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Creato da Pitagora_Stonato il 12/07/2010

EREMO MISANTROPO

se non avete nulla da aggiungere astenetevi. Grazie

 

 

Dio non è grande - Christopher Hitchens

Post n°458 pubblicato il 10 Maggio 2013 da Pitagora_Stonato
 

Marx : Per la critica della filosofia del diritto di Hegel:

La miseria religiosa è insieme l'espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo.

Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L'esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l'esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l'aureola.

La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l'uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi.

 

 

Heirich Heine : Pensieri e ghiribizzi

Nelle epoche buie la miglior guida dell’uomo è la religione, così in una notte nera come la pece la miglior guida è un cieco: costui riconosce strade e sentieri meglio di chi vede. Quando arriva il giorno, però, è da sciocchi usare per guida un vecchio cieco

 

 

 

Quando Samuel Johnson ebbe completato il primo vero dizionario della lingua inglese, ricevette la visita di una delegazione di rispettabili vecchie signore che desideravano congratularsi con lui perché non aveva incluso le parole indecenti. La sua risposta :”sono felice di vedere che le avete cercate”

 

 

 

Ciò che può essere affermato senza prove può anche essere lasciato cadere senza prove.

 
 
 

Il paese dei Mezaràt - Dario Fo

Post n°457 pubblicato il 07 Maggio 2013 da Pitagora_Stonato
 

Il candore e la consapevolezza non abitano mai allo stesso tempo nella stessa persona D.Fo

 

Tutto dipende dai maestri che hai avuto. Ma attento, spesso i maestri non sei tu a sceglierteli, sono loro che scelgono te! Luciano di Samosata

 

La dote maggiore di un maestro e quella di non far mai pesare il proprio sapere sul cranio povero di conoscenza dell’allievo. Plinio il Vecchio

 

 

 

Io ero affezionato a quel giardiniere così, dopo qualche settimana, sono andato alla Neuro di Varese a fargli visita insieme al Giuda e al Tajabis, due amici che avevano un paio d'anni .più di me. Il Sereno pareva abbastanza tranquillo, come detta il suo nome, e si è dimostrato stracontento di vederci e soprattutto ansioso di confidarci il fatto che l'aveva mandato via di testa. E lì, nel parlatorio, si è dato a raccontare: "Tutto è cominciato per via dei rampicanti cresciuti a sparacchio addosso alle statue del parco, così fitti da farle scomparire. Il padrone mi aveva ordinato: `Bisogna estirpare quei rampicanti, altrimenti mi spaccano a pezzi le statue...'.

"Armato di falcetto, tronchese da ramo e segaccio ho cominciato a sgorbiare i rampicanti... con calma, che guai a grattargli la pelle. Fra quelle statue c'erano alcune copie di epoca romana Si ritrovavano talmente ricoperte di rami e foglie, che manco si riconosceva se fossero maschi o femmine. Cominciavo a smozzare i tronchi dei rampigi alla base... I piedi erano i primi a venir fuori. Dai piedi degli antichi non si riesce a indovinare il sesso della statua. Andando in su gli ho liberato le gambe... lunghe... tornite con leggerezza... era di sicuro una donna... o forse era Apollo, che è quasi lo stesso... La differenza la fanno il birolo e la cetra.

"E infatti era proprio lui, il dio della musica, col suo chitarrone. Tutto nudo... uno straccetto ben panneggiato intorno ai fianchi... ma non serviva a niente, tanto mostrava tutto per intero il suo pirolo... piccolo e discreto. Gli dèi non hanno mai bisogno di strafare.

"La seconda statua che ho liberato, invece, era proprio una femmina. Bellissima, era fatta su nei glicini e nei potos. Taglia e ritaglia sono spuntate le gambe come colonne... il pube... i fianchi... i glutei... che meraviglia! E più in su sono emersi il ventre e poi le zinne. Mi tremavano le mani liberando quei due tondi leggeri. Sembrava respirasse. Alla fine sono spuntati fuori il collo e la faccia, con la bocca e gli occhi... Sorrideva e mi guardava.., proprio a me... dolcissima. Come a dire `Grazie di avermi liberata!'.

"Ma dico, sono scemo? Cosa mi so mettendo in testa? Mi viene da farle una carezza e scorro le dita e le palme sulle guance... una scivolata da fremito! Chissà che dea è? Magari è una ninfa.., sì, di sicuro una ninfa.

"Sono lì con 'st'incanto addosso, quando mi scappa l'occhio sulla destra e m'imbatto nell'Apollo che mi fissa, anzi, punta la ninfa. Oh bella, non mi ero accorto che avesse la faccia voltata di qua! Vado vicino, sbircio l'attaccatura del collo.., la tocco: è calda, anzi scotta come se la pietra si fosse torta. Di certo è per via della sfrisata dei rami che gli ho strappato via di lì. Ridò un'occhiata alla ninfa: ha una mano al seno... e sembra si sia girata un poco di spalle come imbarazzata per lo sguardo troppo insistito di Apollo. Eh no, basta! Sto andando in strambola!. Stop all'incubo! Diamoci da fare a liberare l'altra scultura. La terza.

"Mi viene tutto più facile. Ormai ci ho preso la mano. Mozzo rampicanti come un tosamontoni. Ecco, spunta il busto... è un altro maschio... però qui c'è una coda da animale... ma tutta ingarbugliata come si ritrova questa statua dentro una rezzola di edera-focus. Non si riesce a indovinare che razza di postura tenga... Ah ecco!, appena la libero dal grosso dei rami salta fuori il quadrupede. È un uomo a cavallo? No, è un centauro!

"Muscoli tesi e nervosi, un bel pettorale, e sotto fra le cosce di dietro, un gran bindorlone... erto e spocchioso... I cavalli non hanno il senso della misera. In più, 'sto quadrupede, impugna un arco con tanto di freccia incoccata, il tutto fuso in bronzo. Come per caso, la ninfa volge il viso verso il centauro. Anche lo sguardo dell'uomo a cavallo sembra incollato agli occhi della femmina. Amore monumentale a prima vista? Sono fuori di testa.         _ .

"Sta venendo scuro. Me ne vado. Ritorno la mattina dopo. Porca d'una miseria... il centauro non c'è più! Per terra c'è soltanto la faretra con due frecce... nient'altro... Vuoi vedere che l'han rubato?... Sul prato è rimasto tutto un solco, come l'avessero strascicato. Seguo il solco e mi ritrovo alla scuderia.., c'è il portone spalancato... mancano dei cavalli... mi guardo intorno: meno male, sono tutti laggiù allo stagno che bevono. Li vado a riacchiappare. Cristo, ce n'è uno dentro l'acqua tutto affondato... Ma cos'è tutto 'sto sangue? Un cavallo senza testa?! No, è il centauro decapitato!

"Inciampo in qualcosa... che ci sta a fare qui la mia scure? Sento gridare. È la signora Lazzarini che mi chiama... la voce viene da laggiù, dove ci sono le statue. La raggiungo di corsa, con lei c'è anche il padrone. Sono sconvolti. C'è l'Apollo steso a terra con una freccia di bronzo conficcata nel petto... La statua della ninfa è ancora in piedi, ma con le braccia sollevate in aria in un gesto disperato e trionfante insieme, con la mano sinistra tiene l'arco.

"Chi ha combinato 'sto disastro?', quasi mi aggredisce la signora. `Questa mazza di ferro di chi è?' La solleva da terra togliendola dalle dita serrate di Apollo. `Non mi dirai che fa .parte della statua? Apollo con la mazza!?'

"'No, la mazza è mia signora... anche la scure che ha scorzato in due il centauro è mia... ma io non ne so niente... e anche non capisco cosa ci faccia lei, la ninfa, con l'arco in mano.., e con le braccia spalancate in aria.., che prima le teneva abbassate, sono sicuro... con una mano sul seno.., tutta un po' girata, così... Sì, di certo stanotte qualcuno le ha spostate. 'Ste sculture mica si sono mosse da sole. Chi ha messo l'arco in mano alla ninfa? Ce l'aveva il centauro che adesso sta affogato nel lago senza testa.'

"I padroni mi fissano increduli, mi tempestano di domande. `Scusate se azzardo, ma per me qua è scoppiata una vera e propria tragedia. Avevo notato subito come si guardavano, lei e lui... il mezzo cavallo.., con una voglia! E soprattutto dovevate vedere la faccia tirata dell'Apollo.., proprio smorto come una statua d'un goloso! Posso giurarci, è lui, l'Apollo, che ha fatto a pezzi il centauro, e la ninfa poi, stravolta dal dolore, s'è vendicata sfilzandolo di frecce.'

"Il padrone scoppia a ridere: `Tragedia d'amor e gelosia tra monumenti?'. `Ma dico, non penserete che abbia combinato tutto io da solo 'sto casino. A parte che per portare fino laggiù nel laghetto 'sto sacripante del centauro ci vorrebbe il trattore... No, io il trattore non l'ho toccato... Il tronco del centauro è sul trattore? Non ne so niente... Basta! Voi mi volete far andar fuori di matto! Ma che è, uno scherzo? Io non ci sto!'

"Insulti, sghignazzi, minacce... E alla fine eccomi qua in manicomio. Sono tutti pazzi".

 
 
 

guida tv

Post n°456 pubblicato il 07 Maggio 2013 da Pitagora_Stonato
 
Tag: GUIDATV

stasera in prima serata su RAI4

 
 
 

Il Barone rampante - Italo Calvino

Post n°455 pubblicato il 02 Maggio 2013 da Pitagora_Stonato
 

 

Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino. Cosimo Piovasco di Rondò Barone d’Ombrosa   

In cima al tronco del più alto albero del giardino, mio fratello incise con la punta dello spadino i no­mi Viola e Cosimo, e poi, più sotto, sicuro che a lei avrebbe fatto piacere anche se lo chiamava con un altro nome, scrisse: Cane bassotto Ottimo Massimo.

D’allora in poi, quando si vedeva il ragazzo sugli alberi, s’era certi che guardando giù innanzi a lui, o appresso, si vedeva il bassotto Ottimo Massimo trotterellare pancia a terra. Gli aveva insegnato la cerca, la ferma, il riporto: i lavori di tutte le specie di cani da caccia, e non c’era bestia del bosco che non cacciassero insieme. Per riportargli la selvaggi­na, Ottimo Massimo rampava con due zampe sui tronchi più in su che poteva; Cosimo calava a pren­dere la lepre o la starna dalla sua bocca e gli faceva una carezza. Erano tutte là le loro confidenze, le lo­ro feste. Ma continuo tra la terra e i rami correva dall’uno all’altro un dialogo, un’intelligenza, d’ab­bai monosillabi e di schiocchi di lingua e dita. Quella necessaria presenza che per il cane è l’uomo e per l’uomo è il cane, non li tradiva mai, né l’uno né l’altro; e per quanto diversi da tutti gli uomini e cani del mondo, potevan dirsi, come uomo e cane, felici.

  -… e mi amerai sempre, assolutamente, sopra ogni cosa, e sapresti fare qualsiasi cosa per me?A quest’uscita di lei, Cosimo, sbigottito, disse:- Sì… 

Così scomparve Cosimo, e non ci diede neppure la soddisfazione di vederlo tornare sulla terra da morto. Nella tomba di famiglia c’è una stele che lo ricorda con scritto: «Cosimo Piovasco di Rondò -Visse sugli alberi - Amò sempre la terra - Salì in cielo».

 

 
 
 

La breve favolosa vita di Oscar Wao - Junot Diaz

Post n°454 pubblicato il 18 Aprile 2013 da Pitagora_Stonato
 

… perché Dittatori e Scrittori finiscono sempre ai ferri corti? Hanno cominciato a litigare ancora prima della scellerata guerra Cesare Ovidio. Sembrano destinati a un legame perpetuo nella Sala delle Battaglie, come i Fantastici Quattro e Galactus, gli X-Men e la Fratellanza dei Mutanti Malvagi, i Giovani Titani e Deathstroke, Foreman e Ali, Toni Morrison e Stanley Crouch, Sammy Sosa e Sergio Vargas. Rushdie sostiene chi tiranni e scribacchini sono antagonisti naturali, ma secondo me è un'idea semplicistica, che assolve gli scrittori con troppa facilità. I dittatori, a mio parere, sanno identificare gli avversari a prima vista. E lo stesso vale per gli scrittori. Fra simili ci si riconosce, dopotutto.

 

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Se dicessi che non ho mai incontrato un dominicano come quello in vita mia, non starei certo esagerando.

Salve, Cane di Dio, mi salutò quando arrivai a Demarest. Ci misi una settimana a capire cosa cazzo volesse dire. Dio. Domini Cane. Canis.

Salve, Dominicanis.

Avrei dovuto immaginarlo, cazzo. Il ragazzo diceva di essere maledetto, lo ripeteva spesso, e se fossi stato un vero dominicano all'antica avrei: (a) ascoltato quell'idiota, e (b) tagliato la corda. La mia famiglia è surena, di Azua, e se c'è una cosa che noi surenos di Azua conosciamo bene sono le fottute maledizioni. Voglio dire, Gesù, avete mai visto Azua? Mia madre non lo avrebbe neanche ascoltato, sarebbe corsa via e basta. Lei non voleva saperne un cazzo di fukù, guangua e roba del genere: li evitava come la peste. Io, invece, non ero ancora all'antica come sono adesso: ero semplicemente un coglione, convinto che tenere d'occhio uno come Oscar non fosse affatto un compito erculeo. Insomma, merda,ero un culturista, ogni maledetto giorno sollevavo attrezzi  più pesanti di quel suo grasso culo.

Fate partire le risate di sottofondo quando volete.

Lo trovai identico a prima. Sempre enorme — un Biggie Smalls senza niente di small — e sempre smarrito.

Sempre. impegnato a scrivere dieci, quindici, venti pagine al giorno. Sempre in preda al suo delirio da fanboy.

Sapete cosa aveva appeso, l'imbecille, alla porta della nostra stanza? Un cartello con la scritta Parla, amico, ed entra. In elfico, cazzo! (Per favore, non chiedetemi come facessi a saperlo. Vi prego.) Quando lo vidi, dissi: De León, tu vuoi scherzare. Elfico?        

A dire il vero, mi rispose tossicchiando , è sindarin.

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(…)Cercai di aiutarlo con le ragazze? Condivisi con lui i miei trucchetti da scopatore?

Certo che sì. Il problema era che, quando si trattava di mujeres, il mio compagno di stanza era unico al mondo. Soffriva del peggior caso di aficasia che avessi mai visto. L'unica persona che poteva reggere il confronto con lui era un mio compagno delle superiori, un povero salvadoregno con la faccia completamente ustionata, che non avrebbe mai trovato una ragazza perché sembrava il Fantasma dell'Opera. Ebbene: Oscar era addirittura peggio. Almeno Jeffrey poteva dare la colpa a un'effettiva menomazione fisica. A cosa poteva darla Oscar? A Sauron? L'amico pesava 140 chili, porca puttana! Parlava come un computer di Star Trek! Ma la vera tragedia era che non avevo mai conosciuto nessuno che sbavasse tanto dietro alle ragazze. Cioè, cazzo, credevo che a me piacessero le femmine, ma a nessuno, e intendo dire a nessuno, piacevano quanto a Oscar. Per lui erano l'inizio e la fine, l'Alfa e l'Omega, DC e Marvel. Era ridotto così male che appena vedeva una tipa carina gli veniva la tremarella. Si prendeva una cotta dopo l'altra: se ne prese almeno due dozzine, e belle toste, solo in quel primo semestre. Ma finiva sempre col beccarsi una botta nei denti. E vi stupite? Per lui, stare con una ragazza voleva dire parlare di giochi di ruolo! Che razza, pii, stronzata! (Non dimenticherò mai il giorno in cui, sull’autobus E, lo sentii dire a una bella morena: Se fossi nel mio gioco, ti assegnerei diciotto punti carisma)

 

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Non c’è nulla di più stimolante (così scrisse) che salvarsi la vita semplicemente svegliandosi.

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Così è la vita. Tutta la felicità che riesci a mettere insieme viene spazzata via come se niente fosse. Se volete la mia opinione, non credo che esistano le maledizioni. La vita, da sola, basta e avanza.

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UN CONSIGLIO:Viaggia leggero. Ybòn fece un gesto che comprendeva la sua casa, e forse il mondo intero.

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Dopo dieci anni esatti, dopo aver sguazzato nella merda più di quanto possiate immaginare ed essermi perso   per un bel po' di tempo — niente Lola, niente me stesso, niente di niente —, un giorno mi svegliai accanto a una persona di cui non me ne fregava un cazzo, con il labbro superiore coperto di muco, sangue e cocaina, e dissi: Okay, Wao, okay. Hai vinto

 
 
 

Il cuore è un cacciatore solitario - Carson McCullers

Post n°453 pubblicato il 05 Aprile 2013 da Pitagora_Stonato
 

Ogni sera il muto camminava ore e ore per la strada. A volte le notti erano fredde, animate dal vento umido di marzo o piovose. Ma a singer non importava. Marciava in fretta, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni. Poi, man mano che le settimane passavano, i giorni divennero caldi ed estenuanti; infine la sua agitazione si sciolse iin spossatezza, e Singer trovò la tranquillità. La sua faccia rispecchiava quella misteriosa pace che a volte è l'espressione caratteristica delle persone molto infelici o molto sagge. Ma continuò a errare per le strade della città, sempre silenzioso, sempre solo.

 

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Jake:

Sulla parete dell'edificio scorse qualcosa che vagamente destò la sua attenzione e si fermò. A caratteri grossi e incerti, sul muro era scritto un messaggio:

Noi mangeremo la carne dei potenti e berremo il sangue dei principi della terra

Lesse il messaggio due volte e , ansioso, scrutò la strada: non si vedeva anima viva. Dopo alcuni minuti di perplessa incertezza si tolse di tasca una grossa matita rossa e scrisse sotto l'iscrizione:

Chiunque abbia scritto quanto sopra mi aspett, mercoledì 29 novembre a mezzogiorno, o il giorno dopo

La mattina dopo alle dodici si trovò davanti al magazzino. Passeggiò impaziente da un angolo all'altro, esaminando le vie d'accesso. Ma non venne nessuno; dopo un'ora dovette andarsene al lavoro.

Aspettò anche il giorno seguente.

Poi il venerdì scese una pioggia monotona. Il muro era fradicio d'acqua e i due messaggi erano dicvenuti illeggibili. E la pioggia continuò, grigia, gelida e triste.

 

 

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Mick:

Mick sedette sui gradini, posò la testa sulle ginocchia e, di proposito, sprofondò nel suo angolino segreto: perché Mick aveva due vite, quella interiore e quella esteriore. La famiglia, la scuola e le cose che succedevano ogni giorno appartenevano alla vita esteriore. Il signor Singer faceva parte di tutte e due. I paesi lontani, i sogni e la musica rientravano nella vita interiore. E anche le canzoni sognate. E la sinfonia. Quando entrava nel suo angolino segreto, Mick ripensava alla musica udita quella sera dopo la festa e la sinfonia sbocciava nella sua mente come un meraviglioso fiore gigantesco. Talvolta, durante il giorno, o appena sveglia al mattino, una nuova parte della sinfonia le ritornava all'improvviso nel cuore. Allora doveva scivolare nell'angolino segreto e ascoltare e ascoltare e cercare di intercalare quel frammento nella sinfonia che già ricordava. L'angolino segreto era un luogo privatissimo, ed esclusivamente suo. Poteva trovarsi in una casa zeppa di gente eppure sentirsi chiusa nel suo angolino segreto.

una canzone per Bobby Long

 
 
 

il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Post n°452 pubblicato il 03 Aprile 2013 da Pitagora_Stonato
 

Nessuno ci sapeva stregare meglio di mio nonno materno quando, seduto sulla panchina di legno e chino sul bastone, raccontava le sue storie masticando tabacco.

“ma… è vero , nonno?” chiedevamo stupito noi nipoti

“quelli che dicono soltanto la verità non sono degni di essere ascoltati, “ rispondeva il nonno.

Questo libro è dedicato a lui.

 

 

“ chi sei e cosa ci fai sul mio marciapiede?” domandò l’uomo dal berretto.

Allan non rispose: non riusciva a stabilire se aveva davanti un amico o un nemico. Pensò che comunque sarebbe stato saggio non entrare in rotta di collisione con l’unica persona in grado di ricoverarlo al caldo prima del gelo della sera. Per questo decise di raccontare le cose esattamente come stavano.

Dichiarò dunque di chiamarsi Allan, di avere compiuto cent’anni proprio quel giorno, di non passarsela male per la sua età – tanto da essere fuggito dalla casa di riposo e aver rubato una valigia a un giovane di certo non entusiasta della cosa - , di avere le ginocchia indolenzite e di desiderare vivamente un po’ di riposo.

Finita l’esposizione dei fatti rimase in silenzioe , sempre seduto sulla valigia, aspettò il responso.

“accidenti,” disse l’uomo dal berretto scoppiando a ridere.

“Un ladro”!

“un vecchio ladro,” replicò Allan serio.

 

 

 

 

“La vendetta non è una bella cosa,” predicò Allan.” La vendetta è come la politica:si accanisce fino a quando il brutto diventa peggio e il peggio diventa ancora peggio.”

 

 

Un tipografo che viveva alla periferia di Rotterdam stava attraversano un periodo di grande crisi esistenziale, molti anni prima era stato reclutato dai Testimoni di Geova, ma era stato espulso quando, forse con un po’ troppa insistenza, aveva sollevato la questione del ritorno di Gesù sulla terra, che l’assemblea aveva previsto non meno di quattordici volte tra il 1799 e il 1980 - sbagliando incredibilmente tutte e quattordici le volte.

A quel punto il tipografo si era avvicinato al pentecostalismo: gli era piaciuta la dottrina sull'effusione dello Spinto, aveva abbracciato il concetto della vittoria finale di Dio sul Male, del secondo avvento di Cristo (senza che i pentecostali avessero definito una data), e l'idea che la maggior parte delle persone che avevano popolato la sua infanzia, suo padre incluso, sarebbero bruciate all'inferno.

Ma anche in quel caso il tipografo era stato escluso dalla nuova comunità. Questa volta a causa del fatto che un mese intero di collette sotto la sua custodia era sparito. il tipografo aveva negato ogni forma di complicità nella sparizione del denaro. E poi il cristianesimo non si basava sul perdono? E che colpa aveva se la sua macchina si era rotta e lui aveva bisogno di un'auto nuova per conservare il proprio posto di lavoro?

Con in corpo una rabbia amara come i1 fiele, il tipografo si stava preparando a svolgere il lavoro della giornata che, ironia della sorte, consisteva proprio nello stampare duemila Bibbie! Si trattava di una commissione arrivata dalla Svezia dove, per quanto ne sapeva, viveva suo padre, che aveva abbandonato la famiglia quando lui aveva sei anni.

Con le lacrime agli occhi aveva suddiviso e preparato capitolo dopo capitolo, servendosi dello speciale software usato dalla tipografia. Quando era giunto al'ultimissimo capitolo, il Libro

dell'Apocalisse, era scoppiato. Perché mai  Gesù sarebbe dovuto tornare sulla terra? Tanto il Male aveva = à controllo di ogni cosa! Il.Male aveva sconfitto il Bene una volta per tute, quindi che senso

aveva tutto quanto? E la Bibbia... quella sì che era una vergogna!

Così, con i nervi a pezzi, il tipografo aveva apposto un'aggiunta all’ultimissimo versetto de!l'ultimissimo capitolo della Bibbia svedese prima che questa passasse alle stampe. Il tipografo non ricordava granché la lingua del padre, tuttavia era riuscito a formulare una rima che a suo avviso era adattissima al contesto. Gli ultimi versetti della Bibbia, incluso quello extra aggiunto dal tipografo, erano:

20. colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto.” Amen , vieni, Signore Gesù.

21. La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi.

22. Qui finisce l’avventura del signor Bonaventura.

 

 

 

Ogni giorno Allan e Amanda passeggiavano lungo la bianchissima spiaggia davanti all'albergo. Avevano sempre diverse cose di cui parlare e stavano benissimo in compagnia l'uno dell'altra.

Tuttavia la situazione Si evolveva molto lentamente, avendo lei ottantaquattro anni ed essendo lui vicino ai centouno.

Dopo un certo periodo cominciarono a prendersi per mano, per tenersi in equilibrio. Poi presero a cenare soltanto loro due sulla terrazza di Amanda — in presenza di tutti gli altri c'era troppa confusione. Alla a fine Allan si trasferì definitivamente a casa di lei, Fu dunque possibile affittare la sua stanza a qualche turista, fatto positivo per bilancio dell'albergo.

Durante una delle  loro passeggiate Amanda gli chiese se non fosse il caso di seguire l'esempio di Benny e Bella, cioè sposarsi, dato che la vita continuava per entrambi. Allan rispose che in confronto a lui Amanda era ancora una ragazzina, ma era disposto a sorvolare sula cosa. Inoltre i drink se li preparava da solo, quindi neanche da quel punto di vista aveva remore di alcun tipo. In breve, non vedeva nessun ostacolo alla realizzazione del progetto.

"Allora confermi?" domandò lei. "Sì, confermo," rispose lui.

Si tennero per mano con maggiore forza del solito. Per non perdere l'equilibrio.

 
 
 

M’hanno detto di prendere un tram che si chiama Desiderio,

Post n°451 pubblicato il 02 Aprile 2013 da Pitagora_Stonato
 

 

 

 

M’hanno detto di prendere un tram che si chiama Desiderio, poi un altro che si chiama Cimitero, e alla terza fermata scendere ai Campi Elisi!

 

 

 

C’era una sera un vecchio negro che dava il grano alle galline, quando dente un gran schiamazzo, e una gallinella schizza fuori dal cantone e via a razzo con un bel gallo dietro… Ma il gallo, come ti vede il grano, pianta in asso la gallina e dài a beccare. Dice il negro: “ Madonna mia, fà che non abbia mai una fame simile!”

 

“ E se Dio chiama, più forte ancora ti amerò dopo la morte” Elisabeth Browing

 
 
 

Elogio della fuga - Laborit Henri - La felicità

Post n°450 pubblicato il 02 Aprile 2013 da Pitagora_Stonato

E l'uomo continua ad inseguire la felicità

Appena si mettono insieme due uomini sullo stesso territorio gratificante, si trasformano subito in sfruttatore e sfruttato, padrone e schiavo, felice e infelice, e non vedo come si possa. metter fine a questo stato di cose, se non spiegando a entrambi perché succede così. Come si può agire su un meccanismo se non se ne conosce il funzionamento? Ma evidentemente chi approfitta di questa ignoranza, in tutti i regimi, non è disposto a permettere che si diffonda una corretta informazione. Soprattutto perché il deficit informazionale, l'ignoranza, sono fattori di angoscia e coloro che soffrono, invece di fare l'impegnativo sforzo di informarsi, sono portati ad accordare fiducia a coloro che dicono di sapere, che si proclamano competenti e assumono un atteggiamento paternalistico. Gli affidano la loro difesa, vogliono che pensino e parlino al posto loro, quegli uomini provvidenziali, che per i loro presunti meriti hanno una posizione di. dominanza, e poi dicono con malcelata fierezza: « Sa, io non faccio politica », come se la politica degradasse, avvilisse chi se ne occupa.

Insomma, è lecito chiedersi se il problema della felicità non sia un falso problema. La mancanza di sofferenza non garantisce la felicità. D'altra parte la scoperta del desiderio non dà la felicità se il desiderio non è realizzato. Ma appena realizzato il desiderio sparisce, e sparisce la felicità non rimane che una perenne costruzione immaginaria capace di accendere il desiderio, e la felicità consiste forse nel sapersene accontentare. Le nostre società moderne vogliono eliminare ogni immaginazione che non vada a vantaggio dell'innovazione tecnica. L'immaginazione al potere, non per riformare ma per trasformare, sarebbe un despota troppo pericoloso per tutti quelli che stanno bene dove sono, non potendo più immaginare, l'uomo moderno confronta. Confronta la sua sorte con quella degli altri, e non è soddisfatto. Una struttura sociale le cui gerarchie di potere, di consumo, di proprietà, di notabilità, sono stabilite interamente sulla produttività di beni, può solo favorire la memoria e l'apprendimento di concetti e di gesti efficaci al processo produttivo. Sopprime quello che chiamiamo desiderio, e lo sostituisce con la voglia che stimola non la creatività, ma il conformismo borghese o pseudorivoluzionario,

Il risultato è un diffuso senso di malessere. L'impossibilità di realizzare l'atto gratificante crea angoscia, che a sua volta può generare aggressività e violenza. Queste rischiano di abbattere l'ordine costituito, i sistemi gerarchici, per sostituirli immediatamente con altri. I1 timore di una rivolta dei disperati ha sempre spinto i sistemi di dominanza a chiedere l'appoggio delle religioni perché esse insegnano a cercare nell'aldilà una felicità irraggiungibile sulla terra, in una struttura socioeconomica concepita per  stabilire e mantenere le differenze tra gli individui. Differenze basate sul possesso materiale di persone e di cose, grazie all'acquisizione di un'informazione strettamente, professionale, più o meno astratta. Questa scala di valori imprigiona l'individuo per tutta la vita in un sistema di caselle che corrisponde raramente all'immagine che egli ha di se stesso e tenta invano di imporre agli altri. Ma non gli verrà mai in mente di contestare questa scala. Si accontenterà il più delle volte di accusare la struttura sociale di avergli impedito l'accesso ai gradi superiori con uno sforzo di immaginazione si limiterà a proporre di buttar giù la scala per poi rimetterla in piedi alla rovescia, in modo che coloro che producono stiano finalmente in alto e possano approfittarne. Ma in cima alla scala oggi ci sono coloro che immaginano le macchine, unico mezzo per produrre molta merce in poco tempo. Se si rovescia la scala, siccome tutto continua a ruotare intorno alla produzione, coloro che prima erano ricompensati dalla produttività si sentiranno demotivati e sarà la fine di ogni produttività. Pare proprio che non si possa uscire dal dilemma se non procurando agli uomini un'altra motivazione, un'altra strategia, nella ricerca della felicità.

Dato che all'individuo sta tanto a cuore dimostrare la sua differenza, dimostrare che è unico (e questo è vero) in una società globale, non si potrebbe dirgli che, nell'espressione del suo pensiero, diverso e simile a quello degli altri, nell'espressione delle sue costruzioni immaginarie, potrà in definitiva trovare la felicità? Ma per questo bisognerà che la struttura sociale non ne abbia, fin dall'infanzia, castrato l'immaginazione affinché la sua voce evirata si unisca senza discordanza ai cori che cantano le lodi della società espansionistica.

 

 
 
 

Elogio della fuga - Laborit Henri

Post n°447 pubblicato il 20 Marzo 2013 da Pitagora_Stonato
 

AUTORITRATTO

Tutti gli autoritratti, tutte le memorie sono solo imposture consce o, peggio ancora, inconsce.

Da queste esplorazioni si ricava un'unica certezza: ogni pensiero, ogni giudizio, ogni pseudoanalisi logica esprimono solo i nostri desideri inconsci, il tentativo di valorizzarci di fronte a noi stessi e ai nostri contemporanei. Dei rapporti che si stabiliscono a ogni istante presente tra il nostro sistema nervoso e il mondo che ci circonda, soprattutto il mondo degli altri uomini, ne privilegiamo alcuni che attirano la nostra attenzione; essi divengono per noi significanti, perché corrispondono, o si contrappongono, ai nostri slanci pulsionali incanalati dall' apprendistato socioculturale cui veniamo sottoposti fin dalla nascita. Sono oggettivi solo gli atti riproducibili sperimentalmente e che possono essere riprodotti da chiunque, seguendo le modalità da noi seguite. Sono oggettive solo le leggi generali capaci di organizzare le strutture. Non è oggettiva la valutazione dei fatti che si registrano all'interno del nostro sistema nervoso. Possono essere considerati oggettivi solo i meccanismi invarianti che presiedono al funzionamento dei sistemi nervosi comuni alla specie umana. Tutto il resto non è altro che l'idea che abbiamo di noi stessi, che tentiamo di imporre a coloro che ci circondano e che si riduce quasi sempre (…) a quella costruita in noi da coloro che ci circondano.

 

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L'AMORE 1

Qual è il posto dell'amore in questo schema? E’ senz'altro oggettivamente esatto definire l'amore come la dipendenza del sistema nervoso nei confronti dell'azione gratificante, realizzata grazie alla presenza di un altro essere nel nostro spazio. Viceversa, l'odio non nasce forse quando l'altro non ci gratifica più, o quando qualcuno si impadronisce dell'oggetto dei nostri desideri, o si insinua nel nostro  spazio gratifìcante e si gratifica con l'essere o l’'oggetto della nostra precedente gratificazione?

Ci chiediamo però se queste osservazioni che hanno la pretesa di essere scientifiche, oggettive, abbiano un qual che valore di fronte alla gioia ineffabile, realtà vissuta, dell'innamorato. Nel descriverla come abbiamo appena fatto, non viene ignorata la parte umana dell'amore, la dimensione immaginaria, creatrice, culturale? Probabilmente sì, per l'amore felice. Ma, qualcun altro l'ha detto, non esiste amore felice. Non c'è uno spazio abbastanza chiuso, che racchiuda per tutta una vita due esseri in loro stessi. Appena questo insieme si apre verso il mondo, esso, richiudendosi su di loro, si insinuerà, come i tentacoli di una piovra, tra le loro relazioni privilegiate. Altri oggetti di gratificazione e altri esseri gratificanti entreranno in rapporto con ciascuno di loro, in un rapporto obiettivo, espresso con l'azione. Allora lo spazio dell'uno non si limiterà più allo spazio dell'altro. Il territorio dell'uno potrà coincidere col territorio dell'altro, ma i due territori non potranno più sovrapporsi. Il solo amore davvero umano è un amore immaginario, che si insegue per tutta la vita, che generalmente trova origine nell'essere amato, ma che presto non ne avrà più né le proporzioni, né la forma palpabile, né la voce, per diventare una vera creazione, un'immagine senza realtà. Allora non bisogna assolutamente cercare di far coincidere questa immagine con l'essere che l'ha suscitata e che è solo un pover'uomo, o una povera donna, molto in difficoltà col suo inconscio. Dobbiamo gratificarci con quell'amore, con ciò che crediamo sia e non è, con il desiderio e non con la conoscenza. Dobbiamo chiudere gli occhi e fuggire, la realtà. Ricreare il mondo degli dèi, della poesia e dell'arte e non adoperare mai. la chiave del ripostiglio in cui Barbablù teneva i cadaveri delle mogli. Perché nella prateria verdeggiante, nella strada polverosa, non vedremo mai arrivare nessuno.

 

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L'amore 2

 

Posso dire che mi è capitato a volte di osservare uomini che, a fatti e a parole, sembrano interamente votati al sacrificio, ma le cui motivazioni inconsce mi sono sempre sembrate sospette.

E poi taluni, tra i quali io, un bel giorno cominciano a essere stufi di conoscere l'altro solo nella lotta per la promozione sociale e la ricerca della dominanza. Nel nostro mondo molto spesso non si incontrano uomini, ma agenti di produzione, professionisti che non vedono più in noi l'Uomo, ma il concorrente, e appena il nostro spazio gratificante interagisce con il loro cercano di prendere il sopravvento, di sottometterci. Allora se non siamo disposti a trasformarci in hippies o in drogati dobbiamo fuggire, rifiutare, se possibile, la lotta, perché quegli avversari non ci affronteranno mai da soli ma si appoggeranno sempre a un gruppo o a una istituzione.

 E’ finita l'epoca della cavalleria, quando si gareggiava a uno a uno in un campo da torneo. Oggi sono intere consorterie che attaccano l'uomo solo, e se per disgrazia quest'ultimo accetta il confronto, sono sicure di vincere, perché sono, l'espressione del conformismo, dei pregiudizi, delle leggi socioculturali del momento. Se ci avventuriamo da soli in una via non incontriamo mai un altro uomo solo ma sempre una compagnia di trasporti collettivi.

Però che gioia quando capita di imbattersi in un uomo che accetta di togliersi l'uniforme e i gradi! L'Umanità dovrebbe andare in giro nuda come fa anche l'ammiraglio, quando va dal medico, perché dovremmo tutti essere medici l'uno dell'altro. Pochi però sanno di essere malati e pochi vogliono farsi curare! Non hanno forse seguito alla lettera le regole del libro di Igiene e Profilassi che la benevola società ha deposto nella loro culla al momento della nascita?

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L' AMORE CONCLUSIONE

 

Così ho capito che ciò che chiamiamo « amore » nasceva dal  dal rinforzo dell'azione gratificante autorizzata da un altro essere situato nel nostro spazio operativo e che il male d'amore nasceva dal fatto che quella persona rifiutava di essere il nostro oggetto gratificante o diventava quello di un altro, sottraendosi così, più o meno completamente, alla nostra azione. Il rifiuto o la spartizione feriva l'immagine ideale che avevamo di noi stessi, feriva il narcisismo e dava l'avvio alla depressione, all'aggressività o al denigramento della persona amata.

Ho capito anche ciò che tanti altri avevano scoperto prima di me, che si nasce, si vive, si muore, soli al mondo, rinchiusi nella propria struttura biologica la cui unica ragione d'essere é conservarsi. Ma ho anche scoperto che, stranamente, la memoria e l'apprendimento facevano penetrare gli altri in questa struttura e che; al livello dell'organizzazione dell'io, essa diventava gli altri. Ho capito infine che l'origine profonda dell'angoscia esistenziale, occultata dalla vita quotidiana e dalle relazioni interindividuali in una società produttiva, era la solitudine della nostra struttura biologica che rinchiude in sé l’insieme, quasi sempre anonimo, delle esperienze che abbiamo tratto dagli altri. Angoscia di non capire ciò che siamo e ciò che essi sono, prigionieri incatenati allo stesso mondo di incoerenza e di morte. Ho capito che quello che chiamiamo amore, poteva essere solo il grido prolungato del prigioniero che va al supplizio, conscio dell'assurdità della sua innocenza; quel grido disperato che invoca l'altro in aiuto e al quale nessuna eco risponde mai. Il grido del Cristo sulla croceo « Eloi, Eloi, lema sabachtani, Dio mio, Dio mio, perché mi hai. abbandonato? ». A rispondergli c'era solo il Dio dell'élite e del sinedrio. Il Dio dei più forti. Forse è per questo che coloro che non hanno occasione di lanciare questo grido sono da invidiare: i ricchi, i facoltosi, i contenti di sé, i millantatori del merito, gli eroi dello sforzo ricompensato, i « fate come me », gli  

«io penso che », gli « è evidente che », i sublimatori, i certi, i giusti. Essi non invocano mai aiuto, si contentano di cercare « appoggi » per la promozione sociale. Perché, fin dall'infanzia, gli è stato ripetuto che solo quest'ultima dà la felicità. Non hanno il tempo di amare, occupati come sono a salire i gradini della scala gerarchica. Ma consigliamo fermamente agli altri l'uso di questo « valore supremo » di cui si dicono impregnati. Per gli altri, l'amore comincia col vagito del neonato quando, abbandonata bruscamente la sacca materna delle acque, sente improvvisamente sulla nuca il vento gelido del mondo e comincia a respirare solo, completamente solo, per se stesso, fino alla

morte. Beato colui che i' soccorso a volte dal bocca a bocca.

Narciso, sai chi è ?

 

 
 
 
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