Creato da: infernox il 24/11/2011
Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'azione cattolica.

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Referendum: senza paura

Post n°84 pubblicato il 22 Novembre 2016 da infernox

I recenti avvenimenti a cui abbiamo assistito, che hanno avuto il culmine nelle elezioni americane di novembre con la vittoria inaspettata di Donald Trump, che ha scandalizzato i benpensanti di tutto il mondo, mi ha portato a meditare sulla situazione italiana, che avra’ un punto di svolta significativo nel prossimo appuntamento referendario.

            Dobbiamo aprire gli occhi e riconoscere la realta’, che vede ormai due punti focali di riferimento nella battaglia del referendum, e sono evidentemente Grillo e Renzi, nell’assenza di una destra ormai in disfacimento.    Sono due artisti che hanno saputo convogliare su di se le aspettative della gente, da una parte nel M5S quello della rabbia di chi ha dell’andazzo corrente una visione disgustata, dall’altra nel PdR (partito di Renzi, che non coincide con la cosiddetta sinistra), chi invece si trova ancora bene inserito nell’ingranaggio e desidera solo piccoli aggiustamenti al meccanismo per migliorarne il funzionamento.

            In quest’ottica ognuno dovrebbe per prima cosa chiedersi: sono disgustato oppure mi trovo (piuttosto) bene e quindi non voglio fare salti nel buio?    Nel mio caso vale la seconda, ma debbo riconoscere che una gran maggioranza di giovani si trova nella prima ipotesi.   Quindi, forse non conviene essere troppo egoisti dalla vista corta e iniziare a fare delle considerazioni di convenienza.

            Sui temi di cui sopra si e’ espresso sinteticamente e con grande forza Grillo, definendo il fronte del SI un “serial killer della vita dei nostri figli fra 20 anni”.    Il mantenimento dello status-quo, inteso come consolidamento dell’establishment esistente, dice Grillo, e’ un delitto, un peccato mortale che ci portera’ alla catastrofe.    In questo senso coincide con le previsioni distopiche fatte da Casaleggio nel suo ultimo video, dove si prefigura addirittura una terza guerra mondiale.

            Ma la catastrofe verra’ veramente?   E’ significativo che ambedue i fronti avversi profetizzano la stesa cosa, se vince l’altra parte.    E le stesse profezie venivano fatte prima dei due recenti appuntamenti elettorali, quelli della Brexit e delle elezioni americane.   In ambedue i casi si e’ verificato l’evento inatteso (che nel nostro caso potrebbe essere la vittoria di Grillo), ma non e’ successo nulla di catastrofico, anzi.  La Borsa americana e’ salita, il dollaro si e’ rafforzato, ed anche nel caso inglese la leggera svalutazione della sterlina non ha fatto altro che rafforzare  l’economia britannica, che conosce una crescita che noi letteralmente ci sogniamo.

 

            Dobbiamo quindi guardare a questo referendum in quest’ottica.  Vogliamo veramente che l’elite dominante si consolidi o preferiamo dare uno scossone alla baracca, per vedere che effetto fa?   Senza paura, soprattutto.

 
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Referendum: centralismo o federalismo?

Post n°83 pubblicato il 24 Ottobre 2016 da infernox

E’ normale, nella prassi politica, che il popolo non c’entri per nulla con le decisioni e le normative che vengono introdotte volta per volta dai nostri amabilissimi parlamentari, per lo piu’ dietro l’impulso del Governo.    Ci sono sicuramente le elezioni politiche che devono determinare l’orientamento degli elettori nei confronti delle strategie da adottare, ma alla fine il personale politico e’ piu’ o meno sempre lo stesso, con un ricambio relativamente modesto, per cui l’inerzia parlamentare e’ sempre molto forte.

            Inoltre, bisogna notare che le leggi vengono per la loro gran parte scritte da personale amministrativo che non cambia ad ogni elezione.  La dirigenza pubblica e’ stabile e compatta come una colla tutte le eventuali sbandate dei nostri politici.

            Quando invece il popolo puo’ incidere con forza sulle decisioni?  Proprio nell’occasione dei referendum.    Col referendum si introduce una cesura netta fra le vie da adottare.  Non c’e’ piu’ la melassa, c’e’ solo un SI o un NO.     Alcuni referendum passati hanno determinato svolte storiche nella politica italiana.    Non li elenco perche’ sono molto noti.

            Ci sono stati anche referendum scarsamente incisivi.  L’ultimo sulle trivelle ne e’ un banale esempio.   E questo referendum prossimo venturo e’ di quelli epocali oppure no?

            Dal lato della riduzione costi, sicuramente no.  La spesa pubblica italiana supera gli 800 miliardi, e non saranno 500 (o meno) milioni a spostare qualcosa.     Dal lato della velocita’ dell’approvazione delle leggi, probabilmente no.  Gia’ adesso, se c’e’ la volonta’ politica, una legge impiega meno di 3 mesi ad essere approvata da entrambe le Camere.   Come si vede, dipende dalle teste, e non dal manico.

            C’e’ poi il (falso) argomento della svolta autoritaria.   Ma questo fattore dipende dalla legge elettorale.   Una legge che non c’entra con la Riforma, e che puo’ essere cambiata in qualsiasi momento, oppure disattivata dalla Corte Costituzionale, come e’ gia’ accaduto con la precedente legge, molto simile.

            Rimane quindi l’ultimo argomento: la centralizzazione delle decisioni in tema di politiche energetiche e di infrastrutture strategiche.   In altre parole, un minor potere alle Regioni.   Questo e’ forse l’unico argomento solido che potrebbe indurre qualcuno a votare SI al referendum.    Ma per altri versi (per es. chi vuole piu’ federalismo) l’argomento potrebbe indurre una consistente fetta di elettori a votare NO.

            Probabilmente sara’ questo tema a caratterizzare il decorso degli eventi successivi al referendum.

 

 
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Riflessioni sulla Riforma Costituzionale

Post n°82 pubblicato il 07 Ottobre 2016 da infernox

Sentendo alla radio le varie posizioni sulla futura Riforma Costituzionale, espresse da politici di lungo corso (Casini, D’Alema) come da politici di storia piu’ recente (Morra) mi sono sorpreso a fare alcune riflessioni illuminanti.   Come se mi si fosse accesa una lampadina in testa.

            Il nostro e’ un paese inchiodato.   Questo banale fatto lo si puo’ constatare facilmente dai numeri dell’economia.   Sono 20 anni che il paese non cresce, siamo ritornati al PIL del 2000.  Nel frattempo la spesa pubblica e’ cresciuta del 20%, e la sola cosa che impedisce il default e’ che le tasse sono pure cresciute , anche se un po’ di meno, dell’11%.

            E’ dal 2011 (o forse anche da prima, non mi ricordo bene) che ci stiamo riempendo la bocca del famoso termine inglese “spending review”.    Ci sono stati, se non sbaglio, ben 3 commissari straordinari (che parolone) alla cosiddetta di cui sopra e non hanno potuto incidere quasi per nulla sulla spesa, che ha continuato a crescere imperterrita.   Addirittura abbiamo rovesciato il senso delle cose quando parliamo di tagli.   Il taglio della spesa non e’ altro (ma la gente non se ne rende conto neppure) che un “taglio dell’aumento previsto”.

            In questo quadro stagnante, caratterizzato dal ancora piu’ increscioso fatto che non solo la spesa aumenta sempre, ma che purtroppo la produttivita’ del lavoro non aumenta affatto, siamo sullo zero, mentre gli altri paesi corrono (Germania, Francia etc.), la nostra classe politica, indecente, ma purtroppo votata da noi, continua a straparlare di “riforme epocali”.

            La Riforma Costituzionale per la quale dovremo esprimerci con un SI o con un NO nel prossimo futuro e’ l’emblema, la bandiera di tutte queste riforme.     Il ritornello lo avevamo gia’ sentito esattamente 10 anni fa.   Occorreva la “svolta”.    Il popolo e’ quindi stato chiamato a votare.    In quell’occasione la gente ha detto NO, e’ la svolta non c’e’ stata.  In questa occasione probabilmente il popolo dira’ SI, ma la svolta, ci scommetto, non ci sara’.

            Non ci sara’ per una serie di fattori.   In primo luogo perche’ il popolo non conta.   Sono decine di anni che la gente vota una classe politica pessima, che usa il cadreghino per interesse personale, e che produce leggi inconcludenti.    In secondo luogo perche’ il popolo non sa quello che vota.  Nel 2006 disse NO ad un riforma che e’ praticamente uguale a questa.  Uno si chiede: ma perche’ questa indecente classe politica, dopo che la gente ha gia’ detto NO una volta, ha riproposto la stessa cosa?  E se questa volta la gente dira’ SI, non si dimostra che il popolo non sa quello che vota?

            Da un certo punto di vista c’e’ da augurarsi che vinca il NO, almeno per dimostrare che la coscienza popolare abbia un minimo di coerenza.

            Un altro motivo per cui la famosa “svolta” non ci sara’ e’ quello che la produzione delle leggi sara’ piu’ o meno quello di oggi.   Certo, non ci sara’ il ping-pong fra le due camere, ma gia’ oggi, nonostante questo fatto, produciamo piu’ leggi all’anno dei maggiori paesi europei, con percentuali del 20 o addirittura 30% in piu’ (oltre 100 leggi prodotte nel 2015 contro numeri ben minori di Francia, Germania e Spagna).  Quindi di che stiamo parlando?  Abbiamo una produttivita’ in termini di leggi altissima, che bisogno c’e’ di cambiare?

            Si parla poi di accentramento dei poteri all’esecutivo, e della famosa “svolta autoritaria”.  Ma ci stiamo prendendo in giro?   In un paese dove un qualsiasi giudice di basso livello puo’ fa cadere un Governo? (es. De Magistris con il Governo Prodi nel 2007, oppure Di Pietro con il Governo Berlusconi nel 1994).

            Sono tutti argomenti risibili, e sentire discutere questi signori sulle varie tematiche fa venire noia.  Nel frattempo i nostri giovani o sono parcheggiati in attesa di un lavoro che non c’e’ (l’aumento degli occupati negli ultimi 12 mesi si e’ verificato solo nel range over 50 anni), oppure emigrano all’estero dove percepiscono paghe di 2 o 3 volte superiori.

 

            In conclusione prepariamoci a subire due mesi di dispute praticamente inutili.  Sono quasi convinto (anche se ci sto ancora pensando) che la decisione giusta sia quella di non andare a votare, tanto non serve.  L’astensione sta diventando l’unica via d’uscita allo scenario attuale.

 
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Fiscal Compact

Post n°81 pubblicato il 18 Settembre 2016 da infernox

Il “Fiscal Compact” è ilTrattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Questo trattato è stato un tema ricorrente del dibattito politico negli ultimi anni e probabilmente lo sarà ancora a lungo: formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

A distanza di anni, alcuni importanti esponenti dei partiti che nel 2012 ne approvarono l’entrata in vigore in Italia hanno detto che aderire al Fiscal Compact fu uno sbaglio, alimentando il dibattito. Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia e responsabile economico del Partito Democratico nel momento in cui il PD votava sì al Fiscal Compact, ha detto che si trattò di «un errore»; l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, sempre del PD, ha detto che «così com’è sarebbe terribile per l’Italia». Silvio Berlusconi, all’epoca leader del PdL, che voto sì al Fiscal Compact, ha detto che l’accordo «esprime in sé tutte le idee di una politica imposta all’Europa da una Germania egemone».

Da dove arriva, chi l’ha firmato
Bisogna ricordare innanzitutto che i mesi precedenti alla firma del trattato erano stati tra i più complicati nella storia dell’euro e dell’Unione Europea: le economie di molti paesi, soprattutto quelli mediterranei, erano state messe in grande difficoltà dalla crisi. Costretti a indebitarsi per fare fronte alle loro spese nonostante le ridotte entrate fiscali, questi paesi non potevano fare altro che offrire interessi sempre più alti agli investitori per ottenere denaro in prestito. La crescita verticale degli interessi unita alla crisi di produttività e ricchezza aveva portato esperti e analisti persino a dubitare, in alcuni casi, che quei debiti potessero essere mai ripagati. La Grecia effettivamente fu costretta a fare un parziale default, rinegoziando le condizioni del suo debito, e senza due prestiti internazionali da centinaia di miliardi di euro avrebbe dichiarato bancarotta; anche la Spagna, il Portogallo e Cipro ebbero bisogno dei soldi della comunità internazionale per tenersi in piedi.

I problemi di ogni paese dell’euro determinavano una “reazione a catena” sugli altri: una giornata particolarmente negativa in Grecia o in Spagna, per esempio, costringeva anche l’Italia a offrire un tasso di interesse più alto agli investitori. Proprio in Italia la pericolante situazione economica aveva portato il governo Berlusconi a perdere la sua maggioranza in Parlamento e a essere sostituito da un governo tecnico guidato da Mario Monti, col compito dichiarato di far uscire quantomeno l’Italia dall’emergenza. Economisti anche molto stimati prevedevano che l’euro sarebbe scomparso entro pochi mesi.

Una delle iniziative prese dai paesi dell’Unione Europea in quel periodo – non l’unica, ma certamente la più controversa – fu il Fiscal Compact, un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, comportò la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro, fra cui un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3 per cento e un rapporto fra debito complessivo e PIL non superiore al 60 per cento. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993.

Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona (dall’1 gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già firmato), che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente, cioè Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. È stato anche firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Cosa prevede
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:

– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con unamodifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);

– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;

– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht;

– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL. Per i paesi che sono appena rientrati sotto la soglia del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL, come l’Italia, i controlli su questo vincolo inizieranno nel 2016.

Le critiche
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Fra gli altri l’economista Emiliano Brancaccio, collaboratore del Manifesto e del Sole 24 Ore e noto critico delle misure di cosiddetta “austerità”, ha detto che ridiscutere il vincolo «è il minimo che si possa fare», e lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito «oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.

Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.

In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno. Per prima cosa, come spiega bene Davide Maria De Luca nel suo libro, «quello che le regole del fiscal compact ci impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL.

Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Secondo quanto riportato da Giuseppe Pisauro su La Voce, le cifre di cui si sta parlando «in tempi normali sono valori bassi: con un debito al 120 per cento del PIL e il pareggio di bilancio è sufficiente che il PIL nominale cresca del 2,5 per cento». Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). 

Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti (il rischio di sanzioni, nonostante siano previste in modo semiautomatico, è improbabile: per approvarle serve il voto favorevole di una larga maggioranza degli Stati, e ce ne sono molti che hanno a loro volta problemi nel rispettare i parametri del Fiscal Compact). Questo grafico interattivo di Reuters mostra bene come in ogni caso il raggiungimento del rapporto fra debito e PIL sotto al 60 per cento dipenderà da molti fattori: cambiando i valori, si modificano le stime.

La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, infine, è frutto di un calcolo “a spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare ogni anno per ridurre il rapporto.

 
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Decadenza dell'Occidente

Post n°80 pubblicato il 26 Luglio 2016 da infernox

         Il fatto che il colpo di Stato in Turchia sia fallito e’ una prova evidente che il grado di laicita’ del contesto anatolico si e’ sensibilmente ridotto col passare del tempo, e che quel grandioso esperimento sociale che era iniziato all’inizio del secolo scorso, trasformando la Turchia, ex Impero Ottomano, il simbolo della potenza islamica, in una moderna societa’ industriale di stampo occidentale, e’ in via di estinzione.

            La Turchia sta ridiventando islamica, quella punta di diamante del Califfato che per secoli aveva dominato su buona parte dell’Europa orientale e dell’Asia Minore.   Nel frattempo nel corpaccione del territorio popolato dai credenti di Maometto si muovono pulsioni micidiali, che in sostanza tendono allo stesso obiettivo: il risveglio della potenza islamica, e della sua forza espansiva.

            A queste tendenze, di stampo incrementale ed invasivo, e cioe’ accrescitive, fa da contraltare il senso di decadenza, in primis demografica, ed in secondo luogo anche economica e sociale, dell’Occidente in senso stretto.  Il welfare state, simbolo del raggiunto benessere, e’ entrato in profonda crisi.    L’economia ristagna, ed il numero dei poveri aumenta.  Nel frattempo la tendenza espansiva dell’Islam penetra entro i confini, e la gente vede aumentare via via la presenza degli invasori , ed il numero delle moschee.   Un senso di angoscia pervade la popolazione, la sensazione che c’e’ qualcosa da fare, ma non si capisce bene cosa.

            Ma poi vogliamo mettere a confronto il nichilismo delle nostre giovani generazioni, prive di futuro immaginabile, con il senso di appartenenza di questi giovani arabi, che arrivano al punto di morire per le i loro ideali?  Ovvio, non sono tutti cosi’, ma gli esperti calcolano che il fondamentalismo ha presa su di un buon 20%, con una percentuale significativa di persone che possono arrivare fino all’estremo punto di sacrificare la loro vita per la causa.

 

            Noi, sempre piu’ spaesati, li definiamo pazzi squilibrati, depressi, alienati mentali.  Intanto pero’ il fenomeno si allarga, gli attentati si moltiplicano, ormai siamo alla media di uno a settimana, e presto saranno ancora piu’ frequenti.   Senza rimedi visibili.

 
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