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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2017/2018

 

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Cineforum 2017/2018 | 23 gennaio 2018

Foto di cineforumborgo

CAPTAIN FANTASTIC

Regia: Matt Ross
Sceneggiatura: Matt Ross
Fotografia: Stéphane Fontaine
Musiche: Alex Somers
Montaggio: Joseph Krings
Scenografia: Russell Barnes
Arredamento: Tania Kupczak, Susan Magestro
Costumi: Courtney Hoffman
Effetti: Kathy Siegel, Worth Bjorn Walters, Local Hero, Afterparty VFX
Interpreti: Viggo Mortensen (Ben Cash), Frank Langella (Jack), Missi Pyle (Ellen), Erin Moriarty (Claire), George MacKay (Bo), Ann Dowd (Abigail), Samantha Isler (Kielyr), Annalise Basso (Vespyr), Kathryn Hahn (Harper), Steve Zahn (Dave), Nicholas Hamilton (Rellian), Shree Crooks (Zaja), Charlie Shotwell (Nai), Trin Miller (Leslie), Teddy Van Ee (Jackson), Elijah Stevenson (Justin), Rex Young (Agente Skadden)
Produzione: Lynette Howell Taylor, Monica Levinson, Jamie Patricof, Shivani Rawat per Electric City Entertainment/Shivhans Pictures
Distribuzione: Good Films
Durata: 119'
Origine: U.S.A., 2016
Data uscita: 7 dicembre 2016
Premio per la miglior regia al 69. Festival di Cannes (2016) nella sezione “Un Certain Regard”; Premio del Pubblico BNL alla XI edizione della Festa del Cinema di Roma (2016).

Ben, un uomo dal libero pensiero e padre di sei figli ha deciso di vivere nel cuore delle foreste del Nord America, nello stato di Washington. Quando una tragedia costringe la bizzarra famiglia a lasciare il loro paradiso e a imbarcarsi in un viaggio attraverso il Paese, Ben a confrontarsi con la critica del mondo reale alle sue idee anticonformiste.
L'uomo allo stato naturale è buono. La massima di Rousseau, sempre attuale in una parte della cultura americana, ispira Ben, capo di una tribù di sei figli tra i sette e i diciassette anni che vivono nella foresta, si procurano il cibo uccidendo animali all'arma bianca (o con piccoli espropri proletari nei supermercati), si allenano nelle arti marziali. E, intanto, seguono corsi autogestiti di filosofia e di fisica quantistica. Il loro nume tutelare è Noam Chomsky, il filosofo e linguista anarchico di cui festeggiano il compleanno al posto del Natale («Meglio lui di un elfo che non esiste» dice papà Ben) ed è marcatissima l’impronta anti-sistema che ne ispira ogni azione. Soprattutto, il padre vuole sottrarre la sua cucciolata a tutte le forme di propaganda e asservimento imposte dal ‘patto sociale’. Tali sono le premesse di “Captain Fantastic”, secondo lungometraggio di Matt Ross premiato a Cannes e in vari altri festival, dove è stato molto apprezzato dal pubblico. Poi il film, dopo la morte della moglie-madre sofferente di una grave forma di psicosi, imbocca la strada del ‘road trip’.
In viaggio per partecipare al funerale della donna, padre e figli sconteranno il disadattamento sociale, impossibilitati a interagire con chi vede il mondo all’opposto. Anche se le certezze del più edipico dei ragazzi vacilleranno. È qui la parte migliore di questa operina indipendente, un film hipster che si segnala per originalità in un cinema ormai largamente formattato. Più ideologico di Wes Anderson, di cui condivide un po’ iconografia e colori, Ross mette a confronto in una serie di ottime scene (la cena a casa dei cugini, il discorso in chiesa) quelle che sono, in fondo, due forme opposte di follia: la follia del metodo di educazione oltranzista di Ben e la follia della gente cosiddetta normale, ligia a una serie di dogmi assurdi ma che il conformismo quotidiano non ci lascia avvertire come tali. Il raffronto fa uscire molto bene tutto ciò, accostando i ragazzi intrisi di anticapitalismo a coetanei addicted dei videogiochi e fieri della propria ignoranza; o nel confronto tra il padre di famiglia estremista e il nonno conservatore, che lo ritiene responsabile della morte della figlia. Fa piacere constatare come argomenti, al fondo, così importanti possano essere trattati nei toni di un feel-good-movie accessibile a tutti, intelligente, non manicheo e buono anche per chi cerca solo un piacevole intrattenimento. Se la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, avesse saputo conservare fino all’ultima scena quella leggerezza di tocco, il film poteva diventare un piccolo capolavoro. Invece, verso la fine, s’insinua nella vicenda una dose di mélo, riproponendo convenzioni non proprio inedite del ‘dramma di famiglia’. Un po’ spiace, anche se bisogna riconoscere che un finale andava pur trovato; e che il compito di restare all’altezza di una premessa così insolita non era dei più facili. Inappuntabile da capo a fondo, invece, la prestazione di Viggo Mortensen: abbastanza carismatico, tenero (e un po’ schizzato) da rendere credibile l’identificazione dei figli. Però è al livello tutto il cast, da un fantastico gruppo di ragazzini al veterano Frank Langella nella parte del nonno.
Roberto Nepoti, La Repubblica

Ogni tanto, come una cometa, un bolide fiammeggiante attraversa e illumina il cielo monotono e prefabbricato del cinema che viene da oltre Atlantico. E ci ricorda che gli Stati Uniti sono anche la culla e la radice delle più elevate e libertarie utopie. In “Captain Fantastic”, Ben (magnifico Viggo Mortensen) è un esempio vivente del più puro spirito pacifista, antagonista e hippie. Sino ai rischi del donchisciottismo o del ribellismo autolesionista. E ha dei figli meravigliosamente anticonformisti anche se il suocero (un altrettanto magnifico Frank Langella) lo accusa: «sono un fenomeno da baraccone per colpa tua».
Del resto loro non festeggiano il Natale ma il compleanno di Noam Chomsky (insigne linguista ed elemento di spicco della sinistra americana), leggono “I fratelli Karamazov”, “Armi acciaio malattie”, “Middlemarch” e “Lolita” commentandoli con profondità e passione, girano tranquillamente armati di coltelli e archi e cacciano per cibarsi, parlano di trotskismo e della Carta dei Diritti, ignorando la Coca Cola e i videogame.
Ma si può vivere sempre ‘contro’ nel nome di quel che è giusto? Matt Ross (attore, sceneggiatore, produttore, alla sua seconda regia di lungometraggi dopo “28 Hotel Rooms”) racconta in forma di commedia la (quasi) impossibilità dell’utopia, senza particolari ghiribizzi di stile (la storia, se radicale nei contenuti scorre comunque in maniera piuttosto tradizionale), dolce ma mai ‘evasiva’, tratteggiando personaggi perlomeno insoliti nel teatrino dei tipi cinematografici, forte della partecipazione felice e convinta da parte di tutto il cast (segnaliamo per inciso anche la performance del giovane George MacKay - già in “Pride” - nel ruolo del primogenito, decisamente un attore da tenere d’occhio per il futuro).
Captain Fantastic” è un gioiello di grazia, controcultura e spirito alternativo, con una colonna sonora ‘giusta’ - da “Scotland the Brave” che Ben suona con la cornamusa a “I Shall be Released” di Bob Dylan sui titoli di coda - e che ha entusiasmato ovunque, a partire dai critici a Cannes (premio per la regia, sezione Un Certain Regard) per proseguire con i pubblici di Deauville (premio) e del recente Roma Film Fest (premio del pubblico).
Massimo Lastrucci, Ciak

MATT ROSS
Filmografia:
28 Hotel Rooms (2012), Captain Fantastic (2016)

Martedì 30 gennaio 2018:
ARRIVAL di Denis Villeneuve, con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Mark O'Brien (II)

 

 
 
 
 
 

Cineforum 2017/2018 | 16 gennaio 2018

Foto di cineforumborgo

IO, DANIEL BLAKE

Titolo originale: I, Daniel Blake
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Fotografia: Robbie Ryan
Musiche: George Fenton
Montaggio: Jonathan Morris
Scenografia: Fergus Clegg, Linda Wilson
Costumi: Joanne Slater
Interpreti: Dave Johns (Daniel Blake), Hayley Squires (Katie), Dylan McKiernan (Dylan), Brianna Shann (Daisy), Kate Rutter (Ann), Sharon Percy (Sheila), Kema Sikazwe (China), Micky McGregor (Ivan)
Produzione: Rebecca O’Brien per Sixteen Films/Why Not Productions/Wild Bunch/Le Pacte
Distribuzione: Cinema di Valerio De Paolis

Durata: 100'
Origine: Belgio, Gran Bretagna, Francia, 2016
Data uscita: 21 ottobre 2016
Palma d'Oro e menzione speciale della giuria ecumenica al 69. Festival di Cannes (2016); David di Donatello 2017 come miglior film dell'Unione Europea.

Il 59enne Daniel Blake ha lavorato come falegname a Newcastle, nel nord-est dell'Inghilterra per la maggior parte della sua vita. Ora però, in seguito a una malattia, per la prima volta ha bisogno di un aiuto da parte dello Stato. Il destino di Daniel si incrocia con quello di Katie, madre single di due bambini piccoli, Daisy e Dylan, la cui unica possibilità di fuga dalla monocamera in un ostello per senza tetto a Londra è quello di accettare un appartamento a circa 500 chilometri di distanza. Daniel e Katie si troveranno così insieme, confinati in una terra di nessuno e impigliati nel filo spinato della burocrazia delle politiche per il Welfare nella moderna Gran Bretagna.
Daniel Blake è un uomo di mezz’età che, in seguito a un malore, si trova preso tra due fuochi: da un lato l’impossibilità di tornare a lavoro imposta dalle certificazioni mediche, dall’altro il rifiuto degli indennizzi statali per un’invalidità non ritenuta tale. Mentre Daniel cerca di dirimere le questioni burocratiche, il tempo scorre e l’uomo deve far fronte a necessità puramente alimentari. A lottare insieme a lui incontra altre persone, tra cui Katie, giovane madre ridotta sul lastrico dall’incuria assistenziale.
Dopo tanta attività sociale e politica, Ken Loach riceve la Palma d’Oro a Cannes 2016 con “Io, Daniel Blake”, un film sicuramente meno di impatto e meno spettacolare, forse persino meno poetico, degli altri titoli in competizione, ma che regala momenti di innegabile commozione e di sapiente ironia caustica. Pur nell’esagerazione di alcune dinamiche, Loach continua a presentare con semplice linearità l’eterna lotta tra il singolo individuo e l’inadempienza burocratica, senza mai cadere nella retorica populista o in riottosi escamotage. Sullo sfondo di una serie pressoché infinita di figuranti che cercano in tutti i modi di deresponsabilizzare sé stessi e lo Stato nel prendere qualunque decisione utile al miglioramento delle condizioni dei singoli, due anime emergono forti e decise, unite dalla forza con cui cercano di sottrarsi all’uniformità grigia delle stanze paragovernative. Welfare, inadeguatezza assistenziale, ottusità istituzionale e lotta individuale sono ormai diventati dei veri e propri capi saldi della carriera di Ken Loach, fuori e dentro dalle sale cinematografiche. Tutta la forza di decenni di lotte contro i mulini a vento della burocrazia arroccata in castelli kafkiani si riversa nelle ultime produzioni del regista, comprese le avventure (dal sapore a tratti western, a tratti iperrealistico) di Daniel Blake. I piccoli gesti di disobbedienza civile e di disperazione diventano esplosioni disperate di un’umanità in cerca di complicità e in questo lo sguardo rassegnato della coprotagonista Haylay Squires avrebbe molto da insegnare anche agli interpreti più navigati (memorabile l’episodio del banco alimentare sociale). Ad accompagnare alcuni fili narrativi ben riusciti ce ne sono altri che rimangono in sordina, che non raggiungono un’adeguata completezza argomentativa e che quindi risultano in fondo un po’ avulsi e ridondanti (per esempio il commercio di scarpe taroccate o l’accenno alla risonanza mediatica dei graffiti di Daniel). Ken Loach firma un film potente nella sua semplicità, che, anzi, paga per i momenti in cui cerca di moltiplicare e sovrapporre le narrazioni presentate, ma che riesce ad ottenere l’impatto decisivo grazie ad alcune vette di spiazzante realismo, con l’aiuto determinante di due protagonisti perfettamente in parte.
Teresa Nannucci, Mediacritica.it

Il messaggio del film è chiaro. La società ti ha tolto la dignità, ma tu puoi riprendertela proteggendo chi la dignità (cioè il lavoro, cioè l'autostima) l'ha smarrita prima dite. Piacerà. E molto. A patto che riusciate a rimontare (noi l'abbiamo fatto) le molte pregiudiziali politiche che Ken Loach, in una carriera più che cinquantennale ha sempre messo nelle sue opere. Oggi come mezzo secolo fa, la lotta di classe è sempre al centro delle sue opere. Da vecchio comunista (mai pentito) ha sempre sparato, ogni volta che poteva, persino sul Welfare britannico (che quando Ken era giovane era additato a modello in tutto il mondo). Figuriamoci se non spara oggi, che il Welfare è palesemente inadeguato e non tutela più, come si diceva una volta il cittadino «dalla culla alla bara». Mettendo in scena un diseredato che alla bara non ci può nemmeno arrivare serenamente, Loach ha indubbiamente buon gioco (di Daniel Blake s'è riempita l'Europa). Ma a questo punto è il caso di dire che il gioco alla sua veneranda età (80 compiuti) Ken lo sa condurre in modo magistrale (meritata, eccome la Palma d'oro a Cannes). E' più bravo ora che da giovane. Guida gli attori da maestro, costringe lo spettatore a calarsi nei panni di Blake e della sua ragazza, anche se non ha ancora l'età di Daniel e fortunatamente i suoi problemi. E nei cento minuti riesce a darci sequenze indimenticabili.
Giorgio Carbone, Libero

KEN LOACH
Filmografia:
Poor cow (1967), Kes (1969), Family life (1971), Black Jack (1979), The gamekeeper (1980), A question of leadership (1981), Uno sguardo, un sorriso (1981), Which side are you on? (1984), Fatherland (1986), L'agenda nascosta (1990), Riff Raff - Meglio perderli che trovarli (1991), Piovono pietre (1993), Ladybird Ladybird (1994), Terra e libertà (1995), La canzone di Carla (1996), The flickering flame (1997), My name is Joe (1998), Bread and roses (2000), Paul, Mick e gli altri (2001), Sweet sixteen (2002), 11 settembre 2001 (1 ep.) (2002), Un bacio appassionato (2004), Tickets (1 ep.) (2005), Il vento che accarezza l'erba (2006), Chacun son cinéma (1 ep.) (2007), In questo mondo libero... (2007), Il mio amico Eric (2009), L’altra verità (2010), La parte degli angeli (2012), The spirit of ‘45 (2013), Jimmy’s Hall - Una storia d’amore e libertà (2014), Io, Daniel Blake (2016)

Martedì 23 gennaio 2018:
CAPTAIN FANTASTIC di Matt Ross, con Viggo Mortensen, Frank Langella, Missi Pyle, Erin Moriarty, George MacKay
 

 
 
 
 
 
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