di Laurent Cantet, Palma d'oro a Cannes e candidato francese per l'Oscar, non è un film sulla scuola ma (vedi il titolo originale “Entre les murs”) un film «dentro» la scuola. Al primo posto in patria negli incassi, la pellicola vanifica discorsi e teorie anche seri, figurarsi il tema dei grembiulini caro al nostro ministero, mettendo in scena l'incontro-scontro fra due mondi: quello dell'insegnante, impegnato a trasmettere lo scibile, e quello degli allievi, che trovano il sapere scollegato dalla vita.
François Marin insegna nella IV ginnasio di una periferia multietnica parigina. Però non è questo il punto. Arabi, cinesi, africani o bianchi che siano, questi alunni tredici/quattordicenni, simili per gergo, rituali, modo di vestirsi, portano nella scuola la voce della strada, cioè di una realtà in continua trasformazione. Che ne sa di loro quel giovane professore che si presenta in veste di amico? Come può pensare che un'immutabile regola grammaticale o la scansione di un endecasillabo possano avere qualche influenza sul loro futuro? Dal canto suo, frustrato nel suo tentativo di dialogo, il prof reagisce, si offende anche, entra in crisi assillato dal dubbio di pretendere troppo o troppo poco. Però non si arrende, consapevole che le provocazioni nascondono una richiesta di aiuto: vediamo quanto sei disposto a sopportare, se sai convincerci, se ti stiamo veramente a cuore.
Ispirato all'omonimo libro (Einaudi) di François Bégaudeau sulla sua esperienza di insegnante e da lui stesso interpretato, “La classe” è animata da venticinque veri alunni che recitano un copione cucitogli addosso su misura da Cantet nel corso di un anno di prove, ma lasciando spazio sul set all'improvvisazione, con tre macchine da presa in grado di cogliere al volo il momento estemporaneo, il gesto improvviso, l'espressione volatile. Ne deriva un'incredibile sensazione di freschezza, spontaneità e divertimento; e al tempo stesso la consapevolezza che la vera istruzione, o passa grazie a quel rapporto indicibile, a volte meraviglioso e spesso sofferto, che si instaura fra maestro e allievo. O non passerà.
Alessandra Levantesi, La Stampa

Il film (……) trasuda verità: si svolge al 90% in classe - Cantet l’ha girato con tre videocamere digitali che gli permettevano di riprendere le lezioni senza «invaderle» con la troupe - e fa emergere i caratteri dei ragazzi. Sono 14-15enni veri, chi timido e chi bullo, chi educato e chi aggressivo, chi parla francese come Molière e chi non lo parla quasi per niente, e sono tutti tipici adolescenti del XXI secolo: riescono a stare concentrati al massimo per 30 secondi e danno del tu ai computer, ma fondamentalmente sono dei cuccioli, e molti di loro vengono da zone del mondo (il Mali, i Caraibi, il Maghreb, la Cina) che gli scherzi della storia e le tragedie del colonialismo hanno riversato sulle spalle della dolce Francia. “Entre les murs”, titolo che significa «fra le mura», parla del mondo fuori da quelle mura: è quello che gli americani chiamano «il fardello dell’uomo bianco», la responsabilità nei confronti di popoli martoriati che ora chiedono giustamente, a noi europei, il conto (memorabile il momento in cui un’alunna africana ripete, in pochi secondi, il meccanismo del «commercio triplice» per cui le stesse navi portavano gli schiavi dall’Africa all’America e le materie prime dall’America all’Europa). La sostanza politica del film è arricchita dal fatto che Bégaudeau, interpretando se stesso, non dà solo una prova da «non attore» memorabile (……) ma si mette in scena con tutti i difetti e le incertezze del mestiere. Il suo prof non è un eroe: commette i suoi errori e, nel corso dell’anno scolastico, perde per strada un ragazzo, espulso perché turbolento (ma non senza motivo…). E rimane stupefatto quando un’alunna «ribelle» gli racconta di aver letto, per conto proprio, la Repubblica di Platone e gli spiega in due parole il semplice concetto di convivenza democratica. È la potente metafora che chiude il film e che lo renderebbe obbligatorio per molti nostri ministri, magari in un doppio programma assieme a Il resto della notte di Munzi. Pur diversissimi, i due film fotografano lo stato delle cose, in materia di rapporto con gli «stranieri», in Francia e in Italia. E confermano come la Francia, già partita in vantaggio, stia scomparendo all’orizzonte - rispetto all’Italia - per quanto concerne l’integrazione e il rispetto degli immigrati. Non mancano i problemi, anzi: ma si lavora per risolverli, non per rinchiuderli «fra le mura» di altri edifici, non scolastici, come tanto piacerebbe a chi ci governa.
Alberto Crespi, L’Unità

LAURENT CANTET
Filmografia:
Jeux de plage (1995), Risorse umane (1999), A tempo pieno (2001), Verso il sud (2005), La classe - Entre les murs (2008)

Martedì 10 novembre 2009:
BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA di Joel e Ethan Coen, con Brad Pitt, George Clooney, Tilda Swinton, John Malkovich, Frances McDormand

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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