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CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2013/2014

 

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Cineforum 2013/2014 | 6 maggio 2014

Post n°203 pubblicato il 05 Maggio 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

12 ANNI SCHIAVO

Titolo originale: 12 Years a Slave
Regia: Steve McQueen
Soggetto: dall’autobiografia “Twelve years a slave. Narrative of Solomon Northup, a citizen of New-York, kidnapped in Washington city in 1841, and rescued in 1853, from a cotton plantation near the Red River in Louisiana” di Solomon Northup
Sceneggiatura: John Ridley
Fotografia: Sean Bobbitt
Musiche: Hans Zimmer
Montaggio: Joe Walker
Scenografia: Adam Stockhausen
Arredamento: Alice Baker
Costumi: Patricia Norris
Interpreti: Chiwetel Ejiofor (Solomon Northup), Michael Fassbender (Edwin Epps), Benedict Cumberbatch (William Ford), Paul Dano (Tibeats), Garret Dillahunt (Armsby), Paul Giamatti (Freeman), Scoot McNairy (Brown), Lupita Nyong'o (Patsey), Adepero Oduye (Eliza), Sarah Paulson (sig.ra Epps), Brad Pitt (Bass), Michael K. Williams (Robert), Alfre Woodard (Harriet Shaw), Chris Chalk (Clemens Ray), Taran Killam (Hamilton), Bill Camp (Radburn), Dwight Henry (zio Abram), Bryan Batt (Giudice Turner), Ashley Dyke (Anna), Kelsey Scott (Anne Northup), Quvenzhané Wallis (Margaret Northup), Cameron Zeigler (Alonzo Northup), Tony Bentley (sig. Moon), Christopher Berry (James Burch), Mister Mackey Jr. (Randall), Craig Tate (John), Storm Reid (Emily), Tom Proctor (Biddee), John McConnell (Jonus Ray), Marcus Lyle Brown (Jasper), Richard Holden (Fitzgerald), Anwan Glover (Cape), Liza J. Bennett (sig.ra Ford), Deneen Tyler (Phebe), Mustafa Harris (Sam), Jay Huguley (Sceriffo Villiere), Isaiah Jackson (Zachary), Scott M. Jefferson (sig. Shaw), Austin Purnell (Bob), Gregory Bright (Edward), Nicole Collins (Rachel), Devyn A. Tyler (Margaret Northup adulta), J.D. Evermore (Chapin)
Produzione: Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Bill Pohlad, Steve McQueen, Arnon Milchan, Anthony Katagas per River Road Entertainment/Plan B Entertainment/New Regency Pictures, in associazione con Film4
Distribuzione: Bim
Durata: 133’
Origine: U.S.A., 2013
Golden Globe2013 come miglior film (categoria drammatico); Oscar 2014 per miglior film, attrice non protagonista (Lupita Nyong'o)

Un film sulla schiavitù “12 anni schiavo”, con nove candidature all'Oscar, del resto l'identità postcoloniale è elemento centrale nell'opera di Steve McQueen. Insieme al corpo, carne, nervi scoperti, sangue, su cui l'artista inglese traccia, come in una cartografia di dolore e violenza, i passaggi della Storia. Era il corpo scarnificato l'arma e il luogo simbolico di resistenza agli inglesi dell'irlandese Bobby Sands in “Hunger”'. È ancora il corpo come macchina sessuale compulsiva - e mai desiderante - il segno di un contemporaneo malato in “Shame”. Ed è il corpo, la carne nera aperta dalle frustate su cui il rosso del sangue acceca con moltiplicata violenza, che ci racconta qui la sopraffazione di un uomo sull'altro. Disumana eppure replicabile. Sappiamo che la storia di Solomon Northup è ‘vera’, i titoli di coda ci dicono che dopo la liberazione, Solomon sarà un attivista per i diritti degli african americani fino alla morte. McQueen nella sua messinscena va oltre però l'esperienza reale, e trasforma il ‘romanzo di formazione’ di Solomon nell'esplorazione mentale della schiavitù: cosa significa essere schiavi nella testa prima che nel corpo, nella perdita del sé, nella rassegnazione alle ‘regole’ del sadismo (“Lo schiavo americano” di Comolli ci aveva già detto molto). Le linee lungo le quali si muove sono quelle di un paesaggio americano visto nel ‘rovescio’ del mito, come conquista e massacri - (Solomon a un certo punto incontra due nativi americani). Popolato di figure archetipe, da una parte come dall'altra, tra gli schiavi come tra i padroni. Il coro degli schiavi alle spalle di Solomon, la schiava che vuole essere come i bianchi... E il padrone condiscendente (Benedict Cumberbatch) -  che, come dice a Solomon una giovane schiava, è sempre uno schiavista, difatti li tiene prigionieri. E quello sadico (l'icona del regista Michael Fassbender) che somiglia a un SS e la notte costringe i suoi schiavi ai festini. Ha una sua ‘favorita’ ma non esita a frustarla a morte. Le paludi, i campi di cotone, le ‘capanne dello zio Tom’ che frontalmente McQueen visualizza nel film (con la fotografia di Sean Bobbitt), disegnano con angosciosa precisione l'universo concentrazionario e le sue dinamiche di annientamento. La schiavitù viene messa a nudo nell'essenza profonda, mostrandone la trama a venire: colonialismo, società postcoloniali, la lotta delle Panthers in America, e dei neri in GB, l'odierno razzismo quotidiano. Senza retorica né consolazione.
Cristina Piccino, Il Manifesto

La peggior vergogna dell'America ottocentesca è stata senza alcun dubbio lo schiavismo. Il cinema americano l'ha rivisitato o nelle cifre di Hollywood, “Via col vento”, o con accenti abilmente caricaturali, “Django”, o nell'ambito di un dibattito storico e civile, “Lincoln”. Adesso il regista inglese di colore Steve McQueen ce ne parla invece dall'interno rifacendosi alla storia vera scritta da un ex schiavo, Solomon Northup, che l'ha vissuta e patita di persona (...) SteveMcQueen si era già felicemente imposto nel cinema inglese con due film intensi e quasi stravolti, “Hunger”, su un episodio terribile della guerra contro l'IRA, e “Shame”, sulla discesa agli inferi di un uomo di successo a New York. Questa volta, sulle tracce delle memorie di Solomon Northup, ha scelto, anche più che in “Hunger”, un approccio decisamente iperrealista dando spazi ai corpi martoriati, al sudore, agli sfregi, alle percosse, superando spesso i limiti del sostenibile e ben diversamente da quelle sue più quiete opere di artista visivo (……): primi piani durissimi, quasi spietati, alternati con piani sequenza indirizzati a esplorare fino in fondo quelle immagini lacerate e quei luoghi grondanti orrore; costruendovi poi in mezzo delle interpretazioni pronte ad esprimere le più riposte sfumature, anche se straziate. Non solo quella del protagonista, Chiwetel Ejiofor, una maschera equamente divisa fra disperazione e terrore, ma quella di Michael Fassbender che, dopo aver già recitato nei primi due film di Steve McQueen, ha accettato qui di dar vita al personaggio più odioso di tutta la storia, il padrone sadico. Unica figura positiva, il canadese che farà arrivare i soccorsi. La interpreta però con stile molto diverso dagli altri Brad Pitt, capelli lunghi e barbetta, ma non gli si poteva dire di no. Era tra i finanziatori del film.
Gian Luigi Rondi, Il Tempo

STEVE MCQUEEN
Filmografia:
Hunger (2008), Shame (2011), 12 anni schiavo (2013)

Arrivederci a martedì 7 ottobre 2014, per l’inizio della stagione 2014/2015!

 

 

 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 29 aprile 2014

Post n°202 pubblicato il 28 Aprile 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

VIVA LA LIBERTÀ

Regia: Roberto Andò
Soggetto: Roberto Andò, Angelo Pasquini
Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini
Fotografia: Maurizio Calvesi
Musiche: Marco Betta
Montaggio: Clelio Benevento
Scenografia: Gianni Carluccio
Costumi: Lina Nerli Taviani
Effetti: Gianluca Dentici, Reset Vfx
Suono: Fulgenzio Ceccon
Interpreti: Toni Servillo (Enrico Oliveri/Giovanni Ernani), Valerio Mastandrea (Andrea Bottini), Valeria Bruni Tedeschi (Danielle), Michela Cescon (Anna), Anna Bonaiuto (Evelina Pileggi), Eric Trung Nguyen (Mung), Judith Davis (Mara), Andrea Renzi (De Bellis), Gianrico Tedeschi (Furlan), Massimo De Francovich (Presidente), Renato Scarpa (Arrighi), Lucia Mascino (contestatrice), Giulia Andò (hostess), Stella Kent (Helene)
Produzione: Angelo Barbagallo per Bibi Film con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 94’
Origine: Italia, 2013
David di Donatello 2013 per miglior sceneggiatura e attore non protagonista (Valerio Mastandrea); Nastro d'Argento 2013 per la miglior sceneggiatura.

È davvero singolare, l'entrata a gamba tesa di “Viva la libertà” nella campagna elettorale. Un'irruzione magari non prevista, perché la realizzazione di un film ha tempi diversi da quelli della cronaca politica, ma con la quale occorre non di meno fare i conti. Anche perché, piaccia o no al regista Roberto Andò e al protagonista Toni Servillo, il gioco del ‘chi è chi’ scatterà nella testa di ogni spettatore. Ha ragione Servillo a rispondere in maniera piccata ai cronisti che gli chiedono se si è ispirato a Renzi o a Bersani. E però questo magnifico attore, che nel film - interpretando due gemelli - tocca vertici di virtuosismo inediti persino per lui, sa bene che il giochino non è solo nella testa di giornalisti alla caccia di un titolo. Se lo chiederanno tutti, per poi rispondersi che “Viva la libertà” è una fiaba politica, un apologo alla Sciascia, un'allegoria. Che però - come tutte le fiabe ben scritte - allude alla realtà. Siamo dunque in Italia, durante una campagna elettorale. Il partito d'opposizione (che non viene mai nominato, ma fa parte della Sinistra europea) è in piena crisi. Il segretario Enrico Oliveri (che nello studio ha la foto di un altro Enrico più bravo di lui, Berlinguer), l'ha portato nei sondaggi al minimo storico del 17%. Oliveri è un cinquantenne incerto e impaurito, con un solo desiderio: sparire. E infatti un giorno sparisce, gettando nello sconforto il suo portavoce Bottini (Valerio Mastandrea). Oliveri va a Parigi, a trovare una vecchia fiamma e a rimestare nel passato. Bottini, disperato, gioca una carta estrema. Sa che Oliveri ha un gemello, Giovanni, un filosofo reduce dal manicomio che scrive libri incomprensibili sotto falso nome. Lo cerca, lo trova, gli parla. Lo mette al posto del fratello. Forse pensa di poterlo manipolare. Invece Giovanni, un po' come Chance il giardiniere in “Oltre il giardino”, comincia a concedere interviste e tenere comizi dicendo cose spiazzanti e assurde che, nel mondo dominato dal politichese, suonano come idee geniali. Con la sua follia (nella quale, come dice Bottini, c'è «del metodo») Giovanni porta il partito al 66% nei sondaggi! «Stavolta vinciamo», mormora Bottini: e sembra quasi spaventato… Ispirandosi a un proprio romanzo, Andò ha confezionato un pamphlet surreale con momenti davvero ispirati, che naturalmente vorrebbe essere un monito alla sinistra perché si dia una mossa e cambi qualche parola d'ordine. È molto bello il momento in cui Giovanni, a un convegno, dice: dobbiamo fare in modo che nessuno possa mai dire che i tempi erano oscuri perché loro hanno taciuto! La filosofia è in parte quella dei girotondi, della necessità di svecchiare, di cambiare vocabolario, di essere concreti. Ma… c'è un ma. Denunciando con le parole di un ‘puro’ la demagogia della politica, il film rischia di cadere in una demagogia di segno opposto. C'è un passaggio lampante: facendo campagna elettorale, Giovanni incontra prima dei bambini di una scuola che lo festeggiano, poi dei medici in ospedale che ascolta con sguardo serio e partecipe, infine degli operai in un cantiere, con tanto di casco in testa. Sono tre inquadrature senza dialogo, durano 30 secondi ma contengono in sé tutto il problema, che è poi quello della raffigurazione della politica al cinema. Di fronte a tre emergenze simili (scuola, sanità, lavoro) cosa può dire un filosofo pazzo - e cosa può dire un film? Il rischio è che i comportamenti estroversi e ‘simpatici’ di Giovanni assomiglino tristemente a quelli di un vero capo del governo (ora ex) che nel film non viene mai nominato. Se questo è un monito su quanto è malata l'Italia, ok. Nel film lo dice a Giovanni il collega De Bellis, un vecchio burocrate della politica interpretato da Andrea Renzi con un paio di baffetti molto ‘dalemiani’. Non è un personaggio positivo, anzi, è quasi il ‘cattivo’. Il rischio è che abbia ragione lui.
Alberto Crespi, L’Unità

C’è il segretario del principale partito d’opposizione (un buon riassunto dei recenti leader italiani di Centro Sinistra) che entra in crisi: sondaggi e opinione pubblica lo danno in declino al punto che una bella mattina l’uomo sparisce, senza dire nulla nemmeno al suo fidato portaborse. In realtà è a Parigi, da una sua ex amante che lavora nel cinema, ha una figlia ed è compagna di un regista di culto di nome Mung, sorta di sintesi cinefila tra Wong Kar-wai e Kim Ki-duk. Nella Ville Lumière il politico piano piano ritrova se stesso, mentre a Roma, nel panico, la moglie e il portaborse sfidano il destino, convincendo il fratello gemello del politico - un filosofo dai tratti geniali da poco uscito da una clinica psichiatrica, segnato da una depressione bipolare - a sostituirlo. Improvvisamente, tutto sembra tornare al suo posto: il fuggitivo, amante del cinema, viene addirittura invitato sul set del nuovo film di Mung improvvisandosi assistente scenografo, mentre il filosofo affronta colleghi di partito, giornalisti, convegni e comizi citando Brecht e presentandosi dal Presidente della Repubblica e da una specie di simil Merkel sempre con il sorriso sulle labbra, addirittura ballando e danzando, tra mappamondi chapliniani e interviste politicamente scorrette rilasciate con feroce sincerità. Quasi nascosto dalle cronache cinematografiche e dalla stessa distribuzione, il nono lavoro (tra lungometraggi e documentari) di Roberto Andò - tratto dal suo libro “Il trono vuoto” (Bompiani), vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2012 - sorprende per compattezza di scrittura e nettezza di sguardo. Pare un film francese - testimoniato dall’(in)sostenibile leggerezza dei personaggi di Valeria Bruni Tedeschi e del suo compagno di scena Mung - che ha trascorso un mese di vacanza in compagnia di Elio Petri, con Toni Servillo (qui ancora una volta magnifico, nelle doppie vesti dei gemelli) sempre più Gian Maria Volonté. (……) caldamente consigliabile agli indecisi e ai perplessi (scopriranno di averne ben donde).
Aldo Fittante, Film TV

ROBERTO ANDO’
Filmografia:
Diario senza date (1995), Il manoscritto del principe (2000), Il cineasta e il labirinto (2002), Sotto falso nome (2004), Viaggio segreto (2006), Viva la libertà (2013)

Martedì 6 maggio 2014:
12 ANNI SCHIAVO di Steve McQueen, con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Brad Pitt, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Sarah Paulson, Lupita Nyong'o

 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 8 aprile 2014

Post n°201 pubblicato il 07 Aprile 2014 da cineforumborgo
Foto di cineforumborgo

GLORIA

Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Gonzalo Maza
Fotografia: Benjamín Echazarreta
Montaggio: Soledad Salfate, Sebastián Lelio
Scenografia:Marcela Uribi
Interpreti: Paulina García (Gloria), Sergio Hernández (Rodolfo), Diego Fontecilla (Pedro), Fabiola Zamora (Ana), Coca Guazzini (Luz), Hugo Moraga (Hugo), Alejandro Goic (Gabriel), Liliana García (Flavia), Antonia Santa María (Maria), Luz Jiménez (Nana), Marcial Tagle (Marcial)
Produzione: Juan De Dios Larraín, Pablo Larraín, Sebastián Lelio, Gonzalo Maza per Fabula/Nephilim Producciones
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 104’
Origine: Cile, Spagna, 2013
Orso d'Argento per la migliore attrice (Paulina García), Premio della Giuria Ecumenica, Preis der Gilde Deutscher Filmkunsttheater al 63. Festival di Berlino (2013).

Un viaggio nel corpo di un Paese attraverso il corpo di una Donna: è “Gloria”, il film del cileno Sebastían Lelio, che ha la forma della commedia e però il passo del dramma, la leggerezza del tocco e la profondità del pensiero.
Presentato all’ultimo festival di Berlino, dove la protagonista Paulina García ha vinto con pieno merito l’Orso d’argento per la miglior attrice, racconta la vita quotidiana della cinquantottenne Gloria, separata da una decina d’anni ma decisa a godere ancora dei piaceri della vita. Per questo spesso va a ballare, in un locale frequentato anche da coetanei, nella speranza di qualche piacevole incontro. Niente di segreto né di peccaminoso: solo la voglia di non essere messa in disparte (dalla vita e dalla società) anche sfruttando l’energia che la sessualità può ancora offrire. Gloria ha un lavoro, una figlia, Ana (Fabiola Zamora), disposta a rischiare il proprio futuro in un legame non scontato (con un ragazzo svedese che scala montagne in giro per il mondo) e un figlio, Pedro (Diego Fontecilla) che invece ha problemi con l’ex moglie e probabilmente anche con la propria salute (a metà film lo vediamo senza più i suoi lunghi capelli e la mamma lo consola dicendo che ricresceranno). Quello che le manca è un compagno, che pensa di aver trovato in Rodolfo (Sergio Hernández), di poco più anziano di lei, come lei amante del ballo, benestante (è proprietario di un parco divertimenti dove gli adulti possono giocare alla guerra) e molto attratto sessualmente da Gloria.
Non è un fattore secondario quello del legame fisico che si instaura tra i due. Non lo è nelle scelte di messa in scena, quando i corpi nudi dei due attori spezzano all’improvviso le scelte visive tutto sommato ‘tradizionali’ del film. E non lo è nemmeno dal punto di vista narrativo, quando i toni della commedia (di costume o drammatica poco importa) fanno i conti con un ‘verismo’ se non inusitato almeno inaspettato. Perché il regista ha deciso queste improvvise accelerazioni sul piano estetico, questi squarci di realismo?
Direi proprio per sottolineare che la storia che sta raccontando non è pura ‘finzione’, ma rimanda a qualche cosa di più concreto e tangibile. Di più vero. Come appunto è il corpo di una donna non giovanissima, con i suoi segni e le sue pesantezze, il suo ventre segnato e i suoi seni morbidi, lontanissimo dall’immagine stereotipata delle donne da copertina ma vicinissimo a quella concreta della vita quotidiana.
Filmare con naturalezza e senza finti pudori Gloria mentre si spoglia, si sdraia nuda sul letto o ancora mentre fa l’amore con Rodolfo, ottiene l’effetto di accendere l’attenzione dello spettatore, di ricordargli che quello che sta vedendo non è il ‘solito’ film sulla terza età ma qualcosa di diverso: una specie di confessione in prima persona di chi non vuole accettare infingimenti o scorciatoie. È come se la protagonista si rivolgesse direttamente al pubblico dicendo: il mio corpo è così, l’amore lo faccio così, perché le persone vere hanno un corpo così e si amano così. E il corpo della Donna, con le sue voglie e i suoi pudori, diventa allora il grimaldello con cui entrare nel ‘corpo’ del Cile e delle sue tante contraddizioni. I giovani che cercano un’indipendenza quasi rabbiosa (la scena di Ana all’aeroporto che non vuole i saluti della madre), gli adulti che si accorgono dei propri errori (l’ex marito di Gloria che si pente di non essere stato presente a certi momenti della crescita dei figli) o che non sono capaci di liberarsi dal proprio passato (come appunto fa Rodolfo…) sono tutti aspetti di un comportamento collettivo che il coraggio e l’indipendenza (anche sessuale) di Gloria mette ancor più in evidenza.
Apparentemente Sebastían Lelio sembra voler raccontare solo il percorso di indipendenza e di affermazione di sé della sua protagonista, ma lo fa disseminando nel film tanti piccoli segnali che rimandano alla storia del suo Paese e alla sua ‘insoddisfazione’ sociale: le manifestazioni che si intravvedono alla televisione, gli accenni a un passato che nessuno vuole sottolineare (Rodolfo si limita a dire che ha lavorato per la Marina. Evidentemente ai tempi di Pinochet), lo stordimento del gioco d’azzardo e dell’alcol (che segnano indimenticabilmente la ‘fuga romantica’ di Gloria e Rodolfo) fino al gioco della guerra che la protagonista saprà ribaltare contro il suo pavido amante in un liberatorio pre-finale, sono tutti elementi di un mosaico più complesso, che rimanda a un Cile ancora segnato dalle ferite del proprio passato. E che il contrasto tra la vitalità del corpo e l’opacità del sociale non fa che ribadire. Con la ‘forza tranquilla’ di una donna che insegue solo il diritto a soddisfare le proprie umanissime voglie.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

L’Orso del passaparola, entrato papa e uscito cardinale dall’ultima riunione della giuria, è un film vitale e agrodolce, con un coraggio nel mostrare corpi sessantenni intenti ad amoreggiare che non si vedeva dai tempi di “Settimo cielo” (2009) di Andreas Dresen, tra l’altro giurato. Alla fine il premio - sacrosanto - è andato alla protagonista Paulina García, la Gloria del titolo, che incarna una sorta di mélange tra la Gena Rowlands di cassavetesiana memoria e la Carmen Maura più pesta e vendicativa. Ogni parallelo tra il personaggio principale e il Cile di oggi è sensato e di fatto incoraggiato dalla sceneggiatura, in particolare nel suo rapporto col passato, vale a dire il disastroso amante Rodolfo (Sergio Hernández), vile, bugiardo e guerrafondaio come il più smidollato dei maschi. E sarà proprio lui a subire la vendetta sublime di Gloria nella scena più memorabile e rapida di tutto il film. Tra famiglie disfunzionali, cene di compleanno apocalittiche e l’improvvisa, salvifica apparizione di un pavone (digitale), “Gloria” si apre e si chiude su una pista da ballo e nel finale risuona proprio la canzone eponima del titolo - quella di Umberto Tozzi, anche se in versione ispanica. Un bizzarro pendant musicale con la Gianna Nannini che porta sollievo nel film premiato con l’Orso d’oro, “Poziţia copilului” di Câlin Peter Netzer.
Simone Buttazzi, Rapporto Confidenziale

SEBASTIÁN LELIO
Filmografia:
4 (1995), Música de cámara (1996), Smog (2000), Fragmentos urbanos (2002), Carga vital (2003), La sagrada familia (2006), Navidad (2009), El año del tigre (2011), Gloria (2013)

 

Martedì 29 aprile 2014:
VIVA LA LIBERTÀ di Roberto Andò, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto

 

 

 

 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 1░ aprile 2014

Post n°200 pubblicato il 31 Marzo 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

AMOUR

Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: brani (interpretati al pianoforte da Alexandre Tharaud): “Impromptu opus 90 - n°1” e “Impromptu opus 90 - n°3” di Franz Schubert; “Bagatelle opus 126 - n°2” di Ludwig van Beethoven; Prélude Choral “Ich ruf zu Dir, Herr Jesu Christ” di Johann Sebastian Bach/Ferruccio Busoni.
Montaggio: Monika Willi, Nadine Muse
Scenografia: Jean-Vincent Puzos
Costumi: Catherine Leterrier
Effetti: Geoffrey Kleindorfer, Yves Domenjoud, Olivier Gleyze, Christophe Domenjoud, Annick Bourgeois
Suono: Guillaume Sciama, Jean-Pierre Laforce
Interpreti: Jean-Louis Trintignant (Georges), Emmanuelle Riva (Anne), Isabelle Huppert (Eva), Alexandre Tharaud (Alexandre), William Shimell (Geoff), Ramón Agirre (marito della portiera), Rita Blanco (portiera), Carole Franck (infermiera), Dinara Droukarova (infermiera), Laurent Capelluto (poliziotto), Jean-Michel Monroc (poliziotto), Suzanne Schmidt (vicina), Damien Jouillerot (paramedico), Walid Afkir (paramedico)
Produzione: Stefan Arndt, Veit Heiduschka per Les Films du Losange/X-Filme Creative Pool/Wega Film, in coproduzione con France 3 Cinéma/Ard Degeto/Bayerischer Rundfunk/West-deutscher Rundfunk con la partecipazione di France Télévisions/Canal +/Ciné +/Orf Film/Fernseh-Abkommen
Distribuzione: Teodora Film/Spazio Cinema
Durata: 127’
Origine: Francia, Germania, Austria, 2012
Palma d'Oro al 65. Festival di Cannes (2012); Oscar 2013 come miglior film straniero; David di Donatello 2013 come miglior film dell'Unione Europea.

(...) vedendo questo doloroso e feroce film di Haneke sul binomio amore e morte (visto nella quarta età, fuori dal consumo ormai banale) non ci viene da piangere, se mai da pensare e stare in silenzio perché la storia non è suonata mai sul pedale del melodramma, anche se i due protagonisti sono musicisti in pensione, con un curriculum di raffinate serate culturali, come si vede all'inizio. Due ottantenni che vivono «reclusi» per scelta in un appartamento borghese parigino dove ogni tanto capita la figlia (straordinaria Isabelle Huppert, per lei non esistono piccoli ruoli) e qualche ex allievo. Poi il Male, sotto forma di un ictus, colpisce la donna attraverso un lento palesarsi, momento di cinema e tensione altissimi, funny game del miglior Haneke. Ma chi si ammala davvero è il marito che diventa ossessivo e patologico nei confronti della moglie inferma e tenta la grande magia di trasformare l'amore in tenerezza, dedizione tanto da rifugiarsi in alcune splendide sequenze oniriche (un incubo polanskiano ma anche una glossa a Hitchcock, alla mercé d'una semplice anticamera); il film si conclude con una magnifica trovata di regia che esclude appunto ogni lacrima e sostituisce il Tempo eterno, al tempo reale. Stringendo sempre più la visuale sociale, dalla piccola comunità de “Il nastro bianco” alla famiglia di “Funny Games” ai due anziani coniugi di questi sussurri senza grida (un'altra Palma a Cannes), Haneke, uno dei più serenamente cinici maestri austriaci, in pessimistica gara con Ulrich Sedl e Thomas Bernhard, ci dà lezione di vita & regia. Un finale di partita faticoso e senza uscite di sicurezza. Sul tema dell'amorosa constatazione che ogni affetto ha una fine, già trattato da maestri come Bergman ed ora in teatro da Paravidino col diario della madre Maria Pia morente, Haneke ci offre una riflessione rigogliosa espressa con un cinema europeo rigoroso, claustrofobico, discreto, dove nulla è per caso e ogni oggetto, ogni attimo rimanda al conto finale di una vita. E se la malattia è terminale, il dolore, dice l'autore, no, continua e si trasforma a volte in un esplosivo dramma da camera come questo che solo gli stolti potranno dire che è teatro (sulla rotta Strindberg-Ibsen-Bergman) e che i grandi reduci Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva interpretano con una misura che ha del miracoloso nella leggerezza del tocco tragico. Morale: è un film che fa bene, se ne esce liberati, riconcilia col cinema dopo tanto pop corn.
Maurizio Porro, Il Corriere della Sera

Il momento più difficile della vita, che naturalmente è la fine, in un film che tiene fede per due ore al suo titolo: “Amour”. Senza effetti di stile, ma con un linguaggio sorvegliatissimo che esalta la prova davvero magnifica dei protagonisti. E senza ricorrere a medici, letti d'ospedale, flebo, cateteri e altri elementi ricattatori, immancabili nella pornografia del dolore oggi dilagante. Anzi senza mai uscire dal vasto appartamento parigino in cui vivono gli anziani musicisti Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant. Se non nel prologo, un concerto visto dal palcoscenico, perché sono loro due a interessarci. Unica concessione al mondo esterno insieme a qualche giornale, alle visite della figlia (Isabelle Huppert) o di un ex-allievo ora famoso concertista, e a un piccione bizzarro che si ostina a entrare dalla finestra. Come la vita che resiste, malgrado tutto. Dopo film magnifici e terribili come “Funny Games”, “La pianista”, “Niente da nascondere”, “Il nastro bianco”, si poteva temere che il regista austriaco avrebbe riservato la stessa durezza agli ultimi mesi di questa coppia unitissima e devastata dalla malattia improvvisa di lei. Falso allarme. Haneke non è mai stato più delicato, anche se non fa sconti. Dal primo malore al ritorno a casa dopo l'operazione, al progressivo e inesorabile deteriorarsi della Riva (la grande protagonista di “Hiroshima mon amour”), fino al momento estremo, sullo schermo ci sono solo loro, i loro ricordi, i loro sentimenti, quella casa piena delle cose di una vita. Insomma i loro sentimenti, ma senza mai un'ombra di sentimentalismo (perfino la musica è usata con parsimonia ammirevole). Questione di sguardo: Haneke coglie bellezza, e tenerezza, e sentimenti indicibili, nei momenti più imprevisti (quel goffo abbraccio per alzare la moglie inferma e farla sedere sulla poltrona che diventa un paradossale pas de deux). Concentra decenni di routine e probabilmente di felicità coniugale in poche frasi, un campo lungo, un lampo di civetteria o di ironia (...). E difende la libera scelta dei malati e dei loro cari (...) senza fare proclami, ma con una discrezione e insieme un'empatia che dovrebbero proibire per sempre di etichettare il bellissimo “Amour”, dominato dall'insofferenza dei protagonisti per quel male che non solo li aggredisce ma invade la vita che gli resta, come un film «su» - sulla malattia, la vecchiaia, eccetera. Da vedere in originale naturalmente, per cogliere ogni vibrazione, ogni sfumatura, di questa partitura carezzevole e implacabile. Come lo sguardo che Haneke posa sui suoi due memorabili protagonisti.
Fabio Ferzetti, Il Messaggero

MICHAEL HANEKE
Filmografia:
Benny's Video (1992), Lumière et compagnie (1995), Das Schloss (1997), Funny Games (1997), Storie (2000), La pianista (2001), Il tempo dei lupi (2003), Niente da nascondere - Caché (2005), Funny Games (2007), Il nastro bianco (2009), Amour (2012),

Martedì 8 aprile 2014:
GLORIA di Sebastián Lelio, con Paulina García, Sergio Hernández, Diego Fontecilla, Fabiola Zamora, Coca Guazzini

 

 
 
 

Cineforum 2013/2014 | 25 marzo 2014

Post n°199 pubblicato il 24 Marzo 2014 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

MONSIEUR LAZHAR

Regia: Philippe Falardeau
Soggetto: Évelyne de la Chenelière (testo teatrale)
Sceneggiatura: Philippe Falardeau, Évelyne de la Chenelière
Fotografia: Ronald Plante
Musiche: Martin Léon
Montaggio: Francesca Chamberland
Scenografia: Emmanuel Fréchette
Interpreti: Mohamed Fellag (Bachir Lazhar), Sophie Nélisse (Alice L'Écuyer), Émilien Néron (Simon), Marie-Ève Beauregard (Marie-Frédérique), Vincent Millard (Victor), Seddik Benslimane (Abdelmalek), Louis-David Leblanc (Boris), Gabriel Verdier (Jordan), Marianne Soucy-Lord (Shanel), Danielle Proulx (signora Vaillancourt), Brigitte Poupart (Claire), Jules Philip (Gaston), Louis Champagne (concierge), Daniel Gadouas (Gilbert Danis), Francine Ruel (signora Dumas), Sophie Sanscartier (Audrée), Nicole-Sylvie Lagarde (psicologa), André Robitaille (commissario), Marie Charlebois (procuratore), Evelyne de la Chenelière (madre di Alice), Stéphane Demers (padre di Marie-Frédérique), Nathalie Costa (madre di Marie-Frédérique), Judith Baribeau (insegnante d'inglese), Jose Arandi (insegnante di judo), Emmanuelle Girard (insegnante), Gabrielle Thouin, Maxime Cadorette, Marion L'Espérance, Laurie Pominville, Jean-Luc Terriault, Carol-Anne Arbour, Enrik Cloutier, Samuel Chartier, Mandani Tall, Anne-Frederique Bernier, Marie Kim Filion, Fabiola Monty, Salome Ettien Miller (studenti classe di Bachir), Mariane Lalumière, Jessica Charbonneau, Marie-Félixe Allard (studenti), Bachir Bensaddek (impiegato postale), Héléna Laliberté (Martine Lachance), Vincent Giroux (pittore), Hélène Grégoire (custode)
Produzione: Luc Déry, Kim McCraw per MicroScope
Distribuzione: Officine Ubu
Durata: 94’
Origine: Canada, 2011

In una scuola elementare di Montreal una maestra s’impicca in classe; a trovarla è uno dei suoi alunni. Nello shock generale occorre cercare un supplente: è lo stesso Bachir Lazhar, un immigrato algerino di 55 anni, a presentarsi di sua sponte alla preside e, come un deus ex machina, ad aiutare la classe a fare i conti con l’idea del lutto e della morte. Ma anche Bachir deve affrontare un passato tragico di cui nessuno è a conoscenza.
Dramma collettivo e dramma personale a confronto. Bachir si nasconde mimeticamente nel dolore dei bambini. Gentile, spaesato, geloso della sua storia di cui non mette a parte nessuno, Bachir riesce a trasformare l’ostilità e la diffidenza iniziali dei suoi alunni in confidenza. Tale evoluzione viene descritta con una gradualità che caratterizza ogni snodo del film: niente è gratuito o pretestuoso, tutto è preparato e costruito con cura. Così, dall’ostico dettato su Balzac che i bambini seguono a fatica, si passa con naturalezza alla foto di classe, cui viene invitato anche Bachir a prendere parte, e in cui gli alunni sostituiscono goliardicamente la parola ‘cheese’ con ‘Bachir’. Allo stesso modo, il passato dell’algerino emerge con delicatezza e non diventa mai preponderante rispetto ai rapporti che si vengono a instaurare fra il supplente e gli alunni, o fra gli alunni stessi.
Le rappacificazioni, le simpatie, i sensi di colpa sono sempre tratteggiati dando più spazio ai silenzi che alle parole. Lo stesso personaggio della maestra suicida viene delineato a posteriori con leggerezza e sensibilità: una sola foto, qualche oggetto lasciato sulla scrivania, quell’aspetto angelico e rassicurante che si mescola con un egoismo che solo Bachir coglie. Ed è lui, infatti, che s’impegna a disseppellire il dolore degli alunni per curarlo definitivamente, contro alcuni genitori e la preside che vorrebbero farlo passare sotto silenzio.
Da qui una delle scene più intense e commoventi, in cui il bambino che porta su di sé tutte le colpe della scuola si sfoga, e rimargina senza volerlo le ferite di tutti. Regia raffinata e recitazione eccellente, in un film che affronta un tema noto - lo straniero che suscita diffidenza e poi ricuce uno strappo antecedente al suo arrivo - con una capacità di sintesi rara e densa di contenuti, che ha valso a “Monsieur Lazhar” una candidatura all’Oscar e altri prestigiosi riconoscimenti internazionali.
Chiara Apicella, Sentieri Selvaggi

Un inizio folgorante. Niente di meglio per catturare lo spettatore fin dall’inizio. Non facile, ma riesce in pieno a Philippe Falardeau nel suo “Monsieur Lazhar”, nominato agli Oscar 2013 come rappresentante del Canada.Viviamo la morte della maestra di una scuola elementare del Québec attraverso gli occhi di un alunno di 11 anni che la trova impiccata nella sua aula. A sostituirla arriverà un elegante signore algerino che dice di aver insegnato letteratura per 19 anni nel suo Paese. Un impatto difficile, per lui, per i ragazzi colpiti dall’evento tragico e per i genitori che forse sono i più scioccati e irrazionali di tutti. Genitori che per i sensi di colpa ormai soccombono ai figli su tutto e non permettono di farli contraddire dagli insegnanti, portandoli alla perdita della loro autorità. Scopriamo presto che l’incapacità di capire il gesto estremo così pubblico dell’insegnante per Bachir Lazhar, questo il nome dell’insegnante, è legata al fatto che la sua famiglia è stata vittima di una tragedia ad Algeri. Per lui è impossibile capire, vittima di una morte imposta, chi possa togliersi la vita, pur potendone disporre.
Monsieur Lazhar” è la storia dell’elaborazione di un lutto, attraverso la condivisione di un microcosmo variegato e problematico come quello di una scuola. Un processo in cui le ferite si creano e si suturano giorno dopo giorno nel corso di un anno scolastico, passando anche attraverso la disposizione dei banchi o l’amore per la lingua francese o un processo di formazione che porta dei bambini alla perdita dell’innocenza, ad incontrare la violenza e la morte possibilmente educandoli a non ritenerli dei tabù.
Bachir è interpretato in maniera davvero splendida da Mohamed Fellag, un attore e comico teatrale algerino. Una figura di enorme dignità ed eleganza, che diventa un albero solido su cui far sbocciare la crisalide in cui sono rinchiusi i suoi alunni e lasciarli diventare delle farfalle, ancora più reali per aver capito le dure leggi della morte e della violenza. Un punto di vista diverso, quello di un esiliato, un po’ fuori dal tempo, come il suo francese cristallino («parla come Balzac»), che pone una società matura e ossessionata dal politicamente corretto di fronte alle proprie forzate contraddizioni. Una scuola asettica in cui il contatto fisico è vietato e diventa a sua volta tabù fino ai limiti più ossessivi. Non a caso chi veramente riuscirà ad instaurare un rapporto pieno con lui saranno i suoi allievi, i bambini, attraverso la lora purezza tutto istinto.
Nonostante la neve cada insistente e ricopra tutto sarà un grigio inverno nel Québec. L’unico sprazzo di sole e di bianco saranno quelli predominanti nella lontana ed esotica Algeria che arriverà ai ragazzi dai racconti del professore e sarà per loro e per noi spettatori un mondo affascinante e misterioso. Come “Monsieur Lazhar”, un’altra conferma della ricchezza del cinema canadese degli ultimi anni.
Mauro Donzelli, ComingSoon.it

PHILIPPE FALARDEAU
Filmografia:
Congorama (2006), Monsieur Lazhar (2011)

Martedì 1° aprile 2014:
AMOUR di Michael Haneke, con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Alexandre Tharaud, William Shimell 

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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