Creato da: infernox il 24/11/2011
Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'azione cattolica.

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Fiscal Compact

Post n°81 pubblicato il 18 Settembre 2016 da infernox

Il “Fiscal Compact” è ilTrattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Questo trattato è stato un tema ricorrente del dibattito politico negli ultimi anni e probabilmente lo sarà ancora a lungo: formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

A distanza di anni, alcuni importanti esponenti dei partiti che nel 2012 ne approvarono l’entrata in vigore in Italia hanno detto che aderire al Fiscal Compact fu uno sbaglio, alimentando il dibattito. Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia e responsabile economico del Partito Democratico nel momento in cui il PD votava sì al Fiscal Compact, ha detto che si trattò di «un errore»; l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, sempre del PD, ha detto che «così com’è sarebbe terribile per l’Italia». Silvio Berlusconi, all’epoca leader del PdL, che voto sì al Fiscal Compact, ha detto che l’accordo «esprime in sé tutte le idee di una politica imposta all’Europa da una Germania egemone».

Da dove arriva, chi l’ha firmato
Bisogna ricordare innanzitutto che i mesi precedenti alla firma del trattato erano stati tra i più complicati nella storia dell’euro e dell’Unione Europea: le economie di molti paesi, soprattutto quelli mediterranei, erano state messe in grande difficoltà dalla crisi. Costretti a indebitarsi per fare fronte alle loro spese nonostante le ridotte entrate fiscali, questi paesi non potevano fare altro che offrire interessi sempre più alti agli investitori per ottenere denaro in prestito. La crescita verticale degli interessi unita alla crisi di produttività e ricchezza aveva portato esperti e analisti persino a dubitare, in alcuni casi, che quei debiti potessero essere mai ripagati. La Grecia effettivamente fu costretta a fare un parziale default, rinegoziando le condizioni del suo debito, e senza due prestiti internazionali da centinaia di miliardi di euro avrebbe dichiarato bancarotta; anche la Spagna, il Portogallo e Cipro ebbero bisogno dei soldi della comunità internazionale per tenersi in piedi.

I problemi di ogni paese dell’euro determinavano una “reazione a catena” sugli altri: una giornata particolarmente negativa in Grecia o in Spagna, per esempio, costringeva anche l’Italia a offrire un tasso di interesse più alto agli investitori. Proprio in Italia la pericolante situazione economica aveva portato il governo Berlusconi a perdere la sua maggioranza in Parlamento e a essere sostituito da un governo tecnico guidato da Mario Monti, col compito dichiarato di far uscire quantomeno l’Italia dall’emergenza. Economisti anche molto stimati prevedevano che l’euro sarebbe scomparso entro pochi mesi.

Una delle iniziative prese dai paesi dell’Unione Europea in quel periodo – non l’unica, ma certamente la più controversa – fu il Fiscal Compact, un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, comportò la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro, fra cui un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3 per cento e un rapporto fra debito complessivo e PIL non superiore al 60 per cento. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993.

Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona (dall’1 gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già firmato), che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente, cioè Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. È stato anche firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Cosa prevede
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:

– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con unamodifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);

– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;

– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht;

– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL. Per i paesi che sono appena rientrati sotto la soglia del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL, come l’Italia, i controlli su questo vincolo inizieranno nel 2016.

Le critiche
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Fra gli altri l’economista Emiliano Brancaccio, collaboratore del Manifesto e del Sole 24 Ore e noto critico delle misure di cosiddetta “austerità”, ha detto che ridiscutere il vincolo «è il minimo che si possa fare», e lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito «oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.

Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.

In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno. Per prima cosa, come spiega bene Davide Maria De Luca nel suo libro, «quello che le regole del fiscal compact ci impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL.

Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Secondo quanto riportato da Giuseppe Pisauro su La Voce, le cifre di cui si sta parlando «in tempi normali sono valori bassi: con un debito al 120 per cento del PIL e il pareggio di bilancio è sufficiente che il PIL nominale cresca del 2,5 per cento». Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). 

Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti (il rischio di sanzioni, nonostante siano previste in modo semiautomatico, è improbabile: per approvarle serve il voto favorevole di una larga maggioranza degli Stati, e ce ne sono molti che hanno a loro volta problemi nel rispettare i parametri del Fiscal Compact). Questo grafico interattivo di Reuters mostra bene come in ogni caso il raggiungimento del rapporto fra debito e PIL sotto al 60 per cento dipenderà da molti fattori: cambiando i valori, si modificano le stime.

La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, infine, è frutto di un calcolo “a spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare ogni anno per ridurre il rapporto.

 
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Decadenza dell'Occidente

Post n°80 pubblicato il 26 Luglio 2016 da infernox

         Il fatto che il colpo di Stato in Turchia sia fallito e’ una prova evidente che il grado di laicita’ del contesto anatolico si e’ sensibilmente ridotto col passare del tempo, e che quel grandioso esperimento sociale che era iniziato all’inizio del secolo scorso, trasformando la Turchia, ex Impero Ottomano, il simbolo della potenza islamica, in una moderna societa’ industriale di stampo occidentale, e’ in via di estinzione.

            La Turchia sta ridiventando islamica, quella punta di diamante del Califfato che per secoli aveva dominato su buona parte dell’Europa orientale e dell’Asia Minore.   Nel frattempo nel corpaccione del territorio popolato dai credenti di Maometto si muovono pulsioni micidiali, che in sostanza tendono allo stesso obiettivo: il risveglio della potenza islamica, e della sua forza espansiva.

            A queste tendenze, di stampo incrementale ed invasivo, e cioe’ accrescitive, fa da contraltare il senso di decadenza, in primis demografica, ed in secondo luogo anche economica e sociale, dell’Occidente in senso stretto.  Il welfare state, simbolo del raggiunto benessere, e’ entrato in profonda crisi.    L’economia ristagna, ed il numero dei poveri aumenta.  Nel frattempo la tendenza espansiva dell’Islam penetra entro i confini, e la gente vede aumentare via via la presenza degli invasori , ed il numero delle moschee.   Un senso di angoscia pervade la popolazione, la sensazione che c’e’ qualcosa da fare, ma non si capisce bene cosa.

            Ma poi vogliamo mettere a confronto il nichilismo delle nostre giovani generazioni, prive di futuro immaginabile, con il senso di appartenenza di questi giovani arabi, che arrivano al punto di morire per le i loro ideali?  Ovvio, non sono tutti cosi’, ma gli esperti calcolano che il fondamentalismo ha presa su di un buon 20%, con una percentuale significativa di persone che possono arrivare fino all’estremo punto di sacrificare la loro vita per la causa.

 

            Noi, sempre piu’ spaesati, li definiamo pazzi squilibrati, depressi, alienati mentali.  Intanto pero’ il fenomeno si allarga, gli attentati si moltiplicano, ormai siamo alla media di uno a settimana, e presto saranno ancora piu’ frequenti.   Senza rimedi visibili.

 
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Cameron exit

Post n°79 pubblicato il 29 Giugno 2016 da infernox

In sostanza cio’ che e’ successo nei giorni scorsi e’ stato un fallimento politico.   Intendo con questo termine il risultato finale di una manovra che era stata concepita da Cameron, premier inglese, per rintuzzare la continua crescita di consensi delle forze euroscettiche all’interno del suo paese.    Il concetto era nobilissimo, ma aveva un difetto di fondo: l’estremo rischio che sottoponeva al paese in quanto lo snodo finale sarebbe stato un referendum consultivo che si sarebbe concluso con un SI od un NO.   Prendere o lasciare.  

Ovvio, Cameron era estremamente convinto di vincerlo, il suo referendum.   Tutta la manovra era stata progettata per arrivare nelle migliori condizioni alla data del referendum e travolgere con questo le residue sparute forze degli anti-europeisti.   Invece….

Invece gli inglesi testoni hanno votato per uscire.   Incredibile!    Il problema e’ che le cose si sono complicate proprio nel finale della manovra.   Cameron forse non aveva tenuto conto delle tensioni interne al suo partito (Renzi dovrebbe prendere appunti) che hanno portato parecchi esponenti di spicco a dichiararsi a favore dell’exit.     Inoltre Cameron aveva fatto conto della tendenza europeistica dei suoi avversari di sempre, i laburisti, che purtroppo si sono rivelati notevolmente tiepidi sul tema, durante la campagna referendaria.

 

Mi fanno ridere gli euroscettici italiani, che hanno brindato del risultato inglese.   Una parte di loro si e’ negli ultimi tempi parecchio ammorbidita, ed intendo i 5stelle, che sono passati dallo slogan “Fuori dall’euro” ad un molto piu’ flebile “Dobbiamo cambiare l’Europa dall’interno”.   I leghisti invece strepitano per “ridare voce al popolo”, probabilmente sotto forma di un referendum consultivo tipo quello inglese, la cui domanda pero’ e’ al momento indefinita.  Che si vuole chiedere al popolo?  Uscire dall’euro?   Certo che no, non se ne parla.  Ed allora: cambiare l’Europa?   E’ come chiedere agli italiani se vogliono bene alla mamma.

 
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Piccola analisi di un programma elettorale

Post n°78 pubblicato il 24 Maggio 2016 da infernox

Cominciamo con le premesse, perche’ dalle premesse si evince il motivo dominante della proposta che ne segue.   Ebbene, per il M5S il motivo dominante e’ la “salubrita’ ambientale”, dato che da li’ tutto ne segue, come in rapporto di causa-effetto, da tutti i punti di vista, sociale, culturale, commerciale (hanno tralasciato la parola industriale, ma e’ specificato che tale aspetto e’ secondario, in quanto nel territorio c’e’ solo una “piccola industria manifatturiera”).   Per Proposta invece tutto e’ incentrato sulle persone componenti la squadra, persone che naturalmente vivono a Trofarello “da sempre”, sono “dedite alla comunita”, sono “esperte”, sono “concrete”, sono “oneste”, sono “libere da vincoli partitici e di interesse”, e naturalmente “si mettono a disposizione”, bonta’ loro, per portare Trofarello ad essere “speciale”, e cioe’ “diventare il paese della musica, dello sport e della pace”.    L’ultima lista invece focalizza l’attenzione sulla crisi appena trascorsa, e forse ancora in essere, crisi che ha portato l’Italia al declino, ma “non” Trofarello, grazie alle iniziative di “riorganizzazione ed innovazione” messe in atto nell’ultimo quinquennio, inquadrate in una “complessa strategia”, tesa a valorizzare la “posizione di baricentro” della cittadina rispetto alle realta’ limitrofe e alle grandi direttrici dei traffici.

Ovvio che  la lista governante faccia leva su quanto realizzato, mentre le altre due sottolineano un obiettivo futuro da raggiungere, diversificato, e cioe’ la salubrita’ in un caso, ed il paese speciale nell’altro.  Il tutto attraverso il programma, che viene specificato nel seguito, e consta di 18 pagine per M5S, e ben 25 pagine per Proposta (mentre invece la lista al governo si limita a 14).   Da menzionare subito la scelta, a mio avviso meritoria, di far precedere un indice alle varie proposte in elenco, scelta presa dal solo M5S, che garantisce solo per questo un encomio speciale, perche’ da’ un quadro d’insieme organico dell’intera esposizione.   A sua volta Proposta non riporta indice, ma da’ un elenco di “parole chiave” che dovrebbero caratterizzare il programma, e cioe’ “obiettivo”, “risorse” per raggiungere detto obiettivo, nell’ottica del “cambiamento”, sfruttando al massimo le “sinergie” per evitare sprechi, ed il tutto con una “comunicazione trasparente” in modo che i cittadini siano informati di quanto sta avvenendo.   Non e’ organico come un indice, ma e’ meglio di niente (come invece troviamo nel programma della lista uscente, che passa subito senza continuita’ ai singoli argomenti).

Entrando nel merito, si nota la concisione e la praticita’ del programma della lista uscente, che fa riferimento ad argomenti specifici e ben delineati, evitando di perdersi nei massimi sistemi.  Ci sono degli elenchi precisi di cose da fare, sia per quanto riguarda le opere pubbliche, sia per la raccolta rifiuti, sia per i trasporti e mobilita’, sia per il soccorso civile, sia per le politiche sociali.   Il capitolo dell’energia e’ invece troppo conciso e generico, mentre invece questo argomento, per i 5Stelle, e’ molto ben delineato e strutturato,   Analoga attenzione i 5Stelle dedicano all’argomento rifiuti, con proposte dettagliate.   Le due tematiche sono a mio avviso il loro cavallo da battaglia.  Nel programma di Proposta invece i due argomenti non compaiono in specifici capitoli, ma per converso viene data una forte visibilita’ ai programmi sociali, per i giovani, per i disabili, per gli anziani, con particolare attenzione alle situazioni di disagio e di indigenza economica.

 

Come si sa, spesso i programmi elettorali costituiscono una specie di “libro dei sogni”, in cui elencare una serie di cose da fare che poi non verranno mai realizzate perche’ totalmente utopiche e fuori dalla realta’.   In questo senso e’ bene cercare di valutare l’indice di realizzabilita’ dei singoli programmi, dando una specie di voto in merito.   Tenendo conto della vastita’ degli enunciati e degli obiettivi, direi che il programma M5S e’ il piu’ utopico, anche se a dire il vero molte delle proposte elencate sono sensate e darebbero effettivi benefici.  Piu’ che altro’ e’ il numero e la vastita’ delle proposte a far propendere per un basso indice di realizzabilita’ complessiva.     La lista uscente ha delle proposte concrete e abbastanza limitate, per cui darei un voto di realizzabilita’ sufficiente. L’altra lista, quella di Proposta, ha una particolare attenzione al sociale.  Le proposte elencate sono abbastanza fattibili, anche perche’ vien posta attenzione all’aumento delle risorse dedicate, utilizzando al limite la leva fiscale.   Non so fino a che punto i cittadini saranno contenti, poi.  

 
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La Costituzione piu' brutta del mondo

Post n°77 pubblicato il 20 Maggio 2016 da infernox

La Costituzione piu’ brutta del mondo.    Cosi’ si intitola un breve libello che ho comprato in edicola, allegato al Giornale.    Parla della nostra Costituzione, ed illumina di informazioni necessarie al prossimo scontro che sta mano a mano montando su come votare al prossimo referendum che decidera’ se la Riforma Costituzionale varata da questo Governo dovra’ essere attuata oppure no.   

Scontro che, fra l’altro, sta ramificandosi anche a livello dei principali giornali del nostro paese.   Infatti e’ successo che Belpietro, direttore di Libero, e’ stato licenziato.   Pare che la sua linea editoriale, basata su di una critica pesante dell’operato di Renzi, ed anche su di un NO netto al prossimo referendum costituzionale di ottobre, non fosse piu’ gradita all’editore (Angelucci) che e’ amico di Verdini, il quale a sua volta ha abbandonato il Cav per spostarsi dalla parte di Renzi ed e’ decisamente favorevole a lasciar passare queste riforme.

            Ma vediamo un po’ di entrare nel merito, anche prendendo spunto da alcuni argomenti tratti dal libello (autore Federico Cartelli).    Dunque, la nostra Costituzione dice che l’Italia e’ una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (art.1).  Dice l’autore che il “diritto al lavoro” cosi’ come espresso, ha assonanza con altre Costituzioni, in via principale con quella dell’URSS del 1936, art.118 : “I cittadini dell’URSS hanno diritto di ricevere un lavoro garantito e retribuito secondo la qualita’ e la quantita’ delle loro prestazioni”, ed anche con la Costituzione della Repubblica Socialista Federale Jugoslava.  Ma il diritto al lavoro da quali fonti dovrebbe essere esaudito? 

            Ricordiamo che non siamo nel comunismo reale, ma in una situazione di economia sociale di mercato.   Il lavoro non e’ esclusivamente statale, ma in maniera preponderante assicurato da ditte private.   Quindi sarebbe piu’ logico tutelare il diritto alla liberta’ d’impresa, piuttosto che un diritto ad un lavoro fantomatico che ovviamente lo Stato non puo’ assicurare a tutti.  In nessuna delle Costituzioni dei paesi occidentali e’ richiamato con forza questo riferimento al lavoro, e tantomeno nel Bill of Rights statunitense del 1789, che fa riferimento ad altri diritti fondamentali, tipo la liberta’ di parola, di stampa, di riunione, di religione, di proprieta’ privata, di pubblico giudizio etc.

            Nell’art 2 si insiste ancor di piu’ sul concetto solidaristico.   Esso recita: “ La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”    Doveri inderogabili?    Quali?   Il testo non li elenca ne’ li identifica.  E’ come un Manifesto, dove lo Stato evidentemente diventa il principale protagonista, visto che i doveri “inderogabili” nessun privato cittadino potrebbe estrinsecarli, anche perche’ non sono noti.   E quindi redistribuzione ed assistenzialismo a gogo’, e debito pubblico alle stelle, come abbiamo ben potuto verificare.  Seguendo le indicazioni della Carta Costituzionale, si procede verso un sicuro default, anche perche’, come si suol dire, “pasti gratis” non ne esistono, ne’ in natura ne’ in economia.

            Nella sezione dedicata ai rapporti economici si richiama di nuovo alla funzione “sociale” dell’impresa.    Un’impresa che, in mercato di concorrenza, “deve” fare profitto, senno’ muore, ma deve anche, recita la Costituzione, “svolgere una funzione sociale”.  E’ la legge che si preoccupa di assicurare che cio’ avvenga: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” (art.41).

            La legge, e cioe’ lo Stato, che interviene di nuovo pesantemente nell’economia stravolgendone e indirizzandone l’attivita’.   E tutto questo, si badi bene, in un’atmosfera che non e’ piu’ quella degli anni 50, quando la Costituzione e’ nata, ma e’ quella del 21esimo secolo, a globalizzazione ormai spinta, con le multinazionali che non ci mettono che un attimo a decidere se alcuni insediamenti industriali debbano restare nel Belpaese oppure debbano essere spostati altrove, in quanto non concorrenziali.

            Il germe dell’inefficienza e della arretratezza e’ congenito in questa Costituzione, inquinata dalle ideologie imperanti oltre 70 anni fa.   E’ una Costituzione nata in un paese fragile, che emergeva da una dittatura, dopo una guerra civile durata 2 anni, con tesi contrapposte, privo di un’identita’ liberale, ma conteso fra comunismo e cattolicesimo.

            Le varianti introdotte fino ad oggi non hanno cambiato granche’, anzi, hanno addirittura appesantito la struttura delle responsabilita’, creando enti intermedi che non hanno fatto altro che succhiare altra linfa vitale dai tessuti dell’economia.   Il debito pubblico si e’ ulteriormente ingigantito, e tutti i tentativi di arginarlo si sono rivelati vani.

            Adesso c’e’ questa Riforma.     Introduce una semplificazione decisiva, l’eliminazione (parziale) di una Camera ed un rafforzamento decisionale del potere esecutivo.   Non e’ che una pillola analgesica di fronte a quello che sarebbe necessario, pero’ e’ meglio di niente.

            Motivi di opportunita’ politica, tanto risibili quanto opportunistici, hanno scatenato contro la Riforma tutte le opposizioni.   Oltre 50 insigni costituzionalisti hanno firmato un manifesto contro le modifiche.    Anche dentro la maggioranza di Governo, che ha approvato la Riforma, ci sono delle tendenze masochistiche a votare contro la Riforma stessa.   Probabilmente non passera’, col che, come nel 2006, il paese avra’ perso l’ennesima occasione per venire fuori, come si e’ detto in precedenza, in minima parte, dal pantano in cui si dibatte ormai da parecchi lustri.

 

            La breccia, a cui fa riferimento l’autore del libello, non verra’ aperta.   Sono pessimista, e non me ne frega niente, se non dal punto di vista intellettuale.   Fa davvero pena vedere l’ipocrisia imperante che serve solo per difendere posizioni di presunto privilegio.  Quando la barca affondera’ tutti saranno travolti.

 
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